“Il centrodestra ha deciso, attraverso il gioco delle tre carte per non discutere di referendum sulla sanità pubblica. Prospettare dei cambi di legge non impediva affatto di dare un segnale politico forte, approvando il quesito e poi intervenire sul provvedimento anche successivamente. Hanno aspettato fino a oggi, per poi annunciare in fretta e furia provvedimenti improvvisi: tutto pur di non ascoltare la voce dei piemontesi e delle piemontesi” dichiara la Presidente del Gruppo Pd del Consiglio regionale Gianna Pentenero.
Sarà la Giunta Cirio a presentare un disegno di legge che abrogherà l’articolo 23 della l.r. 22/2012 che prevede la possibilità di creare soggetti con società private per gestire i servizi sanitari, superando di fatto quanto chiesto dal Comitato per il diritto alla salute, un’iniziativa sostenuta con oltre 5000 firme e supportata dal centrosinistra e da numerose organizzazioni sindacali e professionali, attraverso una richiesta di referendum.
“La decisione della Giunta ha, di fatto, superato lo strumento referendario. Tuttavia, ci saremmo aspettati che su un tema tanto delicato potesse svolgersi un dibattito in Aula, un confronto democratico che consentisse alle diverse forze politiche di esprimere le proprie posizioni” prosegue Gianna Pentenero.
“Avremmo potuto, inoltre, dare il via libera al referendum che sarebbe stato, poi, naturalmente superato dall’intervento abrogativo della Giunta. Ma non è stato così. Adesso attendiamo che il disegno di legge promesso dalla maggioranza venga presentato e approvato in tempi rapidissimi. Infatti non è la prima volta che a un annuncio roboante non segue poi nulla. Potremmo fare un lungo elenco delle scadenze annunciate da Cirio e dai suoi Assessori e a, oggi, non mantenute a cominciare dal piano sociosanitario rinviato ormai di mese in mese” conclude Pentenero.

Dietro questo spritz c’è una storia che intreccia passato e futuro: quella dell’aperitivo torinese, nato tra le boiserie dei caffè ottocenteschi e oggi rilanciato nella cornice avveniristica delle OGR, cattedrale della cultura contemporanea. Il “Gran Torino” reinterpreta questa tradizione con un linguaggio nuovo ma fedele alle radici: ogni ingrediente parla piemontese, ogni sorso racconta la città.
La notizia della morte di Giuseppe Parlato mi riempie di forti e dolorose emozioni. Fummo ambedue allievi di Alessandro Galante Garrone e di Narciso Nada con cui ci laureammo all’Universita’ di Torino. Parlato aveva già allora idee sicuramente di destra o almeno considerate tali e quindi non ritenute degne di attenzione. Credo sia stato il referendum sul divorzio del 1974 a segnare delle scelte divergenti: Parlato si espresse per l’abrogazione , io scelsi la difesa strenua del divorzio a fianco di Pannella. Nella nostra Università torinese non c’era posto per studiosi come Parlato, liquidato in modo sbrigativo da Galante Garrone come un reazionario. Cercai di parlare con Galante Garrone di Parlato, ma lui ebbe la stessa chiusura del giacobino “non mite” che ebbe poi con Vittorio Messori un altro mio amico. Parlato ebbe il coraggio di rompere i ponti con Torino e approdò a Roma alla scuola di Renzo De Felice , anche lui un reietto e un perseguitato. Della scuola defeliciana fu uno dei più coerenti seguaci. Ci incontrammo molte volte a Roma e a Torino dove lo invitai a parlare in più occasioni. Prima di lui invitai Gianni Scipione Rossi che presentò un suo libro sulla destra e Israele in dialogo con Elena Lowenthal. Un dibattito che fece epoca. Parlato ha sempre dimostrato l’equilibrio dello storico scrupoloso in tante occasioni diverse, aperto al confronto sereno con tutti. Qualche suo lavoro non mi convinse e la sua contiguità – più apparente che reale – con l’Msi non mi piacque. Una volta venne presentato un mio libro alla Fondazione De Felice di Roma da lui presieduta. C’era in prima fila la vedova di Er Pecora, l’on. Teodoro Buontempo che gentilmente mi applaudì. Provai un certo imbarazzo, poi la cena con Parlato fu l’occasione per rivederci dopo tanti anni. Parlammo per alcune ore in cordiale amicizia. La sua conversazione era sempre sfolgorante. Venne anche a trovarmi al mare dove gli chiesi di fare una conferenza su Guareschi che ebbe grande successo. Un assessore di origini comuniste lo presentò in piazza senza imbarazzo. Circa un anno fa, in occasione di un convegno sull’omicidio di Giovanni Gentile a Torino, ci sentimmo per definire il suo intervento. Mi disse che era ammalato di cancro , ma che non aveva nessuna voglia di morire e, citando Guareschi, mi disse che non sarebbe morto neppure se lo avessero ucciso. Non poté partecipare al convegno a cui mandò una magistrale relazione che venne letta. Peccato che il mancato finanziamento al convegno della Regione Piemonte abbia impedito la stampa degli atti. Di lui resterà la sua passione inesausta per la ricerca storica e la sua onestà intellettuale. Sono virtù che non vedo molto praticate dai giovani intellettuali di destra che dovrebbero ispirarsi a lui come ad un maestro che ha pagato prezzi altissimi per essere sè stesso. Vorrei anche ricordare la sua ironia, ma non è questo il momento, perché il dolore per la sua scomparsa me lo impedisce.