Ai lettori
Il “diavoletto” della tipografia, dai tempi dei caratteri di piombo fino ad oggi, è l’incubo dei giornali. Puoi schierare i migliori titolisti e correttori di bozze ma, alla fine, quando la mattina apri il giornale, ti accorgi che il folletto dispettoso ti ha fatto la sorpresa: una doppia mancante o una parola di troppo e ormai il gioco è fatto. Nell’era del web tutto è (o appare) più semplice. Se trovi un errore lo correggi all’istante. Così almeno dovrebbe essere. Peccato, però, che dalla tipografia il burlone con le corna si sia aggiornato e, di tanto in tanto, si infili non nei testi battuti al computer ma direttamente nel server. E quando il sistema si blocca l’unica soluzione è attendere che venga riparato. Ieri il “diavoletto” ha paralizzato il “Torinese” per diverse ore, costringendoci a trasformare per una volta la “Rubrica della domenica” di Pier Franco Quaglieni in “Rubrica del lunedì”. Ce ne scusiamo con l’autore e con i lettori.
Il direttore
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di Pier Franco Quaglieni
Grande e piccola Parigi – Il Barone Fusilli che seppe anche rischiare la vita – Pinin Pacot e Tavo Burat – Un ricordo di 50 anni fa a Roma – Mario Gliozzi storico della scienza e docente fuori ordinanza
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Grande e piccola Parigi
E’ passata quasi sotto silenzio in Italia la nomina di Françoise Nyssen da parte di Macron a ministro della Cultura,una dizione che in Francia suscitò dibattito perché l’intitolazione del dicastero più corretta sarebbe ministero per la cultura. Le “Figaro” ha definito la Nyssen
“energica,determinata,semplice,diretta “. Non viene dalla politica,ma dal mondo editoriale,quindi dalla cultura. Il nostro Franceschini, che,pur avvocato ,come dice di essere, si fa bocciare dal Tar i decreti di nomina dei direttori stranieri di alcuni musei italiani,non è neppure minimamente paragonabile.Come non lo sarebbero Rutelli e tanti altri ministri che si sono succeduti ai Beni Culturali.Gli unici che si possano salvare,sono Spadolini che ha creato il ministero, Domenico Fisichella , Antonio Paolucci e Alberto Ronchey .Spesso il ministero è stato affidato a persone che non avevano alcuna dimestichezza con i temi di competenza del ministero. La Nyssen ,pur non essendo allo stesso livello,ci fa pensare ad André Malraux ,lo scrittore che de Gaulle volle ministro nel 1945 e fu Ministro per gli Affari culturali dal 1959 al 1969 .Malraux seppe affrontare l’ondata del ’68 che in Francia venne subito arginata. Meriterebbe di essere ricordato anche in Italia dove ci furono spesso pavidi presidenti del Consiglio e ministri dell’istruzione che consentirono un eterno ’68 per decine d’anni.La salma di Malraux non a caso riposa nel Pantheon di Parigi. Un’altra novità di Macron è aver chiamato nel suo staff Claudia Ferrazzi che il sindaco di Milano Sala aveva appena voluto al Comune di Milano. Anche lei è una figura di spicco,con grandi esperienze nel mondo della cultura. A Torino avevamo una persona ancora migliore,Patrizia Asproni,che aveva allestito grandi mostre,facendo di Torino un’attrazione internazionale. Una grande dame della cultura internazionale,con incarichi importanti. La sindaca Appendino si è rifiutata più volte di riceverla e lei , lo scorso anno, ha lasciato la presidenza della Fondazione Torino Musei,carica che ricopriva a titolo gratuito. Da allora Torino appare morta.
Nessuna iniziativa culturale di rilievo per un anno. E neppure una prospettiva per il futuro. L’assessorato alla cultura è stato affidato a un’ottima funzionaria dell’apparato che finora non ha quasi dato segni di vita.Non interviene neppure alle manifestazioni culturali anche perché la delega alle manifestazioni culturali è nelle mani del Sindaco.Per i 170 del Circolo degli Artisti portò il saluto un’altra assessora che rimase dieci minuti o poco più. Non basta la mostra per l’autoritratto di Leonardo,un anniversario incredibilmente anticipato di due anni, a mimetizzare la mancanza di eventi. Non si può certamente continuare a ripetere che Torino è la “piccola Parigi”.Forse è soltanto piccola.Le idee sul futuro culturale della Città sembrano non esserci e il dibattito stesso langue.Cosa sarà di Torino alla ripresa d’autunno? E’ una domanda che sarebbe doveroso porsi. Giustamente stanno pensando all’incolumità dei torinesi,ma poi bisognerebbe anche pensare a qualche progetto. Finora domina il silenzio.
