ilTorinese

Apre il parcheggio Lancia in Circoscrizione 3 dal 6 novembre

Agevolazioni per residenti e dimoranti

 

Da lunedì 6 novembre riapre al pubblico il parcheggio in struttura Lancia, situato in piazzale Chiribiri angolo via Lancia.

Il parcheggio, riqualificato in questi mesi, si sviluppa su 4 piani di cui 1 interrato e 3 in elevazione, dispone di 320 posti auto. I lavori di riqualificazione hanno riguardato l’intera struttura che ora è dotata di nuovi impianti tecnologici e di sicurezza. L’apertura riguarderà inizialmente i piani 0 e -1, per un totale di 190 posti auto di cui 9 per persone con disabilità. Entro fine anno la struttura sarà disponibile nella sua interezza.

L’intervento di GTT contribuisce a migliorare la mobilità e la vivibilità dell’area e garantisce un’offerta di sosta sicura e conveniente anche per i residenti e i dimoranti. Per favorire la sosta di chi vive nella Circoscrizione 3, GTT ha dedicato ai residenti, in collaborazione con il Comune di Torino, abbonamenti a tariffe agevolate: l’abbonamento mensile costa 55 euro e il trimestrale 140,00 euro (con un risparmio ulteriore di circa 8 euro al mese). Entrambi gli abbonamenti sono validi dalle 16.30 alle 9.00 dal lunedì al venerdì, mentre il sabato e nei giorni festivi hanno validità 24 ore. Per chi non vive nella zona, la tariffa di sosta ordinaria è di 1,00 euro all’ora, con la possibilità di un titolo forfettario giornaliero di 7 euro. L’intera offerta tariffaria è disponibile sul sito internet www.gtt.to.it.

Il parcheggio Lancia è un’infrastruttura strategica per la Circoscrizione 3 che negli ultimi mesi sta vivendo un processo di trasformazione urbana grazie alla riqualificazione e l’inaugurazione di nuove aree verdi e di aree attrezzate per il gioco e l’attività fisica, come quella presente in piazza della Costituzione. La zona è stata inoltre dotata di una nuova pista ciclabile che dal Parco Ruffini corre lungo via Lancia e via Braccini e dell’anello ciclabile di piazza Robilant che collega con il percorso ciclopedonale su corso Racconigi.

Al via la nuova stagione dei Marcido Marcidorjs

 

 

La stagione dei Marcido si apre il 6 novembre alle ore 18,30 con un appuntamento inaugurale d’eccezione, la presentazione di La nostra minima arte. Il teatro estremista dei Marcido, un videoritratto che racconta la poetica e il percorso ormai quasi quarantennale della Compagnia. Il videodocumentario – prodotto dall’Associazione Culturale Ateatro con il sostegno del Ministero della Cultura-Direzione Generale dello Spettacolo e il contributo di Fondazione Cariplo – è stato presentato in anteprima il 7 settembre scorso all’80ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, con la partecipazione di Daniela Dal Cin e Paolo Oricco. La proiezione sarà seguita da un incontro con i Marcido, il regista Domenico Cuomo e il curatore Oliviero Ponte di Pino.

La programmazione del Teatro MARCIDOFILM! (corso Brescia 4) proseguirà fino a maggio presentando, tra gli altri eventi spettacolari, due importanti titoli del repertorio della Compagnia: primo appuntamento “Nel lago dei leoni”, dalle Estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi; nel febbraio 2024 verrà riproposto “Loretta Strong” di Copi, allestimento per cui Daniela Dal Cin ha ricevuto nel 2011 la nomination ai Premi Ubu per la migliore Scenografia. Tra novembre e dicembre tornano in scena “Cenerentola” e “L’avaro di Molière”, riadattati secondo la particolare cifra stilistica della Compagnia e con un cast di giovani interpreti della “scuola” Marcido.

La stagione prosegue a gennaio con un recital a più voci dai “Promessi Sposi” manzoniano, a febbraio con il fortunatissimo “Hansel e Gretel” e nei mesi di marzo e aprile con “Sogno di una notte di mezza estate” da Shakespeare.

A maggio inoltre presenteremo un nuovo poeta per continuare il felice esperimento di Teatro/Poesia avviato nelle scorse stagioni e dedicato ad esplorare la relazione tra parola scenica e testo poetico, in collaborazione con il Salone del Libro.

Ultimo appuntamento della stagione, uno studio dall’ “Elogio della pazzia” di Erasmo da Rotterdam, a fine maggio.

