ilTorinese

“Mondovisioni”. Per indagare il presente attraverso il cinema

A Cuneo torna, per il secondo anno, la rassegna documentaristica promossa da “NOAU – Officina Culturale”

Fino a giugno

Cuneo

La serata inaugurale, martedì 20 gennaio (ore 20,30), propone al pubblico in anteprima italiana “The Life That Remains” della tunisina Dorra Zarrouk (Egitto/Arabia Saudita, 2024), racconto intimo e potente sulla fuga di una famiglia palestinese da Gaza, dopo l’inizio del conflitto seguito all’atto terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 (giorno del cinquantesimo anniversario dello scoppio della guerra arabo-israeliana del 1973), durante l’evento musicale di “Nova festival”.

La nuda cronaca e la potenza emotiva della narrazione cinematografica. Dal prossimo martedì 20 gennaio e ogni terzo martedì del mese fino a giugno, ritorna per il secondo anno presso il “Cinema Monviso” (via XX Settembre, 14) a Cuneo, “Mondovisioni”rassegna di sei tra i più appassionanti e urgenti documentari su “attualità”, “diritti umani” e “informazione”selezionati dal settimanale “Internazionale” e da “CineAgenzia” dai maggiori festival e proposti in esclusiva per l’Italia, in lingua originale con sottotitoli e accompagnati da talk con ospiti di respiro internazionale. La rassegna è promossa dalla cuneese “Noau – Officina culturale” di Piazzale della Libertà, con il patrocinio del “Comune di Cuneo” e il contributo di “Fondazione CRC”. L’ingresso alla singola proiezione costa 5 euro (possibilità di pagare in contanti o con “Satispay”, no bancomat). È possibile acquistare un abbonamento non nominativo per 6 film a 20 euro anziché 30. Coloro che sono in possesso di “buono digitale” possono convertirlo in abbonamento fisico la sera stessa. Apertura porte alle 20,15, inizio evento alle 20,30.

Al centro di tutte le proiezioni vengono affrontate, mettendo in relazione linguaggi artistici ed analisi critica, questioni centrali del nostro (spesso tormentato) tempo: conflitti armati, diritti umani, migrazioni, libertà di espressione, informazione e quant’altro.

Spiegano in proposito gli organizzatori: “Indagare il presente attraverso l’arte, creare spazi di visione critica e di confronto pubblico: è questa la traiettoria culturale di ‘NOAU’ che a Cuneo riporta, con questi chiari obiettivi, ‘Mondovisioni’. Il cinema non come semplice visione, ma come dispositivo per leggere il mondo contemporaneo”. Ogni serata è quindi pensata, in quest’ottica, come un momento di approfondimento condiviso, in cui il film apre uno squarcio riflessivo che prosegue, al termine della proiezione, nel dialogo con autori, studiosi, giornalisti, storici e testimoni diretti.

Sei opere cinematografiche, si diceva, spalmate nell’arco di sei mesi fino al prossimo giugno. Ogni terzo martedì del mese.

Al termine del primo docufilm “The Life That Remains” di Dorra Zarrouk, il talk curato da “NOAU” intreccerà cinema e poesia come “forme di resistenza”: interverranno infatti in videocollegamento il giornalista de “Il Manifesto” Mario Soldaini, curatore del volume “Il loro grido è la mia voce – Poesie da Gaza” (“Fazi Editore”) e Haidar Al-Ghazali, poeta ventunenne di Gaza. A curare il dialogo fra i due, il film maker cuneese Andrea Ceraso.

Nel corso dei mesi successivi, “Mondovisioni” proseguirà lungo le vie tortuose del “presente” spostando lo sguardo sulle migrazioni al confine tra Polonia e Bielorussia (“The Guest”), sul sistema accademico globale (“The Shadow Scholars”), sulla libertà di espressione (“The Dialogue Police”), sulla “resilienza” raccontata attraverso lo sguardo di una giovanissima protagonista messicana (“Ninxs”) e su Cuba (“Night Is Not Eternal”).

Per maggiori info sulle proiezioni e per acquistare l’abbonamento scrivere a info@noau.eu o contattare il numero telefonico 324/5955585. Aggiornamenti sulle pagine “Facebook” ed “Instagram” di “NOAU – Officina Culturale”.

