ilTorinese

Mirabilia On the Road è un festival nomade

Mirabilia On the Road è un festival teatrale radicato nel territorio ma al tempo stesso nomade: un viaggio in 9 tappe fra inizio luglio e fine settembre che attraversa città, vallate, borghi, musei, paesaggi naturali e luoghi del patrimonio, costruendo ogni volta un dialogo diverso con le comunità.

Leggi l’articolo su piemonteitalia.eu: https://www.piemonteitalia.eu/it/eventi/dettaglio/mirabilia-road-festival-teatrale

Phubbing, stare al cellulare può essere antisocial

Di recente creazione, il termine inglese phubbing è la fusione tra phone (cellulare) e snubbing (snobbare).

Nella sostanza, invece, questo neologismo corrisponde alla poco gradevole attività, e in alcuni casi anche nociva, che molti compiono stando ininterrottamente al cellulare, ignorando gli altri in loro compagnia e sminuendo di fatto il valore delle relazioni concrete e tangibili.

Non si tratta di guardare ogni tanto il telefono o di rispondere alle chiamate di lavoro, ma di una attenzione permanente nei confronti dello strumento più usato del secolo che promette una vita social in costante aggiornamento, ma che spesso ci fa trascurare le persone vicine che con noi condividono spazi e tempo; con questa condotta si attua una vera e propria mancanza di considerazione nei confronti di coloro che ci vorrebbero vivere, ascoltare e parlare ed è molto probabile che si perda il contatto col mondo reale.

Al bar con un amico, a casa con i figli o anche durante un incontro di lavoro a chi non è capitato di stare con persone che dovrebbero rivolgerci l’attenzione ma che invece fissano ipnotizzati il cellulare, consultano i vari profili social, controllano ossessivamente le email o fanno shopping online? E’ molto frustrante essere in competizione con un mini aggeggio che ha il potere di annullare una conversazione, lo scambio tra individui e persino una sana discussione, ma purtroppo questa abitudine disfunzionale è sempre più frequente. Io per conto mio se capisco che la situazione sta prendendo una piega non tollerabile comincio con l’emettere piccoli sospiri, proseguo con manifestare facce seccate e, infine, con una scusa mi congedo sperando che il messaggio “ci sono anche io” arrivi diretto.

Questo non saper fare a meno di attenzionare il cellulare di continuo è a tutti gli effetti una dipendenza causata dall’ansia di essere tagliati fuori dalle notizie, dagli aggiornamenti e in generale dal circuito di internet e dei social network; si tratta di una vera e propria paura, la Fomo, in inglese “fear of missing out”. Ci sono anche altre cause per cui si ignora il mondo circostante dedicandosi quasi esclusivamente allo smartphone, per esempio la noia e, in alcuni casi più gravi, alcuni tratti della personalità che rimandano al neuroticismo che provoca instabilità emotiva e disadattamento.

“La buona notizia è che l’intelligenza sociale si può imparare, attraverso l’esperienza, l’ascolto attivo o una riflessione sugli errori compiuti o osservati negli altri”. E’ importante, facendo un passo per volta, riabilitare quella fondamentale capacità che ci rimette in sintonia con gli altri, quella attitudine sociale che ci fa connettere realmente con gli altri ponendoci in modalità di ascolto e di empatia. Un telefono per quanto smart sia non può sostituire le persone, la rete con tutti i suoi ammalianti contenuti è un luogo fittizio e limitante. Senza voler togliere i meriti a sistemi che hanno rivoluzionato la nostra vita in maniera decisamente positiva facilitando molte delle nostre attività, nulla può prendere il posto delle conversazioni in presenza, niente può sostituire lo stare insieme condividendo sensazioni, emozioni ma anche

gli scenari e l’ ambiente circostante. Qualsiasi macchina per quanto potente non può sostituire l’essere umano.

MARIA LA BARBERA

 

Fonte: Focus

No Tav: la polizia sequestra botti, molotov e maschere antigas

A seguito della manifestazione svoltasi nel pomeriggio di sabato presso i cantieri TAV di San Didero, Chiomonte, Salbertrand e Traduerivi di Susa, la polizia di Stato ha identificato 436 persone, parte delle quali provenienti da altri paesi europei quali Francia, Germania e Belgio, le cui posizioni sono al vaglio sia dal punto di vista amministrativo che penale.

