ilTorinese

Sparare al lupo?

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Legambiente / “La più classica delle soluzioni di pancia. Peggiorativa, priva di fondamenti scientifici e dannosa”

 

E’ di questi giorni la “sparata” del capogruppo leghista Preioni, che, dando prova di un integralismo “cieco e talebano” propone l’apertura di un programma di abbattimento dei lupi nella nostra regione.

Dopo una l’approvazione di una norma inaccettabile sulla caccia, che permette di sparare ad animali in pericolo di estinzione sul nostro territorio, che allarga le specie cacciabili a volatili di pochi grammi, che amplia gli orari fino alla caccia notturna e che tutela in ogni modo i portatori di doppietta, come ampiamente prevedibile è arrivata l’ora del lupo. Un argomento trattato, come d’abitudine, in un’ottica rozzamente antropocentrica e priva di alcun fondamento scientifico.

Come ampiamente dimostrato, non ultimo dal progetto Life WolfAlps, la convivenza con il lupo non solo è possibile, ma ampiamente auspicabile.

 

“Il lupo è una specie protetta che crea equilibrio e maggiori servizi ecosistemici, grazie anche al contenimento naturale degli ungulati selvatici. Quella proposta dalla Lega – dichiara Giorgio Prino, Presidente di Legambiente Piemonte e valle d’Aosta – è una finta soluzione che strizza l’occhio alla pancia, senza considerare che è scientificamente confermata come addirittura dannosa in quanto l’uccisione di individui adulti destabilizza il branco peggiorandone la tecnica di caccia, a tutto svantaggio del bestiame domestico. Quello della convivenza con la fauna selvatica è un tema che deve essere trattato su solide basi scientifiche e non può essere liquidato con un semplice via libera alle doppiette. Non è creando una insana contrapposizione fra Uomo e Natura che si aiuta chi deve affrontare difficoltà reali e oggi potrebbe sentirsi solo. Senza dimenticare che il lupo è solo una, e non certo la maggiore, delle difficoltà che la pastorizia in ambito montano deve affrontare. Ci auguriamo – conclude Giorgio Prino – che l’Amministrazione regionale non intraprenda strade che porterebbero a disastri già vissuti in passato e che voglia fare propri gli insegnamenti dei più recenti studi scientifici e progetti internazionali. Facciamo loro un benaugurante “In bocca al lupo” perché possano dimostrare in futuro una conoscenza ed una sensibilità ambientale e sociale maggiore di quella che stanno dimostrando in questi giorni”.

 

Le posizioni assunte da alcuni Enti Locali sottolineano, se mai ce ne fosse bisogno, come le decisioni in tema di grandi predatori debbano fare riferimento a un’unica autorità statale e attingere al contributo di enti scientifici di respiro nazionale (ISPRA per l’Italia). Nessuna decisione sul tema può essere affidata a gestioni localistiche, nemmeno nel profilo delle autonomie regionali o provinciali: è necessaria una assunzione di responsabilità a tutti i livelli e una gestione del tema che comprenda le istituzioni pubbliche di tutto il Paese con il fine di superare l’attuale disomogeneità istituzionale.

Il mondo dell’allevamento va sostenuto nel tempo, anche finanziariamente, e, in base al contesto, aiutato nella scelta della giusta combinazione di precauzioni e di accorgimenti utili (recinzioni, cani da guardiania, personale aggiuntivo, ecc.). È importante che i sistemi di prevenzione funzionino e che i risarcimenti siano pagati tempestivamente. Inoltre bisogna affrontare la problematica dei danni causati dai cani, randagi e non, che possono essere attribuiti al lupo e acuiscono il problema.

Occorre strutturare in modo uniforme in tutto il Piemonte un’azione di informazione e formazione, mantenendola attiva nel tempo. La formazione va rivolta non solo al settore dell’allevamento e dell’agricoltura, ma anche al mondo degli operatori turistici e nelle scuole.

Infine, ma non meno importante, bisogna essere coscienti del fatto che il lupo e gli altri predatori in Piemonte non sono la causa dei principali problemi degli allevatori, ma rivelatori di problemi e difficoltà della filiera agroalimentare in generale e in particolare della zootecnia montana e in quanto tali vanno affrontati e risolti con una gestione e visione strutturata nel lungo periodo.

Da queste basi dovrebbero partire un’analisi della situazione legata alla presenza del lupo nella nostra regione e l’azione di tutela ed integrazione con l’attività umana. Da queste basi dovrebbe partire il ragionamento di un’Amministrazione che voglia realmente risolvere i problemi esistenti.

 

Non resta che sperare che sia così e che le dichiarazioni pubblicate sui giornali in questi giorni siano ascrivibili ad uno scivolone di un unico consigliere.

