ilTorinese

Supporti di carta per capolavori di artisti del Novecento

Da Casorati a Zorio”, sino al 30 maggio alla Galleria del Ponte

John Berger – nato a Londra nel 1926 e scomparso a Parigi nel 2017, è stato critico d’arte (tra gli altri, i saggi “Splendori e miserie di Pablo Picasso” del 1965, “Questione di sguardi”, 1972, “Sul disegnare”, 2005), scrittore (“Festa di nozze”) e pittore, collaboratore di quotidiani e riviste, negli anni Settanta sceneggiatore con il regista svizzero Alain Tanner di film quali “Jonas che avrà vent’anni nel 2000” e “La Salamandra” – ha approfondito “il rapporto dell’artista con il supporto cartaceo”, attraversato da distensione per alcuni o sinonimo di un incessante corpo a corpo ”carico di tensioni più o meno latenti”, “il momento in cui l’artista rievoca le sensazioni provate di fronte alla superficie ancora intonsa del foglio”. Scriveva Berger: “Sapevo che, al momento di tracciare una linea su – o attraverso – di essa, avrei dovuto controllare il segno non su un unico piano, come un guidatore al volante della sua automobile, ma come un pilota in volo, giacché il movimento era possibile in tutte e tre le dimensioni.”

Con l’aiuto delle note della Galleria del Ponte, ci si inoltra felicemente all’interno della cinquantina di lavori che danno vita, e bella memoria, alla mostra “Da Casorati a Zorio. Opere su carta”, visitabile sino al 30 maggio, in cui chi guarda ha l’occasione – ancora una volta Stefano e Stefania Testa hanno il felice compito e la lodevole preoccupazione di ristabilire aree di bellezza, interessi che vanno persi, nomi e opere che pretendono il necessario mantenimento – di ritrovarsi di fronte ai più bei nomi di un’Arte cittadina e regionale, ma non soltanto perché sappiamo quanto quei confini si siano allargati, che hanno attraversato il Novecento (dagli anni Trenta) e si siano spinti sino a noi. Riallacciandoci a quanto si diceva di Berger, non si può non guardare immediatamente alle due opere esposte di Sandro De Alexandris, il fatidico foglio di carta bianco impercettibilmente attraversato dai tratti verticali della matita o dalle screpolature invisibili a un occhio poco attento di un bisturi. È l’esempio più tacitamente assordante: ma che spinge a guardare, a pensare, a immaginare. Una bella scia di idee e di realizzazioni. Già dal pianoterra della galleria di corso Moncalieri, per poi salire su con un ordine affatto cronologico ma articolato in suggestive esplosioni artistiche, ci accolgono opere di Felice Casorati (“Donna con bambino”, matita su carta, anni Trenta e “Figura femminile” degli anni Cinquanta, incantevole) e Carol Rama con quattro carte realizzate tra il ’63 e il ’68, isola a sé dell’intera esposizione, “Natura morta con brocca e susine”, acquerello di quel grande e affascinante Maestro che è stato Mario Calandri, e i colloqui femminili di Nella Marchesini e poi Gigi Chessa e Luigi Spazzapan.

Come si scoprono, in rapido susseguirsi, in “un percorso coerente, benché rapsodico”, le opere su carta, coniugate secondo i diversi stili e le sensibilità di ognuno, di Clotilde Ceriana Mayneri (“Avanzata barbarica”, 1987), di Marina Sasso che recentemente posava piombo ottone e reti sul foglio, in una bella alternanza di colori e di lucentezze, di Riccardo Cordero con i suoi “Progetti” degli anni Settanta (biro pennarello e collage), di Giacomo Soffiantino che ironizzava sull’amico Gino Gorza incallito fumatore, tra volute rosse di fumo e caratteri nipponici, di Sergio Saroni con una bellissima china dei Sessanta, di Pinot Gallizio e Marco Gastini, di Umberto Mastroianni (un compatto fondo arancio a raccogliere le forme sinuose o spigolose che gli conosciamo) e di Giò Pomodoro, di Mario Surbone e di Adriano Parisot, di Graham Sutherland con un prezioso Gouache del ’71 e di Piero Ruggeri, che guardava a Caravaggio e alla Cappella Contarelli catturandone vorticosamente l’essenza per trasportarli in tempi più vicini a noi. Da vedere.

Elio Rabbione

Nelle immagini: Piero Ruggeri “rivisita” la Chiamata di Matteo di Caravaggio; ancora opere di Soffiantino e Sutherland esposte nella mostra.