Le attività contestuali e successive alla manifestazione hanno consentito il sequestro di svariato materiale pirotecnico ed esplosivo, maschere antigas, ordigni artigianali e diverso materiale idoneo atto al travisamento. In particolare, diverse bottiglie incendiare.

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Nel corso dei servizi preventivi, con l’ausilio anche delle articolazioni di specialità della Polizia di Stato, erano stati sequestrati materiali della stessa natura ed erano state identificate di circa 1800 persone, con l’emissione di numerosi provvedimenti di vario tipo, tra i quali l’allontanamento dal Territorio Nazionale di alcuni cittadini francesi. Tra gli altri, sono stati emessi 16 fogli di via obbligatori, 9 D.A.C.Ur., e due fermi preventivi. Tre cittadini, inoltre, francesi sono stati respinti alla frontiera.

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Badaluk, burnia, ramassin: incursioni saracene nel dialetto piemontese

Damaschin, burnia, badaluk, faudal… sono tante le parole piemontesi di origine araba, alcune delle quali si usano ancora oggi in varie parti del Piemonte.

In effetti, i contatti tra le due lingue risalgono a oltre 1200 anni fa quando i saraceni si insediarono per almeno un secolo tra torinese e cuneese.
Nel IX secolo i mori provenienti dal nord Africa sbarcarono in Spagna e raggiunsero le coste francesi, la Provenza e infine le montagne piemontesi su cui innalzarono torri di avvistamento e bastioni per difendersi, molti dei quali erano già esistenti e furono in seguito fortificati dagli arabi. Quante volte in montagna troviamo un’insegna turistica con la scritta “torre saracena” che in realtà non è proprio “saracena” ma preesistente all’arrivo degli arabi. E allora, aspettando i dolcissimi ramassin o dalmassin, le susine forse più buone e gustose, chiamate anche “damaschin” per evocare una millenaria origine siriana, passiamo brevemente in rassegna alcune parole arabe che sono penetrate con forza nel dialetto piemontese. Altri nomi di provenienza araba sono “cossa” (zucca) che deriva dalla parola araba “kusa” (zucchina), “badaluk”(sciocco) dall’arabo “mamaluk”, cioè i Mamelucchi, i soldati-schiavi dei sultani, “fàudal” (grembiule) dall’arabo “fodhal” (grembo), “burnia” (contenitore di vetro) dall’arabo “buri” e così via. Ma torniamo ai ramassin o “damaschin” o ancora “dalmassin” perché anche sulla frutta e in particolare sulla susina o prugna che sia, da oltre un millennio saraceni e crociati sono ai ferri corti, tanto per cambiare. É arrivata dalla Siria, da Damasco, grazie ai saraceni o stati i crociati a introdurla in Piemonte tra una crociata e l’altra in Terra Santa? Il dubbio permane. Comunque sia, la coltura veniva chiamata già allora “damaschin”, termine che risuona ancora oggi in alcune vallate del cuneese. Sembra infatti che il suo nome sia derivato dalla variante di “dalmassin” coltivato nella zona di Mondovì. Da Damasco la susina sarebbe stata importata in Piemonte dai crociati nel XII secolo mentre secondo altre fonti, più attendibili, furono i saraceni a portarla nelle nostre valli durante le scorrerie medioevali tra il IX e il X secolo. Da Bagnasco a Garessio, da Sampeyre a Mondovì sono infatti ancora molte le rievocazioni storiche che narrano l’epoca dei mori nella nostra regione. Il ramassin arrivò prima nelle campagne del saluzzese e del monregalese e poi in Val di Susa, Valli di Lanzo e nel chierese. Altrove il frutto è quasi sconosciuto e il suo nome evoca subito la dolcezza delle marmellate e delle crostate che lo vedono assoluto protagonista, una bontà tutta siro-piemontese.            Filippo Re

No Tav, la conta dei danni: un milione di euro per cominciare

Gli scontri presso i cantieri della Torino Lione hanno provocato circa 150 feriti tra le forze di polizia. Intanto proseguono le indagini: finora sono state identificate 436 persone tra gli incappucciati che hanno preso parte ai disordini, alcune delle quali provenienti da Francia, Germania e Belgio. Le loro posizioni sono ora al vaglio degli investigatori, sotto il profilo amministrativo e penale.