Scrive Marco Isidori, regista della Compagnia: “Segniamo l’ottava stagione di MARCIDOFILM! inaugurandola con la prima proiezione pubblica di La nostra minima arte. Il teatro estremista dei Marcido; docufilm che racconta la quasi quarantennale avventura d’arte della Compagnia (1985/2023) attraverso l’incalzare vorticante di immagini che restituiscono bene, giustificandolo appieno, il sottotitolo della pellicola “Il teatro estremista dei Marcido” (il film è stato presentato in anteprima alla Biennale Cinema di Venezia, riscuotendo consensi calorosi e apprezzamenti importanti da parte della critica, soprattutto per la prospettiva dello sguardo con il quale l’opera è stata elaborata. Rammento che questo è un documento “sulla Marcido”, e non “della Marcido”, precisazione questa che mi pare doverosa). Certo lo scorrere della visione sintetizzata dei tanti spettacoli prodotti nel tempo (era il lontano 1985 quando debuttammo col nostro primo Studio dalle Serve di Jean Genet; di ieri, invece, 2023, l’andata in scena dell’ultima produzione, “David Copperfield sketch comedy”) si è rivelata fonte di una grande ed anche stupita emozione nel toccare con mano quella “fedeltà” ad una linea interpretativa che ha fatto del rigore e della tensione verso un risultato comunque “alto”, un modo consueto per noi di affrontare i rischi del palcoscenico. I Marcido hanno sempre e da sempre creduto nella persistenza nel tempo, oltre ogni moda, del repertorio delle loro creazioni spettacolari. Ci sembra scandaloso che un lavoro importante, una rappresentazione dove si è concentrata al massimo l’intelligenza e la passione della Compagnia, venga messa in soffitta poco dopo il debutto soltanto per la pressione di esigenze mercantili; ed è in una tale ottica che quest’anno riproponiamo in apertura di stagione, due “punti fermi” del nostro cammino di teatranti “laterali”: “Nel lago dei leoni”, dalle estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi (2010), e “Loretta Strong” di Copi (2011), spettacoli che si possono considerare due facce della stessa medaglia drammatica. La loro presentazione “in coppia” quindi, riveste non soltanto un carattere occasionale, bensì interpreta una volontà dimostrativa specifica; offrire cioè al pubblico la visione di due allestimenti certamente diversi per scenografia, interpreti, testualità e quant’altro, ma, e qui sta la scommessa, entrambi in “fase entanglement”; comunicanti tra loro e nello stesso tempo comunicanti allo spettatore proprio il cuore di questa tale identità ideale, cuore che sostanzia tutto il portato artistico delle pièces. Specificando meglio, Maddalena con la sua “Sedia elettrica” (accenno scenografico) e Loretta con la sua “Astronave” (idem) cercano con gli astanti quella complicità sentimentale che è appannaggio e traguardo del Teatro maiuscolo; a questo proposito ci piace chiamare questa complicità col nome di comunione. Sempre all’interno del nostro programma di conservazione repertoriale, la stagione proseguirà con la ripresa di un classico: “L’avaro” di Molière, che i Marcido tengono sul filo di una comicità continua ma acre e soprattutto rivelatrice del sottofondo “nero” della vicenda in apparenza esilarante, adottando per l’occasione soluzioni scenografiche agili nonostante la notevole incisività visiva che raggiungono.

Tre sono infine le novità di quest’anno: un’edizione particolare dello shakespeariano “Sogno di una notte di mezza estate”, che con i suoi infiniti travestimenti ha offerto un terreno fertilissimo allo sbrigliarsi della fantasia, sia a livello di decoro scenico e costumistico, che di “manipolazione” drammaturgica; andando così a comporre uno spettacolo dove la conclamata attoralità speciale dei Marcido ha modo di mettere in mostra, spiegandole in un ventaglio di cromatismi sonori, tutte le sue “carte”. Seguirà poi un divertissement, un gioco teatrale, diremmo quasi un “capriccio”, la messa in scena di “Cenerentola”, fiaba ultra nota che abbiamo trattato come fosse un’assoluta scoperta, potenziandone gli aspetti più scontati nella direzione di un folle grottesco carosello, carico di colore e di ironia, facendo dei “caratteri” della storia (sorellastre, matrigna, principe, nonché, perché no? la zucca) i protagonisti di una kermesse di straordinaria valenza iper-teatrale. L’ultimo appuntamento della stagione propone una riflessione scenica in forma di studio dell’“Elogio della pazzia”, di Erasmo da Rotterdam: il progetto di dar corpo drammatico al discorso filosofico di Erasmo cova da parecchio nel pensatoio Marcido; finalmente, abbiamo preso la decisione di metterlo in cantiere, pur se a tutt’oggi non sono ancora ben chiare le linee interpretative che sceglieremo per realizzarlo praticamente.