Gianni Milani

Nelle foto: Manifesto del primo film “The Life That Remains” e un momento di dialogo sul palco del “Cinema Monviso” – immagine di repertorio

Memissima assegna gli Oscar dei meme in Italia

Venerdì 16 gennaio e sabato 17 gennaio a Torino torna il Festival della cultura memetica 

Fra le pagine e creators ospiti:
Filosofia Coatta, Vabe RagaA, Roncolate antichità, Memefattori,
Maidirememe, Sapore di Male, iconografieXXI e molte altre.
Venerdì 16 gennaio – Circolo dei lettori e delle lettrici, via Giambattista Bogino, 9
e Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, P.za Carlo Alberto, 8
Sabato 17 gennaio – Scuola Holden, Piazza Borgo Dora, 49

Torna MEMISSIMA e preannuncia novità e grandi sorprese per
la sua quinta edizione. Il festival della cultura memetica è ideato e diretto da Max
Magaldi che ospita venerdì 16 e sabato 17 gennaio a Torino le più importanti agenzie
di comunicazione e pagine meme da tutta Italia.

L’attesa più grande è riservata ai Meme Awards – gli Oscar dei Meme – che dopo il
successo delle edizioni precedenti, ci terranno anche quest’anno col fiato sospeso
scatenando il toto-meme sul web fino all’evento di premiazione finale in programma alle
21.00 di sabato 17 gennaio alla Scuola Holden di Torino.

Negli anni precedenti, l’oscar per il personaggio più memato dell’anno è stato assegnato a:
2024, Gennaro Sangiuliano; 2023, Gerry Scotti; 2022 Luigi Di Maio.

MEMISSIMA è il festival della cultura memetica prodotto da The Goodness Factory, con
il sostegno di Fondazione CRT, Camera di Commercio di Torino, Assessorato alle
Politiche Educative e Giovanili e con il sostegno di UNA, Aziende della
comunicazione unite e Reale Mutua Assicurazioni. Un progetto realizzato con il
Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, Scuola Holden, Fondazione Circolo dei
lettori e il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli
Studi di Torino.

“In un mondo in cui la realtà ha superato i meme, Memissima prova ad usare i meme per
interpretare la realtà” – commenta Max Magaldi sintetizzando lo spirito della
manifestazione, che indaga il meme come linguaggio culturale capace di leggere il
presente e i suoi immaginari.

Memer e mondo della comunicazione da tutta Italia si danno quindi appuntamento a
Torino in occasione di MEMISSIMA fra case studies e nuovi linguaggi da indagare.
Protagoniste del festival saranno le più importanti pagine italiane a partire da Filosofia
Coatta, Vabe RagaA, Roncolate antichità, Maidirememe, Sapore di Male, memefattori,
iconografieXXI e tante altre.

A completare l’offerta del festival ‘Meme per gli acquisti’, l’incubatore sul
memevertising che ospita le agenzie di comunicazione italiane ed è pensato per
studiare il rapporto tra meme e pubblicità nell’incontro fra memer e admin di pagine
meme con agenzie di comunicazione e aziende e le lezioni di scrittura memetica che
per il terzo anno tornano a Scuola Holden il sabato pomeriggio.

PROGRAMMA DEL FESTIVAL, FRA TANTI OSPITI E TALK
Ad aprire la kermesse di MEMISSIMA, venerdì 16 gennaio, sarà il Circolo dei lettori e
delle lettrici, che ospiterà una sessione di talk del format “Meme per gli acquisti”. Il primo
incontro è in programma alle 10:30 con gli admin di Socialbag, che presenteranno il
“Wellmart Perugia – la storia del supermercato più scorretto e virale d’Italia” con la
moderazione di Glenda Allasia, CEO Alla Advertising. Alle 11:45, sempre al Circolo,
seguirà il talk “Razza Artificiale” dove Marco Rubiola e Max Magaldi dialogheranno
con, Elvis Tusha, Giuseppe Mastromatteo e Rick Dick su come l’IA stia cambiando la
razza umana.

