CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 187

Un percorso nella Pop Art attraverso la mostra “Sbam!”

Nelle sedi di Palazzo Salmatoris e la chiesa di San Gregorio, a Cherasco, e le sale di casa Francotto, a Busca

Dall’11 ottobre prossimo al 22 febbraio 2026, le sale di Palazzo Salmatoris, la chiesa di San Gregorio di Cherasco, in provincia di Cuneo, e le sale di casa Francotto, a Busca, ospiteranno contemporaneamente una mostra dedicata al grande movimento della Pop Art.

“Con la mostra Sbam! Busca e Cherasco dimostrano che l’unione fa la forza tra i territori – hanno affermato l’assessore al Turismo e alla Cultura della Regione Piemonte Marina Chiarelli e l’assessore alla Montagna della Regione Piemonte Marco Gallo – nel 1974 il Piemonte ha ospitato a Torino una mostra interamente dedicata a Andy Warhol, oggi torna protagonista la Pop Art grazie all’i legno di due città che hanno creduto in un progetto artistico condiviso, capace di valorizzare le eccellenze locali. Una collaborazione virtuosa da seguire su scala regionale”.

Palazzo Salmatoris, con la chiesa di San Gregorio, a Cherasco, nel cuneese, casa Francotto, a Busca, attraverso 150 opere, in un continuum espositivo, affrontano un viaggio vibrante attraverso la Pop Art, un movimento che ha rivoluzionato il panorama artistico del XX secolo. Nata tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, la Pop Art ha sfidato le convenzioni, ha sovversivo le gerarchie estetiche trasformando il quotidiano in straordinario e rendendo l’arte accessibile e immediata. L’originale progetto, curato da Cinzia Tesio, con la direzione di Riccardo Gattolin, prevede due mostre complementari di carattere internazionale con le opere dei più importanti artisti.

Partendo dalle analisi del Nouveau Realism, teorizzato in Italia e Francia dal critico Pierre Restany, con opere prestigiose esposte di Arman, Cézarre e Spoerri, la narrazione continua con un’ampia rassegna di artisti americani, con opere di Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg e Robert Indiana. Non manca un’ampia pagina dedicata alla pop art italiana con autentici capolavori esposti: i romani Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, ma anche autori come Valerio Adami, Ugo Nespolo ed Emilio Talini. La chiesa di San Gregorio ospiterà, con il progetto ICONS, un’ampia esposizione delle nuove tendenze Pop, con un importante corpo di opere della Cracking Art. Le opere presentate, tra cui molte inedite, provengono da collezioni private e gallerie di respiro internazionale. Il percorso di narrazione  della mostra offrirà allo spettatore la possibilità di rivivere l’effervescente clima di ricerca artistica che pervase quegli anni, cogliendo in maniera naturale la vivacità, la forza innovativa e riconoscendo nell’eredità critica e visiva, rintracciabile nella contemporaneità.

A Palazzo Salmatoris il visitatore potrà trovare un’opera unica, un gioiello di Andy Warhol intitolato “Marella Agnelli”, del 1973, oltre alle iconiche Marilyn Monroe, Mao, Flowers e Campbell’s Soup. Affiancheranno l’artista di Pittsburgh altri fuoriclasse della Pop Art americana, tra cui Roy Lichtenstein, rappresentato al meglio con un’opera del 1965; Indiana, con l’imponente tappeto “Love” e Mel Ramos, con un’importante tela del 1968. La Pop Art italiana vede in prima linea la scuola italiana, con un nutrito corpus di opere degli anni Sessanta, tra cui spicca una rara “Oasi” di Mario Schifano, del 1967, Tano Festa con “La cacciata dal Paradiso, del 1969, opera monumentale di quasi quattro metri, “Frammento di grande ala” di Franco Angeli, del 1965, “Il gesto tipico J.F.K.” di Sergio Lombardo e una museale tela di Sergio Mauri, “The End”, del 1970. La Pop Art milanese, è le nuove tendenze italiane degli anni Sessanta, sono rappresentate da opere di Enrico Baj (“Giambattista Della Valle di Venafro”, 1974), Lucio Del Pezzo, con opere degli anni Sessanta, Aldo Mondino con una “American flag”, realizzata con i cioccolatini di Peyrano, è per finire uno storico “Oriente” di Ugo Nespolo, del 1974, che rappresenta pienamente la capacità narrativa Pop.

Il Nouveau Realism vede in esposizione la fondamentale opere a quattro mani di Warhol e Arman “Poubelle frozen civilization “, carica di simboli della società consumistica, ma anche un’opera di Rotella, del 1960, intitolata “Con occhio falso” e opere datate di Hains, Césarre, Spoerri e Cristo.

La chiesa di San Gregiporio, da poco adibita per le esposizioni d’arte, con il progetto ICONS ospita una notevole sezione dedicata alla Cracking Art, con le celeberrime “Plastiche” di grandi dimensioni, i “Suricati, le “Chiocciole” e il “Delfino”, ma anche un’ampia visione sugli artisti Pop contemporanei, a partire da Marco Lodola, con le sue installazioni illuminate, all’ironico “Pop” di Luca De March, alle opere citazioniste di Maifo e Renè. Non meno importante, dal punto di vista qualitativo e numerico, l’esposizione a Casa Francotto, a Busca: Warhol è rappresentato da un acrilico su tela celebratissimo, “Mao”. Rarissima tela a pezzo unico, ma anche un ritratto e un autoritratto di Keith Haring. Anche qui l’artista sarà affiancato da Roy Lichtenstein, rappresentato al meglio con un’opera del 1975. Sarà presente anche Indiana, con “The Berlin Series”, Robert Rauschenberg e Jim Dine. La Pop Art italiana vede la Scuola Romana con l’esposizione di una rara Composizione, dedicata a Balla, del 1974, di Mario Schifano, Mario Lombardo con “Il gesto tipico La Pira” e una museale opera di Mario Ceroli, del 1969. La Pop Art Milanese e le nuove tendenze italiane degli anni Sessanta sono rappresentate da opere di Enrico Baj, tra cui si segnala “Il giardino”, del 1968, ma anche Lucio Del Pezzo e Mondino, con un’opera degli anni Sessanta. Un focus particolare verrà riservato alla Pop Art con connotazioni di impegno politico e sociale, con le opere di Sapari, De Filippi e Baratella. Il Nouveau Realism è rappresentato da opere di rilievo di Arman, con più accumulazioni, una “Compression” di Cézarre e “Villegle”

“La mostra sulla Pop Art propone, nella sua costruzione, una chiave di lettura particolare e che pensiamo interessante, utilizzata precedentemente per le mostre di Fontana, Picasso e Mirò – spiega Cinzia Tesio, curatrice della mostra insieme a Riccardo Gattolin. Non vogliamo fornire risposte preconfezionate, ma desideriamo incuriosire lo spettatore con un alto grado di confronto dialettico tra le opere dei maestri Pop e la contemporaneità del fare artistico”.