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Il Barone Fusilli che seppe anche rischiare la vita
Oggi andrò-interrompendo per un giorno le vacanze marine – a parlare a Rivoli su invito della benemerita associazione internazionale “Regina Elena”. Sono stato parecchie volte a Rivoli,una volta anche nel Castello salvato dal presidente Viglione,ma usato per un museo dell’arte contemporanea che il pubblico,a torto o a ragione,snobba perché l’arte “povera “stenta ad essere apprezzata. Non ho mai potuto ricordare in qualche occasione il barone Guglielmo Fusilli. Guglielmo,parente stretto e soprattutto amico dei miei,aveva una bella e storica villa in viale Alpignano a Rivoli,anche se amava le vacanze nel magico Grand Hotel di Alassio che negli anni ’50 riecheggiava ancora l’eco della belle Epoque.Visconti avrebbe potuto girarvi un suo film per l’atmosfera decadente che vi si respirava. Oggi è un hotel ristrutturato in molto moderno, frequentato da ricchi russi e persino da principesse arabe con un seguito di 50 servitori. L’atmosfera del Grand
Hotel, amato da aristocratici russi e inglese nel secolo scorso, è totalmente scomparsa.E’ stato chiuso per circa quarant’anni e solo la tenacia del sindaco di Alassio Melgrati l’ha salvato dal degrado. Ad Alassio Fusilli andava con una giovane amica e quando mi invitava bambino a colazione al Grand Hotel mi presentava questa avvenente signorina, spesso in bikini mozzafiato già alla fine degli anni Cinquanta,come la sua segretaria, aggiungendo :”Sai, ,lo zio è obbligato a lavorare anche in vacanza”. Ebbi allora un’idea orribile di Alassio ,una città in cui si doveva lavorare anche in vacanza. Crescendo, capii che la realtà era molto diversa perché ci si poteva divertire con la scusa di dover lavorare… Da quel momento ho sempre amato molto la cittadina del Ponente ligure e vi torno sempre volentieri. Ma quell’avvocato Fusilli
non era stato solo con Gianni Agnelli un elegante e brillante ufficiale del “Nizza Cavalleria”,aveva combattuto in Grecia durante la II Guerra mondiale ed ebbe un ruolo di una qualche importanza a fianco di Martini Mauri nella Guerra di Liberazione come ufficiale fedele al giuramento prestato . Venne arrestato nel 1944 dai fascisti, finì alle “Nuove” di Torino e venne liberato appena in tempo il 25 aprile del 1945. C’era in carcere con lui il futuro magistrato Silvio Pieri con cui divenni amico quando gli ricordai Fusilli. Ad aspettarlo fuori dalle carceri c’era mio padre. Amava la bella vita,aveva creato nel dopoguerra l’istituto di vigilanza “Argus” che ebbe grande successo(anche se il figlio,morto cinquantenne nel 1981, non seppe essere all’altezza del padre)ma, nel momento difficile dell’oppressione nazifascista, seppe mettere in gioco la sua vita. Forse Rivoli dovrebbe ricordarlo. Non era solo un Dandy con la mantella azzurra del “Nizza” che piaceva alla donne.