Nel frattempo è iniziata anche la conta dei danni provocati ai cantieri. Secondo Telt, la società binazionale che realizza l’opera, una prima stima riferita al solo cantiere di Chiomonte quantifica i danni in circa un milione di euro. Restano ancora da definire i tempi necessari per la rimozione dei detriti e per il ripristino degli spazi di lavoro e dei servizi all’interno della galleria.

Nel corso delle operazioni sono stati inoltre sequestrati numerosi materiali, tra cui dispositivi pirotecnici ed esplosivi, bombe molotov, maschere antigas, ordigni artigianali, caschi e passamontagna.

Il questore di Torino, Massimo Gambino promette massima fermezza.

Per le vacanze i piemontesi scelgono l’Europa

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Per l’estate, i piemontesi si orientano verso un ampioventaglio di destinazioni e tipologie di viaggio. A delineare le preferenze è un’analisi di Fiavet Piemonte, che fotografa le principali tendenze delle vacanze estive dei residenti della regione.

L’Europa continua a rappresentare la meta prediletta, con una particolare attenzione rivolta alle grandicittà. Tra le destinazioni in crescita spicca Cracovia, favorita dall’attivazione del collegamento aereo diretto con l’aeroporto di Torino. Restano inoltre molto richieste Grecia, Croazia e Albania, mentre tra le mete africane prevalgono l’Egitto, le localitàdel Mar Rosso, il Kenya e la Tanzania. Mantengono un buon livello di interesse anche i viaggi verso il Centro e il Sud America, scelti soprattutto da chi cerca itinerari più articolati e ricchi di esperienze.

Dall’analisi emerge anche una rinnovata preferenza per i viaggi organizzati, considerati una soluzione capace di offrire maggiore assistenza, sicurezza e tutela in uno scenario internazionale caratterizzato da diverse incertezze. Continuano a riscuotere successo anche le crociere all-inclusive nel Mediterraneo, mentre la permanenza media delle vacanze estive si conferma intorno a una settimana.

AI, Master PoliTo per la classe dirigente internazionale del futuro

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Le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale stanno trasformando il modo in cui imprese e pubbliche amministrazioni creano valore e competono, incidendo anche sulla capacità di perseguire obiettivi di sostenibilità e ottimizzazione delle risorse energetiche. La trasformazione digitale è soprattutto una questione di capacità organizzativa e manageriale, in cui competenze, governance e processi decisionali determinano la reale capacità di adottare e scalare l’IA. Sul piano infrastrutturale, l’Italia ha colmato parte del divario, con una copertura in fibra ottica FTTH superiore al 70%, in linea con la media UE. Tuttavia, questo progresso non si riflette ancora in un adeguato livello di maturità digitale: nelle imprese con meno di 50 addetti, solo il 14% ha adottato soluzioni basate su intelligenza artificiale1.

Il limite principale risiede nel capitale umano. Circa il 60% dei lavoratori italiani intervistati in una ricerca del Politecnico di Torino per Anitec-Assinform non ha competenze digitali adeguate per affrontare le attività quotidiane e professionali, né riesce a svolgerle con rapidità. Questo deficit di competenze rappresenta oggi il principale fattore di freno alla diffusione dell’intelligenza artificiale, più ancora della disponibilità delle tecnologie.

La sfida del post-PNRR si sposta quindi con decisione dal potenziamento delle infrastrutture alla costruzione di competenze, modelli di governance e capacità organizzative in grado di abilitare un’adozione efficace dell’innovazione. In questo contesto, la Scuola di Master e Formazione Permanente del Politecnico di Torino, in collaborazione con l’ITCILO (International Training Centre dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite), promuove la quinta edizione del Master in Technology and Public Policy – Achieving Social Impact, con l’obiettivo di formare decisori pubblici e privati capaci di comprendere l’impatto delle tecnologie, dall’intelligenza artificiale all’osservazione satellitare, dalle tecnologie digitali a quelle energetiche al quantum computing, nel processo di produzione delle politiche pubbliche. Il percorso fornisce infatti le competenze necessarie per utilizzare l’innovazione tecnologica come leva per migliorare la qualità delle politiche e dei servizi offerti, rendere più efficiente la gestione delle risorse e sviluppare risposte più efficaci alle sfide economiche, sociali e ambientali.

