ilTorinese

Rock Jazz e dintorni a Torino: Niccolò Fabi e “Una notte per Gaza”

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA 

Martedì. Al Blah Blah si esibiscono i The Morlocks. All’Hiroshima Mon Amour è di scena Simba.

Martedì. Al Pala Gianni Asti di Torino, serata “Una Notte per Gaza”. Concerto a sostegno di Medici Senza Frontiere con tante band fra cui:Fratelli di Soledad, Persiana Jones, The Originals (Africa Unite + The Bluebeaters), Medusa, Statuto, Loscxhi Dezi, Fiori, Oh Die!, Lotta e tanti altri.

Mercoledì. Al teatro Colosseo arriva Niccolò Fabi.

All’Osteria Rabezzana si esibisce il quartetto di Lowell Levinger.

Giovedì. Allo Ziggy sono di scena i Lomsk + Duir. Il quartetto Smallable Ensemble suona alla Piazza dei Mestieri. Al Blah Blah si esibiscono i Plastic Drop +Dag. All’ Hiroshima suonano gli L’Entourloop. Al Cap 10100 è di scena Mark William Lewis. All’Off Topic si esibiscono i Frenesi.

Venerdì. Al Blah Blah è di scena Suzi Sabotage + Newdress. All’Hiroshima Mon Amour suonano i Modena City Ramblers + Mistral Kizz. Al Cap 10100 si esibiscono i Machinedrum. Al Circolino  suonano i Cavour Country Boys.

Sabato. Allo Ziggy sono di scena i Decrow +Scaglia + Emokills. Al Blah Blah si esibiscono i Klasse Kriminale. Al Folk Club suonano i Willos’.

Domenica. Allo Ziggy sono di scena Wyatt E. /Ainu.

Pier Luigi Fuggetta

Estonia-Italia 1-3: Azzurri solidi, tre punti d’oro verso il Mondiale

 

Missione compiuta a Tallinn per l’Italia di Gattuso, che sabato 11 ottobre ha superato l’Estonia 3-1 nelle qualificazioni ai Mondiali 2026. Gli Azzurri partono forte: al 4’ Kean sblocca il risultato su assist di Dimarco, ma è costretto a uscire poco dopo per un infortunio. Al suo posto entra Pio Esposito, protagonista nel secondo tempo.
Dopo un rigore sbagliato da Retegui, l’attaccante si rifà al 38’, firmando il 2-0 con un destro preciso su assist di Orsolini. Nella ripresa, il giovane Esposito chiude i conti con il suo primo gol in Nazionale, mentre un errore di Donnarumma regala all’Estonia il gol della bandiera (Sappinen, 76’).
Con questo successo, l’Italia resta in corsa nel gruppo I e si prepara al match decisivo contro Israele. Il Mondiale è ancora lontano, ma la direzione è quella giusta.

Enzo Grassano

La 13ª edizione di Flashback Art Fair: senza titolo, limiti, confini e tempo

La 13ª edizione di Falshback Art Fair, che ritorna negli spazi di Flashback Habitat, il centro artistico indipendente di corso G.Lanza 75, dal 30 ottobre al 2 novembre prossimo, quest’anno ha scelto di non avere un titolo. La direzione, con Ginevra Pucci, Stefania Poddighe e il direttore artistico di Flashback Habitat Alessandro Bulgini, hanno deciso di non dare un titolo perché vogliono farne un centro di accoglienza e confronto finalizzato ad accogliere la diversità.

Dal suo esordio Flashbak non è mai stata solo una fiera, ma un progetto in divenire, che ogni anno si trasforma per consolidare il proprio legame con il presente in un racconto che restituisce all’arte, anche quella storicizzata, un legame forte e attuale con la contemporaneità e la vita familiare e quotidiana. Non dare un titolo è un atto deliberato di resistenza, equivale a rifiutare qualsiasi narrazione, unica o imposta. Significa creare un Habitat fertile, uno spazio denso, in continuo movimento, dove le diversità si incontrano e si confrontano. In questa zona “franca” dell’arte, l’accoglienza delle differenze, delle molteplici identità e delle voci fuori dal coro diventano principi fondanti. Con questa scelta Flashback non celebra solo la libertà dell’arte, ma afferma con chiarezza la volontà di abbattere le barriere fisiche e temporali per restituire visibilità all’invisibile. L’immagine guida di questa edizione è duplice, dicotomica, refrattaria a ogni tentativo di catalogazione, e porta la firma di Antonello Bulgini, fratello del direttore artistico scomparso prematuramente nel 2011.