Il programma prosegue nel pomeriggio, alle 15:00, con gli speed date, un format di
networking pensato per mettere in contatto admin e creator di pagine meme con agenzie.
alcune associate a UNA, Aziende della comunicazione unite e freelance del settore,
come Dunter, All Advertising, Instant Love, Thinking hat, Synestesia, An art Apart,
Creativa, Betrees.

Alle 18:00 Memissima si sposta al Museo Nazionale del Risorgimento per il talk “Fatta
l’Italia, memiamo gli italiani”. Una curatrice/archivista – Monika Szemberg -, un semiologo
– Gabriele Marino- e tre memer/creator di spicco – Filosofia Coatta (Giulio Armeni),
VaberagaA (Monica Magnani) e roncolate_antichità (Giorgio Milesi) dialogano
sull’intreccio satira/meme/politica stando con un piede nella staffa delle caricature del
fondo Dalsani del Museo del Risorgimento e l’altro immerso nell’universo memetico
contemporaneo, tra template, brainrot e intelligenza artificiale.
A chiudere la giornata, la sera del 16 gennaio dalle 21 presso una location segreta che
sarà annunciata sui social di Memissima “La guerra dei Meme”, una performance
musicale partecipativa di Giacomo Laser.
Il 17 gennaio il programma prosegue con le lezioni di scrittura memetica alla Scuola Holden:
alle 16:00 Paolo Danzì (Sapore di Male) ci parlerà de “L’algoritmo della nostalgia” esplorando
quanto il fascino del passato possa essere importante per narrare il presente.
Alle 17:30, partendo dal suo mini-documentario COSPLAYERS, Mattia Salvia
(IconografieXXI) ci spiegherà come l’assurdo è ormai diventato parte integrante della realtà
che ci circonda e quindi elemento per raccontare il presente.
Grande chiusura sabato 17 gennaio alle 21.00 con l’evento più atteso dai memer di tutta
Italia: i Meme Awards, gli “Oscar dei meme”.
Fino all’8 gennaio tutti i memers hanno avuto la possibilità di partecipare all’evento inviando i
propri meme a @memissimafestival, il profilo Instagram dell’evento: oltre 300 le pagine
hanno candidato i loro meme per l’edizione di quest’anno!
I meme candidati verranno giudicati da una giuria che individuerà i 4 meme finalisti per
le diverse categorie tra cui Personaggio più memato dell’anno, Politica e Attualità, Nerd,
Amio Noi, Scuola Università e Lavoro, Sport, IGP, Trash/Dank/Nonsense, Musica Arte
e Spettacolo e la categoria speciale SHIT HAPPENS ideata in collaborazione con
Piazzasanmarco.

I vincitori verranno scelti dalla combinazione tra il voto della giuria e quello dei follower della
pagina dell’evento Memissima/Meme Awards: per votare basterà seguire la pagina Instagram
ed esprimere la propria preferenza.

Fratello e sorella mangiano e dormono nello stadio dopo la partita

 

Torino. Avevano deciso di vedere la partita Juventus – Cremonese, disputata lunedì sera all’Allianz Stadium. Terminato l’incontro però, i due – fratello e sorella – da lì non sono più usciti. Entrambi si erano infatti nascosti all’interno dello stadio, consumando generi alimentari e riposando sui divanetti della sala. La scoperta, diverse ore dopo, è stata del personale della vigilanza che ha immediatamente chiamato il NUE 112. Hanno quindi tentato la fuga, ma una pattuglia dei Carabinieri del Radiomobile li ha fermati tempo, con ancora tre bottiglie di spumante tenute strette dal fratello. Per lui, constatatala flagranza, è scattato l’arresto. La sorella, invece, è stata denunciata a piede libero alla Procura di Torino. Sono entrambi gravemente indiziati per il reato di furto in concorso.

 

Il “sistema Piemonte” convince: aumentano investimenti e presenze straniere

Le informazioni diffuse oggi dalla Camera di commercio di Torino e da Unioncamere Piemonte sulle multinazionali a partecipazione estera delineano un quadro che mette in luce la solidità e la capacità attrattiva del sistema economico piemontese. Il territorio si conferma caratterizzato da imprese fortemente radicate, risultati incoraggianti e prospettive di sviluppo concrete.