“La trasformazione in atto richiede un cambio di paradigma nella formazione della classe dirigente pubblica e privata. Per governare efficacemente società e processi decisionali complessi oggi non è più sufficiente una preparazione esclusivamente giuridica, economica o amministrativa: è necessario integrare competenze avanzate sulle tecnologie e in particolare sull’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di saperle impiegare in modo competente quando si prendono decisioni, e quindi nella progettazione e nell’implementazione delle politiche pubbliche”, commenta Stefano Sacchi, Vice Rettore del Politecnico di Torino, Professore di Scienza Politica, ideatore e Direttore scientifico del Master. “Al cuore del programma si situa la capacità di comprendere il rapporto tra innovazione tecnologica e regolazione, di valutare gli effetti economici, sociali, giuridici e istituzionali delle nuove tecnologie e di progettare interventi pubblici basati su evidenze. ll Master in Technology and Public Policy nasce proprio con questo obiettivo. È un percorso che ha anticipato in modo pionieristico una direzione oggi condivisa anche da alcune fra le più importanti università internazionali, ma che trova in questa iniziativa, giunta alla quinta edizione, la sua espressione più strutturata”.

Tecnologia come strumento per favorire l’impatto sociale, il piano di studi del Master – Il Master si fonda sull’idea che la tecnologia rappresenti uno strumento abilitante per l’impatto sociale e per il miglioramento delle politiche pubbliche. Il piano formativo integra competenze tecnologiche e di policy design, con vari moduli dedicati tra gli altri temi a intelligenza artificiale, tecnologie digitali e fisiche per l’inclusione, sostenibilità e governance pubblica, affiancati da attività laboratoriali, case study e il project work finale applicati a contesti reali. L’approccio didattico è fortemente interdisciplinare e combina formazione online, fase residenziale e lavoro progettuale finale, con l’obiettivo di sviluppare competenze operative immediatamente spendibili nei contesti istituzionali e organizzativi. Per questo sono particolarmente importanti i contenuti relativi alla valutazione rigorosa degli effetti e degli impatti delle politiche e degli interventi pubblici.

Il programma accoglie professionisti provenienti da tutto il mondo che operano ai più alti livelli della pubblica amministrazione, delle organizzazioni internazionali e dei governi nazionali. Le precedenti edizioni hanno visto la partecipazione di consiglieri ministeriali, advisor strategici per governi e istituzioni internazionali, dirigenti di sindacati e associazioni degli imprenditori nazionali e internazionali, responsabili delle politiche per lo sviluppo economico di livelli di governo nazionali e sovranazionali, di servizi statistici nazionali e di dipartimenti per la regolazione e la competitività di governi e imprese, confermando la vocazione internazionale del percorso e il suo posizionamento come programma di alta formazione per i decision maker pubblici.

Il Master apre a sbocchi professionali nei settori della governance pubblica, delle organizzazioni internazionali, della consulenza strategica e delle istituzioni impegnate nei processi di trasformazione digitale e innovazione delle politiche pubbliche, così come nei dipartimenti di regolazione e governance di imprese transnazionali.

Dalla sostenibilità alle sfide sociali, le competenze della nuova classe dirigente – I trend globali mostrano come l’avanzamento tecnologico, la digitalizzazione e l’evoluzione dell’intelligenza artificiale stiano ridefinendo i modelli di sviluppo, generando scenari sempre più complessi per sistemi economici e istituzionali. In questo contesto, i processi decisionali pubblici sono chiamati a evolvere per garantire risposte efficaci e tempestive alle nuove sfide economiche, sociali e ambientali.

Su queste direttrici si sviluppa il Master, che propone un percorso formativo orientato alla costruzione di competenze avanzate per la nuova classe dirigente pubblica. Il programma integra innovazione tecnologica, trasformazione digitale e intelligenza artificiale con la progettazione e l’attuazione di politiche pubbliche in contesti di cambiamento, dedicando particolare attenzione al ruolo della tecnologia nella transizione verso modelli di sviluppo più sostenibili. Il piano di studi approfondisce infatti temi come la transizione energetica, l’economia circolare, le città sostenibili, le politiche climatiche e l’innovazione per l’inclusione sociale, affiancandoli agli strumenti per la valutazione delle politiche pubbliche, all’analisi degli impatti, alle transizioni socio-tecniche e all’economia dell’innovazione e del lavoro, con l’obiettivo di fornire competenze integrate e immediatamente applicabili nei contesti decisionali.