“Le immagini guida di quest’anno appartengono a mio fratello Antonello, ‘Iafet’ e ‘Mister Marshmallow’ – dichiara Alessandro Bulgini – non è solo un omaggio affettivo, ma una scelta in perfetta sintonia con lo spirito di Flashback, che è un habitat di relazioni umane oltre che artistiche. ‘Iafet’ nasce da un episodio familiare e rimanda al famoso ritratto di Antonello da Messina, con un segno infantile che diventa parola biblica, trasformando la tela in un enigma stratificato. ‘Mister Marshmallow’ al contrario rivela in modo immediato la sua natura mostruosa, due facce della stessa medaglia che rispecchiano il tema di una edizione senza titolo, rifiuto delle etichette e apertura a molteplici interpretazioni.

Dal 30 ottobre al 2 novembre prossimi, a Flashback Habitat Ecosistema per le culture contemporanee, di 20 mila mq immersi nel verde di Borgo Crimea a Torino, luogo denso di storia e di storie, prestigiose gallerie internazionali daranno vita a un racconto corale all’interno di un percorso che si snoda nella familiarità delle stanze del padiglione B, attraversando epoche e linguaggi senza soluzione di continuità e restituendo al pubblico un paesaggio fertile e in continuo movimento. Un mosaico di visioni attraverso cui Flashback Art Fair ribadisce la sua scelta, quella di lasciare spazio al molteplice, accogliere le differenze e dar voce a ciò che sfugge alle narrazioni dominanti.

Il mito, la metamorfosi eil legame con l’ancestrale emergono nelle “Danzatrici” di Franz Von Stuck (Aleandri Arte Moderna di Roma), visioni ipnotiche di una danza dionisiaca, cosiccome ne “Il cavallo e il cavaliere” di Marino Marin, proveniente dalla galleria romana Antiques Par Force, risulta un archetipo che oltrepassa i secoli fino a lambire l’astrazione. Della stessa galleria il barocco “Giunone e Argo” di Antonio Gherardi, che rievoca la trasformazione del pastore in pavone, mentre i “Lupi” di Domicella Božekowska incarnano la forza primordiale e selvaggia della natura. In questa linea si inserisce la “Madonna con Bambino” quattrocentesca (galleria Flavio Pozzallo), scultura linea che restituisce la potenza del frammento e della materia grezza. I temi dell’identità e del misticismo attraversano i “Tableau vivant” di Luigi Ontani (galleria l’Incontro), che abbattono i confini tra Oriente e Occidente, pittura e fotografia, e si ritrova nei “Dervisci danzanti” di Aldo Mondino (galleria Umberto Benappi), dove il corpo diventa esperienza estatica e rito. Qui l’arte rifiuta la classificazione e si apre alla contaminazione di linguaggi. La riflessione sui materiali dell’arte è al centro del dialogo proposto dalla galleria Dello Scudo, che accosta i disegni di Modigliani e Morandi all’opera di Arcangelo Sassolino, e ancora ne “La donna che legge” di Umberto Boccioni, bozzetto in negativo che esalta la vitalità del segno e della carta. Le pietre sonore di Pinuccio Sciola segnano il confine tra scultura, musica e grafica, aprendo a una dimensione sinestetica della materia. Il “senza titolo” di Mario Schifano (galleria Roberto Ducci) diventa manifesto del rifiuto di ogni definizione, spazio potenziale in cui l’interpretazione rimane sempre aperta. L’episodio pittorico di “Muzio Scevola davanti a Porsenna” di Luigi Miradori, detto il Genovesino (galleria Canesso) rievoca il coraggio e l’integrità come segni di resistenza, mentre la Frascione Gallery ci conduce nel mondo di Bernardo Strozzi, artista accusato di disonorare l’abito religioso con la pittura profana, e proprio per questo figura di rottura e libertà. Non mancano i maestri stranieri come Adriaen Van Overbeke, artista indipendente che testimonia un‘arte capace di sottrarsi all’unicità del genio celebrato per restituire valore alla pluralità dei linguaggi e delle esperienze, e il maestro rinascimentale Albrecht Dürer con una ricca raccolta di incisioni (Il Cartiglio), che offre un esempio della capacità dell’artista di trasformare l’immagine in archetipo universale, un’occasione per riscoprire la forza del segno e l’attualità del suo linguaggio.