Farsi Male. Vittorio Lingiardi alla Casa della Madia

 

L’incontro di sabato 18 aprile alla Casa della Madia, ha visto come ospite Vittorio Lingiardi, psichiatra, psicoanalista e docente di Psicologia dinamica alla Sapienza di Roma.

Il suo ultimo libro, dal titolo “Farsi male. Variazioni sul masochismo”, ha ispirato la tematica di questa giornata, cercando di offrire una visione unitaria della dimensione clinica e di quella soggettiva. Lingiardi ha sottolineato come una diagnosi possa essere utile, ma mai sufficiente nel restituire la complessità di una persona; gli esseri umani, sono molto di più di una semplice etichetta diagnostica e sarebbe riduttivo descrivere qualcuno seguendo un manuale clinico. Il lavoro importante è quello di osservare la persona al di là dei suoi sintomi, per poter capire chi c’è dietro quella sofferenza e che cosa, quel dolore, vuole esprimere.

Buona parte dell’intervento di Lingiardi è stato dedicato ai disturbi della personalità; descritti come un irrigidimento di specifici tratti che, in forma meno invasiva e più flessibile, ritroviamo in tutte le persone. Per fare degli esempi: la diffidenza può sfociare nella paranoia, il bisogno di riconoscimento può trasformarsi in narcisismo patologico, il desiderio di mantenere l’ordine può irrigidirsi in una struttura ossessiva.

Il punto dirimente, però, non è la presenza di uno specifico tratto, quanto la sua pervasività: nel momento in cui quel tratto arriva ad invadere la vita della persona e a compromettere le sue relazioni e la sua quotidianità, possiamo dire che ha superato la soglia che conduce alla presentazione di un disturbo.

Tra i temi affrontati, un rilievo particolare hanno avuto il narcisismo, il trauma e l’attaccamento, insistendo soprattutto su quelle ferite precoci, che non sempre coincidono con degli eventi eclatanti e facilmente identificabili. Tra queste ferite non compaiono solo l’abuso o il maltrattamento, ma anche forme di trascuratezza, la mancanza di sintonizzazione con la figura di accudimento, il desiderio non soddisfatto di riconoscimento: il bisogno primario del bambino, infatti, non è soltanto quello di essere nutrito, ma anche di sentirsi accolto, contenuto e riconosciuto.

Su questo sfondo, si colloca il tema centrale del suo ultimo libro. Lingiardi ha precisato di voler affrontare il masochismo come assetto psichico e relazionale e il punto che sottolinea è la tendenza a restare in situazioni che fanno soffrire, anche quando esisterebbero delle alternative. In questo senso, il masochismo è stato presentato come una dinamica complessa e tra gli esempi concreti riportati ci sono le relazioni sentimentali che si trascinano per anni, nell’attesa di una promessa mai mantenuta; i ruoli lavorativi vissuti come umilianti, ma ai quali non si rinuncia mai; delle modalità di sacrificio che diventano identità.

In questi casi, ciò che tiene la persona dentro la sofferenza non è solo la paura del cambiamento, ma anche il legame profondo con una grammatica affettiva antica, nella quale ci si è abituati a sentire l’amore come il risultato di una conquista.

Nel pomeriggio, Vittorio Lingiardi si è confrontato con il pubblico presente, lasciandosi stimolare dalle domande e dagli interventi che gli hanno consentito di riprendere e approfondire temi emersi nel suo ampio intervento del mattino.

Ciò che resta di questo incontro è un invito a guardare con più attenzione quelle modalità con cui le persone costruiscono la propria sofferenza e, talvolta, vi si affezionano. Forse è proprio questo uno degli aspetti più forti emersi dalla mattinata: il fatto che il lavoro psichico non consista nel semplificare l’esperienza umana, ma nel darle parola e provare a trasformare insieme, con consapevolezza, ciò che altrimenti resterebbe, soltanto, un modo di funzionare, ripetuto nel tempo.

IRENE CANE

Urmet, una lunga storia

Urmet ha messo in mostra alcuni dei suoi prodotti storici: dal 17 al 19 aprile, infatti, presso il Parco Culturale Le Serre di Grugliasco (TO), la multinazionale torinese è stata fra i partner principali della terza edizione del PIM – Phonecards International Meeting, il più importante evento internazionale dedicato al mondo delle schede telefoniche e alla telefonia storica. La manifestazione ha riunito espositori e appassionati provenienti da numerosi Paesi, tra cui Sudafrica, Cina, Australia e gran parte dell’Europa, confermandosi come punto di riferimento globale per lo scambio di materiale collezionistico e per l’incontro tra esperti e appassionati.