 

Anche il referendum si trasforma in farsa. E’ l’Italia, bellezza

Certo che l’Italia è un paese ben strano!

Fino a qualche mese fa eravamo tutti convinti che al Referendum costituzionale per confermare la riduzione dei parlamentari da 945 a 600 eletti il “Sì” avrebbe vinto a mani basse.D’altra parte la riforma era passata attraverso quattro votazioni parlamentari, ben distanziate tra di loro, e tutte le volte era stata approvata a larga maggioranza. Il motivo era semplice: nessuno, almeno tra i partiti maggiori, voleva passare come difensore della cosiddetta Casta.

Così la riforma, inizialmente sostenuto dal Movimento Cinque Stelle, era stata appoggiata da tutti. Persino dal Pd che, nelle prime tre votazioni era all’opposizione, ma votò la quarta perché era al governo.
Poi, però, c’è stata la quarantena, il rinvio al 20 settembre (la data più laica della storia italiana) e la fase due. Resta il fatto che all’improvviso moltissimi esponenti di spicco dei maggiori partiti hanno cominciato ad avere dei dubbi.

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“Oro rosso”, la polizia contro i ladri di rame

40 operatori del Compartimento Polizia Ferroviaria del Piemonte e della Valle d’Aosta sono stati impiegati nell’operazione Oro Rosso, una giornata dedicata a livello nazionale, al contrasto delle violazioni alle norme ambientali sullo smaltimento di rifiuti particolari e, nello specifico.

Al fenomeno criminoso dei furti di rame. Sono state controllate 23 ditte dislocate sul territorio, identificate 70 persone ed indagate 2 persone.

In particolare, gli Agenti della Polizia Ferroviaria al termine di un sopralluogo presso una ditta di gestione rifiuti nella provincia di Torino, ha deferito all’Autorità Giudiziaria il legale rappresentante per inottemperanza alle disposizioni autorizzative sulla gestione dei rifiuti; nello specifico veniva ritirato un quantitativo di rifiuti metallici superiore rispetto a quello normativamente consentito e lo smaltimento avveniva in luogo non idoneo in violazione del layout autorizzativo. Al termine dell’attività in questione sono state elevate quattro sanzioni pecuniarie amministrative per un importo complessivo di oltre 6.700 euro.

In provincia di Alessandria gli operatori della Sezione Polfer hanno elevato una sanzione amministrativa presso una ditta di smaltimento di rifiuti metallici, dell’importo superiore ai 500 euro per irregolarità nella compilazione dei registri.

Lavoratori in piazza, il Caat precisa

“I lavoratori – precisa il Presidente del CAAT Marco Lazzarino – che hanno manifestato ( il 3 settembre, ndr ) e sono stati accolti in Prefettura per discutere della loro situazione occupazionale e delle condizioni contrattuali da loro considerate non accettabili, non sono lavoratori alle dipendenze del CAAT. Si tratta bensì di lavoratori di cooperative le quali svolgevano attività di facchinaggio all’interno del CAAT.

Ritengo importante precisare, onde evitare equivoci, che i lavoratori che sono alle dipendenze dirette del CAAT operano nell’assoluto rispetto della normativa vigente in materia di lavoro”.

Come Ente Gestore ci siamo fatti parte attiva nel favorire un dialogo tra il Sindacato che rappresenta questi lavoratori e la cooperativa presso la quale essi lavoravano, ospitando entrambi presso la nostra struttura per un incontro volto al raggiungimento di una intesa che possa risolvere la situazione dei lavoratori.

 

“Il CAAT – precisa inoltre il suo Presidente Marco Lazzarino  – da sempre ha fatto della trasparenza il suo principio, accanto a quello della sicurezza, come ha dimostrato ampiamente anche nel periodo del lockdown dovuto alla pandemia da Coronavirus e nel successivo periodo post Covid, attuando tutte le procedure previste dalla normativa stessa, oltre ad intensificare i procedimenti di sanificazione all’interno del suo complesso, per tutelare la salute di coloro che operavano ed operano all’interno del Centro Agroalimentare di Torino”.

Coronavirus, 82 nuovi contagi e una vittima in più

CORONAVIRUS PIEMONTE: IL BOLLETTINO DELLE ORE 17.30

26.910PAZIENTI GUARITI E 439 IN VIA DI GUARIGIONE

Oggi l’Unità di Crisi della Regione Piemonte ha comunicato che i pazienti virologicamente guariti, cioè risultati negativi ai due test di verifica al termine della malattia, sono 26.910 (+29 rispetto a ieri), così suddivisi su base provinciale: 3370 (+0) Alessandria, 1610 (+0) Asti, 848 (+0) Biella, 2570 (+3) Cuneo, 2.405 (+4) Novara, 13.788 (+13) Torino, 1150 (+8) Vercelli, 986 (+0) Verbano-Cusio-Ossola, oltre a 183 (+1) provenienti da altre regioni.