L’ottavo anno di attività del nostro teatro – MARCIDOFILM! – lo poniamo sotto il segno benaugurante del documentario intitolato “La nostra minima arte”, contenti assai che una tal “dizione”, acclari sottotraccia una realtà indiscutibile: la Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa ha prodotto, attraverso il mezzo teatrale, dell’arte, minima o massima che sia ce lo dirà il futuro.»

 

LA NOSTRA MINIMA ARTE

Il teatro estremista dei Marcido

videoritratto a cura di Oliviero Ponte Di Pino, regia di Domenico Cuomo, produzione Ateatro 2023, durata 52’

Note del curatore: «La nostra minima arte è l’incalzante videoritratto dei Marcido, ovvero Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, compagnia torinese attiva dal 1986. Esplora la storia e la poetica di una delle formazioni più coerenti, rigorose e inventive della scena italiana. Protagonisti del documentario sono Marco Isidori, attore e poeta della Compagnia, e Daniela Dal Cin, la scenografa che ha creato i visionari sipari e i sorprendenti “ordigni” teatrali dei Marcido. Con loro, i due principali attori della Compagnia, Maria Luisa Abate e Paolo Oricco. Nelle loro parole, intrecciate alle immagini degli spettacoli e ai bozzetti di Daniela Dal Cin, esplode la forza visionaria di un teatro estremista, capace di sorprendere e affascinare gli spettatori in riscritture inventive dei classici, dalla tragedia greca a Shakespeare, da Pirandello a Beckett, da Dostoevskij e Kafka a Dickens.»

Primo appuntamento spettacolare

7-8-9 novembre

NEL LAGO DEI LEONI

dalle Estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi, riscrittura di Marco Isidori, con Maria Luisa Abate, Paolo Oricco, Valentina Battistone, Ottavia Della Porta, scena e costumi di Daniela Dal Cin, direzione di Marco Isidori,produzione Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa 2010

Note di Marco Isidori: «Spettacolo ispirato alle estasi di Santa Maria Maddalena, per il secolo Caterina Lucrezia, la suora carmelitana appartenente all’autorevole famiglia de’ Pazzi, che, alla fine del Cinquecento, nella clausura del convento di Santa Maria degli Angeli, in San Frediano, a Firenze, sorprese e spaventò le consorelle con un’infilata di estasi di natura sconvolgente per l’intensità emozionale che ne caratterizzò sia la forma esteriore che la profondità inconsueta raggiunta dal dettato teologico. Ciò che soprattutto risultava anormale nella pur già scontata eccezionalità del fenomeno estatico, era la dilagante verbalità con la quale Maddalena esprimeva il suo contatto con il divino. La sua “uscita dal mondo” assumeva contorni decisamente barocchi, quasi il rilievo sconcertante di una rappresentazione teatrale. Il testo originale è stato “corretto/assai/corrotto” da Marco Isidori affinché le parole dell’estasi pronunciate oltre quattrocento anni addietro nella clausura di un convento fiorentino, potessero, per insistita/insistente virtù teatrale, diventar corpo scenico significativo per la sensibilità e per l’occorrenza dell’oggi.»

Teatro MARCIDOFILM! – Torino, corso Brescia 4 bis (int. 2)

orario spettacoli: martedì-sabato ore 20.45 – domenica ore 16.00

biglietti d’ingresso: intero 20€ – ridotto 15€

info e prenotazioni: 339 3926887 – 328 7023604

segreteria 011 8193522

ufficio stampa: cell. 329 9611663

info.marcido@gmail.com www.marcido.it

con il sostegno di:

MiC – Regione Piemonte – Città di Torino/TAP-Torino Arti Performative

 

Nell’immagine, Daniela Dal Cin e Marco Isidori in “La nostra minima arte” (prod. Ateatro 2023)