L’edizione 2026 ha avuto un valore particolarmente simbolico, poiché si è celebrato il 50° anniversario della nascita della scheda telefonica, una vera eccellenza del Made in Italy che ha segnato un’epoca e rivoluzionato le abitudini della comunicazione telefonica. Per l’occasione, il programma ha previsto la partecipazione di realtà storiche e istituzioni di rilievo come Urmet, SIDA e il Museo della Telefonia Pubblica di Alberi (PR), che hanno contribuito a ripercorrere la storia e l’evoluzione di questo iconico oggetto.

Urmet è una delle aziende che hanno caratterizzato la storia imprenditoriale del nostro Paese, con i suoi prodotti iconici e i suoi brevetti internazionali. Nata in Piemonte, cresciuta in Italia e con una presenza consolidata a livello internazionale, nel 2024 Urmet è stata inserita nel Registro speciale dei Marchi Storici di Interesse Nazionale.

Fondata a Torino nel 1937 come Società Anonima per l’“Utilizzazione e il Recupero del Materiale Elettro Telefonico”, Urmet è una multinazionale a capitale interamente italiano, azienda principale di Urmet Group, realtà mondiale con circa 2500 dipendenti. L’azienda piemontese si è da sempre distinta per la sua capacità di interpretare il cambiamento storico dei mercati e di essere protagonista delle rivoluzioni tecnologiche che si sono susseguite nei decenni: lo dimostrano i numerosi prodotti, alcuni decisamente “pop” ed epocali.

Il telefono analogico Bca del 1949 aprì la strada ad un mondo più connesso, consentendo a intere famiglie di rimanere in contatto tra di loro; il primo citofono del 1958, a cui seguirà una produzione su larga scala, e il primo videocitofono nel 1965 segnarono l’inizio della cosiddetta “telefonia domestica” per controllare gli ingressi di un edificio, introducendo il concetto di “sicurezza residenziale”.

Sono prodotti “iconici” anche il primo telefono pubblico, introdotto nel 1964 e utilizzato da milioni di italiani, che funzionava a gettoni (brevetto Urmet) e contribuì a cambiare radicalmente le abitudini telefoniche delle famiglie. Con il progresso tecnologico, i gettoni furono sostituiti dalle monete e poi dalla tessera prepagata, altro brevetto Urmet, che rappresenta una pietra miliare nella storia delle telecomunicazioni.

L’organizzazione dell’evento è a cura del Worldwide Phonecards Collectors Club, associazione culturale senza scopo di lucro nata nel 2024 con l’obiettivo di promuovere e rilanciare il collezionismo delle schede telefoniche, mettere in contatto collezionisti e favorirne l’interazione tra loro.

Momento centrale della manifestazione, l’asta benefica di sabato 18 aprile, curata dall’Associazione, il cui ricavato è stato interamente devoluto alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro per sostenere le attività di cura e ricerca sul cancro dell’Istituto di Candiolo – IRCCS. L’iniziativa conferma l’impegno del PIM nel sostenere progetti di valore sociale e scientifico: fra gli oggetti battuti all’asta anche la maglia autografata del numero 10, Kenan Yildiz, donata da Juventus Football Club. Il ricavato dell’asta benefica è stato di 2mila euro che saranno devoluti per sostenere la ricerca contro le patologie oncologiche.

Sai qual è la cosa più straordinaria del calcio in Italia oggi?