Attualmente in Piemonte sono presenti circa 1.300 aziende a controllo estero, distribuite su 5.680 sedi operative, con un bacino occupazionale che supera i 183 mila addetti. L’indagine 2025 restituisce un dato particolarmente rilevante: il 76% delle imprese prevede di mantenere la propria presenza sul territorio regionale, mentre un ulteriore 15% intende rafforzarla. Nel periodo compreso tra il 2024 e il 2025 si registrano inoltre segnali positivi per quanto riguarda fatturato e investimenti, confermando un diffuso clima di fiducia nelle potenzialità locali.

«I dati diffusi oggi ci restituiscono l’immagine di un Piemonte credibile, competitivo e capace di attrarre e trattenere investimenti internazionali – dichiarano il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e l’assessore al Bilancio, Attività produttive e Internazionalizzazione Andrea Tronzano –. Il fatto che oltre nove imprese su dieci confermino o rafforzino la propria presenza è un risultato che nasce da un lavoro costante su infrastrutture, capitale umano, qualità dei servizi e collaborazione istituzionale”.

Lo studio sottolinea inoltre alcuni elementi considerati strategici dalle multinazionali: la qualità delle risorse umane, l’efficacia del sistema formativo, la presenza di infrastrutture ICT, l’elevato livello della qualità della vita e i servizi di supporto alle imprese, fattori che contribuiscono a rendere il Piemonte competitivo nello scenario europeo e globale.

“Come Regione – proseguono Cirio e Tronzano – abbiamo scelto di investire con decisione sull’attrazione e sul supporto continuativo alle imprese investitrici, passando da una logica di insediamento a una di consolidamento nel tempo. In questa direzione va anche Piemonte Invest, lanciato alla fine dello scorso anno, che mette a sistema strumenti, competenze e accompagnamento dedicato agli investitori esteri e alle imprese già presenti, semplificando i percorsi e rafforzando il dialogo con il territorio”.

L’Amministrazione regionale proseguirà il proprio impegno, in collaborazione con il sistema camerale, Ceipiemonte e gli altri soggetti istituzionali, per valorizzare i punti di forza emersi e intervenire in modo mirato sugli aspetti migliorabili, con particolare attenzione alla semplificazione e al rafforzamento della competitività del tessuto imprenditoriale.

“Questi risultati – concludono Cirio e Tronzano – confermano che la direzione intrapresa è quella giusta: fare del Piemonte un luogo in cui le imprese investono, crescono e costruiscono valore nel lungo periodo”.

