Dileguo le icone ultime dello sfarzo nelle rilegature del giorno.


CORONAVIRUS PIEMONTE, IL NUMERO DEI GUARITI SALE A QUATTORDICI – DICIASSETTE NUOVI DECESSI – IN TERAPIA INTENSIVA 330 RICOVERATI – BOLLETTINO CONTAGI – SPERIMENTAZIONE AVIGAN – TEST NEI LABORATORI PRIVATI – DISPOSITIVI DI PROTEZIONE
QUATTRO NUOVI GUARITI
Nel pomeriggio, l’Unità di crisi della Regione Piemonte ha comunicato la guarigione virologica di altri quattro pazienti contagiati dal “coronavirus covid19”.
Si tratta di un nucleo famigliare del Novarese e di un uomo del Torinese.
Le persone guarite sono in totale 14, di cui 4 dell’Astigiano, 1 del Cuneese, 2 del Novarese, 5 del Torinese, 1 del Vercellese e 1 residente fuori regione.
DICIASSETTE DECESSI
Sono 17 i decessi di persone positive al test del “Coronavirus Covid-19” comunicati questo pomeriggio dall’Unità di Crisi della Regione Piemonte: 4 in provincia di Torino, 3 nel Biellese, 1 nell’Astigiano, 4 nell’Alessandrino, 1 nel Vercellese, 3 nel Novarese e 1 nel Verbano-Cusio-Ossola.
Il totale complessivo è ora di 300 deceduti risultati positivi al virus, così suddivisi su base provinciale: 86 ad Alessandria, 11 ad Asti, 31 a Biella, 20 a Cuneo, 43 a Novara, 70 a Torino, 16 a Vercelli, 18 nel Verbano-Cusio-Ossola, 5 residenti fuori regione, ma deceduti in Piemonte.
BOLLETTINO DEI CONTAGI ALLE ORE 18.30
Sono 4.541 le persone finora risultate positive al “Coronavirus Covid-19” in Piemonte: 810 in provincia di Alessandria, 191 in provincia di Asti, 244 in provincia di Biella, 327 in provincia di Cuneo, 399 in provincia di Novara, 2.018 in provincia di Torino, 245 in provincia di Vercelli, 171 nel Verbano-Cusio-Ossola, 48 residenti fuori regione, ma in carico alle strutture sanitarie piemontesi. I restanti 88 casi sono in fase di elaborazione e attribuzione territoriale.
Le persone ricoverate in terapia intensiva sono 330, in altri reparti 2.071.
I tamponi diagnostici finora eseguiti sono 12.869, di cui 7.729 risultati negativi.
In isolamento domiciliare ci sono 1.826 persone.
SPERIMENTAZIONE AVIGAN
La Direzione Sanità della Regione Piemonte ha invitato le Aziende sanitarie a manifestare la propria disponibilità alla sperimentazione del farmaco Avigan, secondo le indicazioni che verranno emanate domani dall’Agenzia italiana per il farmaco, in modo da favorire il coordinamento delle attività e il dialogo con le autorità nazionali.
TEST NEI LABORATORI PRIVATI
I laboratori privati dotati delle necessarie tecnologie, da domani potranno effettuare esami sui pazienti Covid-19 individuati dalla Regione Piemonte. Sono allo studio le modalità per consentire l’effettuazione del tampone al domicilio del paziente.
Il numero degli esami svolti verrà così essere ulteriormente incrementato.
DISPOSITIVI DI PROTEZIONE
L’Unità di Crisi della Regione ha finora distribuito alle Aziende sanitarie piemontesi i seguenti dispositivi di protezione: 800.000 mascherine chirurgiche, 130.000 mascherine FFP2, 7.000 mascherine FFP3, 200.000 guanti monouso, 20.000 camici protettivi, 100 pompe siringa, 19 videolaringoscopi (su 55 acquistati), 10.000 occhiali di protezione, 30.000 cuffie, 50.000 calzari.
Sono stati acquistati 5.000 sistemi di respirazione (caschi CPAP).