Sai qual è la cosa più straordinaria del calcio in Italia oggi? Non è più vincere. No, quello è diventato volgare, quasi imbarazzante. Vincere è roba da gente poco evoluta, da cavernicoli del risultato. Oggi si celebra qualcosa di molto più raffinato: perdere… ma con stile.
Perché vuoi mettere la nobiltà della sconfitta elegante? Il 3-0 subito, però con il 68% di possesso palla. Il rigore sbagliato, ma con una costruzione dal basso “coraggiosa”. Coraggiosa… cioè suicida, ma detta così suona meglio
O ancora meglio subire la seconda rimonta da uno 0-2 in poco meno di 15 giorni?
Una volta c’erano i trofei in bacheca. Adesso ci sono le conferenze stampa piene di parole come “identità”, “progetto”, “crescita”. Tradotto: abbiamo perso, ma in modo molto organizzato.
E guai a criticare, eh. Perché se osi dire “forse sarebbe meglio vincere”, subito ti danno del risultatista. Come se il calcio fosse diventato una mostra d’arte contemporanea. “Non hai capito l’opera.” No, scusami, ho capito benissimo: abbiamo preso gol al 92’.
E poi c’è l’apoteosi: la squadra che perde, ma esce tra gli applausi. Gli applausi! Come a teatro. “Bravi ragazzi, siete stati splendidi… nel perdere.” A questo punto aboliamo pure il tabellone, tanto è un dettaglio volgare. Mettiamo una giuria, tipo pattinaggio artistico: “8.5 per l’uscita palla, 9 per la sconfitta dignitosa.”
Il bello è che chi vince viene quasi guardato con sospetto. “Sì, però giocano male.” Eh certo, che maleducati: segnano e difendono il risultato. Una cosa indecente.
E così siamo arrivati al punto in cui il fallimento è diventato filosofia. Perdere è un percorso. Retrocedere è un’esperienza formativa. E il tifoso? Il tifoso deve essere felice. Perché almeno si è visto del “bel gioco”.
Che poi questo “bel gioco” è come quei film premiati ai festival: tutti dicono che sono capolavori, ma nessuno ha davvero voglia di rivederli.
E allora sì, chiamiamolo pure progresso. Chiamiamolo evoluzione. Ma a me sembra solo un modo molto elegante per raccontare una cosa semplice: abbiamo smesso di pretendere di vincere.
E nel calcio, sai, è un dettaglio.

Luca Bellone
Tifoso doc

Testo raccolto da Enzo Grassano

A Bardonecchia e Sestriere è boom di presenze

Se il turismo in Piemonte ha chiuso il 2025 con numeri positivi – gli arrivi hanno superato quota 6 milioni e 630 mila, e le presenze sono state 18 milioni e 770 mila – le località montane di Bardonecchia e Sestriere non sono da meno. Bardonecchia è il secondo Comune della Provincia di Torino dopo il capoluogo torinese per presenze, e al quinto posto in Piemonte. Sestriere si posiziona al terzo posto. Bardonecchia, una delle sedi sciistiche e dello sci alpinismo più antiche d’Italia, ha registrato 431 mila 892 presenze, mentre Sestriere, il Comune più alto d’Italia, ha chiuso il 2025 con 364 mila 843 presenze. Un ottimo risultato per un territorio che conta poco più di 10 mila abitanti, e che per i due comuni sede degli impianti sciistici dell’Alta Valle di Susa e Chisone ha contato un milione e 321 mila 593 presenze e 300 mila e 700 turisti, con una media di pernottamento di 4,4 notti ciascuno.

“Dati lusinghieri per le nostre montagne – sottolinea Maurizio Vitale, Presidente di Turismo Torino e Provincia – trainati dall’offerta sciistica ampia e moderna, ma anche da una crescente attività delle Montagne Olimpiche, come meta di turismo estivo all’insegna dell’outdoor grazie al prezioso supporto in termini di promozione e accoglienza da parte della nostra ATL”.

Particolarmente important la performance di Bardonecchia, dove si è passati dalle 297 mila 913 presenze del 2024 alle 431 mila 892 presenze del 2025, attestando la conca come la quinta destinazione turistica del Piemonte dopo Torino e le destinazioni lacustri di Verbania, Stresa e Baveno.

“Essere il secondo Comune della Provincia di Torino per flussi turistici, subito dopo il capoluogo, e la quinta destinazione a livello regionale, ci rende molto orgogliosi e testimonia la forza e la resilienza della nostra ‘Bardo’ – dichiara Chiara Rossetti, sindaco di Bardinecchia – siamo passati dalle circa 298 mila presenze del 2024 ad oltre 431 mila. Si tratta di un incremento vertiginoso che premia gli investimenti fatti nelle nostre infrastrutture e nell’accoglienza. Se la nostra storia di patria dello sci e sede di prestigiosi sci club resta il nostro cuore pulsante, questi dati riflettono il successo della nostra offerta outdoor estiva, unitamente alla continuativa offerta culturale, e Bardonecchia si sta avvicinando ad essere una meta viva 365 giorni l’anno. Inoltre, con una media di oltre 5 notti per turista, si dimostra che chi sceglie Bardonecchia non lo fa per un mordi e fuggi, ma per vivere un’ esperienza completa e immersiva nel nostro territorio. Questi dati non sono frutto del caso, ma dell’impegno instancabile dei nostri operatori, dei maestri di sci, degli albergatori, dei commercianti e di tutti i cittadini che con il loro lavoro rendono Bardonecchia una destinazione eccellente. Il supporto di Turismo Torino e Provincia è stato fondamentale per promuovere le nostre montagne, ma il merito principale va a chi ogni giorno accoglie i turisti con il sorriso che ci contraddistingue. Guardiamo al futuro con ottimismo, e continueremo a lavorare per rendere il nostro Comune sempre più sostenibile, moderno e attrattivo, mantenendo fede a quella tradizione sportiva e montana che ci ha resi grandi”.