Gli Iraniani vengono massacrati, non bastano le parole

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Alla forza e alle sue ipotetiche ragioni, a volte, si deve rispondere con la forza. E’ una verità scomoda, dolorosa, difficile da dire,  ma la verità è questa. Di fronte alla rivolta  eroica del popolo iraniano repressa nel sangue dal regime teocratico islamico, è necessario un tempestivo ed autentico  sostegno e  non una semplice solidarietà verbale che non serve a nulla . La grande lezione del realismo politico deve prevalere sulle utopie velleitarie. Le idee dell’esimio prof. Zagrebelski  che afferma, distorcendo Machiavelli, che il realismo sarebbe un  disarmo etico, finiscono di essere un sostegno, magari  involontario,  ad un disarmo politico  del tutto  incapace di  consentirci di fare i conti con le forze in giuoco. Sono gli inermi iraniani che vanno difesi senza ambiguità non gli
Immortali principi di un nuovo ‘89, come pensava l’ingenuo Gobetti. Nel 1939 a Danzica i pacifisti ad oltranza fecero il gioco di Hitler, lavandosi le mani del sacrificio e del  destino polacchi. Non  solo i pacifisti non salvarono la pace , ma dovettero affrontare la guerra da cui vennero travolti. Nella storia non esiste solo il diritto internazionale che la Società  delle Nazioni non seppe tutelare come accade anche   oggi con  l’Onu, ormai  divenuto un carrozzone dispendioso e inutile, bloccato dal diritto di veto, lo stesso che paralizza l’Europa. Anche il ricorso alla forza può essere l’ultima risorsa che l’impotenza della politica può legittimare. Pochi lo vogliono riconoscere, ma la verità è questa. E’ il Vae victis che distrugge il diritto, è la sconfitta che genera i mostri della vendetta. Il diritto internazionale nato al processo di Norimberga era già  stato demolito dal bombardamento nucleare americano sul Giappone che pure pose fine alla  seconda guerra mondiale. I moralisti nei momenti drammatici devono limitarsi alle giaculatorie di rito. I vari Capitini nostrani non hanno mai capito nulla. L’antimilitarista Marco Pannella non era un pacifista arrendevole. Pannella aveva studiato Machiavelli alla scuola di Croce. Oggi starebbe dalla parte degli oppressi iraniani. I veri politici sono statisti come Pannella.   Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace. La drammatica affermazione tacitiana può risuonare in modo tragico come tetro commento alle stragi fatte in Iran. L’irenismo alla La Pira, il sindaco santo di Firenze che non  si occupava delle fognature della città , ma della pace in Vietnam   , vanno bene per i convegni  che si tengono nelle amene località turistiche. La storia è anche una cosa brutta e spiacevole che necessita di politici che conoscano l’essere e non si lascino corrompere dal dover essere . Essere e dover essere quasi mai coincidono. Più che mai oggi, è così . Noi invochiamo lo studio e la pratica  di Machiavelli, non dei giuristi dell’utopia semplificatrice che mette le coscienze dei sempliciotti in pace con se’ stessi. La cultura della resa è la scelta peggiore perché paradossalmente favorisce la guerra, come dimostra la storia di ogni tempo da Caino in poi.

Abusava delle bambine: condannato autista di scuolabus

Faceva dei regali alle bambine di cui abusava per «corromperle» usando un «atteggiamento subdolo» secondo l’accusa, a una di loro aveva donato una penna, un’altra l’aveva molestata a bordo dello scuolabus che conduceva da tempo. L’autista, 50 anni di Torino, è stato condannato a 13 anni e due mesi di carcere in abbreviato per violenza sessuale. In casa sua, gli investigatori avevano trovato video e fotografie dal contenuto pedopornografico, alcuni con protagoniste quelle bimbe fra i 9 e i 13 anni che adescava mentre tornavano a casa da scuola.

Guida ubriaco e finisce nel cantiere di piazza Baldissera

In stato di ebbrezza è finito con l’auto nel cantiere di piazza Baldissera, nella notte di lunedì 12 gennaio. Poco dopo l’una la centrale operativa del Corpo di Polizia Locale è stata avvisata di un incidente in piazza Baldissera con un solo veicolo coinvolto. Un’auto che circolava sulla piazza è andata fuori strada oltrepassando le recinzioni di cantiere e fermandosi su un cordolo in costruzione.

La pattuglia intervenuta, del Comando Barriera di Milano, ha sottoposto il conducente alla prova dell’etilometro che ha dato un esito quattro volte il consentito. Il conducente, un italiano di 35 anni, è quindi stato deferito all’autorità giudiziaria ai sensi dell’art. 186 comma 2 lett. C. Sono state contestate anche alcune violazioni al codice della strada, come la perdita di controllo del veicolo (art. 141) e la guida con patente revocata (art. 116, sanzione amministrativa) ed è stato applicato il fermo sul veicolo.

Il procedimento penale oggetto del presente comunicato si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari, pertanto vige la presunzione di non colpevolezza dell’indagato, sino alla sentenza definitiva.

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 “Il lutto si addice ad Elettra”, per la regia di David Livermore al Carignano

Al teatro Carignano, mercoledì 21 gennaio prossimo, alle 19.30, debutterà la pièce teatrale “Il lutto si addice ad Elettra” su testo di Eugene O’Neill, per la traduzione e l’adattamento di Margherita Rubino e con la regia di Davide Livermore. Saranno in scena Paolo Pierobon, Elisabetta Pozzi, Linda Gennari, Marco Foschi, Aldo Ottobrino, Carolina Rapillo e Davide Niccolini. I costumi sono di Gianluca Falaschi, le luci di Aldo Mantovani, le musiche di Daniele D’Angelo. Assistente alla regia Mercedes Martini. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Nazionale di Genova, rimarrà in stagione al Teatro Stabile di Torino fino al 25 gennaio prossimo.