La rassegna rappresenta un percorso artistico e culturale tra i comuni di Cherasco e Busca che, negli anni, si è consolidata al punto da portare progetti di respiro internazionale. Senza dimenticare i laboratori didattici e i rapporto con le scuole del territorio, e non solo, che sapranno diffondere tra le famiglie, attraverso i ragazzi, l’esperienza del bello, l’analisi critica e la comprensione dell’altro.

“Siamo orgogliosi di ospitare a Palazzo Salmatoris, ancora una volta – spiega Claudio Bogetti, Sindaco di Cherasco – un evento culturale di grande rilevanza come questa mostra. L’esposizione rappresenta un’occasione preziosa per avvicinare il grande pubblico a una corrente artistica vibrante, ironica, profondamente legato alla contemporaneità”.

“La mostra Sbam!, che unirà il percorso congiunto tra Busca e Cherasco, è un appuntamento culturale straordinario che, attraverso oltre 150 opere, offrirà un viaggio immersivo in uno dei movimenti più rivoluzionari del Novecento – spiega Ezio Donadio, Sindaco di Busca – con protagonisti internazionali come Warhol, Roy Lichtenstein e Robert Indiana, accanto a grandi nomi italiani quali Mario Schifano, Franco Angeli e Tano Festa. L’esposizione si distingue per qualità e valore delle opere esposte ed è il frutto di una grande collaborazione tra i due Comuni, che negli anni si è consolidata e rafforzata. Il risultato importante di organizzatori è sostenitori, uniti dalla convinzione dell’importanza sociale e culturale di un’offerta artistica di questo livello”.

Palazzo Salmatoris: via Vittorio Emanuele 31, Cherasco.

Chiesa di San Gregorio: via dell’Ospedale 25, Cherasco

Orari: da mercoledì a sabato 9.30-12.30/14.30-18.30 / domenica e festivi stesso orari precedenti.

Segreteria: 0172 427050 -sbampopart.it

Casa Francotto: piazza Regina Margherita 4, Busca – orario venerdì 15.30-18.30 / sabato 10-12/15.30-18.30 / domenica e festivi 10-12/14.30-18.30

Prenotazioni da lunedì a venerdì dalle 14 alle 18 – telefono: 371 5420603

Mara Martellotta

Ricordando Michele Lessona … “il Piero Angela” dell’Ottocento

Presentata a Torino la seconda edizione dei “Lessona Days” e il “Premio Lessona 2025”

Venerdì 10 e sabato 11 ottobre

Impossibile racchiudere in una sola voce “ciò” che é stato e “chi” è stato Michele Lessona. Rampollo di un’antica famiglia, terzo di nove figli di Carlo Lessona (direttore della “Prima Scuola di Veterinaria” in Venaria Reale) e Agnese Maria Cavagnotti, Michele nacque a Venaria Reale il 20 settembre 1823 e scomparse a Torino a 71 anni, nel 1894. Laureatosi in Medicina, esercitò per breve tempo la professione, per abbracciare poi tutto lo scibile, a portata d’uomo, connesso alle “Scienze”. Fu docente, zoologo, scrittore, politico (nel 1892, la nomina a “Senatore del Regno d’Italia”, su proposta dell’allora “Presidente del Consiglio” Giovanni Giolitti, suo caro amico), ma soprattutto eccelso “divulgatore scientifico” ante litteram, rappresentando – è stato ricordato – per il suo tempo ciò che per noi é stata la figura indimenticata del grande Piero Angela. Fra i più intelligenti divulgatori in Italia del “darwinismo”, diresse una delle prime Riviste di divulgazione scientifica dell’Italia unita, “La Scienza a dieci centesimi” e firmò un gran numero di articoli giornalistici raccolti in quattro volumi, sotto il titolo di “Conversazioni scientifiche”, ancora oggi considerati uno dei migliori esempi di “Letteratura Scientifica” in Italia. Forte il suo impegno anche in diverse Istituzioni torinesi. Fu Direttore del “Museo di Scienze Naturali”, Presidente dell’“Accademia delle Scienze”, nonché avveduto “Consigliere comunale”.


Https La “Scienza” come piena ragione di vita. E proprio come “pioniere scientifico”, Lessona è stato ricordato, nei giorni scorsi presso il “Museo Regionale di Scienze Naturali” di Torino, dove, in sua memoria, è stata presentata la seconda edizione dei “Lessona Days” (dedicata al tema del “Cambiamento Climatico”) e del “Premio Lessona 2025”, riconoscimento nazionale da consegnare al miglior divulgatore/divulgatrice professionista che sappia utilizzare nuovi strumenti e nuovi linguaggi per comunicare la Scienza. Entrambi gli eventi sono promossi dalla città natale di Michele Lessona e dalla “Regione Piemonte” con il “Museo Regionale di Scienze Naturali”.

Ospiti di grande rilievo dei “Lessona Days” e componenti della “Giuria” del Premio 2025 sono Beatrice Mautino (saggista e divulgatrice scientifica), la “climatologa” Elisa Palazzi e il giornalista scientifico Massimo Polidoro.

Le attività prenderanno avvio venerdì 10 ottobre, già dalla mattina, con la programmazione dedicata alle scuole, tra interviste doppie alle scienziate e specifici laboratori. Nel pomeriggio sono in programma visite guidate al “Museo Regionale di Scienze Naturali” di Torino.

Sabato 11 ottobreore 11,30, nel “Cimitero Capoluogo” di Venaria Reale, si terrà un omaggio a Carlo Lessona (padre di Michele, professore e direttore della “ Prima Scuola Veterinaria” di Venaria Reale”). Sempre sabatoalle 17, nella “Cappella di Sant’Uberto” della “Reggia” di Venaria, si terrà la consegna del “Premio Lessona”.