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Pinin Pacot e Tavo Burat
Pinin Pacòt, in italiano Giuseppe Pacotto,è stato uno dei maggiori poeti piemontesi,certamente più significativo del pur importante Nino Costa. Egli non espresse solo la tradizione,ma anche l’innovazione.Soldati lo definì “poeta di forza profonda che niente ha da spartire i belletti di un provincialismo minore”. Non si poteva considerare un intellettuale e in effetti non lo fu. Questo non essere intellettuale va quasi a suo merito.La sua opera merita di essere riletta e solo in parte si rivela caduca. Ci sono stati altri scrittori e poeti in dialetto (io non considero il piemontese una lingua e questo è stato oggetto in passato di polemiche). Ho conosciuto Censin Pich,Vincenzo Pich, che da un certo momento in poi si è dedicato ,mente e corpo, alla tradizione piemontese ed è divenuto scrittore. Prima lo avevo conosciuto come brillante pubblicista e saggista. Il poeta è ricordato in modo molto modesto in un prato dei Giardini Cavour dove svetta il monumento a di Robilant. Un altro che ho conosciuto è Tavo Burat, Gustavo Buratti Zanchi, imprenditore biellese che, dopo la chiusura dell’azienda,si dedicò all’insegnamento. Burat ha lasciato un’opera di qualche importanza anche se la sua pur forte personalità si è rivelata dispersiva. I troppi interessi gli hanno impedito gli
approfondimenti necessari.Si infiammava per qualsiasi causa gli sembrasse giusta. Fu ardente monarchico e per parecchi anni fu consigliere comunale di Biella del PNM. Poi divenne socialista e infine verde ambientalista. Fu strenuo difensore delle minoranze linguistiche. Era innamorato della storia di Fra Dolcino l’eretico condannato dall’Inquisizione e arso vivo nel 1307. E in effetti fu anche lui un po’ un Fra Dolcino moderno dedito a nobili cause. In una sua biografia pubblicata su Internet appare aver iniziato la sua carriera politica nel PSI,cosa che non corrisponde affatto con la verità. Ricordo che una volta a me diciottenne parlò delle sue “maturazioni gobettiane intimamente sofferte”,dicendomi che Gobetti ci induceva alla serietà fin dall’adolescenza.un programma di vita difficile e poco seducente. Una volta Alessandro Passerin d’Entrèves adattò su di me quell’espressione gobettiana e ne fui molto lusingato.C’è stato chi ,più banalmente,mi ha detto che non sono mai stato giovane.Una critica o un complimento ? Buratti sicuramente fu un vero intellettuale carico di inquietudine. Ma il poeta vero fu solo il non intellettuale Pacòt.
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Un ricordo di 50 anni fa a Roma
La fiaschetteria Beltramme ,da Cesaretto,è uno storico locale romano in via della Croce,punto di riferimento per la cucina romana come “Da Armando al Pantheon” e pochi altri locali.
Dagli anni ’60 incominciò ad essere frequentata da De Chirico,Guttuso,Burri, Moravia,Maccari,Pasolini,Soldati,Fellini.Flaiano e Moravia idearono in quello stanzone
la sceneggiatura de “La dolce vita” di “8 e mezzo”. Era luogo abituale di incontro di Pannunzio e di molti redattori del “Mondo”. Pannunzio non andava solo in via Veneto,ma in tanti locali vicini a piazza di Spagna,quasi ogni sera ,quando usciva dal giornale.Flaiano era stato redattore capo e Mino Maccari ,insieme a Bartoli,il vignettista del settimanale. Nel 1980 il Ministero dei Beni Culturali decretò che fosse da considerare di rilevante valore e così Cesaretto venne salvato dallo sfratto.

Fu decisivo un elzeviro sul “Corriere della sera” a firma di Mario Soldati del maggio dello stesso anno.Cinquant’anni fa in una sera afosissima del luglio 1967 Arrigo Olivetti mi fece incontrare Pannunzio da “Cesaretto”:fu per me una grande emozione. Fu l’unica volta che lo vidi.Non ebbi il coraggio di parlare con lui.Stetti ad ascoltarlo. Parlava della sua solidarietà ad Israele per la guerra arabo-israeliana dei Sei giorni. Mi chiese di Torino,mi parlò di Cavour che lui teneva dietro la sua scrivania quand’era direttore. Era un uomo profondamente sfiduciato,nel marzo dell’anno precedente aveva chiuso il giornale. Ricordo che fumava continuamente.Da quell’incontro si creò, in nuce, il futuro centro Pannunzio.Peccato che i selfie allora non ci fossero. Ma ho un ricordo indiretto: Maccari che cenava a poca distanza ,mi regalò una sua caricatura che aveva appena fatto su un tovagliolo che raffigurava Pannunzio,Olivetti e me di cui ovviamente non sapeva nulla.Solo anni dopo ci incontrammo e diventammo anche amici. Disegnò il logo,si direbbe oggi, del Premio “Pannunzio” che venne assegnato il primo anno Spadolini. Venticinque anni dopo ad una cena di amici sulla collina torinese il pittore Enrico Paulucci mi schizzò un piccolo ritratto, raffigurandomi con la barba e mi disse che la barba mi avrebbe donato. Il giorno dopo provai a farla crescere e da allora non l’ho più tagliata.
