La Settimana nazionale della protezione civile, che ogni anno richiama enti e cittadini a una riflessione condivisa sul valore della prevenzione, è stata l’occasione per riunire, il 9 ottobre nell’Auditorium della Città metropolitana di Torino, istituzioni e amministratori locali intorno a un tema cruciale: la pianificazione come strumento cardine per affrontare le emergenze in modo coordinato ed efficace.
L’incontro, organizzato dalla Prefettura di Torino, ha coinvolto i sindaci del territorio metropolitano in un confronto aperto sulle criticità e sugli strumenti operativi che consentono di rendere più solido il sistema di protezione civile. «La protezione civile è un sistema – ha ricordato il prefetto Donato Cafagna – perché solo lavorando insieme si può essere, in emergenza, efficienti e immediati. Ma per farlo lo strumento fondamentale è la pianificazione». Il Prefetto ha sottolineato come «al centro della protezione civile ci sia sempre il cittadino» e come le esercitazioni sul territorio rappresentino «un modo concreto per accrescere la consapevolezza collettiva».
Dopo i saluti istituzionali, l’assessore regionale alla Protezione civile Marco Gabusi ha richiamato l’attenzione sulla particolare sensibilità che il Piemonte ha maturato negli anni verso i temi della prevenzione e del rischio, grazie a una rete di competenze consolidate e a un dialogo costante fra enti.
Il consigliere metropolitano delegato alla Protezione civile Pasquale Mazza ha evidenziato il ruolo della Città metropolitana di Torino, che «opera come ente di area vasta, con competenze strategiche nella pianificazione e nella viabilità, aspetti fondamentali per la gestione delle emergenze». Mazza ha ricordato che, nei momenti critici, il coordinamento fra Prefettura, Regione, Comuni e strutture operative permette di intervenire in modo sinergico e rapido.
Tra gli interventi tecnici, Francesco Farina, dirigente della Protezione civile della Prefettura di Torino, ha posto l’accento sull’importanza della conoscenza reciproca e della conoscenza del territorio come basi imprescindibili di ogni piano operativo mentre Franco De Giglio, dirigente del Settore Protezione civile della Regione Piemonte, ha illustrato il funzionamento del sistema di allertamento regionalee una gestione delle emergenze puntuale grazie alla reperibilità in h24 e alla sala operativ.
Per la Città metropolitana di Torino, la dirigente Sabrina Bergese ha spiegato che è in corso l’aggiornamento del Piano metropolitano di protezione civile, che diventerà «uno strumento di pianificazione strategica integrata». Oltre al documento operativo, la Città metropolitana sta sviluppando una piattaforma per la gestione delle criticità e un modello di monitoraggio e allerta dei ponti, elementi chiave per una conoscenza più puntuale delle infrastrutture e dei rischi connessi.
Il direttore generale di Arpa Piemonte Secondo Barbero ha ricordato come la condivisione dei dati ambientali e idrogeologici sia «la base conoscitiva di tutta la pianificazione, soprattutto in un territorio fragile come quello italiano». L’ingegner Gianluca Zanichelli, direttore dell’Agenzia Interregionale per il fiume Po (AIPo), ha ripercorso l’evoluzione delle attività di previsione delle piene, ricordando che «in Piemonte le opere arginali sono oggi oltre duemila chilometri» e rappresentano una parte essenziale della difesa del territorio.
Dal Comando provinciale dei Vigili del Fuoco, Giancarlo Gugliotta ha illustrato il ruolo strutturale del Corpo all’interno del sistema nazionale di protezione civile, sottolineando le modalità di intervento e il lavoro congiunto con gli altri enti.
A chiudere l’incontro, la testimonianza del sindaco di Bardonecchia, Chiara Rossetti, che ha condiviso l’esperienza vissuta durante le recenti alluvioni: un racconto concreto che ha riportato al centro la dimensione umana della gestione dell’emergenza. «Non c’è protocollo che possa sostituire la decisione umana e il monitoraggio diretto – ha affermato – La prevenzione non è solo un atto amministrativo, ma un atto d’amore verso la propria comunità».
Un messaggio che riassume lo spirito dell’incontro: la protezione civile non come apparato, come ha ricordato nei saluti finali il prefetto Cafagna, ma come responsabilità collettiva e condivisa, che dalla pianificazione si traduce in consapevolezza, collaborazione e cura del territorio.