A seguire “Scienza in piazza”: talk, laboratori e dj Set dedicati a tutta la cittadinanza. Nel corso del pomeriggio “Piazza dell’Annunziata” a Venaria Reale, a partire dalle 15, si animerà con “Laboratori a tema ambientale e scientifico” aperti a tutti; dalle 17 alle 21, la giornata si concluderà con la “sonorizzazione ambientale” e “dj Set” di “RBL – Radio Banda Larga”, festa conclusiva della due giorni. Altri eventi e laboratori sono stati organizzati nei “Giardini” della Reggia di Venaria, al “CCR – Centro di Conservazione e Restauro La Venaria Reale” e alla Biblioteca Civica “Tancredi Milone”.

Il progetto si è avvalso anche della preziosa collaborazione e partecipazione di Silvia Lessona, trisnipote dello scienziato e di Pietro Passerin d’Entrèves, ricercatore e studioso di “Scienze della Vita” e di “Biologia dei Sistemi”, nonché profondo conoscitore di Lessona. Sua la dichiarazione: “Sono molto contento che l’organizzazione dei ‘Lessona Days’ e del ‘Premio Lessona’ prosegua grazie ad un proficuo e ampio partenariato fra le istituzioni che lo videro partecipe e che il programma sia particolarmente stimolante, ricco di argomenti e ben si adatti a celebrare la figura di un personaggio affascinante, veramente poliedrico e straordinariamente attuale. Michele Lessona ‘scienziato di molte arti’ e le sue opere continueranno così ad essere valorizzate nel tempo grazie a questo progetto di lungo respiro”.

Per info e programma completo: www.comune.venariareale.to.it

Gianni Milani

Nelle foto: La presentazione dei “Lessona Days” e del “Premio Lessona 2025”: Michele Lessona in un Ritratto di Carlo Pollonera; Silvia Lessona, trisnipote di Michele Lessona

Corconio, il lago d’Orta e “l’esilio rigeneratore” di Soldati e Bonfantini

 

Corconio è una frazione in collina di Orta San Giulio dove, tra il 1934 e il 1936, Mario Soldati e Mario Bonfantini trascorsero un lungo periodo dopo averlo scelto come luogo di volontario “esilio rigeneratore” per uscire da “storte vicende sentimentali”. Nel 1934 Mario Soldati aveva 28 anni, era già stato in America, si era sposato con Marion Rieckelman  – una sua allieva della Columbia –  e da qualche tempo scriveva sceneggiature per la Cines-Pittaluga di Roma. Ma, sfortunatamente, era incappato in Acciaio, film tratto da un soggetto di Pirandello, diretto da Walter Ruttmann: più che un insuccesso, un vero disastro. Si ritrovò licenziato, senza una lira e per di più anche un po’ sospetto agli occhi del Regime. Così prese una decisone netta, pur essendo per indole poco incline agli atti estremi: lasciò Roma e raggiunse l’amico Bonfantini a Novara e da lì,  in bicicletta, pedalando su strade sterrate e polverose “con ritmo quasi da professionisti” arrivarono al buen retiro di Corconio, stregati da panorama tra il lago, le montagne e le antiche case di pietra. Quel posto divenne il suo luogo dell’anima, del vino, delle carte : ci rimase due anni, lontano da Roma e dal cinema, in compagnia di Mario Bonfantini  (“vivendo la scrittori”) e della gente del posto. Nel racconto Un lungo momento magico lo scrittore torinese rievocò le circostanze che lo avevano spinto a cercare rifugio sul Lago d’Orta. Lo fece dopo la morte di Bonfantini, “ponendo fine al silenzio su quell’esperienza dovuto forse a quella forma di pudore cui si ricorre a volte per proteggere le cose più care”.

In quel tempo Soldati scrisse il suo primo e bellissimo libro, America primo amore, diario e racconti del giovanissimo intellettuale europeo della sua esperienza di vita negli Stati Uniti, tantissimi articoli e vari altri scritti tra cui la prima parte de La confessione. Soggiornarono all’albergo della famiglia Rigotti , quasi adottati da quella famiglia, dove Angioletta e sua sorella Annetta, la “Nitti”, mandavano avanti l’attività , perché il padre, pa’ Pédar, “badava alla campagna, alle bestie, a fare il vino, a distillare la grappa clandestina, a commerci vari, a divertirsi e battere la cavallina”. Corconio, cento abitanti allora, fu un luogo importante per Soldati e Bonfantini, in grado di offrire sorprese e meraviglie tra le pieghe più insospettabili della vita quotidiana, in prossimità del lago e sotto il “meraviglioso miraggio” del Monte Rosa. Lì condivisero con la comunità del piccolo borgo la vita, lenta e piacevole, scandita dalle partite di bocce e dalle “lunghe giornate al tavolino, ore interminabili proficue, difese e ovattate dal silenzio delle lente nebbie”. Conoscono personaggi eccentrici, ascoltando i loro racconti: il Nando, un “matto pacifico” che credeva di essere un genio della politica e si riferiva a se stesso in terza persona; il Cesarone, un uomo che aveva venduto sua moglie a un ricco capo mastro emigrato negli Stati Uniti. Insomma, fu un periodo d’incontri e di lavoro in un atmosfera dove Mario Soldati, cresciuto negli ambienti della borghesia sabauda, scoprì i valori della civiltà contadina, restandone influenzato. Soldati riconobbe l’importanza di quell’esperienza , parlando dell’antica amicizia con l’altro Mario, quando scrisse:..il momento più importante della nostra amicizia e forse anche della sua e della mia vita è tra l’autunno del 1934 e la primavera del 1936, quando il destino ci appaiò, ci assecondò nella scelta di un volontario esilio sul lago d’Orta: quell’autoconfino rigeneratore, quel delizioso paradiso perduto e ritrovato che accogliendo lui e me, Mario il vecchio e Mario il giovane, ci salvò in extremis da strazianti, estenuanti, storte vicende sentimentali e restituì l’uno e l’altro al suo vero se stesso. Fa bisogno di dire che recuperammo allora, e conservammo poi per sempre, il senso della realtà, della bellezza, della vita”. Sul finire della lunghissima parentesi romana, a metà degli anni Cinquanta, poco prima del suo “rientro al Nord”, Soldati frequentò assiduamente le zone della giovinezza come “villeggiante fuori stagione”, sul lago d’Orta e sul Maggiore, dove nacquero – ad esempio – i racconti de La Messa dei villeggianti.