Dopo aver messo in scena due anni fa l’Orestea, Livermore ha scelto il dramma di O’Neill, che costituisce un’interessante rilettura della trilogia di Eschilo, naturalmente aggiornata al Novecento e trasferita nell’America alla fine della guerra di secessione, con la psicanalisi freudiana che si sostituisce al giudizio degli dei, mentre il processo pubblico di Eschilo lascia il posto a un altro che si consuma nell’interiorità dei personaggi. Lo spettacolo si rifà a uno dei drammi simbolo della letteratura novecentesca, scritto nel 1931, che rappresenta un affascinante e inquietante viaggio tra mito archetipico e moderna psicanalisi, tra dramma borghese e tragedia classica. L’opera torna in scena a distanza di quasi trent’anni dal celebre allestimento di Luca Ronconi, datato 1997, che vedeva nel cast Elisabetta Pozzi nel ruolo di Lavinia, affidato in questo nuovo allestimento a Linda Gennari. In questa lettura di O’Neill l’attenzione del regista si è rivolta agli attori, calati in una scenografia fissa, uno spazio chiuso e profondo, con una regia semplice, asciutta, senza spettacolarità, quasi cinematografica.

“L’operazione di O’Neill – afferma David Livermore – è stata geniale. Fondare il teatro contemporaneo americano partendo dalla più grande trilogia della storia, di Eschilo, che parla alla contemporaneità in modo potente. Parla di eredità, di drammi e traumi familiari, anche a chi crede di non averne. Per me questo testo è l’affermazione della tragedia nella nostra epoca. La Tragedia non è qualcosa di immobile, si muove, si adatta in maniera plastica alla contemporaneità in cui viene riscritta. 2500 anni dopo, O’Neill non può non constatare il cambiamento della società, il senso collettivo non è più rappresentato dalla polis ma dall’individuo, ciascuno deve illuminare la propria strada ed essere tribunale di sé stesso. Nella tragedia di O’Neill, la componente freudiana si sostituisce alla presenza degli dei, e allora quel senso di giustizia assoluto e divino, cui tendeva il tribunale descritto da Eschilo, viene sostituito da un cammino di responsabilità personale che deve sorgere all’interno dello spettatore. Questa è la catarsi de ‘Il lutto si adduce ad Elettra’: l’indignazione, il rigore morale, la coerenza e il senso di azione che devono scaturire concretamente nella vita di ogni uomo. Pensiamo al coro, tanto potente nella tragedia classica: O’Neill prova a mantenerlo, ma non è più un coro che commenta, non più la collettività che giudica moralmente gli eventi. Quel che resta è poco più di un chiacchiericcio. L’Ottocento della fine della guerra di secessione, in cui è ambientato il dramma di O’Neill, perde i contorni per diventare una storia esasperata e amplificata. Abbiamo tolto la caratterizzazione storica a favore di quella psicologica dei personaggi, mettendo il fuoco sulla storia, le parole e le interpretazioni degli attori per uno dei migliori cast che ho avuto nella mia vita, fatto non solo di nomi, ma di interpreti che calzano perfettamente ai personaggi”.

Nell’edizione di Ronconi di trent’anni fa, Elisabetta Pozzi aveva vestito i panni di Lavinia, accanto a Mariangela Melato, straordinaria Christine.

Teatro Carignano – piazza Carignano 6, Torino

Orari: mercoledì, giovedì, venerdì e sabato ore 19.30 / domenica ore 16.