In occasione di Flashback Art Fair 2025 prende forma un public program di laboratori, visite guidate, talk e performance. Si segnalano “Butterfky”, rassegna di videoarte a cura di Rebecca Russo, che inaugurerà il 25 settembre, un percorso visivo dedicato alla trasformazione, alla memoria e alla rinascita, dove gli artisti coinvolti riflettono sulla fragilità e la forza interiore dell’essere umano, e “Compassione”, intervento site specific di Mustafà Fazari, che inaugurerà giovedì 16 ottobre e che propone una riflessione intensa sul tema dell’empatia come strumento per costruire connessioni tra individui e comunità. I Flashback Lab saranno aperti a ogni fascia d’età, e il Flashback Storytelling costituirà un ciclo di visite guidate in dislogo con opere, artisti e gallerie.

Mara Martellotta

Zandonai al Regio: Francesca risorge tra l’incanto e il desiderio

Di Renato Verga

Inaugurare la stagione con Francesca da Rimini non è cosa da poco. Al Teatro Regio di Torino ci prova Andrea Battistoni, nuovo direttore musicale, e lo fa con un titolo che più suo non si può: lopera italiana del tardo Ottocento-primo Novecento, quella in bilico tra il sudore verista e i profumi decadenti. Ed eccola, la Francesca di Zandonai, una delle poche riscoperte del periodo che non finiscono dritte nel reparto opere da archeologia. Dopo Parigi, Strasburgo, Milano e Berlino, tocca di nuovo a Torino dove, nel 1914, tutto era cominciato.

Zandonai non partiva da zero: la coppia più celebre della letteratura adulterina, immortalata da Dante, aveva già ispirato Paisiello, Mercadante, Thomas, Rachmaninov e pure Čajkovskij, ma lui volle la versione dannunziana, quella della Duse, tutta intrisa di veli, sangue e profumi dambra. Tito Ricordi, uomo pratico, sfrondò il poema di sangue e lussuriadel Vate, ma non abbastanza da risparmiare agli spettatori arboscelli verzicantie vivande cadenti in gualdana. Per una volta, i sopratitoli inglesi servono anche agli italiani.

Nel 1914 la Francesca rompeva col verismo per inseguire la moda floreale e preraffaellita: la passione diventa languore, la tragedia si veste di seta liberty. Eppure la musica è tutto fuorché leziosa: Zandonai fonde Wagner, Debussy e un pizzico di Janáček, con una libertà armonica che non sfigurerebbe a Parigi o a Lipsia. La sua orchestra sa farsi mare, onda, luce: la Francesca da Rimini, più che lultimo spasmo del verismo, è forse la prima vera opera moderna italiana.

A raccogliere leredità visiva tocca ad Andrea Bernard, regista bolzanino premiato con lAbbiati nel 2024. Con laiuto di Alberto Beltrame (scene), Marco Alba (luci) ed Elena Beccaro (costumi), costruisce un mondo che è stanza, mente, memoria e abisso. Le scarpe rosse abbandonate davanti al letto bastano a dire tutto: lamore come rovina, la rovina come libertà.

La sua Francesca non è più la martire dannunziana, ma una donna viva, capace di desiderare e decidere. Bernard la libera dal languore estetizzante per restituirle unanima moderna. Il risultato è un teatro che respira, che non teme il silenzio, che lascia alla musica il compito di completare il gesto.