A Orta e Corconio, Mario Soldati tornò anche per girare nel ’59 Orta mia, un magnifico cortometraggio della collezione Corona Cinematografica, di grande ed elegante narrazione, girato in un superbo Ferraniacolor. Già nel  1941 aveva scelto il lago per realizzarvi le scene conclusive del film Piccolo mondo antico e, successivamente, vi ambientò alcuni dei suoi Racconti del Maresciallo. Il filmato di Orta mia si chiude sulla terrazza di una vecchia osteria affacciata sul lago, richiamando il luogo che aveva accolto i due amici tanti anni prima. Per una significativa coincidenza, anche Mario Bonfantini, nel suo volume Il lago d’Orta del 1961, scelse di congedarsi dai suoi lettori con la stessa immagine di Soldati, descrivendo così l’albergo Rigotti: “Una modesta casa di belle linee dove era fino a non molti anni fa una cortese locanda: v’è chi sostiene che dalla sua lunga terrazza si gode, in ogni stagione, la più bella vista del lago”. Ora l’albergo non c’è più, ma tutto il resto è rimasto più o meno come allora. Dalla Chiesa di S. Stefano alla seicentesca villa della famiglia Bonola. La stazione , col quel rosso ferroviario dei muri sempre più smunto, da tempo è una casa privata: lì, i treni che sferragliano sulla Domodossola-Novara, non si fermano più da una vita. Ma se i muri delle case potessero parlare chissà quanti racconti avrebbe in serbo Corconio. Storie per chi sa ascoltare e non ha fretta. Come non ne avevano, a quel tempo, i due Mario.

Marco Travaglini

La luce lega il mare azzurro e i vecchi stabilimenti abbandonati

Nelle sale della galleria Malinpensa by La Telaccia, sino al 15 ottobre

È la luce il fil rouge che accomuna e lega la pittura a olio di Cinzia Gorini e le fotografie illividite o a mostrare luoghi abbandonati, fabbriche di un tempo, che stanno nell’ampio mondo artistico di Fabrizio Passera, ambedue gli autori ospitati sino al 15 ottobre nella elegante galleria di corso Inghilterra 51, diretta da Monia Malinpensa (orari: 10,30-12,30 / 16-19, chiusura lunedì e festivi; tel. 011 5628220 / 347 2257267; www.latelaccia.it). Per la pittrice, nelle sue opere “uniche” oppure narrativamente suddivise in due tre quattro sezioni, disposte talune ad occupare uno spazio orizzontale o, a ragion veduta, altrettanto verticale, a farla da padrone è il mare, paesaggi e atmosfere di ricordi e di sogno e di luminose libertà (rappresentato anche nell’abbinamento di sei formelle, 20 x 20 cm ciascuna,”Floating”, 2022) – “nella vasta distesa d’acqua io percepisco calma, una vera tranquillità e una pace rasserenante, in un orizzonte più o meno lontano, una calma che la vita di ogni giorno non consente e ci è negata” -, con i suoi azzurri predominanti, con l’adombrarsi delle onde che s’increspano, con le strisce di differenti colori, di diverse gradazioni, di mutevoli intensità. S’alterna il biancore delle schiume che arrivano a riva (“Blue Splash”, 2022), il moto delle acque che mescola i vari tratti, colpiti da una nuova luce o da un brillìo improvviso, inaspettato, del sole (“Vibrations”, 2025), le superfici appaiate, dove s’incrociano, in una suggestiva scala tonale, le pennellate più azzurre con quelle di un blu più imperioso, solcate qua e là da qualche tratto, ramato o aranciato, arrivato da chissà dove (“Electric Blue”, 2025), i colori pallidissimi di “Soffused Worlds” (2022).

Spiega così il suo mondo l’artista: “Le infinite sfumature del blu sono una tela su cui si dispiegano flussi di pensieri e dove le emozioni si intrecciano prendendo vita. Immaginare le infinite possibilità di intrecciare queste tonalità con frammenti di ricordi di navigazioni verso isole remote e paesaggi marini sconosciuti significa intraprendere un viaggio creativo, che fonde l’etereo con il tangibile.” Un viaggio quindi, un percorso che prende inizio da lontano, una memoria antica, che allinea tappe e risultati ogni volta diversi, laddove un mare non è eguale a un mare, ognuno possedendo una cifra precisa, un elemento, che lo rendono autonomo. Mai si ha l’impressione del déjà vu, mai chi guarda deve allontanare da sé il sospetto di un attimo di confusione. Una pittura che abbraccia pure un immaginifico – o realissimo: andiamo a sbirciare qualche pagina scritta! – mondo letterario, siano le pagine di Melville o di Conrad, di Baricco o di Ernest Hemingway, di Elsa Morante o di Raffaele La Capria, trovando chi lo vorrà un punto di riferimento nelle “Onde” di Virginia Woolf come nel vecchio gabbiano Jonathan Livingstone di Richard Bach. Potrebbe raccogliere tutte quante quelle pagine “Raccontare il mare” di Björn Larsson, pagine che raccolgono scritti e autori, narratori di distese azzurre, uno sguardo legato alle distese nordiche, al Larsson di origini svedesi: non lontano – forse – dall’universo di Gorini, che proprio a Stoccolma, nel 1996, debuttò con una sua prima personale, “Il Silenzio, L’Anima”, dove già indagava su fari e soggetti marini. Mari con le loro bellezze e i misteri, le avventure e i drammi, la serenità e la tempesta, la meraviglia e la cattura dell’attimo. Magari con il piacere di spingersi oltre, nel cuore di quelle sabbiose quanto finissime spiagge che quasi in maniera impercettibile, vasti spazi di un appartato mare del Sud del mondo, si mescolano caldamente con le prime propaggini della rena. Magari con il piacere di confondere il cielo e il mare, con tratti soffusi, rarefatti, impercettibili. Sottolinea, tra l’altro, Monia Malinpensa nella sua presentazione: “Le sensazioni cromatiche che si accendono sulla superficie della tela sono pulsanti di una naturalezza dell’immagine altamente suggestiva, in cui il racconto pittorico acquista una dimensione contemplativa e spirituale costante. Sono opere pittoriche che ci stupiscono e che emergono di un’interpretativa unica attraverso un’espressione dinamica del colore e del segno sorprendente.”