“È un risultato estremamente significativo quello che emerge dall’analisi di questi dati – spiega il Presidente del Consorzio Turismo Bardonecchia e del Superconsorzio Turin Alps, Giorgio Montabone – essere la prima località turistica dopo Torino, dà a Bardonecchia l’entusiasmo e la forza necessari per continuare a investire sui valori della nostra comunità. Numeri in crescita, ed è positivo per tutti anche grazie a tante seconde case, che sempre più vengono gestiti a rotazione e contribuiscono ad aumentare l’offerta. La forza di Bardonecchia è la doppia stagionalità. L’inverno appena concluso, è stato uno dei migliori degli ultimi anni. Ora lo sguardo è rivolto alla prossima estate. Ci prepariamo a vivere una stagione calda, che speriamo ci permetta di ottenere risultati molto alti anche nei periodi estivi, consolidando ulteriormente il posizionamento di Bardonecchia come destinazione top per tutto l’anno. È necessario continuare a lavorare in sinergia con il Comune, l’Associazione Albergatori, la Pro Loco e la neonata Associazione Commercianti. Numeri altissimi anche da parte di Setriere, Sauze d’Oulx e tutte le Turin Alps. Come territorio Val di Susa e Val Chisone stiamo mettendo a punto le strategie per il prossimo futuro in piena sinergia come territorio unitario.

Mara Martellotta

“Arrusi” di Gabriele Scotti, un viaggio all’indietro nel tempo

In scena a San Pietro in Vincoli, per la stagione “Iperspazi” di Fertili Terreni Teatro

Per “Iperspazi”, la stagione 2025-2026 di Fertili Terreni Teatro, a San Pietro in Vincoli, da mercoledì 22 a venerdì 24 aprile, alle ore 21, andrà in scena la pièce teatrale “Arrusi” in prima regionale. Il testo è di Gabriele Scotti, diretto da Omar Nedjari, con in scena Marika Pensa, Simone Tudda e Sandra Zoccolan. Lo spettacolo è programmato in collaborazione con Piemonte dal Vivo nell’ambito del progetto “Cortocircuito”. Lo spettacolo è adatto a un pubblico maggiore di 14 anni. Con “Arrusi” si compie un viaggio all’indietro nel tempo, immergendosi ad inizio Novecento, quando prendono forma storie realmente accadute di diritti negati e di ingiustizie subite, vicende lontane, per quanto capaci di correre parallelo, in qualche modo di sfiorarsi, in un gioco di rimandi e coincidenze. A partire da Catania, dove nel 1939, nel solco delle Leggi Razziali, il questore Molina ordina retate di uomini e ragazzi omosessuali della città: li incarcera, li sottopone a interrogatorio, li condanna al confino e li spedisce alle Isole Tremiti, dove sconteranno una pena di 5 anni lontani da tutto e da tutti. Dalla Sicilia ci si trasferisce in Francia, sotto il Franchismo, con gli omosessuali sottoposti ad educazione forzata come da Legge di Pericolosità Sociale del 1970, secondo la quale l’omosessualità deve essere curata in centri dedicati, tutti all’interno di specifiche carceri, come quelle di Carabanchel, a Madrid, o di Badajoz Estremadura, e ancora, per concludere, arrivando all’immediato presente, con la storia della Procura di Padova, che nella primavera del 2023 ha impugnato gli atti di nascita di 33 bambini nati da coppie composte da due madri. Tre vicende realmente accadute, che ispirano le storie di cui è composto lo spettacolo, portando in scena prima Francesco, giovane catanese confinato alle Tremiti nel 1939, poi Amparo, madre di Valencia che non denuncia il figlio alle Forze dell’Ordine, nel 1970, e infine Aurelia, donna italiana che rischia di perdere la genitorialità del figlio i  un momento, per lei, molto delicato: storie di omosessualità da inizio Novecento ad oggi che, facendo tesoro di testimonianze e documenti, di lettere, giornali e rapporti, danno corpo a un epico racconto di pagine di storia dimenticate o poco ricordate, in cui si mescolano diversità, lotta per la libertà e Grande Storia.