Dall’Economia circolare al Quantum tech: i progetti dei partecipanti al master – Project Work rappresentano uno degli elementi centrali del Master e il principale momento di applicazione delle competenze acquisite. I partecipanti sono chiamati a sviluppare interventi concreti di politica pubblica su sfide economiche, sociali e ambientali, con l’obiettivo di elaborare soluzioni operative e verificabili a livello nazionale o internazionale e potenzialmente applicabili nei contesti istituzionali identificati.

Dalla transizione energetica alle tecnologie quantistiche, i lavori realizzati nelle precedenti edizioni testimoniano l’approccio concreto del Master. Tra questi, un progetto dedicato alla riconversione dell’area di Bełchatów (Polonia), focalizzato sul rapporto tra economia circolaredata center e nuove infrastrutture nucleari, e uno dedicato al quantum computing, che propone un modello per rafforzare le partnership internazionali in materia di ricerca, competenze e sviluppo tecnologico. Altri hanno affrontato la digitalizzazione della fiscalità immobiliare in Senegal, utilizzando intelligenza artificiale e dati satellitari per migliorare il censimento degli immobili e l’efficienza della riscossione tributaria; la progettazione di un framework regolatorio per la connettività satellitare nelle comunità indigene di Panama, con l’obiettivo di favorire l’accesso a istruzione, telemedicina e turismo sostenibile; e lo sviluppo di un sistema digitale di protezione sociale per i lavoratori informali, basato su identità biometrica e piattaforme integrate per garantire la portabilità dei benefici e un accesso più semplice ai servizi pubblici. I Project Work funzionano come un vero laboratorio di policy design applicato: sono seguiti da tutor dedicati e permettono di trasformare le conoscenze teoriche in soluzioni operative, con un impatto diretto sui processi di governance pubblica e innovazione.

Le iscrizioni al Master in Technology and Public Policy sono aperte fino alle ore 14.00 del 18 settembre 2026. Maggiori informazioni su requisiti di iscrizione, modalità del bando e scadenze sono disponibili sul sito ufficiale del Politecnico di Torino.

Un ricordo di Mary de Rachewiltz

Di Paolo Pera

Mary de Rachewiltz, figlia naturale del poeta americano che molto criticò i suoi States, nacque a Bressanone (BZ) nel 1925 da Ezra Pound e Olga Rudge: l’amata di Pound, ma non sua moglie.

Data in affidamento a una coppia di contadini tirolesi, Mary crebbe come “pastora” (usava definirsi nelle sue poesie), pur con continue visite dei genitori e scambi di lettere col padre; in particolare, quest’ultimo la incoraggiò anche a diventare una donna di lettere, tanto da mandarle spesso “compiti a casa”: da letture imprescindibili a inviti a tradurre in italiano l’opera che stava compendo, i Cantos. Quel che nacque come un gioco a distanza tra padre e figlia, restò in Mary come una missione vera e propria, sino al suo culmine: il Meridiano Mondadori del 1985, che traduceva interamente il poema paterno.

La Mary poetessa, ha lasciato piccole scintille di una vita in sei librini in versi che, con Massimo Bacigalupo, chi scrive ha raccolto in Processo in verso (Bertoni Editore, 2024). Uscito, in occasione dei suoi 99 anni.

Mentre, a mia cura, è edita la monografia Tenere è la vestale (Bertoni, 2025), nella quale studiosi noti e meno noti hanno indagato l’opera in versi della Poetessa per restituirle la sua dimensione di autrice indipendente all’importante presenza di Pound. È seguito, In quel ‘tu’ di luce (ivi, 2026) dove il lavoro sulle poesie di Mary l’ha vista tradotta in lingue europee, extraeuropee e dialettali. Il motivo che ha condotto a una simile operazione verso lo swahili, il thai, l’yiddish, il coreano, l’abruzzese, il napoletano, il milanese, il tabarchino (vernacolo genovese proprio dell’Isola di San Pietro, in Sardegna) etc. fu la natura sia di figlia biologica di genitori cosmopoliti e che di figlia presa in affido da genitori di cultura rurale. Mary infatti, pur avendo sempre tenuto legami con gli USA e possedendo un’educazione raffinata e internazionale, mai rinunciò alla sua identità di cultrice di tradizioni e folklore locale, né mai si assentò da un po’ di sano lavoro nelle vigne come nei meleti del suo Alto Adige. Questo pure fu un principio tutto poundiano: rapportarsi alla terra come alle lettere. Mary ha saputo fondere queste due identità affatto contraddittorie ed è anche di questo che tratta la sua poetica.