La sete dei Crociati, Hayez alla Gam

La grande sete tormenta sempre di più i Crociati che si avvicinano alle mura di Gerusalemme e l’unica preoccupazione che domina tra i cristiani è la mancanza d’acqua. La Prima Crociata sta per concludersi nel luglio 1099 ma rischia addirittura di fallire. La sofferenza dei crociati finisce impressa sulla tela del veneziano Francesco Hayez (1791-1882) che con straordinaria forza la raffigura nel quadro “La sete dei Crociati di fronte a Gerusalemme” esposto a Palazzo Reale mentre alla Galleria d’arte moderna e contemporanea, all’interno della mostra “Hayez, l’officina del pittore romantico”, si trova un focus sulla Sete dei crociati. Si tratta di una speciale sezione dedicata ai disegni preparatori per la sua opera più impegnativa e ambiziosa che l’artista aveva predisposto come il suo capolavoro ultimato a metà Ottocento per Re Carlo Alberto che lo commissionò ad Hayez nel 1833.
Il tema, storico-letterario, è tratto dal poema “I Lombardi alla Prima crociata” (1826) di Tommaso Grossi da cui fu tratta l’opera di Verdi. Nella tela monumentale si avvertono la fatica e le emozioni del pittore nel descrivere una scena così intensa e drammatica che si svolge di fronte alla Città Santa, sotto un cielo infuocato di sabbia e calore, a un passo dalla conquista. Persone che svengono, chi tenta di riempire l’anfora con la poca acqua rimasta, chi prega chi sta bevendo per farsi lasciare qualche goccia e c’è anche il soldato che respinge due donne che si stanno gettando su un’altra donna intenta a bere. “Il disastro cresceva ogni giorno, si implorava la pioggia o uno di quei miracoli con cui Dio aveva salvato dalla sete il suo popolo d’Israele. Il calore estivo infieriva su tutti, piante e animali morivano, il torrente di Cedron si era seccato, le cisterne del territorio erano colme di terra o avvelenate. La fontana di Siloe non bastava alla moltitudine dei cristiani. Così lo storico francese dell’Ottocento Joseph François Michaud descrive il dramma della sete per i Crociati davanti a Gerusalemme nel suo volume “Storia delle Crociate” (1812-1822). Hayez tratteggia una delle scene più struggenti della Prima Crociata.
Dietro l’opera c’è un lavoro studiato e preparato a lungo con decine di disegni, appunti visivi e fogli tracciati a matita. Spesso insoddisfatto dell’esito finale, Hayez ricrea, cancella, rielabora, modifica fino alla perfezione e pare soffra egli stesso, davanti alla sua tela, per il tormento che assaliva i Crociati. Il quadro lo tenne occupato per molto tempo e molte delle figure presenti furono ridipinte più volte. Non basta un intero esercito per conquistare la Città Santa, bisogna fare i conti con la mancanza d’acqua che indebolisce la grande armata cristiana. “In mezzo a una campagna arida e ardente, sotto un cielo di fuoco, incalza Michaud, l’esercito crociato fu presto vittima della sete che era così grave da curarsi poco della scarsità dei viveri”. C’è molta attualità nell’opera di Hayez che dipinge una pagina di storia drammatica in un luogo segnato nei secoli da tensioni perenni.
Laggiù si combatteva novecento anni fa e si combatte ancora oggi in Terra Santa, in Palestina, in luoghi sacri alle religioni monoteiste. Accanto alla Sete dei Crociati compare un altro quadro di carattere storico di Hayez che racconta un episodio della predicazione della Prima crociata di Pietro l’Eremita (1050-1115) che, attraversando città e borgate, predica la Crociata a cavallo di una bianca mula con il crocifisso in mano. Ammirato da Stendhal il quadro suscitò a Brera grande entusiasmo quando apparve dal momento che si era nel pieno del Risorgimento e “vi si poteva leggere un riferimento all’attualità politica e alla necessità di un riscatto nazionale”. Alla Gam, oltre ai dipinti a soggetto storico, si possono vedere, fino al 1 aprile 2024, un centinaio di opere di Hayez con i disegni preparatori provenienti da collezioni pubbliche e private.                       Filippo Re

GAM, MAO e Palazzo Madama: 25.390 visitatori

 

Da mercoledì 1 a domenica 5 novembre 2023 nei musei della Fondazione Torino Musei

 

 

 

 

Cinque giorni di grandissima affluenza alla GAM, al MAO e a Palazzo Madama. Sono stati ben 25.390 i visitatori che, dal 1 al 5 novembre 2023, hanno scelto i tre musei civici torinesi all’insegna dell’arte contemporanea, moderna, asiatica e antica in occasione del ponte di Ognissanti, ma anche grazie al grande fermento per tutte le iniziative dell’Art week Torinese. Tantissimi turisti, soprattutto appassionati di arte, hanno affollato la città, e le sale dei musei.

 

In particolare, 14.135 persone da tutta Italia hanno visitato in cinque giorni, formando lunghe code, la GAM con le mostre in corso Hayez. L’officina del pittore romantico; Gianni Caravaggio. Per analogiam; Michele Tocca. Repoussoir (Wunderkammer) e Simone Forti (Videoteca).