“Arrusi” diventa uno spettacolo non per raccontare fatti di cronaca, ma per accendere luci negli interstizi della memoria e commuovere, dando voce al dramma, cosiccome quell’immancabile sorriso che spesso si annida in ogni tragedia.

“La forte impressione, in questo momento storico – spiega il regista Omar Nedjari – è quella di oscillare fra due opposte condizioni: da una parte l’idea di vivere in una delle epoche più libere nella storia dell’umanità, dove ognuno poteva esprimere se stesso senza il pericolo di essere punito, quantomeno dallo Stato democratico, dall’altra l’inquietante consapevolezza che diritti acquisiti da chi ci ha preceduto e ha lottato per ottenerli, possano di colpo essere cancellati. Le tre storie che compongono ‘Arrusi’ si muovono su tre diversi piani temporali, e ci ricordano come la conquista di un diritto sia dura e faticosa, e la sua possibile perdita rapida e terribile. In scena ci sono tre personaggi semplici che si sono trovati a dover fare i conti con la Storia: chi subendo le scelte da parte di governi che hanno deciso di colpire una minoranza, come nel caso di Francesco e Aurealia, chi invece appoggiando quelle scelte, credendo che fossero la cosa giusta da fare, come Amparo. Le loro storie si intrecciano sulla scena in un fluire dinamico e incalzante, fatto di rimandi e continue trasformazioni. L’interpretazione dei tre attori evoca madri, figli e gente del popolo, carcerieri e aguzzini, dando voce al dramma cosiccome al sorriso che, tenace, si annida in ogni tragedia. La cornice sonora di grande impatto emotivo, nata in prova ad opera della musicista Giulia Bertasi, assieme alla voce di Marika Pensa, rappresenta un gioco di contaminazioni fra canzoni passate riarrangjate in chiave contemporanea e musiche originali. La dimensione creato da Maria Spazi, condensa in un luogo astratto e concreto alla stesso tempo gli elementi simbolici delle tre storie, mostrando come il passato e il presente si ripresentino ciclicamente, più di quanto si creda, per uno spettacolo che intende ‘fare’ memoria, avvincere e commuovere”.

Biglietti: intero 13 euro se acquistato online, 15 euro in cassa la sera dell’evento – ridotto 11 euro se acquistato online, 1313uro se acquistato in cassa la sera dell’evento. Resta la possibilità di lasciare il biglietto sospeso tramite donazione online o con Satispay, e di entrare gratuitamente per alcuni under 35 grazie ai biglietti messi a disposizione grazie alla collaborazione con Torino Giovani.

I biglietti si possono acquistare online sul sito www.fertiliterreniteatro.com

“Arrusi” -da mercoledì 22 a venerdì 24 aprile- ore 21 – San Pietro in Vincoli – via San Pietro in Vincoli 28, Torino

Mara Martellotta

A scuola di diritti umani: 500 studenti a Torino

Ventisette istituti scolastici hanno presentato i loro progetti sviluppati a partire dallo studio dei messaggi del Senatore americano Robert Francis Kennedy durante l’evento “Bridges of hope- parole che cambiano il mondo”. RFK Italia, con il patrocinio della Regione Piemonte e della Città di Torino, è stata supportata dalla Fondazione CRT, OGR Torino, Ufficio Scolastico territoriale, Ambito Quinto di Torino, USR Piemonte e Blooming. Al centro delle di esse performance artistiche presentate dai giovani, tra cui podcast e rappresentazioni teatrali, sono stati I temi della giustizia, della solidarietà e della Costituzione. La presenza della Presidente Onoraria della RFK Italia, Kerry Kennedy, sono stati premiati i primi tre classificati della quinta edizione delle Olimpiadi dei Diritti Umani in lingua inglese, che nel corso degli anni ha coinvolto 1000 studenti, 160 scuole e 270 studenti. “Parole che cambiano il mondo” è l’iniziativa che a Torino ha coinvolto circa 500 studenti provenienti da 27 scuole differenti. Si tratta di ragazze e ragazzi di istituti di diversi gradi (primarie e secondarie di primo o secondo grado), provenienti da Piemonte, Lombardia, Toscana, Lazio, Abruzzo, Campania e Calabria, oltre che da San Marino e dalla Spagna (le scuole iberiche hanno inviato i loro lavori in mostra). Il tutto a chiusura di un percorso iniziato lo scorso anno in occasione del centenario della nascita del senatore americano Robert F. Kennedy, figura ancora oggi di riferimento per le generazioni contemporanee, dato il suo indiscutibile impegno per i diritti umani. L’iniziativa della RFK Italia mira a valorizzare i temi di giustizia, solidarietà, diritti umani e impegno civico, promuovendo progetti capaci di generare un impatto concreto sul territorio di riferimento e la comunità scolastica. Attraversp lo studio e la conoscenza di discorsi iconici di Robert Kennedy e della sua attività, i giovani hanno presentato progetti innovativi sotto forma di diverse declinazioni artistiche: da podcast a videoclip, passando per testi musicali e recitazione teatrale. Solo per citarne alcuni, ricordiamo la “Declamatio” del famoso discorso di Robert Kennedy tenuto all’Università del Kansas il 18 marzo 1968, noto come “il discorso sul PIL”. Sono stati recitati sotto la forma di una rappresentazione teatrale I primi tre articoli della Costituzione Italiana, ed è stato realizzato un cortometraggio in tedesco, a testimonianza dell’universalità dei diritti umani.