Ancora la luce nelle immagini di Fabrizio Passera – origini bergamasche, personali di notevole successo, finalista del concorso “Combat Prize 2022” e primo premio per la fotografia “La natura del Domani” alla 10a Biennale d’Arte Internazionale a Montecarlo l’anno successivo -, là dove il suo angolo di mostra si sbina, fissando da un lato, al piano superiore della galleria, dodici impressioni dell’isola di Rodi, datate 2023 (unica installazione, dodici cartoline/ricordo che poggiano su uno strato di sabbia sintetica, realissima in quelle tracce bruciate e annerite sparse qua e là, con tanto di indirizzo sul retro, ça va sans dire a Passera stesso, alleggerite da altrettanti francobolli a ricordare le bellezze dell’isola), devastata nella sua vegetazione da uno dei tanti incendi estivi. Gli alberi, ritagliati contro un anonimo cielo bianchissimo e spento, simili ad articolazioni rinsecchite e prive di vita, ritte o contorte, ancora massicce o debolissime, poggiano su una massa terrosa oscura e non più produttiva. Del tutto anneriti, sembrano scheletri, lasciati all’abbandono, esseri ormai inanimati a urlare una denuncia che forse rimarrà inascoltata, sola a esprimere tristezza e dolore, testimonianza rabbiosa, ricordi e visioni luminose di un tempo, emozioni ormai trascorse: “La fotografia di Fabrizio Passera è impegnata a valorizzare luoghi abbandonati e feriti che rinascono grazie alla forza espressiva e alla profonda umanità che l’artista ci guida a scoprire, l’origine e l’identità di un luogo ormai deserto donandone una nuova vita.”

Sono nuovi scenari quelli che si presentano a chi guarda (e con forza ammira), non soltanto la natura devastata dall’uomo ma – ancora forse maggiormente emozionanti – quelle immagini che sono al piano inferiore, di estremo rigore, di suggestioni che tendono ad accavallarsi allo sguardo, di una stupefacente immediatezza, di una tecnica ammirevole, di un eccezionale sentimento del ricordo. Di una ben augurante ricostruzione. Si tratta della serie “OW”, autentica sorgente di luce, amata, studiata, accarezzata o spinta all’eccesso, “dipinta” in quei grumi giallastri che vorrebbero donarle maggior vita, un riverbero, una istantanea presenza. Un susseguirsi di colonne a sorreggere capannoni, di arcate esplose in un ricamo di luci, esempi alti di archeologia industriale, la bellezza di certi fasci di luminosità o l’acqua che ristagnando riflette pareti e scale e ingressi ormai “délabré” o la natura che qua e là compare per riappropriarsi degli spazi perduti. Una sorta di apparizioni, una fabbrica di elettrodomestici che la crisi industriale di una parte dell’Italia – ma quei “momenti” potrebbero essere fissati ovunque – ha reso orfana di macchinari e di prodotti e di materiale umano soprattutto, presenze e ombre scomparse, vere memorie mute, testimonianza dell’animo di un artista che ha la potenza, in un unico scatto, di mostrarti quanto ci sia di Storia e di storie. O le scene, ancora, del “Cementificio”, immaginifica realtà scenografica che imprigiona in se stessa la realissima atmosfera di un tempo. E Passera, con la sua arte, spinge il visitatore alla ricerca di quel tempo perduto.

Elio Rabbione

Nelle immagini: nell’ordine, di Cinzia Gorini “So far so close”, olio su tela, 90×120 cm., 2025 e “Blue Splash”, olio su tela, 30×60 cm., 2022; di Fabrizio Passera “OW 04”, 75×120 cm., 2012 e “OW 03”, 105×105 cm., 2012.

L’Ultima Cena di Fiorenzo Faccin nella basilica di Carutapera in Brasile

Nella notte, ora italiana, è stata inaugurata a Carutapera, in Brasile, nello stato del Maranhão, la grande Ultima Cena affrescata dal maestro Fiorenzo Faccin, originario di Piobesi Torinese, classe 1953. L’opera reinterpreta il capolavoro leonardesco con luci d’ispirazione caravaggesca, e porta in basilica 13 volti di Piobesi, cittadini che lo scorso 12 febbraio si prestarono negli spazi dell’oratorio a un set fotografico per diventare i modelli della scena. Il progetto nasce dal mandato affidato a Faccin per decorare la basilica minore di San Sebastiano, elevata a tale rango nel 2021 con una grande pittura murale collocata nella cupola centrale. L’artista ha disegnato e dipinto personalmente l’intervento misurando con una semicirconferenza di circa 12 metri per 5 d’altezza. La scelta di utilizzare solo raffiguranti piobesini è stata, fin dall’inizio, una volontà di omaggiare il proprio paese d’origine, un ponte simbolico tra le due comunità. L’amministrazione comunale di Piobesi Torinese, da parte del Sindaco Fiorenzo Demichelis: “Orgoglio e sincere congratulazioni al maestro Fiorenzo Faccin per l’eccezionale risultato artistico e per aver saputo trasformare un’idea che unisce popoli e fedi. Con la sua arte, i suoi colori e i volti della nostra gente, Piobesi entra per sempre nella storia della basilica di San Sebastiano e nella memoria della comunità di Carutapera”.

Nei mesi scorsi, Faccin aveva annunciato la realizzazione  di una bozza su tela destinata a essere donata alla parrocchia di Piobesi, un ulteriore segno di restituzione alla comunità che ha partecipato al progetto.

“Ho realizzato con passione quest’opera – racconta il maestro Faccin  – e ho trovato a Carutapera una popolazione fantastica e molto accogliente, e questo non ha potuto che aiutarmi a portare a termine l’impegno con soddisfazione e meraviglia. Una bellissima esperienza poter portare le mie radici a migliaia di km da casa”.

Mara Martellotta

“Una Notte per Gaza – Voci per la Palestina” al Pala Gianni Asti

L’Associazione Radar, con il Patrocinio della Città di Torino e con l’adesione di ANPI e ARCI Torino, presenta Una Notte per Gaza – Voci per la Palestina, grande appuntamento di musica e solidarietà in programma martedì 14 ottobre 2025 al Pala Gianni Asti di Torino.

L’intero ricavato della serata sarà devoluto a Medici Senza Frontiere, organizzazione indipendente impegnata a garantire cure mediche e supporto umanitario alla popolazione civile palestinese, in particolare a Gaza, dove la situazione è ogni giorno più drammatica.