Il MAO ha accolto 2.711 visitatori tra le mostre Trad u/i zioni d’Eurasia, Metalli sovrani; Una breve elegia; Animo Chen (t-space) e centinaia di persone hanno affollato l’inaugurazione di Declinazioni contemporanee (progetto diffuso). 

 

Con le mostre Liberty. Torino capitale e Dove finiscono le traccePalazzo Madama ha accolto nelle sue sale ben 8.543 visitatori. Anche in questo caso molte persone hanno aspettato pazientemente in coda in piazza Castello.

 

L’importante affluenza di pubblico nei suoi musei si somma, per la Fondazione Torino Musei al grande successo di Artissima 2023 e Luci d’Artista 26° edizione.

 

Il giorno di maggiore affluenza è stato ieri, sabato 4 novembre con 6.692 ingressi (4.000 alla GAM, 872 al MAO e 1.819 a Palazzo Madama).

 

Polliotto: gas, verso la fine del mercato di maggior tutela

Di Patrizia Polliotto, Avvocato, Fondatore e Presidente del Comitato Regionale del Piemonte dell’Unione Nazionale Consumatori.

Ormai ci siamo: la fine del mercato tutelato del gas è sempre più vicina. La deadline è stabilita all’alba del 2024. Dopodiché resterà in piedi soltanto il regime di mercato libero, con conseguente cambiamento radicale delle abitudini di consumo energetico degli italiani.

Entro il 10 gennaio i clienti dovranno formalizzare il passaggio al mercato libero, pena la fine dell’utenza all’asta. Coloro che non effettueranno il passaggio non subiranno l’interruzione delle forniture, bensì avranno la possibilità di aderire al Servizio a tutele graduali (Stg, ne avevamo parlato qui) fino a un massimo di quattro anni. Discorso diverso per i clienti considerati vulnerabili, che rimarranno invece transitoriamente riforniti nell’attuale servizio di maggior tutela, in attesa di un provvedimento mirato dell’Autorità per l’energia.

Sono considerati tecnicamente clienti vulnerabili le seguenti categorie: chi ha un’età superiore ai 75 anni; chi si trova in condizioni economicamente svantaggiate (ad esempio è percettore di bonus energia); chi versa in gravi condizioni di salute che richiedono l’utilizzo di apparecchiature medico-terapeutiche salvavita alimentate dall’energia elettrica o i soggetti presso i quali sono presenti persone che versano in tali condizioni; chi è un soggetto con disabilità ai sensi della legge 104/92; chi si trova in una struttura abitativa di emergenza a seguito di eventi calamitosi; chi si trova in un’isola minore non interconnessa.

Sul sito ufficiale dell’Arera si precisa cosa si intende con “servizio di maggior tutela” nell’ambito delle bollette energetiche. Si tratta di “servizi di fornitura di energia elettrica e gas naturale con condizioni economiche (prezzo) e contrattuali definite dall’Autorità destinati ai clienti finali di piccole dimensioni (quali famiglie e microimprese) che non hanno ancora scelto un venditore nel mercato libero”. Il prezzo è stabilito ogni trimestre sulla base di vari fattori, tra cui il costo dell’energia, le spese di rete e di distribuzione.

Ma come si passa concretamente al mercato libero nel 2024? La transizione è gratuita e può essere effettuata in qualsiasi momento. Bisognerà contattare un fornitore di energia elettrica del mercato libero e richiedere un’offerta. Se non si passa al mercato libero entro le date stabilite, si verrà automaticamente trasferiti a un fornitore del mercato libero che sarà scelto direttamente dall’Arera.

Per queste e altre esigenze è possibile contattare dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle 18 lo sportello del Comitato Regionale del Piemonte dell’Unione Nazionale Consumatori, con sede a Torino in Via Roma 366 ed a Pinerolo, in Viale Cavalieri d’Italia n. 14, al numero 0115611800 oppure scrivendo una mail a uncpiemonte@gmail.com, o visitando il sito www.uncpiemonte.it compilando l’apposito format.

L’isola del libro

RUBRICA SETTIMANALE A CURA DI LAURA GORIA

 

Isabel Allende “Il vento conosce il mio nome” -Feltrinelli- euro 22,00

Non ha bisogno di presentazione la scrittrice cilena 81enne Isabel Allende che in questo romanzo affronta il dramma delle separazioni familiari causate da eventi storici o da politiche immigratorie. Due i protagonisti, età e latitudini diverse, ma lo stesso dramma che li unisce; lo sradicamento dalle loro vite per colpa della violenza e dei tempi bui in cui si trovano a vivere. Due destini che si incrociano nel presente.