Mara Martellotta

Nasce Casàlia: a Torino il nuovo grande evento lifestyle dedicato all’abitare 

All’Oval Lingotto Fiere di Torinodall’8 all’11 ottobre 2026, il nuovo Salone ideato e organizzato da GL events Italia: un appuntamento lifestyle che integra design, benessere e cultura dell’abitare.
È in arrivo Casàlia, il nuovo evento firmato GL events Italia dedicato all’abitare contemporaneo inteso come stile di vita. Dall’8 all’11 ottobre 2026, negli spazi dell’Oval Lingotto Fiere di Torino, Casàlia sarà la piattaforma di incontro tra aziende e pubblico attraverso ambientazioni, workshop e dimostrazioni, offrendo una panoramica su stili, tendenze e soluzioni per la casa.
«Casàlia si inserisce nell’evoluzione dei modi di vivere e immaginare la casa – afferma Gabor Ganczer, amministratore delegato di GL events Italia -. Oggi le persone cercano ispirazione e coerenza con il proprio modo di vivere. Da questa esigenza nasce un format centrato sul lifestyle e l’esperienza dell’abitare».
Casàlia sarà il punto di riferimento per chi vive la casa come espressione del proprio stile e sensibilità, esplorando l’abitare come progetto complesso, dove design e benessere contribuiscono a definire nuovi modi di scegliere e vivere gli spazi. L’offerta espositiva comprenderà arredamento, illuminazione e rivestimenti, accanto a proposte dedicate all’arredo da montagna e al benessere, con una selezione di eccellenze del territorio. Completeranno il panorama il tessile per l’interior, l’oggettistica lifestyle e design, oltre alle soluzioni outdoor & gardening.
Casàlia raccoglie e valorizza il patrimonio di competenze, relazioni e conoscenza del mercato e del pubblico, maturato in oltre sessant’anni di esperienza con Expocasa, storica manifestazione che ha accompagnato l’evoluzione del vivere domestico in Italia. Oggi questo patrimonio trova espressione in un format, in linguaggi e modalità contemporanei.

Casalia è un evento organizzato da GL events Italia, parte di un gruppo internazionale, tra i principali leader globali nell’organizzazione e gestione di eventi, fiere e congressi. Con oltre 40 anni di esperienza, GL events opera in 30 nazioni e gestisce un network di 70 sedi e location.

E’ morto Vercellone maestro dell’Ateneo torinese

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Pier Franco Quaglieni

E’ morto all’improvviso ad appena 70 anni Federico Vercellone, autorevole docente di Estetica  dell’Università di Torino.La sua è  una morte precoce, legata ad una malattia improvvisa non precisata.