Altri 439 sono “in via di guarigione”, ossia negativi al primo tampone di verifica, dopo la malattia e in attesa dell’esito del secondo.

I DECESSI SONO 4149

1 decesso di persona positiva al test del Covid-19 è stato comunicato nel pomeriggio dall’Unità di Crisi della Regione, nessuno oggi (si ricorda che il dato di aggiornamento cumulativo comunicato giornalmente comprende anche decessi avvenuti nei giorni precedenti e solo successivamente accertati come decessi Covid).

Il totale è quindi di 4149 deceduti risultati positivi al virus, così suddivisi per provincia: 681 Alessandria, 256 Asti, 208 Biella, 399 Cuneo, 374 Novara, 1836 Torino, 223 Vercelli, 132 Verbano-Cusio-Ossola, oltre a 40 residenti fuori regione, ma deceduti in Piemonte.

LA SITUAZIONE DEI CONTAGI

Sono 33.146 (+82 rispetto a ieri, di cui 60 asintomatici; dei 75: 29 screening, 43 contatti di caso, 10 con indagine in corso; quelli importati sono 24 su 82) i casi di persone finora risultate positive al Covid-19 in Piemonte, così suddivisi su base provinciale: 4192 Alessandria, 1924 Asti, 1082 Biella, 3151 Cuneo, 3048 Novara, 16.517 Torino, 1574 Vercelli, 1185 Verbano-Cusio-Ossola, oltre a 286 residenti fuori regione, ma in carico alle strutture sanitarie piemontesi. I restanti 187 casi sono in fase di elaborazione e attribuzione territoriale.

I ricoverati in terapia intensiva sono 7 (come ieri).

I ricoverati non in terapia intensiva sono 110 (+18 rispetto a ieri).

Le persone in isolamento domiciliare sono 1531.

I tamponi diagnostici finora processati sono 605.811 di cui 339.064 risultati negativi.

Le parrocchie offrono spazi alle scuole per le lezioni

Parrocchie ed enti religiosi torinesi si sono messi a disposizione delle scuole per consentire lo svolgimento delle lezioni rispettando le norme di sicurezza anti Covid19.

Il protocollo d’intesa firmato fra Città e Arcidiocesi di Torino e Ufficio Scolastico Regionale (Usr) intende venire incontro alle esigenze di spazio delle scuole, all’inizio dell’anno scolastico e anche nei mesi successivi.  Ad oggi sono cinque le scuole – tre elementari e due Cpia -, che hanno chiesto spazi esterni per lo svolgimento della didattica.

Il Pd tra referendum e psicanalisi

Comunque vada il referendum c’è già uno sconfitto: il PD. Zingaretti è nel marasma più totale. Tutti, ma proprio tutti  i dem voteranno convintamente No. Vero, qualche eccezione c’è, come Martina o Del Rio. Mosche bianche.