Biglietteria: Piazza Carignano 6, Torino – 011 5169555 – biglietteria@teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta

Quanto è attuale, quanto è banale questo “Otello”

Repliche al Carignano sino a domenica 18 gennaio

In una recente intervista (a Silvia Francia, nelle colonne de La stampa), Giorgio Pasotti ha sottolineato come nel mettere in scena, per lo Stabile d’Abruzzo di cui è direttore, “Otello”, abbia “voluto rendere questa storia più vicina alle nuove generazioni, più comprensibile per loro”. Ovvero riproporre quel “dramma di passioni, gelosie e tradimenti” – ci verrebbe da dire, con “tutti i particolari in cronaca”, come Scola – che da quattro secoli calca i palcoscenici di mezzo mondo. Ovvero la decisione – squinternata, azzardata, sempre più personalistica – di sfrondare, di attualizzare – termine che ormai s’accomoda in tutte le stagioni teatrali -, di defraudare, là dove tutto fa rima con banalizzare: chiamando all’appello Dacia Maraini a comporre una nuova drammaturgia, con buona pace del vecchio Willy a “rimodellare” il testo. Qualsiasi testo, che di questi tempi ci siamo abituati a vedere ormai rivoltato come un calzino, contraffatto, ripensato a piacimento di qualcuno che dall’oggi al domani decide di prendere in mano le redini di uno spettacolo, rabberciato, confezionato secondo l’idea principe del momento: ma svilito per carità no, un capolavoro fatto a pezzi, smollito, confuso con un brutto esempio di tivù casalinga, su un palcoscenico come quello del Carignano, per la Stagione dello Stabile torinese (repliche sino a domenica 18), pare eccessivamente troppo.

Sfrondo che ti sfrondo, cambio che ti cambio, integro che ti integro, questo “Otello” pecca sin dall’inizio, pur ritrovandosi sempre inevitabilmente le patate bollenti dei femminicidi e della negritudine, da una locandina che recita “di” Shakespeare mentre dovrebbe avere il coraggio di denunciare quer pasticciaccio brutto con un più esplicito “da”, da un programmino di sala che, al di là delle dichiarazioni del metteur en scène, recita di una durata di due ore (percepite decisamente decisamente scarse) e di un intervallo che non s’è visto – mah! E allora ecco che si punta il dito e l’attenzione e si spiega a viva voce come il “Moro”, sul cui viso non c’è traccia di alcun nerofumo, sia veneziano a pieno diritto anche se mammà viene dal cuore del continente nero, come l’offeso papà della dolce Desdemona, ma altresì “snaturata e ribelle”, sia padre e padrone e soprattutto “razzista”, di chiaro stampo leghista del nordest, ecco che ti piomba sulla scena un doge tutto svolazzante, cinguettante tra qualche english word e del genere queer sin nelle midolla, freddimercureggiante con tanto di baffetti da riordinare con apposita spazzola e di unghie da abbellire con tanto di limetta. Mai dire mai (al peggio): per cui, per farci ben presente la universalità della vicenda, ecco che Otello e l’infido Iago, che come ognun sa sta tessendo una tela che più perfida non si potrebbe, culminante nella faccenda di un rosso fazzoletto, scendono a singolar tenzone, con tanto di abbigliamento nipponico fatto di braghettoni, diciamo un pigiama palazzo da gran sera, e giacchetta, il viso protetto da una maschera a griglia e tra le mani tanto di katana (nella speranza di non sbagliare, non sono del mestiere, a differenza del signor Pasotti che – leggo in rete – è un campione di arti marziali, avendo praticato e praticando karate, kobudo e wushu: perché non approfittarne sulla seicentesca isola di Cipro?), costumi – firmati da Sabrina Beretta – che ci perseguiteranno in ogni personaggio (ritrovandoti nell’incubo di non saper bene dove sei capitato stasera, se dentro “Rashomon” o “Kagemusha”), onde per cui la sempre dolce snaturata eccetera eccetera Desdy (meglio famigliarizzarcela con la prima parte del nome!) arriverà ad un certo punto come se cascasse dal mondo di Suzie Wong, con tanto di colletto alla coreana e in testa un tondeggiante cappello bianco con tanto di punta.

