Un vincitore italiano in una prova nazionale Fidal su strada non avviene molto spesso: l’impresa è riuscita a René Cuneaz (Cus Pro Patria), l’ex campione italiano di maratona che ad Aglié (TO) ha fatto sua la vittoria nella quarta edizione della 9 Miglia Alladiese, la prima però nel calendario federale, oltre che valida per la CorriPiemonte.
Il corridore della società milanese ha corso con grande sagacia tattica: “Inizialmente ho lasciato sfogare i miei rivali Kipngetich e Taye – ha dichiarato subito dopo l’arrivo – Fino ai 5 km hanno tenuto un ritmo insostenibile, ma successivamente, su un tratto più vallonato, l’etiope ha iniziato a perdere terreno, l’ho ripreso al 10° km e al 13 mi sono riportato anche su Kipngetich, staccandolo in discesa per evitare una volata sempre pericolosa”.
Cuneaz ha chiuso i 15 km previsti in 46’52” precedendo il kenyano Sammy Kipngetich (Atl.Saluzzo) di 15” mentre Damte Kuashu Taye (Atl.San Biagio) ha pagato la seconda parte più insidiosa finendo a 1’18”. Rivincita africana fra le donne, dove Addisalem Belay Tegegn, etiope dell’Atl.Saluzzo, ha confermato i pronostici della vigilia aggiungendo un altro successo alla sua lista di quest’anno, a ricca a dispetto del calendario ancora scarno. In 51’27” la Tegegn è giunta addirittura 11esima assoluta, staccando di 1’46” la connazionale Meseret Engidu Ayele (Gs Il Fiorino), terza la campionessa uscente Melissa Peretti della società organizzatrice, il Team Peretti, a 7’51”.
Numeri eccezionali quelli di partecipazione, con 483 arrivati, perfettamente gestiti dall’organizzazione (coadiuvata dalla Durbano Gas Energy) garantendo la massima sicurezza e il distanziamento ancora necessario. Un grazie va a chi ha supportato la manifestazione: Ditta Boni Spa, Itersrl, Autogrups Suzuki, Centrale del Latte di Torino, Raspini. Un successo organizzativo che ha impressionato anche il sindaco Marco Succio e tutta l’amministrazione comunale di Aglié, a dimostrazione che si può allestire un grande evento podistico in tutta tranquillità. Il cammino della 9 Miglia Alladiese è appena iniziato…
“Le sedie” dunque, “un classico” capace d’arrivare oggi placidamente senza scombussolare più di tanto gli spettatori degli anni Duemila, abituati a ben altro. Con il titolo confratello sono il manifesto di quel teatro dell’assurdo – tradotto da noi dall’estro e dall’intelligenza di Gian Renzo Morteo – che fece la filosofia teatrale e la fortuna dell’autore franco-rumeno, il panorama su un mondo malato e squinternato anche nel linguaggio, spezzettato e controcorrente in tutti i suoi nonsense, nei suoi rapporti malati, nelle convenzioni sociali da buttare al macero. Nello spazio delle Fonderie Limone di Moncalieri, nello spettacolo (finalmente) messo in scena dallo Stabile torinese con la regia di Valerio Binasco (repliche sino al 16 maggio), ritroviamo, forse all’indomani di un evento apocalittico, in un enorme stanzone polveroso, un battuto terroso dove rotolano sassi, una grande finestra unico sguardo sul mondo, aperta su un oceano ormai privo di vita, un ammonticchiarsi di sedie su di un lato (la scena è di Nicolas Bovey), lui e lei (Semiramide, remissiva e servizievole, evanescente, una bella prova di Federica Fracassi) pronti a scambiarsi ricordi di una vita trascorsa insieme, forse settanta forse cento forse mille anni, mentre attendono l’arrivo dei loro ospiti, catturati tra le più disparate professioni e i più diversi ranghi sociali, che l’uomo ha convocato per una conferenza. È anche atteso un oratore, si dovrà pur ben fare una telefonata ad un Imperatore ossequiato e deriso per ottenere la sua approvazione. Ci vorranno sedie, tante sedie, all’arrivo di ognuno, parole di presentazione, ed ecco che Semiramide inizia a disporre in un relativo ordine sedie quasi ovunque.
Ionesco intesse con un ordine capovolto i piccoli rapporti di complicità della coppia, le loro solitudini, il desiderio di vivere e la stanchezza, le infermità, frantuma quel vecchio ordine in mille parti (Michele Di Mauro è l’emblema di quella scomposizione, e di quella catastrofe, a cominciare da quel linguaggio fatto a pezzi, da quel farfugliare continuo, da quel rincorrersi lento e affaticato delle sillabe: una prova d’attore assai bella e convincente). Binasco, da parte sua, mentre ci ricorda che “l’assurdo ha senso solo nella misura in cui gli venga negato il consenso” (sono parole di Camus), reclama il diritto di prendere i suoi personaggi, facendone due attori marcatamente truccati, e di smussare da essi e dal testo quel tanto di cattiveria – Binasco nelle note di regia parla di “odio”) – da parte dell’autore per il vecchio teatro e di far posto a quell’amore che sfocia poi in uno spazio ben più ampio, la vita. “Una storia di tenerezza umana”, fatta, capovolgendo inaspettatamente l’assurdo, “l’assurdo dell’assurdo”, di piccoli affetti, di gesti familiari, di premure coniugali, di gag quotidiane. Ma tutti si spegne, lui e lei s’avvicinano alla grande finestra e vi salgono sopra, per un salto nel vuoto, che è la negazione di tutto. Uno spettacolo che per 80’ tiene vivacemente attenta l’attenzione dello spettatore (tutti ben distanziati e felici di poter rioccupare le poltrone di una sala teatrale), ben diretto e ottimamente recitato, più e più volte applaudito al termine di una repliche: lo consigliamo in questa riapertura di cui non vedevamo l’ora, che ci auguriamo mantenga le proprie promesse, senza alcun passo falso.