Il titolo rimanda all’anonimato che avvolge i bambini dichiarati “illegali” alle frontiere e definiti solo con dei numeri. Invece la bimba protagonista si àncora agli affetti del passato sussurrando al fantasma della sorellina morta «Il vento conosce il mio nome»; afferma così di essere una persona che non ha perso la sua identità, qualcuno sa chi sia e magari la sta cercando.

Il personaggio maschile è Samuel Adler, anziano disincantato del quale la Allende ricostruisce la vita partendo da quando era bambino durante il nazismo. All’epoca aveva 6 anni, era ebreo – austriaco e il padre era scomparso durante la Notte dei cristalli il 9 novembre 1938. La madre era riuscita a metterlo in salvo, costretta però a separarsi per sempre da lui.

In quegli anni terribili, infatti, la Gran Bretagna si era offerta di aiutare i piccoli ebrei (ma solo loro e non i genitori, per non scompensare gli equilibri del mercato del lavoro interno). Era nato così il progetto Kindertransport: treni carichi di bambini che dovevano lasciare i parenti e affrontare prove durissime da soli, per essere poi accolti da famiglie o da orfanotrofi inglesi. I convogli che partirono tra 1938 e 1940 salvarono la vita a oltre 10mila piccoli ebrei. Loro sopravvissero, mentre le loro famiglie finirono nei forni crematori; ma si porteranno per sempre dentro il trauma dello sradicamento.

Il piccolo Samuel è uno di loro: intelligente, coraggioso, sensibile, dotato per il violino e lo attenderà una vita lunga, complicata e sempre con un buco nel cuore.

L’altra protagonista è stata ispirata alla Allende da una storia realmente accaduta, quella di una bimba salvadoregna non vedente e il fratellino che, in seguito alla politica immigratoria, vennero separati dalla madre. Nel romanzo la piccola si chiama Anita, ha 7 anni, è cieca, la sorellina è morta. Insieme alla madre Marisol è approdata negli Stati Uniti nel 2019, per finire stritolata dall’incubo delle separazioni familiari imposte da Trump al confine col Messico.

Una vicenda come la scrittrice ne conosce tante grazie alla Fondazione che ha creato nel 1996 in memoria della figlia Paula (morta nel 1992 a 29 anni per una malattia rara), alla quale ha dedicato l’omonimo libro. La Fondazione aiuta soprattutto donne e ragazze e, negli ultimi anni, soprattutto rifugiate.

Che ne sarà dei due protagonisti? Non resta che lasciarsi trasportare dalla bravura della Allende: pagina dopo pagina, orrori dopo orrori, ingiustizie dopo ingiustizie. Ma c’è anche la solidarietà, la determinazione e l’aiuto concreto di persone positive; come l’assistente sociale Selena Durán e l’avvocato Frank Angileri che faranno la differenza con il loro impegno e consentono un finale che scalda gli animi.

 

Alex Johnson “Una stanza tutta per se. Dove scrivono i grandi scrittori” -L’ippocampo- euro 19,90

 

Il 54enne scrittore e giornalista ci accompagna nelle stanze di 50 scrittori, e insieme alle illustrazioni di James Oses, ci permette di entrare con rispetto e curiosità nei luoghi in cui alcuni grandi mostri sacri a livello planetario hanno messo nero su bianco i loro capolavori. Ne racconta gli ambienti, i ritmi di lavoro, le fissazioni e le abitudini, permettendoci di andare dietro le quinte in cui “il genio” ha regalato immensi capolavori letterari.

In ordine alfabetico si parte da Isabel Allende, autrice di uno dei libri più belli mai scritti “La casa degli spiriti”; e scopriamo che inizia ogni nuovo romanzo rigorosamente l’8 gennaio, suo “giorno sacro” e scoprirete perché. Lo scrisse a Caracas dove si era rifugiata dopo il colpo di stato militare in Cile; nella cucina dell’appartamento di fortuna, e da allora di strada ne ha fatta parecchia scrivendo dove poteva: macchina, bar o altri luoghi di fortuna.

Nel 2001 nella casa nuova a San Rafael in California, in fondo al giardino che guarda la Baia di San Francisco fa costruire la sua “Casita”, stanza pensata inizialmente come spogliatoio per la piscina. Lì ha scritto almeno 12 libri, fino al divorzio e alla vendita della villa nel 2016. Nei suoi studi ci sono sempre oggetti che raccontano la sua vita, carichi di significati.