Battistoni, dal canto suo, dirige come se avesse aspettato questo momento tutta la vita. In buca è focoso, meticoloso, lirico e teatrale insieme: sa quando far brillare e quando far respirare, quando spingere e quando sospendere. LOrchestra del Regio risponde con smalto e precisione, il Coro istruito da Ulisse Trabacchin fa miracoli di chiarezza e dinamica. Il primo atto si chiude con unesplosione di colori che pare dipinta da Klimt.

Nel cast, Barno Ismatullaeva domina la scena con voce ambrata e acuti taglienti come pugnali, più regina che vittima. Roberto Alagna, Paolo bello e dannato, conserva il carisma di sempre, anche se la scrittura lo mette a dura prova. George Gagnidze è un Gianciotto torvo e autorevole, Matteo Mezzaro un Malatestino di ottimo veleno, Devid Cecconi un Ostasio giustamente cinico e crudele. Le dame di Francesca, guidate da Valentina Mastrangelo e Albina Tonkikh, formano un quartetto di voci incantevoli; Valentina Boi tocca corde di vera grazia nella sua Samaritana.

Alla fine resta limpressione di un lavoro vivo, intelligente, forse un potroppo lucidoper chi ama la polvere del verismo, ma proprio per questo necessario. Francesca da Rimini torna a essere ciò che DAnnunzio, in fondo, non avrebbe mai voluto: unopera vera, teatrale, commovente e, finalmente, moderna.

Metro, Gtt: “Ripristinate scale mobili e ascensori”

Gtt comunica di avere “ripristinato tutti gli impianti di risalita coinvolti nell’anomalia elettrica che si era verificata ieri nella stazione della metropolitana di Porta Nuova, dovuta a fattori esterni non riconducibili a Gtt”. Lo annuncia la società  in una nota. Nel complesso sono state interessate ottanta scale mobili e vari ascensori che ieri erano state interessati da anomalie elettriche.

Caffè Malabar apre le porte alla moda

Con una sfilata all’interno del sito produttivo di via Sansovino 207, il 9 ottobre, la storica torrefazione torinese si è trasformata nella location della sfilata primavera/estate 2026 di Anjoy.

Torino è una città di tesori nascosti, di persone schive che arrossiscono quando fai notare loro la straordinarietà delle loro storie. Le porte, qui, sono spesso chiuse: non c’è tempo per la frivolezza, si lavora. Ma quando si aprono, permettono di scoprire realtà bellissime.

È quello che è successo il 9 ottobre, quando Caffè Malabar, storica torrefazione torinese fondata nel 1947, ha trasformato per una sera il proprio sito produttivo di via Sansovino 207 in una passerella di moda. Tra macchinari, profumi di arabica e tostatura, è andata in scena la sfilata di Anjoy, giovane brand torinese con atelier in via Miglietti 10.

Un incontro inaspettato tra due mondi – quello del caffè e quello della moda – che condividono però la stessa filosofia: artigianalità, cura del dettaglio e passione autentica per ciò che è fatto bene.

Tutto nasce nel dopoguerra, quando Marcello Crosta, contadino, decide di intraprendere un’avventura al sapore di caffè. È il 1947, l’Italia deve ricostruirsi, e per buttarsi in un’impresa serve coraggio. Oggi le redini di Malabar sono nelle mani del genero Flavio e di sua moglie Antonella, figlia di Marcello, insieme alle tre figlie Arianna, Rebecca e Carlotta, che continuano la tradizione di famiglia.

Ed è proprio Carlotta ad avere l’idea di trasformare, per una notte, la torrefazione in una passerella. Scopre Anjoy, marchio altrettanto torinese fondato dalla designer Joyce Canova, e si riconosce nella sua filosofia: abiti artigianali, ricerca di qualità e una forte componente etica.

La sfilata, intitolata Amazing Blend, gioca su un doppio significato: la miscela come unione di aromi e sapori, ma anche di generi, culture e linguaggi. Anjoy propone infatti capi unisex, versatili e intercambiabili, in un progetto di moda consapevole che rompe le convenzioni e promuove la diversità.

“Le mie radici sono indiane” racconta Joyce Canova. “Vivo a Torino ma la mia anima abbraccia il mondo intero. Credo in una moda che non giudica e che non esclude.”