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Mario Gliozzi storico della scienza e docente fuori ordinanza
Nel luglio 1977 morì il professor Mario Gliozzi ,”terribile” docente di Matematica al Liceo classico “Cavour” di Torino,anche se poi l’incarico di componente del Consiglio Superiore della Pubblica
istruzione lo allontanò dall’insegnamento. Ho conosciuto ex allievi che ancora ricordano la severità di quell’ometto piccolo e magro che all’apparenza sembrava mite e inoffensivo. Era un uomo austero e severo innanzi tutto con sè stesso che rifiutava ogni forma di retorica. I suoi funerali civili furono privi di qualsiasi discorso commemorativo. dall’Ospedale Molinette la salma venne portata nello squallido Cimitero Sud e subito inumata,malgrado fossero presenti amici come Bobbio che avrebbero potuto dir qualcosa di lui.Una scelta per uscire di scena in punta di piedi. Era stato un insigne storico della scienza con pubblicazioni importanti che gli valsero anche l’incarico universitario. Era presidente della FNISM,la gloriosa federazione dei docenti italiani fondata nel 1901 da Salvemini e Kirner,che si poteva considerare l’aristocrazia della scuola italiana. C’era al suo fianco latinisti come Luciano Perelli ,italianisti come il preside del “Cavour” Luigi Vigliani che per il suo coraggio nell’opporsi alla contestazione venne considerato un fascista, e persino il preside di Magistero Guido Quazza che , nato socialdemocratico di Saragat,divenne il sostenitore più caparbio della contestazione come continuazione della “Resistenza tradita”:un abbaglio non di poco conto per uno storico.C’era il mazziniano Giuseppe Tramarollo noto per il suo motto “Nè messe nè masse”che ebbe funzioni importanti nel Movimento Europeo. Oggi sopravvive stancamente una Federazione che vorrebbe ereditare quel passato,ma il suo sbilanciamento a sinistra l’ha resa una sorta di piccola succursale della CGIL. Gliozzi ,morendo,non poteva pensare la triste fine politica di un’associazione con cui si era identificato per tanti anni.
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Lettere scrivere a quaglieni@gmail.com
Un parroco eretico a Perignano
Caro Quaglieni,
sono in vacanza sul litorale pisano e ho letto che sulla chiesa di Perignano hanno affisso uno striscione dedicato al parroco con su scritto “Eretico”.Il parroco è noto fin dal G8 di Genova per il suo estremismo politico. Cosa ne pensa?
Filippo Fogli
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Ho letto di quella vicenda locale e le dico che chi ha posto quello striscione non coglie che Stato e Chiesa dovrebbero essere realtà diverse e che definire, da parte di una forza politica, “eretico” un sacerdote è
concettualmente sbagliato perché è un’invasione di campo.Gli eretici li decide la Chiesa,non altri. Una delle tante anomalie italiane,forse tipiche di contesti provinciali che ricordano Peppone e don Camillo in versione moderna in cui le idee di Peppone diventano quelle di don Camillo.Di qui la confusione che si è generata.
Dopo un anno, in vacanza ad Albenga, ho visto sulla strada che conduce alla cittadina ligure un’immensa fionda illuminata anche di notte. L’anno scorso non c’era. Ho chiesto ai bagni e mi hanno spiegato che è un elemento storico dell’Albenga medievale riscoperto di recente da un’associazione molto attiva in quella città. Sembra che sia opera di un notissimo artista,ma io che mi occupo di arte da trent’anni ,non l’ho mai sentito nominare. L’idea della fionda di per sè mi fa inorridire perché mi evoca l’idea della violenza,come scriveva Quasimodo:”sei ancora quello della pietra e della fionda “. Si riferiva all’uomo primitivo che si serviva di esse per uccidere.
