Bufera politica in vista se la sparizione di milioni di euro nei conti della finanziaria della Regione dovesse essere reale. Sarebbero infatti emerse gravissime anomalie dopo i controlli contabili di routine. La Regione Piemonte ha quindi presentato denuncia alla procura di Torino. “Si tratta di fatti che, ove accertati, sono molto gravi”, dice all’Ansa il governatore Sergio Chiamparino, che con il neo presidente di Finpiemonte, Stefano Ambrosini, ha fornito alla magistratura tutta la documentazione disponibile. L’ammanco arriverebbe a 11 milioni di euro, usciti dalla finanziaria verso società e fiduciarie di cui alcune in Svizzera e 50 milioni sarebbero stati investiti con modalità inappropriate. Il caso nascerebbe dalle indagini sulla vicenda della maxi palestra nel capannone di un’autorimessa, a Collegno, realizzata creando un buco da dieci milioni di euro, dalla Gem Immobiliare, schermata da una fiduciaria ma – scrivono i giornali – di proprietà dell’ex presidente di Finpiemonte, Fabrizio Gatti. La denuncia della Regione contro la passata amministrazione della società guidata da Gatti, risale a un mese fa. “Prima non ne abbiamo dato informazione al fine di evitare qualsiasi intralcio alle indagini”, aggiunge Chiamparino.
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AGGIORNAMENTO Mercoledì 13 dicembre i quotidiani torinesi danno spazio alla replica di Fabrizio Gatti. Dichiara di essere assolutamente estraneo ai fatti, di non sapere nulla della vicenda e di volere essere ascoltato al più presto dai magistrati. Afferma di non avere avuto potere di firma quando era presidente di Finpiemonte e che quindi non avrebbe potuto effettuare le operazioni di cui si parla.
Lo stesso “Blasco” ha comunicato via Facebook le date ufficiali e le località del VASCONONSTOP LIVE 2018
CasArcobaleno (via Lanino 3A) dalle 21.00




Al Pronto soccorso dell’ospedale Mauriziano arriva il codice Fast. Alle porte dell’arrivo della stagione invernale e di conseguenza dell’influenza, che comporta il problema di sovraffollamento

Oggi pomeriggio alcuni bambini sono rimasti lievemente intossicati nella scuola elementare di San Giorgio Canavese.
Corsa in piena notte, a tutta velocità per le strade del centro di Torino, su una Bmw nera che non ha rispettato il semaforo rosso in corso Vittorio Emanuele all’angolo con corso Galileo Ferraris
i Giorgio Merlo
modo di far politica. Una modalita’ inaugurata in modo ufficiale nella campagna elettorale del 1994 dall’allora trionfante Berlusconi e poi seguita, seppur in modo meno forte, negli anni seguenti sino a diventare strutturale nell’attuale fase storica e politica italiana. Certo, l’approccio populista e’ la conseguenza diretta del profondo cambiamento dei partiti politici. Quando un partito, come ad esempio il Pd, si trasforma da “partito plurale” a “partito personale’, l’ormai famoso “Pdr”, e’ quasi naturale che cambi profondamente anche il messaggio e la modalita’ concreta con cui viene trasmesso quel messaggio elettorale. E’ un fatto quasi scontato, appunto. Ora, come dicevo all’inizio, ci troviamo di fronte a 3 populismi con cui si deve fare i conti. Diversi tra di loro ma accomunati dallo stesso modo di far politica. C’e’ quello piu’ scientifico del movimento 5 stelle e del suo fondatore Grillo. Una modalita’ politica che ha contrassegnato questo partito/movimento sin dalla sua nascita. Nessuna mediazione, nessun rapporto con l’articolazione della societa’ – i cosiddetti corpi intermedi – e soprattutto la delega totale al suo “capo” nella trasmissione del messaggio politico ed elettorale.
Poi c’e’ la versione piu’ tradizionale e adesso anche un po’ piu’ istituzionale del centro destra a traino berlusconiano. Anche qui si tratta di una modalita’ politica che trae le sue origini culturali da un approccio sostanzialmente populista. La famosa, e ormai storica, “discesa in campo” del ’94 e l’identificazione del “capo” con il suo popolo e viceversa. E poi c’e’ il populismo renziano, quello “dell’uomo solo solo al comando”. Ultima versione del “partito personale” o del “partito del capo”. Un populismo che, come gli altri, si basa esclusivamente sulla centralita’ del capo partito e che vince o perde a seconda della popolarita’, della credibilita’ e della simpatia che sprigiona il capo. Appunto. Ecco perche’, di fronte 3 populismi – ripeto, diversi ma simili nella modalita’ concreta del far politica – che si fronteggeranno in vista della prossima campagna elettorale, non guasta se ci sono anche formazioni politiche che, pur facendo propaganda come tutti gli altri, cerca di riportare le lancette della politica attorno a parole d’ordine che nella nuova stagione populista sono quasi scomparse. O sono state momentaneamente archiviate dalla vulgata corrente. Penso, ad esempio, alla nuova formazione della sinistra democratica e di governo di Pietro Grasso, Liberi e Uguali”. Un modalita’ che cerca di riproporre un metodo imperniato sul rispetto dell’avversario, sul confronto programmatico e
politico e, soprattutto, sul ruolo di guida del progetto politico rispetto alle capacita’ salvifiche e miracolistiche del “capo”. Forse e’ ancora possibile invertire la rotta. E anche da questa campagna elettorale possono partire segnali concreti e tangibili capaci di riscoprire una politica progettuale ragionata, pensata, elaborata e trasmessa educatamente ai cittadini. Sempre nel rispetto degli avversari e con l’obiettivo di ridurre le distanze tra il “paese reale” e il “paese legale”. Perche’, alla fine, forse, e’ consigliabile che in politica ritornino i “leader” facendo a meno per un po’ di tempo dei “capi”. Per dirla con Mino Martinazzoli.