Torino non vuole essere da meno con il Senatore Mauro Marino candidato dell’accoppiata Calenda Renzi con Bonino e riformisti e laici annessi. Mauro Marino da una vita è in politica con il sogno, neanche poi tanto nascosto di fare il Sindaco nella sua città. Ex repubblicano, fondatore di Alleanza per Torino confluito nel PD e passando per Rosi Bindi Renziano forse più della Boschi. Obbiettivo  andare al ballottaggio con il centro destra e vincere al secondo turno. Giusto per la cronaca Alleanza per Torino si invento’, insieme al Chiampa, Valentino Castellani che batte’ al ballotaggio il favorito Diego Novelli. Allora c’erano importanti ed altolocati sponsor come Enrico Salza tra camera di commercio e San Paolo, banca che contava decisamente. Magari la storia si ripete. Chi non ha paura del ridicolo è Chiaretta la peggiore Sindachessa dall’unita’ d’Italia, comunque almeno migliore per aplomb istituzionale dei suoi assessori inconsistenti. Ora non vuole più la chiusura totale del centro cittadino e se la piglia un po’ con tutti. Nel perfetto stile pentastellato da’ la colpa agli altri. Dai campi rom al mercatino  dell’ usato e alla viabilità il disastro è  assicurato. Persino il mio carissimo amico Juri Bossuto ha dovuto ammettere che votare Appendino al secondo turno è stata una stupidaggine, come è stata una stupidaggine Torino in comune ed il suo relativo fiasco elettorale. Ma Juri ce ne ha messo del suo combattendo come un leone perché l’intera lista di sinistra si schierasse per Appendino. Ma almeno per allora qualche speranza si poteva ancora avere. Visti all’opera ogni illusione si è frantumata nella durezza dei non-fatti.
Non vale più l’idea che voto il meno peggio. Non vale più l’idea che l’alleanza tra PD e pentastellati serve per arginare la destra salviniana. L’obbiettivo di Grillo è (mi sembra) salvare la Raggi ed ha chiesto (ottenendolo) un passo indietro alla nostra Chiaretta  di fatto salvandola da brutte e figure e garantendole posti di rilievo politico dove forse farà una riguarda migliore. Ma la domanda di tutte le domande è: che cosa porta a casa il PD?
Assolutamente nulla , anzi ci perde moltissimo,  visto che il primo a non capirlo è il suo popolo . Si può tentare un’analisi di tipo psicoanalitico. Forse roso dal complesso di colpa per avere l’accordo contro natura sta cercando un suicidio assistito. Al di là delle battute amare il Pd fondamentalmente non sa cosa vuole perché non sa che cosa vuole o può essere. Si inventa giorno per giorno il da farsi in nome del fatto che non gli va che si voti dando per scontato la vittoria del binomio Salvini Meloni.
Non si accorge o più precisamente non vuole accorgersi che in questo modo avvererà ciò che non vuole che avvenga. Dicevamo che Zingaretti come segretario nazionale vuole l’ accordo con i pentastellati in tutta Italia tranne che a Roma. Il PD locale a più riprese dice che non farà mai e poi mai accordi con l’Appendino.
Ed i penstallati localmente rifiutano ogni accordo con il pd tranne che in Liguria dove tutti danno per certa la conferma di Toti, anche perché il sindaco di Genova del centro destra dicono che ha gestito bene l’emergenza derivata dal crollo del ponte Morandi. E concretamente a Torino cosa succederà? Se il centrodestra azzecca il candidato non ci sarà partita già al primo turno. E se il PD si presenta con i pentastellati? Sicuramente non vincerà al primo turno ma probabilmente si giocherà il ballottaggio con Il candidato di Calenda Renzi e Bonino. Le opzioni possibili non sono finite. I pentastellati prenderanno a queste amministrative una scoppola. Tutti ne hanno la quasi certezza. Per loro ancora peggio se al Referendum vincessero i no. Dovranno stare muti come i pesci se vorranno salvaguardare il loro posto di lavoro e forse (sottolineo forse)  i vertici del PD si ravvederanno dicendo ai locali: fate voi. Se vinceranno i sì, invece? Determinante il rapporto percentuale tra i due schieramenti. Una cosa è certa:  anche a sinistra c’è il rompete le righe. Wilmer Ronzani è promotore di un appello per il No in quel di Biella. Persino Gilberto Pichetto lo ha firmato, lui  senatore di Forza Italia e storico leader del centrodestra  biellese. Marco Grimaldi scatenato pure lui per il no ed anche i Rifondaroli (per quel che contano) votano compatti per il no. Rimangono Fornaro e Bersani per il si.
Magari quest ultimo tenta di diventare Presidente della repubblica,  con decisamente scarse possibilità. Poche possibilità per la sinistra torinese  di ricomporsi. Effettivamente nulla in questo caos è impossibile, ma altamente improbabile, questo sì. Sempre disponibile nel fare mea culpa ed ammettere lo sbaglio. Ma mi sembra proprio che il Pd sia passato dall’essere partito ologramma all’evaporazione. Staremo a vedere, per ora (purtroppo) abbiamo avuto ragione.
Patrizio Tosetto

Delude Christopher Nolan per una storia fragorosa, dove gioca con il tempo e annoia

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione / “Tenet” inaugura la stagione cinematografica

 

Confidando negli strilli pubblicitari o nelle parole benauguranti di certi ben informati, Tenet sarebbe dovuto essere il film con le più ampie capacità di riportare la gente al cinema. Il che dovuto non soltanto ad una programmazione di inizio stagione fatta di curiosità e di sospirata liberazione dai ristretti sche(r)mi televisivi, ma soprattutto alla necessità di un (buon) cinema visto (e gustato) in sala, con tutte le sacrosante paure e difese di e da pandemie, contagi, ricadute e ogni altra apocalisse; e poi alla grande opera di un regista che negli ultimi vent’anni ha disseminato lo schermo di tanti capolavori, da Insomnia ai vari Batman, da Inception a quel Dunkirk del ’17, suddiviso in triplice visione tra cielo, mare e terra, che tanto abbiamo amato.