Sul palco si alterneranno alcune delle band più amate della scena torinese e nazionale, che rappresentano generazioni e linguaggi diversi ma sono accomunate da un unico messaggio di pace e fratellanza. Ci saranno i Fratelli di Soledad, storica formazione torinese che dagli anni Ottanta intreccia combat rock, ironia e impegno sociale; i The Originals, super band nata dall’incontro tra Africa Unite e The Bluebeaters, protagonisti indiscussi della scena reggae e ska italiana; i Persiana Jones, pionieri dello ska-core, conosciuti per i loro live esplosivi e travolgenti; e ancora gli Statuto, simbolo del movimento mod torinese e voce da sempre vicina ai temi di giustizia sociale e identità cittadina. Accanto a loro saliranno sul palco i Loschi Dezi, con le loro sonorità inconfondibili; i Medusa, con il loro punk-rock potente e diretto che ha segnato la scena underground; Lotta, nuova voce torinese che unisce sonorità urbane a testi di impegno civile; gli Oh Die! con Tino Paratore e Paolo Scapazzone (C.O.V. e Arturo) e Nitto dei Linea 77 alla voce e Fiori, costola dei Titor con l’intervento di Scasso dei Fratelli di Soledad al basso e alla voce.

La musica sarà accompagnata da momenti di riflessione grazie agli interventi e alla co-conduzione di Domenico Mungo – scrittore, poeta e musicista con il progetto Black Mungo – e di Elena Ruzza, attrice, autrice e attivista da sempre impegnata sui temi della memoria, della pace e contro ogni forma di discriminazione.

Una Notte per Gaza” vuole essere non solo una raccolta fondi ma anche un’occasione per Torino, città Medaglia d’Oro della Resistenza, di riaffermare la propria vocazione solidale, la sua attenzione ai diritti umani e il suo ruolo di comunità sensibile alle sfide del presente. In questi giorni, infatti, il capoluogo piemontese sta vivendo una mobilitazione crescente: cortei, presìdi e iniziative spontanee richiamano un movimento popolare sempre più ampio e rumoroso, che trova in questo concerto un momento di unione e di espressione condivisa.

Ringraziamo profondamente gli organizzatori e tutti gli artisti che saliranno sul palco prestando la loro voce non solo per sostenere la nostra azione medico-umanitaria ma anche per tenere viva l’attenzione sul dramma in corso a Gaza” – dichiara Laura Perrotta, direttrice della raccolta fondi di Medici Senza Frontiere. “Ogni singola donazione è di vitale importanza per un’organizzazione indipendente come MSF: anche un gesto semplice come partecipare a questo concerto si traduce in cure mediche e chirurgiche, assistenza pediatrica, supporto alla salute mentale e distribuzione d’acqua per la popolazione di Gaza”.

L’iniziativa sarà sostenuta anche da numerose realtà civiche e associative del territorio, tra cui Articolo 21, Acmos, Libera Piemonte, Benvenuti in Italia e Cgil Torino, che condivideranno il palco e lo spirito della manifestazione, contribuendo a rendere questa serata un grande atto collettivo di solidarietà.

I biglietti per “Una Notte per Gaza – Voci per la Palestina” sono disponibili su Ticketone e Ticket.it. L’invito è rivolto a tutta la cittadinanza: riempiamo insieme il Pala Gianni Asti, facciamo sentire forte la voce di Torino e trasformiamo la musica in un gesto concreto di pace e sostegno al popolo palestinese.

Al polo Le Rosine “Nel cuore del Vajont – Ciao amore, ci vediamo domani”

Il polo artistico e culturale Le Rosine, in via Plana/8c, ospita un viaggio intenso all’interno di una delle pagine più dolorose della nostra storia recente. Attraverso parole, immagini e musica, lo spettacolo è incentrato sulle voci di chi visse quella notte del 9 ottobre 1963, una notte fatta di sogni interrotti e vite spezzate, ma anche la dimostrazione di forza di una comunità che non si è mai arresa. Testimonianze, documenti, musica dal vivo e immagini si intrecciano in una narrazione essenziale, che non cerca solo di ricordare ma di interrogare lo spettatore sul prezzo del silenzio, della superficialità e della presunzione umana. Lo spettacolo, curato dalla compagnia Terzo Tempo, suggerisce una riflessione dolorosamente attuale: i disastri ambientali non appartengono solo al passato. Dall’alluvione in Toscana, Marche e Emilia Romagna, fino ai fenomeni che devastano l’Asia, l’Europa, l’Africa e le Americhe, il clima sembra ribellarsi a un modello di sviluppo che ha ignorato troppo a lungo gli equilibri della natura. I ghiacciai si sciolgono, i fiumi esondano, la Terra brucia o frana: la realtà ci parla ogni giorno con la stessa urgenza che il Vajont ci ha lasciato in eredità. Non è un racconto di ciò che è stato, ma un invito a non ripetere gli stessi errori, a vigilare, a informarsi, a pretendere responsabilità, a capire che l’ambiente non è un nemico imprevedibile ma un alleato che chiede ascolto. Il ricavato dell’evento, a offerta libera, andrà a sostenere il Punto di Ascolto per Donne in Difficoltà – cicli di colloqui individuali con una psicoterapeuta, una delle tre opere sociali e gratuite dell’Istituto delle Rosine, realizzate grazie ai progetti dei corsi, all’affitto degli spazi e alla generosità di chi partecipa agli eventi.