Chi scrive ha avuto la fortuna di conoscerla sin dal 2018, ma solo grazie ai lavori condotti negli ultimi due anni, la Famiglia de Rachewiltz mi ha pian piano fatto sentire “di famiglia”. E questo anzitutto grazie alla bontà della figlia di Mary, Patrizia, anch’essa poetessa, che nelle monografie dedicate a Mary collaborò attivamente insieme a poeti quali Giuseppe Conte, Davide Rondoni, Alessandro Rivali e studiosi del calibro di Valter Boggione, Paolo Lagazzi, Luca Gallesi, Roberto Galaverni et al.

Mary possedeva una simpatia rara e ancora nei suoi cento e poi centouno anni sapeva donare battute leggere e molto godibili quali: “Ho cento anni, bene. Ricordatevelo: potrebbe capitare anche a voi”. Oppure, mi piace offrire questo nostro piccolo e terminale scambio: “Stanno andando bene le vendite dei due volumi?”, e io “Sai, poesia e saggistica non è che vendono molto in Italia; ma direi che un piccolo interesse ci sia” e lei: “Pazienza, vorrà dire che non ci daranno il Nobel”.

Mary, insomma, è stata per me una figura quasi iniziatica: conoscerla fu quasi un momento di “autorizzazione” alla poesia. Per questo, ebbi forte la necessità di occuparmi della sua opera e di diffonderla, sin dalla collaborazione con Bacigalupo.

Ora che Mary ci ha lasciato, mi consola sapere che le sue poesie siano nuovamente di interesse e che questo nel profondo la lusingava; anche perché, per eccesso di modestia, lei si considerava anzitutto traduttrice e solo poi poetessa. I suoi versi, però, vanno letti; e cui voglio rimarcare il mio invito.

I funerali di Mary si terranno a Tirolo la prossima settimana e a Tirolo, dove visse col marito Boris e dove crebbe i figli Siegfried e Patrizia, verrà inumata. Patrizia mi faceva anche sapere che una ciocca dei suoi capelli, un tempo biondi, raggiungerà la sepoltura dei genitori sull’Isola di San Michele, a Venezia.

Concludo volendo ricordare qui di seguito una delle sue prime poesie. Credo, salutandovi, che Mary sia stata esaudita.

Preghiera

O Signore fa che quando e se verrà

sia benigna,

e il mondo che si chiude a chi ha visto

sia benigno!

Inesorabile in me rifiorirà

per aver visto.

Non m’importerà d’aver gli occhi spenti

il sorriso ebete e i piedi incerti,

ma il tormento dell’ira risparmiami.

Da Mary de Rachewiltz, Processo in verso. Tutte le poesie italiane, a cura di Massimo Bacigalupo, con la collaborazione di Paolo Pera, Perugia, Bertoni Editore, 2024, p. 26, ISBN 9788855357722: https://www.bertonieditore.com/shop/it/libri/1289-processo-in-verso.html

A proposito della Repubblica ellenica (Ελληνική Δημοκρατία)

Risale a una decina di anni la pesantissima sanzione inflitta da Bruxelles ad opera dell’allora cancelliera tedesca Merkel.

Ricordiamo tutti una potente levata di scudi contro questo fatto. Giravano per il continente immagini di una Donna Merkel vestita da SS, forche per i poveri greci giustiziati da nordici protestanti, razzisti e intolleranti verso i simpatici popoli del sud Europa.

E’ passato tanto tempo e l’Ellade si è ripresa piuttosto bene, dopo aver passato anni difficili di generale impoverimento a causa delle sanzioni imposte.

Per carità, simpatici i greci lo sono sempre stati, anche per un loro insostituibile passato culturale, al quale Europa e intero pianeta sempre saranno debitori.

La mannaia di Bruxelles non cadde però casualmente per un razzismo anti mediterraneo.

Torniamo indietro nel tempo. La verità è che il sig. PAPANDREAU, leader incontrastato del partito socializzante Pasok, gestì per tanti anni un Paese povero, senza materie prime, né industrie manufatturiere, come un’impresa di famiglia, non facendo pagare le tasse ai pochi ricconi nazionali e distribuendo a pioggia – per garantirsi il potere alle elezioni – alcuni ‘benefit’ ai dipendenti pubblici (chiaramente sovra-numerari rispetto alle esigenze dello Stato) e in generale alla popolazione.