Certo di questi tempi vorranno dire qualcosa i 400mila euro d’incasso il primo giorno di proiezioni italiane, certo è stato davvero l’occasione giusta per riaprire le porte al cinema, il giorno sognato: ma l’ultimo titolo di Christopher Nolan si chiude con le pagine finali dell’amaro in bocca per un’opera che in una sceneggiatura estremamente trombona ha rovesciato strizzate d’occhio agli 007 come a noiosi trattati fisico/filosofici, affondati nella percezione e nell’uso del tempo alla rovescia, immersi nel piacere di mescolare e rimescolare le carte, con il menefreghismo più assoluto nei confronti di un pubblico in attesa e orante. Non ci si può affidare al bum bum bum di certe scene fragorose, impetuose, tonanti, tra fiamme e spari; non ci si può affidare al crash di un enorme aereo che come un arrabbiato uccellaccio si cala sull’hangar di un aeroporto e ne fa strage; non ci si può divertire per l’ennesima volta di fronte a inseguimenti di auto, con montaggi superveloci, dai cui interni, da uno all’altro, rimbalzano palleggi di rossi contenitori di parti di armi; non si può pendere dalle labbra di una dottissima scienziata indiana che di tanto in tanto rispunta in aiuto nostro (e forse del regista) a farci partecipi di un qualche chiarimento che, a costo di passare per deficienti, lascia davvero il tempo che trova.

E non chiedetemi della trama, pasticciata, arruffata, chiusa in se stessa con tanto di arroganza, stupidamente didascalica a tratti, che s’impegna oltre misura ad annaspare in un mare che poteva rimanere un poco più liscio con buona pace di tutti, magari benignamente per noi povera di dialoghi nella prima parte e poi grondante parole e termini che un buon vocabolario in aula di proiezione farebbe fatica a chiarire. Alla Storia più o meno recente si riallaccia l’inizio, con tanto di truppe in tenuta antisommossa che irrompono nel Teatro dell’Opera di una non meglio identificata città di Santa Madre Russia (forse Kiev, ma non ha molta importanza) per mandare l’intero pubblico nel mondo dei sogni. La parola d’ordine diventa sventare la terza guerra mondiali e di lì in avanti si comincia a lavorare. E a confondere. Panorami diversi e suggestivi (Mumbai, la Costa amalfitana, Londra, Oslo in tutta la sua bellezza, gran bello spettacolo: persino le sotterranee città dell’URSS, proposteci come fantasmi, portano una loro bella suggestione), due giovani eroi, un nero e un bianco – John David Washington, il figlio di Denzel e la scoperta di Spike Lee, e Robert Pattinson, una carriera di ex vampiro alle spalle, all’occorrenza capace pure di affiancare la saputella indiana per buttare nel calderone qualche idea in più: entrambi facilmente sostituibili con qualsiasi altro collega rimasto a Hollywood – che non peccano certo di fiducia reciproca e che si devono buttare in missioni pressoché suicide, proiettili che sparati dalla solita pistola hanno ora la sorpresa di invertire la traiettoria e rientrare nell’arma (e come i proiettili anche i personaggi hanno questo vizio del vado e rieccomi qua), algoritmi e una nebulosa ragnatela dentro cui, alzando bene le orecchie, ci si accorge che viene pure scomodato il “Quadrato del Sator” nascosto in qualche cognome o società (ricordate le enigmatiche cinque parole latine, esempio di palindromo, qui capace di impossessarsi e governare il mondo intero, enigmaticamente lette da sinistra a destra e viceversa sui banchi di scuola?), un cattivissimo Kenneth Branagh che accarezza un simile sogno accanto ad una bionda e longilinea moglie (di un attimo erotico tra primi piani di visi occhi e altre parti corporali della signora, manco a parlarne) che non gioca ad altro che a mettergli il bastone tra le ruote e che anzi non ci pensa su dallo scaraventare il mare il poveretto pur di vederlo morto, azioni catapultate nel futuro che hanno già avuto a che fare con il passato, incontri al vetriolo veri o immaginati, azioni contemporanee viste ai nostri occhi diverse, è sufficiente che un vetro le separi e ce le renda come è piaciuto a Christopher Nolan: con l’inghippo dello sdoppiamento dei protagonisti. Qualcuno, per un paio di volte almeno, ha il buon gusto di avvertirci “non tentare di capire, senti soltanto”. Il rovinoso finale altro non è che la resa dei conti tra il micidiale cattivone e consorte, con la domanda “di tutto il resto come scriviamo la parola fine?”