11 in provincia di Alessandria (10 uomini e 1 donna), 3 uomini in provincia di Biella, 1 uomo in provincia di Cuneo, 7 in provincia di Novara (2 uomini e 5 donna), 4 in provincia di Torino (1 uomo e 3 donne), 1 uomo in provincia di Vercelli, 1 uomo residente fuori regionale ma deceduto in Piemonte.,
Il totale complessivo è ora di 283 deceduti risultati positivi al virus, così suddivisi su base provinciale: 82 ad Alessandria, 10 ad Asti, 28 a Biella, 20 a Cuneo, 40 a Novara, 66 a Torino, 15 a Vercelli, 17 nel Verbano-Cusio-Ossola, 5 residenti fuori regione ma deceduti in Piemonte.
BOLLETTINO DEI CONTAGI ALLE ORE 12
Sono 4.420 le persone finora risultate positive al “Coronavirus Covid-19” in Piemonte: 760 in provincia di Alessandria, 181 in provincia di Asti, 243 in provincia di Biella, 303 in provincia di Cuneo, 398 in provincia di Novara, 1.989 in provincia di Torino, 242 in provincia di Vercelli, 159 nel Verbano-Cusio-Ossola, 47 residenti fuori regione ma in carico alle strutture sanitarie piemontesi. I restanti 98 casi sono in fase di elaborazione e attribuzione territoriale.
Le persone ricoverate in ospedale sono 2426, delle quali 308 in terapia intensiva. In isolamento domiciliare ci sono 1.701 persone. Le persone guarite sono 10.
I tamponi diagnostici finora eseguiti sono 12.701, di cui 7.664 risultati negativ
Erano giunti dalle province di Genova e Alessandria. Anche loro sono tra i 170 denunciati negli ultimi 10 giorni dai carabinieri della compagnia di Tortona, che da oltre un mese non fanno giorni di riposo e lavorano a doppi turni. L’attenzione dei Carabinieri di Sale è stata attirata dalle numerose auto parcheggiate in strada una vicino all’altra e dal rumore fatto dal gruppo, composto da cittadini romeni.
(foto archivio)
In giornate tanto drammatiche, una comunicazione fatta di compostezza istituzionale e di sobrietà è un elemento decisivo per rivolgersi al Paese e spiegare i provvedimenti necessari per fronteggiare l’emergenza.
Il governo continua a inseguire l’emergenza sanitaria senza mai precederla nella sua capacità di diffusione. Ascoltare i presidenti delle Regioni è doveroso, altrettanto doveroso è attivare una forte capacità di sintesi e di coordinamento per assumere decisioni e misure uniformi in tutto il Paese. Occorre evitare la confusione che accompagna le misure del governo. Conte deve subito resettare la propria comunicazione per restituire agli italiani il senso e l’urgenza delle cose da fare e di quelle da evitare. So bene che non è il momento delle polemiche, ma esigere chiarezza, rapidità e qualche lungimiranza nelle decisioni è il solo modo che ha il governo per aiutare davvero l’Italia
on. Daniela Ruffino, deputata di Forza Italia
I musei sono chiusi, ma la Fondazione Torino Musei continua a lavorare con nuovi progetti digitali per rendere le opere, gli spazi, le collezioni e le mostre visitabili anche se #iorestoacasa.
GUARDA
Sui canali Youtube di GAM, Palazzo Madama e MAO sono disponibili playlist speciali, con video realizzati dai direttori, dai conservatori, da colleghi e da professori universitari che approfondiscono le collezioni e le esposizioni temporanee:
Con la playlist #AppuntidalMAO, nei giorni precedenti la chiusura del museo sono stati invitati alcuni professori dell’Università degli Studi di Torino affezionati al MAO a scegliere e raccontare le loro opere preferite dalle collezioni del museo. I video sono pubblicati giornalmente anche sui canali Instagram e Facebook, con curiosità sulle opere raccontate.
Nella playlist #StoriedaPalazzo, sono i conservatori di Palazzo Madama che guidano il pubblico ad approfondire opere e spazi del museo situato nel cuore della città.
I video vengono pubblicati giornalmente anche sui canali Instagram e Facebook del museo.
