Primo incontro online del Ciclo “Le Città del futuro”, in collaborazione con Fondazione Circolo dei lettori
Come rafforzare la vocazione tecnologica delle città ed evitare di declinare verso un sentiero “low tech” che le allontani dalla frontiera della conoscenza? È opportuno puntare sulla diversificazione o sulla specializzazione? Che ruolo possono avere le istituzioni pubbliche e le università? Come rafforzare le sinergie tra ricerca privata e pubblica?
Programma
Relazioni introduttive
Enrico Moretti, Professore di Economia, University of California, Berkeley
Henry Overman, Professore di Geografia Economica, London School of Economics
Ne discutono
Federica Alberti, Responsabile affari societari e relazioni istituzionali, Zambon Company
Carla Patrizia Ferrari, CFO Fondazione Compagnia di San Paolo
Jeremie Hoffmann, Direttore del Dipartimento Conservazione Beni Culturali, Città di Tel Aviv
Modera
Paolo Griseri, La Stampa
Introduzione al ciclo “Le città del futuro” e saluti di apertura
Alberto Anfossi, Segretario Generale Fondazione Compagnia di San Paolo
Giorgio Barba Navaretti, Presidente Fondazione Collegio Carlo Alberto
Gianluigi Benedetti, Ambasciatore italiano a Tel Aviv
Con la presenza di una sinistra forte appare del tutto naturale in qualsivoglia sistema democratico la presenza di una destra alla luce del sole che raccoglie più o meno consensi. Il pericolo per la democrazia consiste, al contrario, nel condannare alla clandestinità ,dandole anche un’aura di persecuzione, gente che va lasciata nel suo brodo. Negli anni di maggiore faziosità del Pci e della sinistra il movimento sociale crebbe nei consensi, a parte il fatto che oggi Fratelli d’Italia è cosa diversa, come lo fu Alleanza Nazionale, dal Msi storico. Gli odierni piccoli gruppi che raccolgono insignificanti consensi elettorali sono oggi quelli contro cui si vuole montare una campagna del tutto spropositata, partendo dai souvenir venduti a Predappio. Vietare un calendario di Mussolini o una bottiglia di vino con l’etichetta del duce appare stupido e ridicolo. La vigilanza democratica va fatta nei confronti delle azioni e di eventuali covi, applicando le leggi esistenti che bastano ed avanzano. La legge Mancino ha, tra l’altro, dei risvolti profondamente illiberali non condivisibili perché viola la libertà di opinione. Pochi magistrati l’hanno applicata perché giuridicamente poco fondata. I democratici praticano la tolleranza delle opinioni e la ferma repressione delle illegalità nell’agire politico. Che adesso i sindaci di Stazzema e di Carpi lancino una petizione per inasprire le leggi vigenti appare del tutto strumentale e fuori luogo. Stazzema e Carpi, per ciò che rappresentano nella storia italiana, sono simboli anche morali troppi alti per mettersi a raccogliere firme che non avranno conseguenze pratiche in particolare in un momento come questo in cui il Parlamento è stato sequestrato dal governo. In una democrazia non è possibile costringere tutti a pensarla alla stessa maniera perché altrimenti ci troveremmo da un giorno all’altro, in una dittatura. Le battaglie culturali e politiche si vincono con il serrato confronto storico , con la funzione educativa della scuola, con l’esempio del buongoverno . Il modo approssimativo di governare e’ infatti il più forte richiamo all’uomo forte e alle soluzioni autoritarie che vedono nella democrazia una debolezza inefficiente e inadeguata. Il Governo democratico deve essere forte ed efficiente. Una versione contraria di governo è la vera e più pericolosa propaganda al fascismo o comunque all’autoritarismo in genere. L’antifascismo non è fatto di petizioni ripetitive retoriche ed inutili, ma di atti di governo che diano vigore alle libere istituzioni democratiche. Sono convinto della buona fede dei due sindaci in questione, ma non aggiungerò la mia firma alla loro, soprattutto non unirò il mio nome a quello di tanti autoritari più o meno inconsapevoli che non hanno mai capito che l’antifascismo vero è la libertà.
“…Considerate se questa è una donna/ Senza capelli e senza nome/ Senza più forza di ricordare/ Vuoti gli occhi e freddo il grembo/ Come una rana d’inverno…”: da questi versi, ispirati all’antica preghiera della liturgia ebraica dello “Shemà” e parte della poesia introduttiva alle pagine – le più celebri dedicate all’inferno di Auschwitz- di “Se questo è un uomo”, scritte da Primo Levi e pubblicate per la prima volta nel ’47 dall’editrice “De Silva”, deriva l’allestimento prodotto dall’Associazione Culturale “Progetto Cantoregi” e visitabile online in occasione del “Giorno della Memoria” dal 27 gennaio prossimo. Allestito alla “Soms”, ex Società Operaia di Mutuo Soccorso di Racconigi ( oggi sede della stessa Associazione ), il lavoro scenico sarà visitabile grazie al video pubblicato sul sito web progettocantoregi.it, sulla pagina Facebook di Progetto Cantoregi e sul sito del Comune di Racconigi. A muovere il racconto sarà, in tutto e per tutto, la figura femminile. Le donne della Shoah cui il progetto è specificamente dedicato. Esseri umani, privati dalla pazzoide ferocia nazista d’ogni umanità e identità, che Primo Levi equiparava nelle sfatte forme alle “rane d’inverno”, vittime di una prigionia fatta di fame, freddo, percosse, violenze e umiliazioni. Cose. Oggetti. Stracci. Rifiuti. Destinati allo sterminio, all’impietosa eliminazione. Senza colpe, se non quella di rappresentare la “diversità”. L’essere “altro” dalla nobile, e destinata a dominare il mondo, stirpe ariana. Le toccanti e drammatiche testimonianze di donne, spesso ancora bambine o giovani ragazze, che sono state internate nei campi di concentramento, o di intellettuali, che hanno urlato e urlano contro gli orrori dell’Olocausto, scorreranno sullo schermo della “Soms” e, ancora oggi, saranno un grido silenzioso contro i soprusi dell’uomo sull’uomo.
Urla. Parole che bruciano i cuori. Prive d’odio. Lanciate al vento come forte messaggio di memoria. Per non dimenticare. Quelle, tra le altre, di Anna Frank, Etty Hillesum, Edith Bruck, Liliana Segre, Hannah Arendt, Irène Némirovsky, Nelly Sachs, Gitta Sereny, Simone Weil, Elisa Springer, Joyce Lussu e Lidia Rolfi.
In scena, tra il palco e la platea, si stagliano gli oggetti tristemente simbolici dell’inferno concetrazionario, che rappresentano gli effetti personali o domestici sottratti all’identità e alla dignità di tante donne: scarpe, indumenti, cappotti, sciarpe e foulard, libri, pettini, valigie, bambole, posate e anche capelli. Memorie di vite annullate. Memorie da non cancellare. Perché “questo è stato”.