Molti negozi e bar lamentano un calo di vendite di oltre il 50%. La psicosi evidentemente ha colpito molti clienti, basta girare per i dehors del centro, in genere strapieni all’ora di pranzo e in questi giorni, invece, praticamente vuoti. Negli hotel le stanze sono occupate al 60%
In Comune e in Regione si stanno studiando misure di sostegno, mentre le associazioni dei commercianti lanciano un grido d’allarme. “Qui è tabula rasa”. Così si sfogano con l’Ansa gli ambulanti del multietnico mercato di Porta Palazzo, il più grande d’Europa, commentando gli esiti dell’ordinanza per l’emergenza Coronavirus. “Non ci sono clienti, qualcuno in più forse solo ai banchi di frutta e verdura”. Probabilmente hanno paura, anche se il mercato è all’aperto. La stessa situazione si ripete nei vari mercati ambulanti della città. A risentire dell’effetto coronavirus sarà purtroppo un po’ tutto il sistema Torino e Piemonte. Anche sul fronte spettacoli, con una serrata forzata di cinema e teatri per una (sola, si spera) settimana, non si sta certo meglio.”Ho chiesto al presidente del Consiglio Conte di attivare subito misure straordinarie per le attività commerciali e gli alberghi e per l’economia piemontese”, ha detto il governatore Cirio.
Al centro della vicenda il dottor Stockmann, pronto a spalancare una finestra per mostrare quanto di marcio c’è in città, a denunciare la contaminazione delle acque della stazione termale della piccola città in cui vive con moglie e figlia, stazione su cui il nucleo ha poggiato l’intera sua economia, il prosperare, l’afflusso numeroso e continuo dei frequentatori.
protagonista Maria Paiato, grandioso sindaco en travesti, magistralmente in bilico, un blocco ben saldo e tenuto lontano dagli “eccessi”, quadro perfetto e disumano del potere contro cui combatte la ragione -, ha il suo eccellente punto di forza nella regia di Massimo Popolizio, che s’è ritagliato anche il ruolo di protagonista, studioso e scopritore, intellettuale messo a dura prova, simbolo d’onestà, osteggiato ma pronto a continuare la propria battaglia. Nulla gli ha vietato, giustamente, di trasportare in qualche povera zona del profondo sud degli States il suo racconto e il commento di un menestrello/ubriaco di colore (i ritmi del blues sono in sottofondo), come ha adottato per tutti (maschere di voltafaccia in abiti scuri, soltanto lui in camice bianco) un tono recitativo da caricatura, grottesco e artificioso, strettamente legato a quell’ipocrisia che tutti attraversa, esempio sfacciato di intima falsità. Il risultato è alto e godibilissimo, 110’ di ragionamenti e di divertimento (sarebbe sufficiente la scena del pubblico processo per dirci quanto questo spettacolo, per cui è davvero necessario abbinare il termine “civile”, sia importante nell’annata teatrale, quanto Popolizio abbia lavorato con intelligenza e sottigliezza): innegabile che quasi ad ogni singola battuta del testo lo spettatore, partecipe sempre, spinto a fare i conti con “la maggioranza”, si senta in obbligo di porsi a confronto con le tante realtà di oggi, presenti, innegabili, reali.