In #GAMconTE, una serie di clip riguardano le opere della collezione permanente, insieme a temi legati alle esposizioni temporanee “Pittura Spazio Scultura” e “Helmut Newton. Works”.
Anche in questo caso i video sono ogni giorno proposti anche sui canali Instagram e Facebook, della GAM.
CERCA
Il catalogo della maggior parte delle opere dei musei è consultabile online. È possibile cercare gli artisti e le opere preferite nelle collezioni di Palazzo Madama, della GAM e del MAO.
SCOPRI
Grazie al progetto Google Arts & Culture, al quale i musei di Fondazione hanno precocemente aderito, sono on line tante mostre virtuali che portano alla scoperta delle nostre collezioni da punti di vista insoliti e curiosi
Per scoprirle tutte:
Mostre virtuali di Palazzo Madama
Mostre virtuali della GAM
Mostre virtuali del MAO
Come non si dice che, oltre al Covid, ci sono anche le cavallette, nuova piaga faraonica, figlia dello squilibrio dell’ecosistema.
Non è Jahvè stavolta a mandare piaghe e diluvio, ma Madre Natura, dal maschile al femminile, in un video che fa il giro del web e getta una luce apocalittica sull’epidemia…
… CONTINUA A LEGGERE SU ELECTOMAG:
Inquinamento urbano e coronavirus: un rapporto troppo stretto
Il sindaco De Zuanne: “I numeri in crescita impongono di restare a casa”
I dati sulla diffusione del Coronavirus a Volpiano, aggiornati al 21 marzo, comunicati dalla Protezione civile della Città metropolitana di Torino, dall’unità di crisi della Regione Piemonte e dalla Asl, sono di 5 persone positive (sia collocate in quarantena nella propria abitazione che ricoverate in ospedale) e 10 in isolamento fiduciario per aver avuto contatti con soggetti contagiati; nel primo caso si tratta di uomini di età compresa tra 55 e 80 anni, nel secondo di 5 uomini e 5 donne di età compresa tra 22 e 77 anni.
Commenta il sindaco di Volpiano Emanuele De Zuanne: «Questi numeri e la loro crescita dovrebbero togliere ogni dubbio sul fatto che per evitare di essere contagiati o di contagiare altri bisogna restare nelle nostre case. I dati nazionali che vengono comunicati ogni sera impongono a tutti noi di rispettare rigorosamente le norme, per tutelare la salute di tutti. In questi giorni le forze dell’ordine (Polizia Municipale, Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza) compiono sul territorio, anche in orari serali, i controlli per far rispettare le norme in vigore. Molte persone sono già state segnalate per aver violato i divieti. In questa situazione di emergenza nessuno può derogare ai provvedimenti di legge seguendo valutazioni personali perché è in gioco la salute di tutti. Mi rendo conto che non è facile cambiare il nostro modo di vivere e di pensare ma il momento lo richiede. L’impegno, quindi, deve essere quello di non uscire di casa, non tanto per le possibili sanzioni o denunce ma perché è l’unica cosa da fare per il bene di tutti».
Sabato 21 marzo, ore 23,15
Attraverso una diretta su Facebook il premier Giuseppe Conte annuncia nuove misure contro il coronavirus: dureranno almeno fino al prossimo 3 aprile. “Questa è la sfida più difficile dal dopoguerra”, ha detto il capo del governo. “Chiuderemo tutte le attività produttive non cruciali, resteranno aperti supermercati, alimentari, farmacie e parafarmacie. Saranno garantiti i servizi essenziali: bancari, postali, assicurativi e finanziari”
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Sabato 21 marzo, ore 21
Il presidente Cirio: “Se non lo facciamo adesso rischiamo che sia inutile”. Stretta sui mercati e chiusi uffici pubblici e studi professionali. Stop agli spostamenti verso le seconde case
Così scriveva, con senso premonitore (morirà nel Mediterraneo, inabissandosi con il suo aereo) Antoine de Saint-Exupéry, autore de “Il Piccolo Principe”. La parola acqua, di per se, “suona” bene. Suscita, senz’ombra di dubbio, sentimenti positivi. Chi può negare che l’acqua è il presupposto insostituibile per una vita sana e l’elemento in assoluto più importante? Allo stesso tempo, c’è il rovescio della medaglia.
