LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo
Verrebbe quasi da dire “c’era un tempo”… In effetti, quando la vita pubblica italiana non era
ancora stata infestata dal populismo demagogico, qualunquista e anti politico, la politica estera
era il crocevia decisivo e discriminante per la costruzione delle alleanze da un lato e per la stessa
definizione del profilo politico dei partiti dall’altro. E proprio attorno alla politica estera,
principalmente, si costruivano i governi e gli assetti. Erano altri tempi? Certamente sì, ma in ogni
fase storica l’orientamento politico di un partito sulla politica estera non è mai stato una variabile
indipendente ai fini del suo progetto e del sistema di alleanze che voleva costruire per concorrere
al governo del paese.
Non stupisce, pertanto, che anche oggi – seppur in un contesto politico ancora fortemente
caratterizzato dalla sub cultura populista di marca grillina e salviniana – sia proprio e ancora la
politica estera ad essere un fattore decisivo per misurare la credibilità di una ricetta politica e,
soprattutto, l’affidabilità democratica di un paese come il nostro. E, non a caso e con intelligenza
politica e strategica, la Premier Giorgia Meloni ha fortemente caratterizzato l’avvio del suo
governo su questo versante dando l’impressione, e non solo l’impressione, di ancorare il nostro
paese ad un quadro di alleanze chiare, nette e coerenti. Senza balbettamenti, reticenze ed
ambiguità. Dopodichè, le singole scelte di politica interna saranno discutibili, e certamente
opinabili, ma sulla collocazione del nostro paese nello scacchiere europeo e mondiale e,
soprattutto, sulle concrete prese di posizione, l’Italia in questi ultimi mesi ha centrato gli obiettivi
principali.
Altrochè il populismo giallo/verde. Se dovessimo avere come riferimento il populismo anti politico
del partito di Conte e di Grillo da un lato o lo strampalato sovranismo della Lega salviniana
dall’altro, il nostro paese sarebbe inesorabilmente esposto al vento dell’instabilità, del
pressappochismo, dell’improvvisazione e di un pericoloso ed inquietante discostamento dalle
storiche coordinate che hanno sempre caratterizzato la politica estera italiana. Ed è indubbio che
questo è anche, e soprattutto, merito della Premier Meloni.
In ultimo, e non per ordine di importanza, va pur detto che il recupero di credibilità e di
autorevolezza della politica, dei partiti e dei rispettivi progetti di governo passa anche, e
soprattutto, attraverso la chiarezza sulle grandi scelte in politica estera. Non a caso, come
ricordano tutti coloro che hanno ancora frequentato i grandi partiti popolari e di massa del
passato, ogni riflessione locale e nazionale di un qualsiasi direttivo di partito partiva sempre da
una ricognizione sul contesto europeo ed internazionale. E questo per la semplice ragione che
quando ci sono incertezza ed ambiguità su questo fronte difficilmente si riesce poi a perseguire
un progetto politico e di governo credibili anche sul versante nazionale.
Ecco perchè c’è la speranza concreta che, dopo la sbornia populista grillina e leghista, forse si
intravedono all’orizzonte i segnali di una lenta, ma inarrestabile, ripartenza della politica e dei suoi
istituti principali.


Gennaro Sangiuliano come si era già rivelato un grande direttore del tg , ora si manifesta un ottimo ministro della cultura capace di realizzare un forte rilancio dei beni culturali italiani. Ben altra cosa da Rutelli e Franceschini e dagli altri ministri di passaggio. Ha idee chiare, personalità, cultura, capacità di dialogo. La sua visita alle residenze sabaude avrà conseguenze importanti. Ha dialogato anche con la presuntuosa C h r i s t i l l i n che sarebbe ora che tornasse a casa. Sangiuliano è un uomo delle istituzioni che sta lavorando per l’Italia non confrontabile anche con tanti suoi colleghi di governo incerti e pasticcioni come il ministro della Giustizia Nordio, una grande delusione o la presidente che nasconde la testa sotto la giacca in Parlamento dove si deve mantenere un contegno adeguato. Il presidente Moro che politicamente non ho mai apprezzato, andava in spiaggia con la giacca e la cravatta. Altro stile forse esagerato, ma era lo stile di un Sud antico, quello dei Croce a cui si ispira anche il napoletano San Giuliano.
Sono cominciate le manifestazioni in tutta Italia sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica per i 150 anni dalla nascita di Luigi Einaudi volute con tenacia e passione da Enrico Morbelli, il lungimirante creatore delle scuole di Liberalismo. Avremo occasione di dedicare attenzione adeguata al primo presidente della Repubblica eletto che fu anche primo per rilievo storico, politico ed anche morale ,a cui sono paragonabili solo Ciampi e Leone. Voglio trarre dal Diario einaudiano 1945 /1947, curato con intelligenza da Paolo Soddu, questa piccola coraggiosa testimonianza che fa giustizia di Parri, Lombardi e azionisti vari e che rivela l’acume politico di Einaudi: “Auguriamoci che domani se al governo andasse un altro fascismo sotto il nome di partito d’Azione, si trovino, anche in ritardo ,di nuovo pronti ad agire un mezzo re e un mezzo esercito come il nostro re e il nostro esercito agirono il 25 luglio”. Gli azionisti erano un pericolo per la democrazia , ma la loro litigiosità e il voto degli italiani li annullarono. Sopravvivono solo nei tristi libri di piccoli storici torinesi molto faziosi come De Luna.
LETTERE
Ho fatto il mio dovere di studioso libero e di amico da sempre di Israele: niente di più. L’ho fatto con un certo rigore storico come è nel mio costume. Lasci Geuna al suo destino che si è rivelato non idoneo alla carica anche davanti alla caccia alle streghe contro Vercellone. È importante che il nuovo rettore del Politecnico prof. Stefano Corgnati si sia già espresso favorevolmente sui rapporti di collaborazione con Israele. L’immagine di Torino è salva. In questo quadro torinese di “piccoli calabraghe” vorrei ricordare che il più fiero, ingiusto, nemico di Israele fu il prof. Gianni Vattimo che scrisse frasi inconsulte, dimostrando la debolezza del suo pensiero inneggiando all’atomica iraniana, chiedendo l’esclusione dal salone del libro degli scrittori israeliani. Giunse a dire che Israele era peggio di Hitler.