Il suo messaggio si riflette nel claim del brand, “Siamo tutti uguali”, e in una visione inclusiva della bellezza: un’attività che intreccia artigianalità e attivismo, dando vita ad abiti che parlano di uguaglianza, rispetto e libertà di espressione.

L’incontro tra Malabar e Anjoy nasce quasi per caso, davanti a una tazza di caffè. Da una parte Carlotta Viola, la prima a credere in questo connubio, e dall’altra Joyce Canova, fashion designer e titolare del marchio Anjoy. Donne brillanti, intuitive, accomunate dagli stessi valori e da uno sguardo rivolto al futuro.

Quel caffè è diventato simbolo di un viaggio: una bevanda che racconta un viaggio attorno al mondo, dall’America Latina all’Africa, un gesto, un rituale, una tradizione tutta italiana. È proprio utilizzando il caffè Malabar che Joyce Canova ha colorato i tessuti della collezione primavera-estate 2026, presentata all’interno della torrefazione.

“Amazing Blend è davvero la migliore descrizione del risultato del nostro incontro con Joyce” spiegano le sorelle Viola, “perché sembra sintetizzare la storia della nostra famiglia, che dal 1946 ad oggi ha saputo miscelare non solo ottime qualità di caffè, ma momenti storici e scelte di vita, investendo su un futuro di cui si scorgevano solo i contorni. Oggi la nostra miscela straordinaria è fatta di artigianalità, coerenza e della scelta di lavorare in modo tradizionale e autentico, come una volta, gli stessi valori che abbiamo ritrovato nella proposta di moda di Joyce Canova.”

Una collaborazione che sa di futuro, radici e passione. Una miscela perfetta, capace di unire due tradizioni torinesi – il caffè e la moda – in un’unica, sorprendente esperienza sensoriale.

Lori Barozzino

Velleda Capello: “Non tutto sarà tuo”. Una storia di scoperte inattese e di radici ritrovate

Informazione promozionale

Un viaggio che conduce la protagonista in un luogo dove il tempo si misura in maree e le risposte risiedono nei silenzi. Questo racconto è un’immersione profonda nella memoria e nei legami che definiscono chi siamo

L’AUTRICE

Velleda Capello , scrittrice per passione  nasce a Torino il 03/06/1976 , trova nella scrittura un modo per raccontare emozioni autentiche e per allontanarsi, almeno per un momento, dalla frenesia della quotidianità. Ama le storie che intrecciano sentimenti e mistero, capaci di toccare corde profonde e di lasciare nel lettore un’emozione sospesa. Diplomata al Liceo Scientifico Padano di Torino , vive a Sanfrè , un piccolo paese in provincia di Cuneo , tra le colline del Piemonte. Non tutto sarà tuo è il suo primo libro, nato dal desiderio di trasformare pensieri e sensazioni in parole che restano, scritto nel silenzio delle sere quando le parole chiedevano spazio e voce.

IL LIBRO

Alma parte per Zanzibar con il peso di un segreto non ancora svelato, trasportando una busta sigillata. La sua fuga dal caos della vita torinese si trasforma in un’intensa ricerca di sé, guidata da messaggi misteriosi e incontri inaspettati.  Attraverso le strade polverose di Kiwengwa e i vicoli labirintici di Stone Town, si trova ad affrontare un passato che la chiama, un’origine che credeva perduta.  Mami Bibi, una donna saggia e silenziosa, e i suoi segni nascosti tra pietre, conchiglie e lettere, diventano una mappa per Alma. Ogni indizio la avvicina alla verità su Leila, una figura velata dal tempo che custodisce la chiave della sua stessa identità.  Questo viaggio la conduce in un luogo dove il tempo si misura in maree e le risposte risiedono nei silenzi.
Questo racconto è un’immersione profonda nella memoria e nei legami che definiscono chi siamo.  È una storia che parla di scoperte inattese, di radici ritrovate e della forza delle donne che, in modi diversi, tessono la trama della vita.  Alma impara a dare voce a ciò che è sempre stato dentro di lei, a costruire un futuro che finalmente le appartiene.