Nolan non è mai stato facile, è tortuoso, espone una sua filosofia e tu dovresti già esser lì, tremante davanti a lui, come il più preparato degli studenti. Certo non è mai bassamente banale, ti fa lavorare ad ogni immagine. In altre occasioni ha saputo tuttavia intrappolarci con acutezze, con montagne russe che ti piaceva un sacco salire e ridiscendere, con la curiosità allegra di addentrarti in certi meccanismi, in sulfurei giochi di specchi, in passaggi improvvisi, in liquefazioni pronte a ricomporsi immediatamente: qui ha soprattutto il sopravvento il cinema del movimento, del guazzabuglio meccanico, del giochino proposto in ogni suo attimo per testimoniare i 200 e passa milioni di dollari spesi nell’operazione. Ti alzi dalla poltrona e di Tenet ti porti a casa davvero poco. Anzi pochissimo. Nelle mani di Nolan, che ne è rimasto del povero spettatore che cercava un altro capolavoro e una inaugurazione di annata cinematografica diciamo con qualche leggero entusiasmo?

“La montagna in rete per colmare i divari digitali”

Per comporre la ‘rete unica’ sono certo che Tim e Cdp, con AccessCo, partiranno da quanto Uncem ha più volte affermato e concentrato nel dossier ‘La Montagna in rete’, scaricabile qui:  https://uncem.it/wp-content/uploads/2020/08/LA-MONTAGNA-IN-RETE_DEFok.pdf.

E cioé prenderanno atto che il divario digitale si vince se vediamo congiunti, insieme e non separati, i problemi relativi alle reti fisse, alla telefonia mobile, alla tv che non si vede. I dati che da dieci anni Uncem descrive rispetto al digital divide sono allarmanti. Ma gli investimenti delle imprese e dello Stato permetteranno di azzerare quei numeri che ad esempio oggi vedono 1.200 Comuni senza segnale per mandare messaggi o telefonare. E cinque milioni di italiani che hanno difficoltà a vedere i canali tv sul digitale terrestre. Non si facciano gli errori del Piano Banda ultralarga. Ci avevamo creduto. Ci abbiamo messo la faccia. Ma il Piano è in ritardo di due anni e ora va totalmente rivisto. Con la fibra ottica che deve arrivare in tutte le case, dei borghi e delle aree montane, senza se e senza ma. Il dossier Uncem offre spunti di lavoro anche rispetto all’internet delle cose e ai servizi, come abbiamo già condiviso con il Ministro Pisano. L‘Agenda digitale per le Aree montane è imprescindibile, non senza adeguate infrastrutture. Ripartiamo con il piede giusto”.

Lo afferma Marco Bussone, Presidente Uncem.

Cinquantatrechilometridifilo

Cinquantatrechilometridifilo, domenica 20 settembre 2020 dalle ore 15 alle 20

Il PARI/Polo delle Arti Relazionali e Irregolari dell’Opera Barolo presso
Palazzo Barolo, via Corte d’Appello 20/C Torino
presenta Cinquantatrechilometridifilo
un progetto sulla relazione e sull’identità che prende spunto dalla fototessera intesa come oggetto dove il ritratto è ridotto a forma essenziale, immagine di un volto al fine del riconoscimento e attestazione di una condizione sociale. Ma dall’oggettivazione, dal generale e indefinito si passa allo specifico, a persone a cui Silvia Beccaria è legata, e alla loro esistenza, che come la trama che il filo compone, diventa storia da ascoltare e da vivere. L’unicità di un filo è l’unicità di ognuno che, nell’intrecciarsi e comporsi con altri fili, forma il tessuto del suo divenire, della sua storia, della propria identità. La diversità diventa ricchezza, occasione di crescita e incontro, producendo scambi, relazioni e conoscenze. Il “tessere relazioni” con alcuni colleghi artisti, ha prodotto un’installazione a più mani, una “fusione” artistica in cui le varie espressioni, dalla fiber art, alla fotografia, al disegno si integrano tra di loro. Un’idea ambiziosa che ha permesso la libera espressione nella relazione con l’altro, nella capacità di accogliere il diverso da sé e nel tradurre l’unicità di ciascuno in un valore per tutti. Trame invisibili e chilometri di filo ininterrotti ci legano gli uni con gli altri. Il filo unisce sia matericamente che metaforicamente e costruisce dei contenitori che svelano, raccolgono momenti di vita preziosi, avvolgono, riscaldano, custodiscono legami intimi e famigliari, identità e individualità diverse. Maura Banfo, Giulia Caira, Jessica Carroll, Miriam Colognesi, Claudio Cravero, Paolo Leonardo, Ornella Rovera e Roberta Toscano hanno dato un loro libera interpretazione al progetto, come la paziente tessitura di un unico filo che ciascuno ha cercato dentro di sé.