Chi scrive lo conobbe molti anni fa quando il giovane Vercellone era alle prime armi ed era noto più come il figlio del grande medico Antonio Vercellone. Lo conobbi a casa del prof Giuseppe Piccoli successore nella Facoltà di Medicina di Vercellone e futuro preside della facoltà. Federico  Vercellone  ci tenne a dirmi che voleva distinguersi dal padre  e che aveva scelto  per profondo  interesse  personale gli studi filosofici.  Alcuni figli di cattedratici famosi scelsero la strada facilitata da un cognome conosciuto. Si era appena laureato con una tesi su Nietzsche e fu  uno degli allievi più originali di Gianni Vattimo di cui apprezzo’ il pensiero debole che lo portò ad approfondire il tema del nichilismo, che ho ritenuto del tutto estraneo al mio concetto di laicità. Su laicità e laicismo avemmo anche l’occasione di discutere serenamente. Io ero fermo alla lezione di Bobbio.
Era uno studioso di fama internazionale, uno dei pochi rimasti nell’ateneo torinese insieme a Maurizio Ferraris.
Le accuse violente nei suoi confronti portarono l’Università a sospenderlo per un mese nel 2024, senza prove che non fossero la chiacchiera e la protesta assembleare come in un nuovo ‘68, certamente di tono molto minore rispetto agli anni “formidabili“ del secolo scorso ,quando studiosi come Venturi , Garosci ed altri furono fatti oggetto di attacchi violentissimi.  Il glottologo di fama internazionale Giuliano Bonfante, volontario contro Franco in Spagna, fu accusato di essere un  fascista e dovette trasferirsi all’ Università di Roma. Vercellone  torno ‘ad insegnare nel 2025 , ma venne affiancato da  un collega con la scusa – che in realtà dimostrava il valore indiscusso di Vercellone – che gli allievi del suo corso di Estetica erano troppo numerosi.  Fu un goffo tentativo di mettergli un tutor, un abominio giuridico e una condanna  aprioristica  e umiliante nei suoi confronti Ci furono altre proteste contro di lui che si decise a denunciare per calunnia le sue accusatrici .
L’esito di quella denuncia  non è mai arrivato, almeno pubblicamente  ad essere noto. Incontrai Vercellone in via Po nel 2025 e scambiammo poche parole. Era un uomo profondamente ferito, ma forte della sua dignità di studioso e di professore. Molti di noi non ebbero il coraggio di scrivere qualcosa su atti che sapevano tanto di intimidazione. Io stesso  scrissi qualcosa di troppo generico contro il clima che si respirava e che esplose poi in modo virulento  nella contestazione pro Palestina.
La mia  lunga malattia di quel periodo non mi  giustifica. Io  non avevo mai avuto un rapporto significativo con lui e lo invitai solo occasionalmente al Centro Pannunzio. Lo consideravo troppo vicino a Vattimo e sbagliavo. Vercellone resta e resterà uno studioso importante che in futuro  sarà un vanto del nostro Ateneo.
Egli fu un perseguitato. E come tale va considerato. Non è un fatto occasionale che il Centro studi intitolato a Luigi Pareyson   –  che fu il maestro di Riconda e di Vattimo , ambedue suoi assistenti, quando frequentai il suo corso nel 1969 – abbia reso nobilmente  omaggio a Federico. E qui mi fermo perché il primo rispetto verso un morto e’ tacere.

Accoltellato in piazza Baldissera: quattro in manette

I militari del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Torino, con il supporto

dei reparti territorialmente competenti, hanno dato esecuzione a un’ordinanza di applicazione di

custodia cautelare in carcere nei confronti di quattro persone, ritenute responsabili di tentato omicidio

in concorso. L’operazione si è svolta venerdì 17 aprile nei comuni di Torino, Leinì, Settimo Torinese e

Biella.

L’attività investigativa, coordinata dalla Procura della Repubblica di Torino, trae origine da

un’aggressione avvenuta la sera del 19 dicembre 2024, quando il personale del Nucleo Radiomobile

era intervenuto, a Torino, all’intersezione tra via Stradella e piazza Baldissera a seguito

dell’accoltellamento di un cittadino marocchino di 53 anni. La vittima aveva riportato gravi lesioni,

tra cui la recisione dell’arteria femorale, refertate con 45 giorni di prognosi.

Le indagini, delegate al Nucleo Investigativo e condotte attraverso testimonianze, attività tecnica e

l’analisi delle immagini di videosorveglianza, hanno permesso di ricostruire l’esatta dinamica del

delitto e di identificare i ruoli ricoperti dai quattro arrestati. Tra questi, figura, come mandante, un

46enne di origine nordafricana, residente da tempo a Torino, che per l’esecuzione materiale si

sarebbe avvalso di due giovani, entrambi 25enni. Tra i complici, anche un pensionato di 78 anni,

originario di Catania, accusato di aver accompagnato l’esecutore sul posto e di averne garantito la

fuga. Alla base dell’aggressione ci sarebbe un debito di 30.000 euro non onorato dalla vittima.

Gli arrestati sono stati tradotti presso le case circondariali di Torino e Ivrea, fatta eccezione per il

78enne, già ristretto per altra causa presso la casa circondariale di Biella.