Disponibile presso tutte le librerie on line, Amazon, Youcanprint

sia in formato cartaceo che eBook.

Instagram: velleda_capello

Un click d’amore per la montagna

“Oltre lo scatto”: è la mostra fotografica presentata dal “Forte di Bard”, in collaborazione con il “Parco Nazionale Gran Paradiso”

Fino all’8 dicembre

Bard (Aosta)

Fotografia “Wildlife”. Scatti di “Natura”. Le meraviglie di boschi e di prati incontaminati, la montagna a far da cornice a scenari in cui paiono vivere solo esseri umani “illuminati” e animali selvatici che hanno imparato (o forse è il contrario) a condividere le loro giornate con quegli “amici”, esseri umani “illuminati”. Che bella e rassicurante è la mostra “Oltre lo scatto” ospitata fino a lunedì 8 dicembre nelle “Scuderie” del “Forte di Bard” e organizzata dall’antica “Fortezza sabauda” in collaborazione con il “Parco Nazionale Gran Paradiso”! Mostra “etica”, l’hanno definita i responsabili. “Etica” e (aggiungerei) saggiamente “didattica”. L’obiettivo è infatti, si sottolinea, quello di “promuovere una riflessione sull’etica della fotografia naturalistica e più in generale sull’importanza di un approccio all’ambiente alpino rispettoso, proponendo un percorso che accompagni il visitatore oltre la dimensione estetica dell’immagine e invitandolo a interrogarsi su ciò che accade prima, durante e dopo lo scatto fotografico”. C’è un prima, un durante e un dopo dietro ogni scatto. No all’improvvisazione, no alla fotografia a tutti i costi “perfetta” (anche in barba al buon senso e al doveroso rispetto verso animali e cose) da condividere magari sui social “tanto più accattivante quanto più rappresentativa di momenti eccezionali, come gli incontri con gli animali selvatici”. Teniamo a riposo per un attimo (e anche un po’di più) l’obiettivo per evitare che i nostri comportamenti possano avere effetti negativi sulla fauna selvatica. Adottiamo atteggiamenti responsabili. E’ questo il monito che arriva dalle opere esposte. E dai testi che spesso accompagnano la mano del fotografo e le sue immagini, “raccontando le emozioni, il caso, la tenacia, l’ironia, le verità che si nascondono dietro ogni incontro con la fauna alpina”: parole sante, scritte per Roberto Andrighetto, guida valdostana che dal 2006 conduce con il fotografo Enzo Massa Micon i trekking foto naturalistici in Vallée e le Escursioni Fotografiche “Obiettivo Parco” organizzate in collaborazione con il “Parco Nazionale Gran Paradiso”.

E proprio di Andrighetto è una stupendo, per effetto tecnico e di acuta intuizione, scatto fotografico presente in mostra, dove una simpatica paciosa “Marmotta” si lascia immortalare, per nulla stranita, dall’obiettivo di un “amico fotografo”, intento a “documentare” e a “raccogliere emozioni”, ben lontano dalla ricerca dello “scoop”, della “foto rubata” che avrebbe forse spaventato e allontanato l’“amica marmotta”. Un altro scatto di Jean Laurent Jordaney (detto “Patience”) – guida di Courmayeur – ci racconta invece della fierezza e della geniale capacità di mimetizzarsi con l’ambiente, di un “Gufo” sicuramente “Reale” o “Gufo Aquila” (per quei bizzarri ciuffi di piume sulla testa che sembrano orecchie), quasi un tutt’uno con la corteccia e l’intreccio dei rami dell’albero che è ormai la sua casa. Simpatica, di una vivacità e vitalità quasi sfrontata è, poi, la vispa “Volpe” dal pelo  grigio-marrone in perfetto risalto cromatico con il candore della neve, cristallizzata, senza disturbo alcuno alla quiete che è nell’aria intorno, dall’aostano Dario De Siena, fotografo e, dal ’90, Guardiaparco del “Primo Parco Nazionale d’Italia”, con lo “Stambecco” a simbolo universale.