Mostra ospite del PARI, Polo delle Arti Relazionali e Irregolari / Rassegna Singolare e Plurale, un progetto di Città di Torino e Opera Barolo, a cura di Artenne e Forme in bilico in collaborazione con ASL Città di Torino, Cooperative sociali P.G. Frassati e Chronos, Associazioni Arteco, Fermata d’autobus Onlus e Volo 2006
Il progetto resterà esposto nelle prestigiose cantine del Palazzo dal 20 settembre al 18 ottobre 2020 nei seguenti orari: mercoledì, giovedì, venerdì ore 15.00-17.30; sabato e domenica ore 15.00-18,30
un progetto di Silvia Beccaria con Maura Banfo, Giulia Caira, Jessica Carroll, Miriam Colognesi, Claudio Cravero, Paolo Leonardo, Ornella Rovera, Roberta Toscano a cura di Olga Gambari

Maura Banfo www.maurabanfo.com
Dopo anni d’irrequietezza “vagabonda” ad esplorare il mondo, trova nella sua città natale il proprio “nido” dove inizia una ricerca attraverso la fotografia come linguaggio predominante. Maura Banfo ha sempre subìto la fascinazione della materia: nel suo lavoro pluridecennale – costellato di mostre, residenze d’artista e molti riconoscimenti – ha attentamente indagato osservando la realtà, a partire dagli oggetti che la circondavano e decidendo di restituirli con il mezzo fotografico come nuove entità spogliate del loro significato, architetture da indagare, entità da osservare sotto punti di vista inediti per aprirli a nuovi codici di senso. Il suo percorso è caratterizzato da una coerenza interna che raramente si riscontra nell’opera degli artisti italiani della sua generazione. La forza del suo lavoro sta nel mantenere ben riconoscibile la propria impronta creativa e la propria poetica, ma in una continua scoperta di nuove sfaccettature e punti di vista: sebbene prevalga una preferenza per la fotografia, lavora con padronanza anche con il video, il disegno e l’installazione.

Silvia Beccaria www.silviabeccaria.it
vive e lavora a Torino. Dopo una laurea in Filosofia e un Master in Arte Terapia presso l’Università di Torino, ha iniziato un percorso di studi sotto la guida dell’artista olandese Martha Nieuwenhuijs. Per molti anni ha elaborato progetti didattici utilizzando l’arte come strumento di riabilitazione ed educazione e ha collaborato con il Dipartimento Educazione del Museo di Arte Contemporanea Castello di Rivoli .
Silvia Beccaria utilizza l’intreccio come medium artistico. Intrecciare è l’arte del comporre trame così come si fa con la penna su un foglio di carta… Le trame sono i suoi colori e i suoi pennelli, “dipinge” con materiali che trasforma in filamenti intrecciabili, quali gomma, plastica, carta, e così via, quelli che meglio, di volta in volta, le permettono di esprimere il concetto dell’opera. L’incanto della natura, il visibile e l’invisibile, i luoghi della memoria, la bellezza del linguaggio e della poesia, le connessioni tra tessitura e scrittura, diventano parte integrante dei suoi racconti creati filo dopo filo dando vita ad installazioni che germogliano dalla tela. Ha esposto in mostre personali e collettive in Italia e all’estero e alcune sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private.

Giulia Caira https://www.instagram.com/giuliacaira.studio/
A partire dal suo esordio nel ‘94, l’opera fotografica di Giulia Caira si sviluppa attraverso una ricerca sul corpo e sull’identità, che tiene conto degli effetti della comunicazione derivanti dal contesto contemporaneo, nel tentativo di focalizzare i punti di convergenza tra realtà e immaginazione. Un linguaggio che si avvale di codici ora ironici, ora sarcastici, nel quale s’intuiscono distorsioni e tic derivanti dall’esperienza quotidiana. A partire da una prima fase in cui la casa veniva usata come set e campo di battaglia prediletto per le sue rappresentazioni, la ricerca dell’artista evolve via via verso una serie di progetti site specific, video e fotografia, che le consentono di attivare un’indagine riguardante i meccanismi psichici nelle relazioni con se stessi e con gli altri, con uno sguardo privilegiato verso la condizione femminile, nel tentativo di elaborare una critica verso i modelli imposti dalla cultura patriarcale.