Info: eventi@lerosine.it – www.lerosine.it

Mara Martellotta

Il colore delle emozioni: La mia estate Indaco di Marco Magnone

TORINO TRA LE RIGHE

Anche se l’estate è appena finita, voglio rievocarne la memoria con un libro capace di strappare un sorriso e di accompagnarci con leggerezza anche nelle ore più calde, quando sembra quasi di volersi togliere la pelle di dosso.
Oggi vi parlo di La mia estate Indaco di Marco Magnone, edito Mondadori.
Marco Magnone è nato ad Asti nel 1981. Laureatosi in Scienze politiche all’Università degli Studi di Torino, ha poi scelto una specializzazione letteraria. Ha lavorato per l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino e collaborato con la Literaturwerkstatt. Tornato a Torino, si dedica a tempo pieno alla narrativa per ragazzi: insieme a Fabio Geda è autore della saga Berlin e insegna alla Scuola Holden. In precedenza aveva scritto guide e diari di viaggio.
È Partner & Chief Editor di Book on a Tree e collabora alla direzione artistica dei festival Mare di Libri (Rimini) e Storie in Cammino (Firenzuola). Autore di saggi e romanzi, ha pubblicato con Mondadori titoli come La mia estate indacoLa guerra di CelesteFino alla fine del fiato e, insieme a Fabio Geda, Il lato oscuro della Luna, oltre alle fortunate saghe Berlin e I segreti di Acquamorta.
La protagonista di La mia estate Indaco è Viola, quattordici anni, un segreto che pesa come un macigno e un’estate che sembra destinata a essere la peggiore della sua vita. Finora aveva sempre trascorso le vacanze in montagna, in roulotte con i nonni e accanto alla sua migliore amica. Ma quest’anno tutto è diverso: il nonno è in ospedale e i genitori hanno deciso di trasferirsi in una città di provincia, grigia persino ad agosto. L’estate sembra segnata, finché un pomeriggio Viola non incontra un gruppo di ragazzi che giocano a pallavolo. È lì che conosce Indaco, magnetico e misterioso, capace di spingerla a sfidare le regole e a guardare in faccia le proprie paure.
La mia estate Indaco è un libro che conquista subito: non leggi solo per scoprire come andrà a finire, ma perché vuoi vivere ogni pagina insieme a Viola, accompagnarla nelle sue pedalate infinite, nei suoi timori e nei suoi nuovi legami.
In Viola ho ritrovato molto della mia adolescenza: le giornate passate ai giardini sotto casa, i giri in bicicletta per sentirsi grandi, il rientro puntuale per non oltrepassare il coprifuoco imposto dai genitori. Magnone racconta con autenticità quell’età fragile e ribelle, tra motorini, murales e piccoli guai che spesso sconfinano oltre le regole. Ma soprattutto ci parla di amicizia, di inclusione, di prime volte e di quel primo amore che ha sempre il sapore della rivoluzione.
Indaco non è il classico ragazzo “da romanzo”: non è perfetto, non è patinato. È un ragazzo semplice, ribelle, capace di tendere una mano a Viola con una dolcezza disarmante. È lui a spronarla, a farle vedere che si può affrontare la vita anche quando sembra impossibile.
La scrittura di Marco Magnone ha un pregio raro: riesce a dar voce a un’adolescente senza mai risultare artificiale, restituendo con sensibilità i cambiamenti del corpo, la paura del giudizio, il sentirsi costantemente sotto osservazione. E lo fa con uno sguardo vero, regalando un finale che ricorda come non sia la forma del corpo a definire chi siamo.
Ho amato questo libro perché mi ha riportata alle estati cittadine, quando l’asfalto bruciava e bastava un po’ d’ombra per riprendere fiato, mentre la bici o i pattini diventavano mezzi per scoprire il mondo.
È un romanzo per i ragazzi, che vi troveranno avventura ed emozioni sincere, ma anche per gli adulti, che potranno rivivere le loro estati di un tempo: quelle fatte di amicizie, di giochi in compagnia e di feste di paese che sapevano di libertà.
Marzia Estini

La stagione Iperspazi di Fertili Terreni Teatro apre con Moby  Dick

San Pietro in Vincoli, da mercoledì 8 a sabato 11 ottobre prossimi

Lo spettacolo di apertura della nuova stagione intitolata ‘Iperspazi’, la nona del cartellone proposto da Fertili Terreni Teatro, sarà “Moby Dick”. Da mercoledì 8 a sabato 11 ottobre, per un numero limitato di spettatori, alle 19.30 e alle 21, andrà in scena nelle cripte di San Pietro in Vincoli Moby Dick, produzione A.M.A Factory, ispirato al romanzo di Hermann Melville, con in scena Angelo Tronca e Maddalena Sighinolfi.
Lo spettatore viene isolato da mondo esterno, immerso con delle cuffie in un ambiente sonoro, e sarà testimone di un racconto che esplora i temi della malattia mentale attraverso un flusso intenso di coscienza al cui interno troveranno spazio richiami delle balene e conflitti con demoni interiori, sprofondando in una dimensione onirica in cui personaggi e simboli del racconto prendono forma sia dal punto di vista sonoro sia visivo. Muovendosi tra le differenti stazioni in cui si compone la narrazione, un attore ripercorre i momenti salienti del romanzo nell’impianto recitativo che intreccia i tormenti di Acab e la voce di Ismaele, trasformando l’epopea marina in un’indagine profonda su ossessioni e schizofrenie.
Gli abissi dell’oceano diventano il teatro per dar forma alla riflessione collettiva sulla lotta contro i propri demoni, e dove follia e umanità  si incontrano nella profondità del mare.
“Da molti anni – osserva il regista Angelo Tronca – mi interessa il personaggio di Moby Dyck. Sono stati scritti una decina di saggi per cercare di spiegare appieno che cosa significhi la metafora usata da Meville quando ci parla di quest’uomo che caccia la balena bianca, ma  nessuno, giustamente, ha mai veramente colto nel segno. Nessuno è  riuscito a cacciarla veramente nemmeno concettualmente. Ho, quindi, scelto, una riscrittura per parlare di ciò che risuonava in me di questo romanzo. La ricerca di Dio, il suo significato, e la lotta con il circostante sono temi che mi hanno accompagnato essendo stato vicino a persone malate di mente. La loro sofferenza era simile a quella che leggevo nel capitano Achab. Di qui la scelta di scrivere una pièce capace di rimbalzare tra la storia di Melville ambientata  nell’Ottocento e la storia di uno schizofrenico del presente.
Per sottolineare e alimentare la dissociazione tra vero e falso, tra mito e realtà,  mi sono avvalso di un progetto  gestito da Massimiiano Bressan, che, mettendo il pubblico in cuffia, riesce a immergere gli spettatori in un sogno onirico dove i simboli della vicenda prendono forma sonoramente e visivamente”.
“Moby Dick di Angelo Tronca, liberamente ispirato al romanzo di Melville, è scritto come partitura vocale – spiega Massimiliano Bressan – con ritmi decisamente musicali, con pause e silenzi incredibilmente suonanti. Scopo del progetto sonoro è quello di portare nelle orecchie dello spettatore  il mondo che risuona ossessivamente nella testa del personaggio. Il mezzo tecnico, e questo risulta il messaggio, è il solo modo di percepire quel mondo mentale come si costruisce attimo dopo attimo. Il microfono tra i capelli di Angelo fa la funzione di Voce. Voce del pensiero, voce della materia,  voce del circostante. Inevitabilmente mai eguale. Le stanze riverberano , le ripetizioni non descrivono un luogo fisico, ma il continuo farsi di un luogo mentale fatto di distorsioni, di spazi immensi e microscopici nello stesso tempo.
Lo spazio fisico che circonda il personaggio viene usato, attraverso la ripresa microfonica, come strumento di creazione mentale”.
“Per contrasto – afferma Massimiliano Bressan – la parte musicale è  pop, recitando con la capsula microfonica a 360 gradi posizionata sulla fronte ed essendo questa estremamente sensibile, ho voluto restituire tutte le più profonde sfumature della parola e la manipolazione ed elaborazione di suoni dietetici nello spazio, quali l’accensione di un fiammifero, il suo suono, che può diventare un mondo sonoro. Si tratta di un viaggio partendo da uno dei testi più metafisici dell’avventura, cercando di capire ‘la bianchezza della balena’ all’interno di uno spazio scenico quasi calato nell’oscurità.
Per la Stagione Fertili Terreni Teatro vi è la possibilità di lasciare il biglietto sospeso tramite donazione online o con satispay e di entrare gratuitamente per alcuni under 35 grazie ai biglietti messi a disposizione attraverso la collaborazione con Torino Giovani.
Il costo del biglietto è  di 13 euro se acquistato online, 15 euro in  cassa la sera dell’evento.
I biglietti si possono acquistare online sul sito www.fertiliterreniteatro.com
Mara Martellotta