Infatti, l’acqua può significare anche grande dolore, minaccia, paura. Basta pensare alla siccità, alla mancanza d’acqua, all’inquinamento delle falde, per non parlare di alluvioni, frane e smottamenti. Dunque, l’acqua è vita ma può anche rappresentare la morte. Da sempre l’acqua porta in sé questo potenziale contrario: maledizione e benedizione. Il 71 % della superficie terrestre è coperta da acqua. Il 97% di questa massa d’acqua è composto da acqua salata. Del rimanente 3% la maggior parte è irraggiungibile, imprigionata nelle calotte polari, in profonde falde, in ghiacciai e nuvole. Meno dello 0,5% è disponibile come acqua dolce potabile ed è distribuito in maniera estremamente ineguale sul globo. L’acqua è insufficiente in molti paese. E’ così in Israele, India, Cina, Bolivia, Ghana. Ma anche in Canada, Messico e Stati Uniti. Le guerre dell’acqua non sono più un prevedibile evento del futuro. Sono già una realtà. Che si tratti del Punjab ( la “terra dei cinque fiumi”, nell’ovest dell’India) o della Palestina, spesso la violenza politica nasce dalla competizione per appropriarsi delle scarse e vitali risorse idriche. Molti di questi conflitti sono “sotto traccia”, poco visibili. Chi controlla il potere preferisce mascherare le guerre dell’acqua, facendole apparire come scontri etnici o religiosi, anche se in realtà le regioni lungo i fiumi sono per lo più abitate da società pluralistiche che presentano una grande diversificazione di gruppi umani, lingue e usanze. “Le guerre dell’acqua“, come ci raccontava nell’omonimo libro l’economista indiana Vandana Shiva , premio Nobel per la pace nel ’93, sono il volto peggiore della silenziosa deregulation e della

E cresce sempre di più. Il 70% del consumo di acqua dolce ricade sull’agricoltura intensiva, il 20% sull’industria e solo il 10% sull’uso privato (in Europa: 26% agricoltura, 53% industria e uso privato 19%). L’esplosione demografica e lo spreco d’acqua fanno ridurre in modo drammatico le riserve d’acqua. Diversamente dal petrolio, gas o uranio , l’acqua e l’aria sono le uniche risorse che non si possono sostituire in alcun modo.

L’ONU prevede che tra cinque anni, nel 2025, due persone su tre soffriranno per la drammatica carenza d’acqua. Soprattutto in Africa, Asia, Medio Oriente. Le riserve idriche di 17 paesi, falde comprese, sono già allo stremo, ma la crescente domanda di acqua e i cambiamenti del clima aggraveranno la situazione. E’ evidente che le riserve d’acqua dolce, di fatto insostituibili, sono da annoverare tra i beni maggiormente in pericolo. Da anni sono in corso accesi dibattiti sulle riserve idriche. E qui entrano in gioco anche le montagne. Più di metà della popolazione mondiale dipende dall’acqua che sgorga dalle montagne. Le montagne sono i “serbatoi d’acqua” e rivestono un ruolo chiave nel ciclo globale dell’acqua. A titolo di esempio sono circa cinque i milioni di persone che dipendono dal rifornimento di acqua proveniente dal Lago di Costanza. E si tratta, a tutti gli effetti, di acqua delle Alpi. Quest’ultime rivestono per l’Europa una funzione centrale nel rifornimento. Qui nascono importanti fiumi come il Reno, il Rodano e il Po oltre a decine di importanti affluenti del Danubio. Senza questa massiccia immissione idrica il rifornimento d’acqua di grandi parti d’Europa sarebbe impensabile. Le acque interne e sorgive forniscono ,ad esempio, in Svizzera l’80% e in Austria addirittura il 99% dell’acqua potabile. “Disfa li monti e riempie le valli e vorrebbe ridurre la Terra in perfetta sfericità, s’ella