Jessica Carroll www.jessicacarroll.it
nata a Roma, vive e lavora ad Ivrea, figlia d’arte, impara diverse tecniche artistiche dal padre pittore Robert Carroll e dalla madre scrittrice, Simona Mastrocinque, eredita l’amore per la letteratura. Durante i lunghi viaggi al seguito del padre o sola coltiva l’amore per la fotografia. Rientrata in Italia, si iscrive alla facoltà̀ di Biologia a cui preferisce la ricerca sul campo insieme ad ornitologi, speleologi e apicoltori. Come artista lavora dagli anni ’90 tra disegno, scultura e installazione, utilizzando materiali diversi che vivono in una complessità̀ teatrale e sembrano invitare alla meraviglia, risultando in una sintesi affascinante tra l’illusione dell’imitazione e la verità̀ dell’arte.

Miriam Colognesi www.miriamcolognesi.com
nata a Torino, vive e lavora tra Barcellona e la Valle d’Aosta.
Dopo il diploma in Pittura presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, si trasferisce in Valle d’Aosta, dove si dedica alla fotografia iniziando la sua ricerca sull’autoscatto.
Di questo primo periodo sono le mostre personali e collettive sul tema del paesaggio e dell’autoritratto in gallerie d’arte e musei nazionali ed internazionali.
Grazie al progetto Autoritratti al Museo l’interesse si sposta sul ritratto e la percezione dell’osservatore nell’epoca dei social-network.

Claudio Cravero www.claudiocravero.com
vive e lavora a Torino. Inizia a fotografare negli anni ’70 abbinando l’attività teatrale fino agli anni ’90. I suoi progetti vanno da visioni “wendersiane” della città all’archeologia urbana del contemporaneo, dalla documentazione dell’attività degli artisti a immagini fantasmatiche destinate all’oblio.
Affascinato dal cinema, le sue immagini lo esplorano con mini-racconti fotografici per poi approdare a esperimenti di sintesi con più figure in un solo negativo. L’utilizzo della luce naturale è una costante nei suoi lavori che rimandano ai classici della pittura e del cinema come nei tableaux vivants in cui esorcizza la paura della morte o condanna il potere che manipola l’informazione. Con l’inserimento dell’elemento umano dà voce agli in-visibili e pittura icone dell’arte con acidi fotografici, denuda sguardi ed espressioni e racconta di “muri domestici” in stile nouvelle vague. Ha esposto in Italia, Francia, Portogallo, Repubblica Ceca, Argentina e Stati Uniti. Da alcuni anni è fotografo volontario per associazioni umanitarie in Uganda, India, Bangladesh e Burkina Faso.
Paolo Leonardo www.paololeonardo.com
vive e lavora a Torino, ha frequentato il Liceo Artistico e l’Accademia Albertina di Belle Arti. E’ attivo dalla metà degli anni Novanta. La sua opera pittorica rappresenta una sfida nei confronti del sistema mediale contemporaneo e una ricerca improntata sull’interazione tra pittura e fotografia. Il suo lavoro è presente in diverse collezioni private e pubbliche, in Italia e all’estero.
Ornella Rovera www.ornellarovera.it
vive e lavora a Torino, si diploma in Scultura all’Accademia Albertina di Torino nel 1987, nello stesso anno consegue la qualifica di grafico pubblicitario presso la Scuola d’Arte Applicata e Design di Torino. Il dialogo fra i diversi linguaggi artistici, in particolare tra la fotografia e la scultura, e la sperimentazione dei materiali come strumenti evocativi, sono fra gli aspetti che caratterizzano la sua ricerca. Dal 1992 espone i suoi lavori in gallerie, sedi storiche pubbliche e spazi autogestiti dedicati all’arte contemporanea, in Italia e all’estero. E’ docente di Tecniche della Scultura all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dopo aver insegnato la medesima disciplina all’Accademia di belle Arti di Brera, Milano. Nell’ambito artistico-didattico è curatrice di progetti con enti e istituzioni pubbliche e private.

Roberta Toscano https://www.instagram.com/roberta_toscano/
vive e lavora a Torino. Dopo la laurea in Storia del teatro ha intrapreso gli studi di Grafica e si è laureata presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino con Franco Fanelli integrando in questo modo la teoria degli studi umanistici con l’applicazione pratica in laboratorio attraverso la sperimentazione artistica. Per Roberta Toscano l’urgenza di raccontare un pezzetto di se stessa, o della realtà contemporanea, può tradursi in installazione, scultura, video art, fotografia o grafica poiché per l’artista la cifra dell’attualità non prevede più una netta divisione tra un linguaggio dell’arte e l’altro. Tuttavia, anche se le varie discipline si stanno sempre più contaminando, l’utilizzo della fotografia resta per lei immediato e irrinunciabile nel primo processo di analisi dell’oggetto e nella restituzione dell’aspetto poetico dell’esistenza.

per info scrivere a: artenne.artenne@gmail.com/www.artenne.it e formeinbilico@gmail.com