Il cinquantesimo compleanno della galleria Tucci Russo 

Mostra personale di Tony Cragg, dal titolo “GE(SCHICHATE)” e la collettiva “Vue d’ensemble-immaginari in dialogo parte III”

Il 5 ottobre scorso la galleria Tucci Russo ha celebrato i suoi 50 anni di attività e, nello spazio di Torre Pellice, si sono inaugurati una  mostra personale di Tony Cragg, dal titolo “GE(SCHICHATE)” e la collettiva “Vue d’ensemble-immaginari in dialogo parte III”. Nella sede torinese della galleria, è aperta, fino al 31 gennaio 2026, la personale dell’artista Mario Airò, dal titolo “Co-mondo”.
Lisa Di Grazia, per tutti Lisa Tucci Russo, è stata compagna di lavoro e di vita, sin dai primi anni Settanta, di Antonio Tucci Russo, scomparso nel 2023 e figura emblematica della Torino degli anni Sessanta, vicina a poeti e artisti dell’arte povera, prima direttore della galleria di Gian Enzo Sperone e poi, dal 1975, gallerista egli stesso in uno spazio in via Fratelli Calandra, che debuttò con una mostra di Pier Paolo Calzolari. La galleria si sarebbe poi spostata al mulino Feyles nel 1990, in via Gattinara, e nel 1994 negli spazi dell’ex manifattura tessile Mazzonis, a Torre Pellice. Nel 2017 l’apertura di una seconda sede all’interno di un palazzo storico di via Bertolotti, nel cuore di Torino.

“50 anni! Era al di là delle mie capacità – afferma Lisa Tucci Russo – riassumere in un’unica esposizione la storia di una vita, di esperienze vissute e di come l’arte sia stata in grado, fin dalla prima mostra del ’75, di Calzolari, di cambiare il mio pensiero e la mia visione di mondo. Da qui l’idea di diluire nell’arco dei tre anni passati, fino al presente, delle visioni che ho riassunto da un lato nelle tre collettive intitolate ‘Vue d’ensemble: immaginari in dialogo rispettivamente parte I, parte II e parte III’. Le opere hanno dialogato tra loro nelle varie esposizioni, dando sempre una visione di un momento diverso nel lavoro di ogni singolo artista. Contemporaneamente sono state affiancate le mostre personali, negli spazi di Torre Pellice e di Torino, di Jan Vercruysse, Conrad Shawcross, Robin Rhode, Marisa Merz, Daniel Buren, Alfredo Pirri, Gilberto Zorio, Richard Long, Christiane Löhr, Gianni Caravaggio, Mario Airò (attualmente in corso a Torino) e Tony Cragg, che ha inaugurato in contemporanea con la ‘parte III’ di ‘Vue d’ensemble’. Ho vivida memoria della prima mostra con Cragg, nel 1984, di quando Tony dopo un velocissimo viaggio in macchina (7 ore da Wuppertal a Torino) è arrivato per la prima volta nella vecchia sede di corso Tassoni, e mi piace pensare che il titolo scelto dall’artista per questa esposizione sia un omaggio alla galleria per questa speciale occasione. In tedesco ‘GE’ intende una totalità, ‘SCHICHT’ significa ‘un insieme di strati’, metaforicamente una sovrapposizione di eventi, cose accadute che diventano storia: GESCHICHTE”.

“Dopo aver soddisfatto questo mio personale desiderio – continua Lisa Tucci Russo – penso però più concretamente al suo lavoro: STACK (Schicht) è un titolo che lo accompagna fin dalle sue prime opere, che composte da elementi sovrapposti presentano una visione tassonomica del mondo; lui stesso ha affermato di considerare gli oggetti creati dall’uomo come ‘chiavi fossilizzate di un tempo passato che è il nostro presente’. Allo stesso modo, le composizioni di oggetti su pavimenti e pareti, che ha iniziato a realizzare negli anni Ottanta, sfumano il confine tra paesaggi naturali e artificiali, creando il contorno di qualcosa di famigliare in cui le parti che lo compongono sono i relazione con il tutto. Cragg intende la scultura come uno studio di come i materiali e le forme concrete influenzino i modelli delle  oltre idee ed emozioni. La figura umana è l’esempio principale di quello che sembra in definitiva organico e suscita risposte emotive, pur essendo una composizione complessa di molecole, cellule, organi e processi. Il lavoro di Cragg non imita la natura o il suo aspetto, ma si concentra sul perché siamo come siamo. Le opere in mostra, da Riot, del 1987, fino alle più recenti ‘Incidents’, ‘Stand’,’Edge’, ‘Rem’, questa facente parte della recente serie ‘Dream sleepers’, mostra il continuo interrogarsi dell’artista sulla materia, se organica o inorganica, è quindi sul mondo”

Le mostre sono accompagnate in una sala dedicata da una serie di proiezioni che raccontano la storia di Lisa e Antonio Tucci Russo, insieme agli artisti, dal 1985 ad oggi.

Apertura fino all’1 marzo 2026, da mercoledì a domenica 10-13/15-18.30

Mara Martellotta