Il viaggio prosegue e tra le tante curiosità più o meno note ecco alcune particolarità dei grandi scrittori in ordine sparso.

Usavano uno scrittoio portatile in legno e con piano inclinato: Jane Austen nella casa di famiglia a Steventon nell’Hampshire; le sorelle Bronte nella sala da pranzo-soggiorno del presbiterio di Hawort dove il padre era ministro della chiesa anglicana; Thomas Hardy che lavorava in una stanza particolarmente spoglia.

Honoré de Balzac preparava personalmente la miscela di caffè e ne beveva almeno una cinquantina di tazze al giorno. John Steinbeck era fissato per le matite alle quali faceva la punta ogni mattina, rigorosamente nere e solo di alcune marche particolari. W.H.Auden, oltre a essere un fumatore incallito, amava lavorare immerso nel disordine di tazze e piatti sporchi, rimasugli di cibo; quello che gli amici chiamavano il “tugurio”. Anton Čechov pretendeva che la sua scrivania fosse rivolta verso il giardino, mentre ad Agatha Christie, per scrivere, bastava un tavolo robusto ovunque si trovasse, ed Ernest Emingway era solito scrivere in piedi.

Queste solo alcune delle tante chicche del libro.

 

Alberto Riva “Ultima estate a Roccamare” -Neri Pozza- euro 17,00

La prima cosa che viene in mente leggendo questo tenero e bellissimo libro è che la grandezza di certi personaggi –Calvino, Citati, Fruttero & Lucentini, Fellini, Age & Scarpelli, Garboli, Orengo, Tobino e altri a questo livello- sia scomparsa con loro. Lasciando il posto a un mondo spesso becero, superficiale, ignorante e volgare dove la caratura si misura in base a follower e comparsate in tv.

Niente a che vedere con il viaggio biografico e artistico che il giornalista e scrittore Alberto Riva compie nell’enclave dei personaggi che hanno fatto grande la cultura italiana (e non solo) del Novecento.

Fulcro di quella stagione fu Roccamare, sulla costa della Maremma. Tutto iniziò quando Pietro Citati, che aveva casa nella zona, sapendo che l’amico Gianni Merlini (patron della Utet), cercava un luogo di vacanza ideale, gli parlò di Castiglione della Pescaia. Lì le spiagge erano ancora vergini e il conte proprietario della pineta la stava lottizzando per fare case estive. E’ così che il grande editore insieme a Carlo Fruttero si innamorarono del luogo, acquistarono un lotto nella vegetazione a due passi dalla spiaggia, e costruirono due case vicine.

Quando Calvino andò a trovarli convinsero pure lui, e a seguire ci furono tanti altri che in quel paradiso si ritagliarono spazio e tempo. Ecco l’inizio di una stagione irripetibile, in cui personaggi straordinari vissero tranche importanti delle loro vite su quella striscia di litorale. Periodi di vacanze, vita in famiglia, creatività, incontri, conversazioni profonde e lievi allo stesso tempo. Tra spiaggia, libri, sceneggiature, amicizie profonde e durature.

Molti gli aneddoti che Riva racconta e che danno la misura di quanto quegli intellettuali fossero portatori meravigliosi di grande ingegno; ma vivessero con semplicità, unita a educazione, umiltà. Curiosi del mondo e indagatori dei massimi sistemi della vita; comunque capaci di godere delle piccole cose, di ciò che conta davvero e degli affetti più cari. Una grandezza che apparteneva a quel mondo e che Riva ricostruisce anche con una malinconia alla quale il lettore non può che associarsi immaginando Fruttero e Calvino che dialogano, Furio Scarpelli che a Roccamare scriveva più sceneggiature contemporaneamente…qui è nato il film di Scola “ La famiglia”.

 

Kate Barry “My own space” -Éditions de La Martinière- euro 34,90

La fotografa di questo splendido libro è la figlia primogenita di Jane Birkin.

E’ morta a 46 anni, nel 2013; volata dal quarto piano della sua casa parigina, dopo una vita appesantita dall’uso di droghe e male di vivere; lasciando aperto il dubbio sulla sua misteriosa morte, probabilmente cercata. Una vita piena di talento, ma tragica.