La tregua a Gaza come preludio indispensabile alla pace in Medio Oriente e’ indiscutibilmente un fatto positivo. Quando le armi vengono deposte rinasce la speranza di vita e di futuro. Questo è un insegnamento della storia di tutti i tempi che solo i settari e gli ignoranti non riescono a cogliere. Quindi va riconosciuto a Trump il merito di aver fatto pesare la potenza degli USA verso la pace, così come hanno fatto i paesi arabi. Ho assistitito ad un penoso dibattito su Rete 4 durante il quale la sinistra e la destra settarie e incolte italiane hanno dimostrato dei limiti abissali e imbarazzanti. Litigare sulla pace può sembrare un paradosso,come appare assurda l’analisi di tale prof. Orsini che pure ebbe il merito, in passato ,di scrivere un libretto sul riformismo socialista italiano che nessuno volle presentare. Molti mancano totalmente del senso della storia ,come diceva Omodeo. Dovrebbe sembrare scontato il fatto che Hamas non possa parlare di autodeterminazione della Palestina. Come sempre nella storia gli sconfitti che hanno scatenato la guerra il 7 ottobre del 2023 ,non possono dettare legge. Non c’è stato contro di loro il Vae victis dei Galli, ma, come sempre accade, essi debbono prendere atto della sconfitta. Quando l’ Italia perse la Seconda Guerra Mondiale – malgrado la cobelligeranza 1943/45 – ci fu la perdita di Istria, Dalmazia, Fiume, Briga e Tenda, nonché la perdita delle colonie. Lo sentenziò il trattato di pace di Parigi in modo inappellabile. Basterebbe quest’esempio per capire che ad Hamas e’ stato riservato nelle trattative egiziane un trattamento che appare quasi un inedito perché il terrorismo resta tale,al di là di come possa sembrare a chi in Italia travisa la realtà. In ogni caso si tratta di sconfitti a cui è stata concessa la liberazione dei prigionieri in cambio degli ostaggi del 7 ottobre. La pace implica mediazioni e rinunce e questo è accaduto. Ma in altri casi non accadde.Roma rase al suolo Cartagine, i Romani con la distruzione del tempio di Gerusalemme decretarono la diaspora degli ebrei.E potremmo citare tanti altri casi della storia. La storia è inevitabilmente legata alla forza. Negarlo può equivalere a sentirsi buoni,ma non può addolcire la realtà. Bisogna praticare la pace,ma non si può non considerare a priori la guerra. Solo le anime candide o le anime prave possono sentire diversamente. Chi non ha studiato la storia deve tacere e limitarsi alle scampagnate pacifiste che si spera siano anche pacifiche. Nessuno può essere bellicista, la guerra non può certo essere giustificata, ma ma va capita come una variante drammatica della storia non episodica. La guerra, scriveva Croce, ha un che di ineluttabile nella storia dell’umanità. E aggiungeva che la pace non può essere iniqua per i vinti. Anche questo dev’essere un motivo di riflessione perché i valori umani devono o dovrebbero sempre prevalere, anche se il furore della guerra travolge il senso stesso dell’umanità. Si vedrà se la tregua tiene e avrà sviluppi positivi o se serve solo per il conferimento del premio Nobel per la pace. La storia intricata e sanguinosa del Medio Oriente richiede tempi lunghi per riuscire ad esprimere qualcosa di significativo. Nessuno è in grado di esprimere giudizi e previsioni di sorta. Il solo fatto che tacciano le armi e’ un fatto da salutare con gioia. Le polemiche settarie e l’odio devono essere riposti. E va ribadito il diritto di Israele di esistere non solo perché c’è stato l’Olocausto di sei milioni di Ebrei. L’unico vero genocidio nella storia dell’umanità. Ovviamente la pace non esclude, anzi potrebbe contemplare che schegge non necessariamente impazzite, anzi lucidamente coerenti con il proprio passato, possano scatenare e diffondere il terrorismo. E’ un’ipotesi da non scartare a priori perché la pace mediorientale potrebbe significare l’attivazione di nuove o attualmente dormienti cellule terroristiche, islamiche o islamiste, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti.

La recente aggressione a un agente della polizia penitenziaria nel carcere “Lorusso e Cutugno” di Torino è solo l’ennesimo episodio di una lunga serie. Sono numerosi infatti gli agenti feriti da inizio anno. Numeri che raccontano un disagio profondo, non più ignorabile.