Gli Stati devono vivere e i tributi dei cittadini sono dovunque fondamentali, ma in quella terra di Bengodi gli armatori di potentissime flotte private (un caso è la famiglia Onassis) … non pagavano le tasse!

Eppure le navi erano e restano la prima e migliore industria veramente potente del Paese. La flotta di proprietà ellenica controlla il 22% del tonnellaggio marittimo mondiale.

Come permetteva il Pasok tutto ciò? Con questo sistema levantino, le aziende ingigantivano la loro ricchezza, distribuendone enormi dividendi alla casta politica stra-corrotta nelle solite banche off-shore.

La bomba esplose quando ci si accorse che la Grecia faceva pagare il suo enorme debito pubblico all’Europa, falsificando i bilanci statali e dragandone somme immense. Nell’ottobre 2009 si scoprì che il deficit pubblico era del 12,7%, rispetto al PIL, il doppio di quanto dichiarato dal precedente governo greco.

Il Pasok utilizzò a lungo fondi strutturali e di coesione europei per alimentare un colossale sistema di clientelismo politico e corruzione interna, truccando i bilanci dello Stato. Si nascondevano i miliardi di debito nazionale facendoli apparire come transazioni valutarie e permettendo ad Atene di continuare a ricevere prestiti favorevoli. Il tutto era rinforzato da voti di scambio, una macchina statale esorbitante, tangenti ‘no-limits’ e appalti pubblici concessi esclusivamente a oligarchi e aziende compiacenti, in cambio di sostegno politico.

Ma la gente, i giornali, l’opinione pubblica, conoscevano questi maneggi?

Nei fatti, il grosso furto politico allo Stato era stra-conosciuto; il dissennato accordo fra uno Stato che tanto rubava ma che un poco ne restituiva/distribuiva era sotto gli occhi di tutti. Generalizzando, si può dire che sotto Papandreu nessuno fu veramente innocente.

Le follie criminali del Pasok non furono perciò a carico del suo Paese ma dell’intero nostro continente.

Si arrivò quindi a una severa sentenza: Atene doveva restituire il maltolto fino all’ultima dracma… e così fu.

Dopo la creazione della famosa Troika (FMI, BCE e Commissione Europea) furono imposti drastici tagli alle pensioni, una riduzione dei salari pubblici e si attivarono privatizzazioni di massa. L’intera nazione cadde in una disperante povertà per anni, anche se – anche grazie a nuovi politici – lentamente riuscì poi a uscirne fuori.

Avessero occupato in quegli anni certe cariche un Draghi o una Christine Lagarde, avrebbero probabilmente avuto la stessa fermezza che ebbe la cancelliera tedesca, titolare della maggioranza dei fondi di salvataggio dati alla Grecia (e principalmente sulle spalle della più potente nazione europea).

I governi, come gli individui, hanno un portafoglio in mano, con precise responsabilità nei confronti dei loro elettorati. DEVONO QUINDI ESSERE politicamente ADULTI e considerare cosa giusto fare o meno. Questa deresponsabilizzazione toccò un’intera nazione che a lungo sperò che – spesso capitato nella storia – nessuno si sarebbe accorto del raggiro.

E noi?

Chiaramente non può mancare un paragone con la NOSTRA allegra politica, ancora recentemente criticata dai cosiddetti Paesi Frugali (detentori di noiosissime ma corrette gestioni delle loro spese pubbliche) anche se non è più paragonabile a quella di 10/15 anni fa.

Se il nostro debito pubblico è stratosferico non è causa di una strega cattiva ma di una deresponsabilizzazione non troppo distante da quella greca, anche se il nostro dramma economico è pagato interamente dall’Italia.

I paragoni non sono però azzardati, e la nostra classe politica al tempo non poteva ergersi a moralista con nessuno.

Una enorme differenza fra Roma e Atene però c’era e ancora sussiste.

La nostra Italietta corrotta, mafiosa, malavitosa, nel ‘pubblico’ accusata di colpevoli inefficienze, era ed è ancora la prima nazione esportatrice di beni industriali verso la Germania ed è ben superiore a Francia e Gran Bretagna.

Mentre il piccolo Stato nel mare Egeo (10 mio di abitanti) non era di utilità per nessuno, l’Italia partecipava all’allora felice macchina da guerra industriale dell’intero continente.

La Grecia era sacrificabile, l’Italia no!

Il Pubblico era certo criticabile, ma il privato non era disonorevole, allora come ora.