Lei che è uno storico, cosa ne pensa?
Ennia Pautasso
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Anch’io dell’artista non so nulla,ma non mi occupo d’arte. Escluderei,anche in base alla storia recente di Albenga scritta da uno scrupoloso erudito locale,il prof. Mario Moscardini, che la fionda abbia un riferimento specifico nella storia di Albenga.Lei si goda il bellissimo centro storico di Albenga , le specialità gastronomiche della terra ingauna e beva il suo ottimo Pigato; vada anche a visitare l’Istituto internazionale di studi liguri.Se riesce, parli con la prof. Costa che conosce come nessun altro la storia e l’ arte della città romana e medievale e legga la straordinaria guida di Nino Lamboglia, un grande studioso che ha reso nota nel mondo la città delle torri,come la definì il giornalista Romano Strizioli che amava profondamente la sua città. Non a caso, sull’autostrada, c’è un cartellone ufficiale che dà il benvenuto ad Albenga definita città romana e medievale.
PFQ



Presto nuovi ‘occhi’ elettronici controlleranno gli accessi in Ztl. La giunta municipale ha dato il via libera all’attivazione di 6 nuove porte elettroniche:
guastarono un settennato non privo di dignità. Era un sardo con un carattere caparbio e un coraggio capace di fronteggiare tutte le situazioni. Intuì le degenerazioni del CSM che affrontò secondo modalità non proprio ortodosse,pur di denunciare le cose che incominciavano a delinearsi. Capì che la I Repubblica stava morendo e lui stesso finì di dargli il colpo di grazia. Lasciò il Quirinale, lui di profondi sentimenti repubblicani,al suono dell’Inno Sardo. Venne una volta a visitare una mostra da me organizzata alla Biblioteca Nazionale Universitaria su “Cavour nella caricatura”che gli piacque e di cui volle ricevere al Quirinale qualche vignetta. Assediato dai giornalisti,si lasciò trascinare nelle solite “esternazioni” che ridussero i servizi televisivi della visita a poche immagini.Ci rimasi male,Mario Soldati,intuendo la cosa andò a cena con il Presidente la sera precedente ,ma preferì non trovarsi all’appuntamento. Fui costretto a riceverlo io,aiutato all’ultima ora dal capo del cerimoniale del Quirinale.Mi scrisse lettere e messaggi bellissimi che ,a volte, rileggo.Solo Ciampi fu più benevolo ed amico di lui. Una volta mi invitò a cena alla prefettura di Torino insieme a Bobbio ,Galante Garrone e pochi altri. “Repubblica” intitolò l’articolo “Una cena tra amici”. Si parlò di tutto e di tutti,senza seguire cerimoniali. Bobbio

Salgàri riscoperto a Milano
Un grill sull’autostrada Savona – Torino
Montale nella poesia, ha incarnato il dramma esistenziale dell’uomo moderno e anche in un periodo post -moderno la sua opera continua ad interessare. Fu acuto indagatore della crisi post -risorgimentale,così come ebbe una caduta che spesso viene sottaciuta: nel 1924 ,all’indomani del delitto Matteotti chiese a Mussolini “l’onore” di entrare nel partito fascista. In effetti fu un fascista molto atipico che omaggiò il regime molto meno di tanti altri che poi si rifecero una sorta di verginità antifascista,se non addirittura resistenziale. Spiace ricordarlo, Ungaretti,sommo poeta,su fascistissimo. Per i 150 anni anche in Piemonte si sono svolte e si svolgeranno molte manifestazioni che meriterebbero di essere citate.“Il Torinese” ne ha già scritto e ne scriverà. Nel 1901 Pirandello trascorse un periodo di vacanza a Coazze ospite della sorella e rimase entusiasta di quei luoghi.Ne scrisse in un quadernetto dedicato a Coazze che nel 2001 ha dedicato sontuosi festeggiamenti al centenario della vacanza di Pirandello il quale rimase colpito da una scritta a caratteri cubitali sul campanile della chiesa : “Ciascuno a suo modo”. Un’orribile scritta di fine ‘800 che però trasmette un messaggio rispettoso di tutti,direi quasi un messaggio laico-liberale. Quasi un ossimoro, se pensiamo il luogo dove venne scritto.Ma quella scritta sottintende anche una sorta relativismo ante litteram insito nello stesso Pirandello che riteneva la verità impossibile da trovare:Uno,nessuno centomila,per dirla con un suo titolo di successo.Lo stesso drammaturgo parlerà di “tante maschere e pochi volti”.Sta di fatto che quella frase sul campanile di Coazze divenne a sua volta il titolo di un suo dramma.Un vecchio giavenese mi raccontava che era stato il parroco a far scrivere sul campanile il titolo del dramma pirandelliano come omaggio all’illustre ospite,ma non era la verità,anzi la sovvertiva. Il racconto spiega però il culto che Pirandello continua ad avere in tutta la Val Sangone per appena due mesi di vacanza nel 1901.