Era nata l’8 aprile 1967 a Londra dal primo matrimonio di Jane Birkin (appena 18enne) con il compositore John Barry. Un amore travolgente che si schianta contro il disinteresse da parte di lui, troppo preso da se stesso, la sua arte, le sue priorità e i tradimenti. La Birkin si sente come un’appendice e la nascita della figlia Kate accentuerà ancor più il senso di solitudine. La relazione turbolenta naufraga: nel 1967 Jane prende Kate piccolissima e vola a Parigi dove l’aspetta il futuro.

La svolta della sua vita è l’incontro con Serge Gainsbourg, e la canzone “Je t’aime …moi non plus” che interpretano insieme. Fanno scandalo, diventano la coppia erotica per eccellenza e segnano un’epoca. Da loro nasce Charlotte, altra talentuosa creatura.

Gainsbourg sarà comunque un padre amorevole anche nei confronti di Kate che vive con loro e lo chiama “papà”. Poi anche questa unione si infrange. Jane non ce la fa più a sopportare Serge, sempre più ubriaco, sporco, autodistruttivo, quasi irriconoscibile.

Lo lascia e a soffrire per la separazione è soprattutto Kate che all’epoca aveva16 anni e inizia a drogarsi. La vita familiare è costellata di litigate, Kate non rispetta nulla e nessuno, svaligia gli armadi griffati della madre ed è in perenne rotta di collisione

con lei. Segue la disintossicazione, ma lo spettro della droga segnerà la vita di Kate, fotografa di successo, compagna di un tossico e madre di Roman.

Kate Berry aveva un carattere schivo ed introverso e nessuna intenzione di diventare attrice o cantante. Il suo talento era la capacità di fermare la vita, volti e immagini con l’obiettivo. Durante una sfilata di moda trova la sua strada maestra: diventare fotografa professionista. Si rivela subito eccezionale in quel lavoro che le corrisponde perché le permette di esprimere la sua vena artistica, ma senza essere protagonista in prima persona. Lei che non ama parlare ed apparire, è invece bravissima nel dare voce ai volti e ai corpi dei suoi soggetti.

Ha una sensibilità speciale nell’interpretare quello che gli altri celano nell’anima e nel cuore. Alle foto di moda alterna quelle con grandi personaggi dello spettacolo e della cultura a livello mondiale. Predilige immagini in bianco e nero, volti senza trucco ed ha una capacità unica nel cogliere le profondità infinite di uno sguardo. Basta guardare le foto professionali fatte soprattutto ai suoi familiari, a partire da madre e sorelle.

In questo prezioso volume spiccano per bellezza e intensità le foto alle sorelle Charlotte e Lou (nata dall’ultimo matrimonio di Jane Birkin con il regista Jacques Doillon). Primi piani dei suoi affetti più profondi, di rara bellezza e spessore emotivo.

Ma anche spazi aperti come spiagge e baie che trasmettono la bellezza intrisa di solitudine.

Un libro postumo che diventa ancora più importante e testimonia un talento che non c’è più. Resta il dubbio sulla sua morte. Quel terribile 11 dicembre 2013 in cui a raccogliere il corpo della figlia sfracellata sull’asfalto dopo un volo di 4 piani dalla sua casa parigina, è la madre Jane. Per lei una tragedia dalla quale non si riprende più. Quel giorno interrompe per sempre la scrittura dei suoi diari e questo la dice lunga sullo strazio e il vuoto causati da quel dolore.

 

 

Visite record al Museo Nazionale del Cinema

È stata una settimana da numeri record quella appena trascorsa per il Museo Nazionale del Cinema di Torino. Sono infatti stati 35.000 i visitatori della Mole Antonelliana da sabato 28 ottobre a oggi,  con una media di oltre 3.500 ingressi giornalieri e con punte di quasi 4.500 come la notte di Halloween e ieri, sabato 4 novembre.

“Proprio ieri abbiamo inaugurato i sabati con orario prolungato fino alle 22:00, e il pubblico ci sta dando ragione – sottolinea Enzo Ghigo, presidente del Museo Nazionale del Cinema. Continueremo così fino all’Epifania, in modo da permettere al maggior numero possibile di persone di visitare la mostra “Il Mondo di Tim Burton” che sta riscuotendo un grandissimo successo, con i weekend da quasi tutto esaurito fino al prossimo anno”.

“La mostra di Tim Burton attira pubblico di ogni età – dichiara Domenico De Gaetano, direttore del Museo Nazionale del Cinema -, incanta tutti con quella magia visionaria che solo il genio burtoniano sa trasmettere così bene. La Mole Antonelliana è il luogo perfetto per la sua arte, lo ha sottolineato Burton stesso e lo confermano le migliaia di visitatori che visitano ogni giorno i nostri spazi”.