Udite, udite, udite: Chiara Appendino è diventata Sì Tav. Nulla di stupefacente, era da un po’ nell’aria. Furibondi i suoi e basiti i Rifondaroli che 4 anni fa al ballottaggio non solo la votarono, ma si batterono come leoni nel farla votare. Chi chiude baracca e burattini è Eleonora Artesio, dopo 50 anni di onorata carriera e, forse, di troppe sconfitte politiche.
Una delle più brave amministratrici che abbiamo avuto. Competente e soprattutto onesta anche intellettualmente. Per questo guarda Chiaretta con rassegnato distacco. Appendino che cerca un accordo istituzionale con Cirio per cercare di risolvere la montagna di problemi che Torino ha. Intanto il bonus regionale di 2500 euro deve essere speso per investimenti e non spese correnti.
Non dovrebbero fare verifiche ma tenere gli scontrini è obbligatorio. Diciamo cosi, all’ italiana. Si prevedono turbolenze in proposito. Nel frattempo in Comune l’assessore Lapietra non si smentisce mai. Ha fatto fare incomprensibili geroglifici su via Nizza. Segnando il confine tra i percorsi di pedoni e ciclisti. A suo tempo fiera oppositrice della Tav vede nella bicicletta e nei monopattini l’unico mezzo di locomozione consentito. Ritorna il pagamento del parcheggio in zona ztl e le limitazione al traffico privato. E l’ assessore Sacco esorta a chi ha soldi a fare shopping in centro. Fulgido esempio di programmazione economica. Decisamente penso che le cavallette siano più costruttive dei pentastellati. Sarà dura per Cirio tentare questa concordia istituzionale. Una istituzione a Torino funzionava: il Museo egizio. Dunque conferma dei vertici. Ma per rinominare la Christillin ci vuole una modifica statutaria. Tutti d’accordo tranne Fratelli d’Italia. Evelina sta antipatica alla Meloni. Dopo i gilet arancioni del folcloristico Pappalardo, Lega e Fratelli d’Italia scendono in piazza contro il governo, il 2 giugno, Festa della Repubblica, contro Conte. Prima volta nella storia della Repubblica. Colpa del coronavirus? Forse, anche, ma indubbiamente il clima di un minimo di concordia tra le forze politiche è un lontano ricordo. Non si sa chi ha cominciato con gli insulti. Ma ognuno ha dato il suo negativo contributo. Solo bisticciando non si risolvono i problemi. Anzi, li si aggravano. Soluzioni? Poche. Per la nostra città ci tocca aspettare, e dunque soffrire almeno per dieci mesi. Poi le elezioni amministrative, sperando che non ci sia il ritorno del coronavirus o altre complicanze che facciano saltare le elezioni. Torino è esausta. Anche Chiara Appendino l’ha dovuto ammettere, ed il fallimento del Comune è dietro l’angolo. Ha chiesto soldi al Governo motivandolo con l’aggravamento della situazione prodotta dal blocco di questi tre mesi. Parzialmente vero. Aggravamento sì , goccia che ha fatto traboccare il vaso sì, ma i nostri mali vengono da lontano. A mali estremi rimedi estremi. Terrorizzati i sindacati. Del poco lavoro che c’era, ne è rimasto ancor meno. A Torino è crollata la produzione manifatturiera e molti denunciano di non aver visto un soldo di quelli promessi. FinPiemonte dovrebbe essere tra i motori di questo rilancio. Essendo la finanziaria regionale difficile non pensare che molte risorse non vengano gestite da questo ente. Il nuovo corso esordisce bisticciando sugli emolumenti. I 75mila annui sono solo ad appannaggio del Presidente in aspettativa dalla Banca popolare Milano? C’è di più, proposta respinta di rientro, dopo il licenziamento del funzionario coinvolto in prima persona nel caso di Fabrizio Gatti ex Presidente. Così mentre Chiaretta vuole il commissariamento del Regio di Torino, Cirio si trova FinPiemonte ancora impantanata. Sara dura, sarà molto ma molto dura.
Patrizio Tosetto
Di Pier Franco Quaglieni / 
In Italia non si votava liberamente da tanti decenni perché già le elezioni del 1924 – i cui brogli erano stati denunciati da Giacomo Matteotti – erano state manipolate dai fascisti anche attraverso il sistema elettorale, assai poco democratico, adottato con la Legge Acerbo. Nel 1946 c’erano quindi tantissimi italiani non abituati a votare in una libera democrazia. Al di là del dubbio dei brogli da parte monarchica, mai documentati in modo convincente, Oliva mette in risalto che se errori, manchevolezze o altro ci furono, ciò fu dovuto anche ad una macchina elettorale non pronta a misurarsi con un referendum: ci fu chi segnalò che cittadini avevano votato due volte, chi lamentò di non aver ricevuto il certificato elettorale, ci fu chi, pur avendolo ricevuto, non poté votare perché non registrato al seggio e chi mise in dubbio l’imparzialità di qualche presidente di seggio.
La stessa campagna elettorale si svolse in modo non sereno, almeno in alcune zone del Nord come Torino. La giovane contessa Buffa di Perrero venne percossa selvaggiamente mentre attaccava dei manifesti monarchici nella città sabauda: un’aggressione che le provocò un’invalidità permanente. I leader monarchici in tante città del Nord non ebbero modo di parlare. I giornali erano tutti schierati per la Repubblica: solo la Nuova Stampa diretta da Filippo Burzio alternava gli articoli filomonarchici del suo direttore con quelli repubblicani di Luigi Salvatorelli.
Scrive lo storico torinese: «La Repubblica nasce così tra ricorsi, sospetti, cavilli e pressioni, con la debolezza della politica da una parte e, dall’altra, la magistratura chiamata ad un ruolo improprio di supplenza». Come scrisse Vittorio Gorresio, allora capocronista del Risorgimento Liberale di Mario Pannunzio, «la folla in piazza Montecitorio chiedeva la bandiera, ma non ne fu esposta nessuna perché non si sapeva quale». La Repubblica nacque quindi nel peggiore dei modi possibili ed ebbe buon gioco il monarchico Giovannino Guareschi a scrivere di «Repubblica provvisoria» anche se alla prova dei fatti le sue origini si riscattarono ampiamente con l’Assemblea Costituente e la redazione di una Carta Costituzionale che ha garantito quasi 70 anni di libertà e di democrazia. Lo stesso Covelli che fu deputato alla Costituente e in molte legislature successive lo riconobbe. Il dato incontestabile è però che una Monarchia non avrebbe potuto reggersi con il consenso di poco più del 50 per cento degli italiani. La Dinastia che aveva fatto il Risorgimento e aveva ceduto (o era stata costretta a cedere) di fronte al fascismo scelse la via dell’esilio.
nuotato controcorrente senza mai scadere nel banale revisionismo che tenta di negare realtà anche assai evidenti e ha cercato di “sdoganare” il fascismo, ma non ha mai speso una parola per i Savoia. È uno storico che con questa opera rivela la sua maturità di studioso, così lontana dalle impostazioni ideologiche di un Quazza e di un Rochat. Quand’era un politico seppe portare nella politica l’equilibrio dello storico e, scrivendo di storia, non si è mai lasciato sedurre dalle sirene delle ideologie che Raimondo Luraghi considerava il veleno letale per la storiografia. Rileggere il suo libro sul referendum del 2 giugno e la fine della Monarchia è il modo migliore per ricordare un fatto storico senza enfasi e polemiche che oggi appiaono superate,ma divisero in due i nostri padri e i nostri nonni.