Mentre ci stiamo (quasi) abituando all’idea che si può fare in palcoscenico quel che si vuole – “come vi pare”, shakespearianamente parlando -, ecco che per le chiacchierate del più e del meno vengono sistemati in scena un tondo tavolino e due sedie di ferro da giardino: per farci imparati che “la gelosia è un mostro”, che Otello ahi lui coltiva conoscenza e immaginazione ma che è sempre alla ricerca della verità, che nella nuova visione sta dando di matto, ma matto serio, con notevoli mal di testa che in un processo d’oggi alleggerirebbero di parecchio la pena e con saltini tarantolati da bambino capriccioso, che Iago parla per enigmi e il suo condottiero lo sgrida, che il Moro vuole tirare il collo alla moglie non per il tradimento ma per la menzogna che gli ha detto. Amen. Invece no. Emilia, la povera moglie del traditore per la quale un coltello è pronto nell’ombra, ha ancora il tempo di mettere in bella vista una chaise longue – di quelle che io sono abituato a mettere sulla spiaggia ad agosto – su un impressionistico prato di margherite che manco Manet e compagni ed ecatombe generale nel finale, come ognuno da sempre sa (non foss’altro per aver visto di fretta e da qualche parte un certo Laurence Olivier o certi nostrani Gassman e Randone, Salerno e Foschi), preoccupazione sacrosanta del solito Moro, “Hai detto le preghiere della sera?” chiede lui, “Che il cielo abbia pietà di me” spera tremante lei, io ti strangolo e io mi scanno (con le armi nipponiche di cui sopra), Otello che trova ancora il tempo di raccontarci una favola nuova di zecca di una tribù della sua Africa (ma non era nato all’ombra di palazzo Ducale?) per poi darci dentro con un bel seppuku e il soldato Cassio sempre vilipeso a rubar la scena a Ludovico (ma non fa niente, tanto l’avevamo depennato dalla locandina) per il fuoco d’artificio finale. Mentre il suddetto doge a mo’ di ballerina anni Cinquanta si fa la sua bella ribalta in monopattino e con l’occasione mette il punto alla tragedia, sua e nostra. Quanto ad approfondire vicenda e motivazioni e personaggi, sarà per un’altra volta.

Artefici di quella, la tragedia dico, il Pasotti in primis, la pallida pallida Desdy della signorina Claudia Tosoni, il Giacomo Giorgio, viso ormai riconoscibilissimo e in ascesa artistica (?) da “Mare fuori” all’insulso “Carosello” al prossimo “Morbo K”, diligente soldatino preoccupato nelle facce e nella rabbia e nei movimenti di far bene il suo lavoro, con gli altri cinque colleghi rimasti della più folta distribuzione. Per lo meno ci siamo divertiti con il doge di Salvatore Rancatore, per lo meno ci hanno visivamente colpito le scene di Giovanni Cunsolo, un susseguirsi di fondali questa volta a pavimento, arrotolati da fantasmi neri a ogni cambio di scena, un ponte veneziano, un borgo e un giardino coloratissimi, una casa rossa di quelle che potresti trovare in terra di Spagna, quel giardino di margherite, il tutto riflesso in un grande specchio che sta alle spalle degli attori: inclinato, di modo che anche noi pubblico possiamo fisicamente far parte della storia, (increduli) spettatori, ma anche complici, ma anche colpevoli. Addirittura? Ebbè, sì. Usando ancora con rispetto la lingua del Nostro, il resto è silenzio.

Ah, dimenticavo: nella intervista di cui all’inizio, Giorgio Pasotti confessava ancora: “Amo profondamente Shakespeare e continuo a studiarlo ogni giorno. Non passano settimane senza che io rilegga i grandi classici, in particolare Shakespeare e Kafka.”

Elio Rabbione

Nelle immagini di Chiara Calabrò, alcuni momenti dello spettacolo.

La crema al cioccolato è più golosa con banana e avocado

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Un dolce al cucchiaio o una deliziosa e sana crema spalmabile per la merenda dei vostri bambini.

Pochissimi ingredienti golosi, pochissimi minuti di preparazione. Provatela, è perfetta per tutti.

Ingredienti

1 banana matura
1 avocado maturo
50gr. di cioccolato fondente
2 cucchiaini di miele (facoltativi)

Pelare l’avocado e la banana, frullarli nel mixer o schiacciarli bene con una forchetta. Sciogliere il cioccolato con poco latte e unirlo alla frutta. Unire a piacere il miele.
Conservare in frigo e servire fresca.

Paperita Patty