Complessivamente sono oltre 20 le immagini, in grande e medio formato, esposte a Bard. Con esse, uno storytelling che evidenzia le conseguenze di azioni umane solo in apparenza innocue, due pannelli didattici, di cui uno interattivo, che permettono di scoprire i mesi più vulnerabili per alcune specie montane e le complesse interconnessioni tra flora e fauna nell’ecosistema alpino. Il percorso si conclude con due proiezioni video: ad uno, in special modo, è affidato il compito di far ritrovare al fruitore “equilibrio e connessione” con la natura di cui fa parte, avvicinandolo con gli occhi e con il cuore a quell’ecosistema alpino fatto (e questo è importante sapere) di delicati equilibri e di stretti legami in grado di tenere uniti piante, animali e uomo. “La mostra – concludono gli organizzatori – diventa così un viaggio di consapevolezza che porta a riconoscere il nostro ruolo all’interno di questa rete ecologica e a comprendere come ogni gesto, ogni scelta, ogni scatto lasci un segno”.

Da segnalareFino a domenica 26 ottobre, il “Forte” presenta anche la decima edizione de “Le Sommet de l’Artisanat Valdôtain” esponendo, nell’ex “Cappella Militare” le opere premiate alla 72^ “Mostra-Concorso dell’Artigianato Valdostano” di Aosta. L’evento intende essere un omaggio all’eccellenza di un artigianato che ha saputo evolvere nei tempi, senza mai rinnegare l’antica sapienza di un “savoir-faire” che porta i tratti rigorosi di un “mestiere” tramandato nei secoli.

Gianni Milani

“Oltre lo scatto”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Fino all’8 dicembre. Orari: Feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto: alcuni scatti di Roberto Andrighetto, Jean Laurent Jordaney e Dario De Siena con una scultura dalla mostra “Le Sommet de l’Artisanat  Valdôtain”.

Piove, governo ladro

Quante volte abbiamo sentito questa frase, in riferimento a qualsiasi disgrazia succedesse nel nostro Paese?

Ci siamo, però, mai fermati a pensare a quale sia la colpa del Governo e quale sia la nostra, di noi comuni cittadini che periodicamente ci rechiamo (o dovremmo recarci) alle urne?

Non entrando nel contesto sinistra-destra o, in particolare, nella diatriba politica attuale, è evidente come, quasi sempre, l’aspettativa degli elettori con la realtà delle urne siano antitetici.

Sono dell’idea che chi rinuncia al diritto del voto, cioè non si reca a votare, non abbia alcun diritto, poi, di criticare chi governa, dalla circoscrizione al Parlamento, passando per provincie e regioni.

In aggiunta, posso dire che chi vota scheda bianca (cioè chi non prende una posizione) e, peggio ancora, chi annulla la scheda scrivendo insulti, o segnando più di un simbolo, sia ancora più colpevole, perché spreca letteralmente i soldi spesi per una tornata elettorale. Se consideriamo una media di 47 milioni di aventi diritto al voto, i 400 milioni di euro che una tornata elettorale costa, significano poco più di 8 euro a testa e, dunque, il voto inutile è costato, inutilmente, 8 euro alla Stato.

Chi vota, invece, si aspetta che il vincitore mantenga le promesse e che l’opposizione si comporti come tale.

Assistiamo, invece, spesso a rimescolamenti, nascita di nuovi gruppi tanto in Parlamento quanto in Regione che contribuiscono a minare la poca, residua, fiducia degli elettori nella politica. Fin quando non verrà realizzato il vincolo di mandato, cioè l’obbligo di appartenere al gruppo in cui si è stati eletti, pena decadere dalla carica, questi giochini saranno sempre possibili e non sono sempre giustificabili con reali problemi interni alla lista.

Fin qui sembrerebbe una politica da manuale; peccato, però, che gli elettori, una volta adempiuto al diritto-dovere del voto, non si occupino più di politica fino alla volta successiva e, dunque, criticano indistintamente tutto il Parlamento se qualcosa non viene approvato, se un provvedimento torna al voto dopo emendamenti, ecc.

Quanti di noi partecipano, anche solo saltuariamente, alle sedute del proprio Consiglio comunale? O seguono in TV (esistono canali appositi) le sedute di Camera e Senato? Quanti sono i parlamentari, dopo la legge costituzionale che ne ha ridefinito il numero?  Nebbia!