potesse”. Quando Leonardo da Vinci scrisse questa frase, riferendosi all’acqua, il paesaggio alpino era pressappoco intatto da millenni. E fino alla prima metà del XX° secolo, valli, fiumi e laghi non erano che il risultato di fenomeni geologici, climatici e biologici. In pochi decenni tutto è mutato, quasi sempre in peggio. Con i loro oltre 13 milioni d’abitanti, sette Stati, 83 Regioni e 6.187 Comuni, le Alpi (che sono state definite “il bastione acquifero” d’Europa) sono sottoposte a una pressione ambientale senza precedenti. Oltre alla fitta ragnatela d’infrastrutture, pesa moltissimo il massiccio sfruttamento idrogeologico. “Nelle Alpi non esistono quasi più corsi d’acqua naturali”, denunciò qualche anno fa Helmuth Moroder di Cipra Italia, l’associazione che si occupa dell’ambiente dei paesi alpini. E aggiunse che “meno del 10 per cento dei fiumi è ancora in condizioni di naturalità”. Gli ultimi corsi d’acqua con almeno 20 chilometri non toccati dalla mano dell’uomo erano il Gail nella Lasachtal (Austria), il Metnitz e il Wimiz in Carinzia, la Stura di Demonte in Piemonte e l’Esteron in Francia. Ora la realtà è peggiorata. I grandi massicci fanno confluire enormi quantità d’acqua in un bacino di 143.000 km quadrati, attraverso il quale corrono verso le valli ben duecento miliardi di metri cubi d’oro blu. “La qualità delle acque alpine è potenzialmente eccellente, ma è sempre più minacciata dall’inquinamento e dalla cattiva gestione, che insieme causano danni irreversibili”, si legge ancora in un rapporto della Cipra. Un’altra grave minaccia è rappresentata dal riscaldamento climatico che interessa particolarmente le Alpi. Il manto nevoso e i ghiacciai non sono più quelli di una volta: rispetto al 1850 si sono già ridotti della metà. Tuttavia, le risorse d’acqua potabile delle Alpi sono ancora considerevoli. Tanto che fioriscono progetti di vendita e d’esportazione. Per quanto riguarda l’Italia, spesso sotto accusa sono le scelte dell’Enel, responsabile della maggior parte delle derivazioni che alimentano le centrali idroelettriche ma prosciugano i fiumi. Finora a poco sono valse le disposizioni legislative che obbligano a “liberare” l’acqua nei loro corsi naturali. “Se imponessimo il rilascio di un minimo deflusso”, secondo la Cipra, “la produzione d’energia elettrica ne risentirebbe, a livello nazionale, solo per l’1 per cento”. Viceversa, i benefici a livello ambientale nell’immediato e a breve periodo anche economico sarebbero innegabili. In una realtà come quella dell’alto Piemonte,dove la produzione dell’energia idroelettrica è un’attività più che secolare, questa situazione è particolarmente avvertita. C’è poi il problema dello spreco. Nei Paesi europei le perdite sono stimate in media intorno al 30 per cento e giungono fino al 70-80 per cento in alcune città. Soltanto il 2 per cento circa dell’acqua potabile è effettivamente utilizzato per il consumo umano. La stessa Convenzione delle Alpi finora non ha prodotto grandi risultati. Esistono direttive europee risalenti a più di vent’anni fa (nel febbraio 1998) che raccomandavano una “gestione integrata e sostenibile degli ambienti acquatici”. In Italia, la legge Galli del 1994 imponeva “il livello di deflusso necessario alla vita negli alvei…”. Analogo impegno veniva imposto dalla legge che istituiva le Autorità di bacino. Come sono andate le cose? Attualmente il 98 % della popolazione è servita da acquedotti con servizi spesso scadenti. Il 34% degli abitanti serviti non hanno acqua a sufficienza e il 44% non beve l’acqua del rubinetto.