Come il filosofo Bobbio disse scandalizzando tutti: “il vero problema del meridione d’Italia sta principalmente nei meridionali” … si può modificare il suo dire, affermando che in quegli anni il vero problema greco fu principalmente nei greci, non nei cattivi tedeschi, non della UE.

Da come NON si sente più parlare di debito greco, si direbbe che la lezione sia stata appresa. Atene ha ancora un’evasione fiscale stimata attorno al 20/25% ma ormai un niente rispetto al passato. 

Ferruccio Capra Quarelli

Arco: bronzo fantastico di Matteo Reusa

L’azzurro sale sul terzo gradino del podio nel Boulder U19. È la seconda medaglia italiana dopo l’argento conquistato da Andrea Ludovico Chelleris nella Lead U19.

Si conclude nel migliore dei modi l’edizione 2026 dei Campionati Mondiali Giovanili di arrampicata sportiva, ospitati al Climbing Stadium di Arco, in provincia di Trento, e organizzati dalla Federazione Arrampicata Sportiva Italiana, in collaborazione con World Climbing, la Federazione internazionale di arrampicata sportiva.

Nell’ultima giornata di competizioni è arrivata una splendida medaglia di bronzo per la squadra italiana grazie a Matteo Reusa, salito sul terzo gradino del podio nella finale Boulder Under 19.

Davanti a circa 1.500 spettatori, il Campione Italiano Boulder Senior e Giovanile ha affrontato con grinta, tecnica e grande determinazione i quattro blocchi decisivi, riuscendo a conquistare una meritatissima medaglia mondiale e a regalare al pubblico di casa un’ultima, straordinaria emozione.

UN PERCORSO IN CRESCENDO FINO AL PODIO

Reusa aveva superato la lunga fase di qualificazione con tre top, due dei quali realizzati al primo tentativo, e due zone, ottenendo il pass per la semifinale.

Nel turno successivo, estremamente selettivo, l’azzurro aveva incontrato alcune difficoltà sui primi due blocchi, senza però smettere di credere nella qualificazione. Dopo aver conquistato la zona sul terzo problema, aveva trovato uno splendido top sull’ultimo blocco, facendo esplodere il pubblico del Climbing Stadium.

Con il sesto posto in semifinale, Matteo si era così assicurato uno degli otto pass disponibili per la finale mondiale.

Un pizzico di rammarico invece per Giovanni Bagnoli, che ha accarezzato il sogno della finale fino all’ultimo, chiudendo al 9° posto. Una prestazione di grande spessore, affrontata con cuore, coraggio e determinazione, che gli è valsa comunque un prestigioso piazzamento nella top 10 mondiale e conferma il suo valore a livello internazionale.

DOPPIETTA COREANA, REUSA TERZO

Nell’ultimo atto della competizione Matteo ha mantenuto concentrazione e lucidità, dopo un primo blocco rimasto irrisolto, ha flashato il secondo e risolto con abilità gli ultimi due, fra le ovazioni del pubblico. Mettendo in parete tutto il proprio bagaglio tecnico ha conquistato un fantastico bronzo mondiale nel Boulder U19.

Il titolo di Campione del Mondo Giovanile è stato conquistato dal coreano Beomjin Park, seguito dal connazionale Chanjin Jung, medaglia d’argento.

Matteo Reusa ha completato il podio, riportando l’Italia tra le prime tre nazioni al mondo nell’ultima gara del programma iridato.

Il suo bronzo rappresenta la seconda medaglia conquistata dalla squadra azzurra in questa edizione dei Campionati Mondiali Giovanili, dopo lo splendido argento ottenuto da Andrea Ludovico Chelleris nella Lead Under 19.

UN FINALE PERFETTO PER ARCO 2026

La medaglia di Matteo Reusa corona un’edizione da record dei Campionati Mondiali Giovanili, che per otto giornate ha portato ad Arco i migliori giovani interpreti internazionali di Lead, Speed e Boulder.

Atleti, tecnici e delegazioni provenienti da tutto il mondo hanno animato il Centro Tecnico Federale e il Climbing Stadium, dando vita a un evento di altissimo livello sportivo e organizzativo.

Il bronzo conquistato nell’ultima finale rappresenta il modo migliore per chiudere una manifestazione che ha regalato spettacolo, partecipazione ed emozioni, confermando ancora una volta Arco come uno dei luoghi simbolo dell’arrampicata sportiva mondiale.