Dal compimento del 18° compleanno, quasi sempre fino a qualche anno fa, ho prestato servizio quale scrutatore nelle varie tornate elettorali (dalle politiche, alle amministrative, regionali, referendum) e c’erano sempre molte persone che assolutamente non sapevano come si voti, chi siano i candidati (ci sono gli elenchi all’esterno della sala elettorale) o ignoravano le regola più elementari (uscire dalla cabina con le schede aperte, ecc).

Sicuramente, se arrivassimo finalmente al voto elettronico, magari da casa con lo SPID per chi non possa recarsi al seggio, i costi si ridurrebbero enormemente e si invoglierebbe a votare chi si trovi lontano dal seggio (anziani, disabili).

Forse è nella nostra cultura, forse decenni di malapolitica ci hanno disaffezionato dall’impegno politico che ogni cittadino deve possedere, il risultato è sotto gli occhi di tutti: affluenza alle urne in continuo calo, conoscenza nulla dell’attività politica, gli italiani seguono chi fa la voce più forte o compie i gesti più eclatanti; quel che è peggio seguono l’empatia di questo o quello, anziché valutarne l’attività, i risultati, la capacità e l’impegno.

Quanto ci costerebbe (in termini di tempo e fatica) documentarci sui siti di Camera e Senato (per avere un resoconto obiettivo, non viziato dalla linea editoriale di questa o quella testata giornalistica) e farci un’idea nostra?

Quando le statistiche dicono che in Italia sta diminuendo il QI e stanno aumentando gli analfabeti funzionali, non fatico a crederlo; basta leggere i posti sui social e abbiamo ben presente il disagio mentale da cui sempre più persone sono affette.

Proviamo a invertire la tendenza? Proviamo, per una volta, a fingere di essere cittadini degni di quel nome, anziché sudditi? Chissà che poi non ci piaccia.

Sergio Motta

Nuova Pet – Ct a Candiolo

Grazie al sostegno della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, la nuova tecnologia GE OMNI LEGEND migliorerà la qualità diagnostica e il comfort dei pazienti.

All’Istituto di Candiolo IRCCS è arrivata la nuova PET-CT – GE OMNI LEGEND, una tecnologia di ultima generazione presente solo in pochi centri in Italia. Questo strumento rappresenta un passo avanti fondamentale nello sviluppo della diagnostica per immagini nel nostro Istituto. Per i pazienti significa poter affrontare un esame più rapido e meno invasivo, con tempi di acquisizione significativamente più brevi e riduzione dell’esposizione a radiazioni ionizzanti. La qualità superiore delle immagini consente inoltre di individuare lesioni di minori dimensioni e in fase più precoce, un vantaggio clinico decisivo per diagnosi tempestive e accurate.

Dal punto di vista tecnologico, la PET-CT integra algoritmi avanzati di Intelligenza Artificiale per il posizionamento del paziente e la ricostruzione delle immagini, garantendo maggiore precisione e sicurezza.

“Questa nuova apparecchiatura ci consente di ottenere immagini ad altissima definizione in tempi ridotti, migliorando la qualità diagnostica e il comfort per il paziente. È un passo importante verso una medicina di precisione sempre più personalizzata” – sottolinea il Dottor Alessio Rizzo, medico nucleare dell’Istituto di Candiolo – IRCCS.

Grazie al sostegno della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, l’Istituto di Candiolo – IRCCS, con l’introduzione di questa nuova apparecchiatura, conferma il proprio impegno nell’unire ricerca e innovazione per migliorare concretamente la qualità delle cure.

“Ogni nuovo investimento tecnologico rappresenta un passo concreto nella nostra missione di sostenere la ricerca e offrire ai pazienti strumenti diagnostici e terapeutici sempre più efficaci – dichiara Allegra Agnelli, Presidente della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro – La PET CT di ultima generazione rafforza ulteriormente l’eccellenza dell’Istituto di Candiolo – IRCCS, confermando l’importanza del legame tra l’innovazione e la solidarietà di tutti i nostri sostenitori”.