Non parliamo di bazzecole: i problemi – e le opportunità – legati alla “economia dell’acqua” sono un fatto importante. Si va dagli impianti di regimazione alla gestione dell’acqua per usi potabili ai progetti idroelettrici per colmare il pauroso deficit (in Piemonte sfiora il 50%) d’energia elettrica in tutto il settore alpino, alla utilizzazione del diporto lacuale (l’alto Piemonte è anche la zona dei laghi Maggiore, Orta e Mergozzo, ai quali vanno aggiunti i canavesani laghi di Viverone, Candia e Sirio, quelli di Avigliana e altri minori) e a tutte le attività sportive connesse alla vita fluviale.Il sistema alpino produce quasi 50 miliardi di metri cubi d’acqua: un’immensa risorsa naturale che, almeno in parte, va trasformata in risorsa economica. Si tratta di sperimentare e di diffondere – accanto a modalità di consumo e distribuzione che puntino all’efficienza, al risparmio e al minor impatto ambientale possibile – modalità di produzione energetica incentrate sulle energie rinnovabili, che possono anche costituire delle filiere economiche “brevi”, come nel caso del legno. E’ necessario promuovere l’attivazione di progetti e di risorse ad hoc da parte del sistema pubblico degli Enti locali ( dalle Regioni in giù) , capaci di coinvolgere anche i privati. Nessuno può negare che sono “risorse delle montagne”, ma è un fatto che alle montagne non ritorna praticamente niente. Le regioni del Nord-Ovest “producono” complessivamente almeno 30 miliardi di metri cubi d’acqua. Più della metà defluisce al mare inutilizzata. Ma la parte usata assume, presso i “consumatori finali”, valori interessanti. Dai pochi centesimi al metro cubo dei consumi agricoli si sale ai 45/80 centesimi per i consumi industriali e idropotabili, fino ai 200/300 euro al metro cubo nel caso si tratti d’acque minerali. Ci sono leggi regionali sul ciclo idrico (come quella piemontese) che stabiliscono in perecentuale un ritorno minimo alle comunità locali ( le ex-comunità montane, ad esempio) sul valore finale dei consumi idropotabili, utilizzando le risorse per rafforzare l’assetto idrogeologico “friabile” di molti territori. E così “usare” meglio l’acqua, affinché una risorsa “di tutti” serva davvero “a tutti”. Il lungo periodo di crisi economica e sociale ha determinato un forte incremento dell’utilizzo dell’acqua potabile, con la scelta dell’acqua di rubinetto per bere che è salita a tre quarti della popolazione. Un dato evidente, legato a una politica di “risparmi”, che emerge da una ricerca fatta qualceh tempo fa da CRA Nielsen in collaborazione con Aqua Italia, associazione che unisce le imprese che si occupano del trattamento delle acque primarie. Acqua che, dopo il referendum sulle risorse idriche del giugno 2011 ( in cui sono state abrogate le leggi che parlavano di una sua privatizzazione) sarebbe dovuta passare dalle società private al settore pubblico. Passaggio in gran parte non avvenuto a causa di ricorsi in Cassazione e al TAR, decreti legge e vuoti normativi. Così è stata in parte minata la vittoria del fronte dell’acqua pubblica nel 2011 che portò circa 27 milioni di persone a votare per il referendum sulla privatizzazione dell’acqua. Grazie a quel risultato l’acqua va considerata un bene pubblico ma nei fatti non si sono determinati dei concreti cambiamenti. In realtà l’acqua adesso costa di più , con perdite stimate in circa due miliardi e mezzo di metri cubi all’anno, vale a dire un buon terzo del totale. E con l’autorizzazione alla revisione delle tariffe, concessa già qualche anno fa dall’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico si sono visti degli aumenti sensibili nelle bollette ( il 3,9% in più nel 2014 , il 4,8% in più nel 2015, tanto per fare degli esempi). Con gli investimenti che sono rimasti fermi al palo e ora la prospettiva di una forte recessione dovuta alla diffusione virale del Covid19 e al rallentamento complessivo dell’economia, in una nazione dove si hanno dei picchi di dispersione dell’acqua distribuita pari al 50% nel sud e in cui il 15% della popolazione vive in zone prive di rete fognaria, il quadro è preoccupante. La lotta dell’acqua di tutti e per tutti, lungi dell’essere un tema marginale, è quanto mai attuale.