operaie, borghesia e “aristocrazia” imprenditoriale e un dialogo inter-religioso che coinvolgeva i sacerdoti insieme a laici, agnostici e spiriti di ogni credenza e convinzione con la stessa sensibilità – un “senso della dignità” che oggi sembra svanito, evaporato e disperso, come “andato in fumo” perché, appunto, bruciato insieme a una pioggia torrenziale di soldi spesi in grandi, colossali opere e “macchine” culturali… Eppure, come nella “Milano da bere” degli anni ’90, quando invece che frequentare i circoli intellettuali del centro-città stavo in periferia e mi davo da fare con chi non si preoccupava degli affari di “mani pulite” perché soldi da “maneggiare” non ne aveva, non li aveva mai avuti e non li avrebbe mai ricevuti, anche in questi anni a Torino e in Piemonte ho incontrato persone che agiscono con competenza, che hanno fatto esperienze edificanti in una gavetta di cui i giornalisti parlano poco perché una sostanza che non fa clamore e “cassetta”! Sotto le ceneri dei trionfanti fuochi artificiali esplosi con dispendio di soldi “bruciati” dagli ingordi covano le scintille – sempre accese! – di chi ha fame perché non mangia e sa bene che con il fumo degli arrosti altrui non ci si riempie la pancia… Non disperi e continui, per favore, a dire la verità sui “re nudi” e le loro “corti dei miracoli”.

intere generazioni conoscenza della storia del Paese e dei valori della Resistenza e della Costituzione “. Per questo, scrivono “non possiamo tacere la nostra preoccupazione di fronte al rischio che l’attività del Museo della Resistenza venga compromessa dalla insufficienza di risorse e dal venir meno dell’indispensabile sostegno delle istituzioni”. Ed è a queste ultime che si rivolgono affinché assicurino, come è avvenuto fino ad oggi, “il sostegno e le risorse necessarie alla continuità operativa del Museo e delle sue attività”. Ma l’appello è rivolto anche ai cittadini, all’intera società torinese e ai suoi tanti mondi perché “con generosità vogliano contribuire, aderendo alla sottoscrizione di fondi che, come firmatari di questo appello, sentiamo la responsabilità di
promuovere e di sostenere noi per primi”. Il Museo Diffuso della Resistenza, della deportazione, della guerra, dei diritti e della libertà , è stato inaugurato 14 ani fa – il 30 maggio 2003 – presso il settecentesco palazzo juvarriano dei “Quartieri Militari“, in corso Valdocco a Torino. Nel tempo, il museo ha valorizzato i luoghi della memoria, offrendo al pubblico l’opportunità di cogliere lo stretto rapporto fra storia e territorio, ha promosso un’intensa attività culturale ed educativa, comunicando ai giovani il senso e il valore di un momento fondante della nostra storia. Per chi volesse aderire, i contributi potranno essere versati con bonifico bancario intestato a: Associazione Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà, Banca Prossima – IBAN IT80 Q033 5901 6001 0000 0019 375, oppure direttamente dalla pagina web:
Nuovi materiali e biotecnologie, architettura, design, riprogettazione e sviluppo urbano: sono questi i temi su cui si focalizzerà la collaborazione tra Politecnico di Torino e Kyoto Institute of Technology – KIT (Kyoto, Giappone), grazie a un memorandum of understanding siglato oggi a Torino dal Rettore Marco Gilli e dal Presidente KIT Masao Furuyama