In 1500 al via sulle tre distanze La terza edizione della HippoRun organizzata dalla Podistica Torino in collaborazione con l’Ippodromo di Vinovo, si chiude con due nuovi recor
d
Il favorito Deme Tadu Abate ha vinto in 1h02’12”, stracciando il record di 43” che apparteneva a Youssef Sbaai. Tra le donne il podio è andato a Gete Alemayeuh che ha chiuso in 1h13’02” e ha infranto il record di Sara Dossena di 1h14’58”. In 1500 al via nelle tre distanze. Sei atleti africani hanno subito imposto un ritmo forsennato, al 3° km e al 5° km il passaggio è stato rispettivamente di 8’40” e di 14’29”. Nessuna novità neppure al 10° km dove il gruppetto proseguiva compatto e fermava il cronometro a 29’20”. La scena cambia al 13° km. e i battistrada si sfilacciano. Il keniano Roncer Konga Kipkorir e Deme Tadu Abate cambiano ritmo e prendono il comando della corsa e staccano Yassine Rachik di un paio di minuti. La situazione rimane invariata fino al traguardo e i due atleti viaggiano appaiati fino all’ingresso dell’ippodromo, dove Abate decide di allungare e vince in 1h02’12”, in ritardo di 2” Kipkorir e terzo il keniano Paul Tiongik 1h02’39”. “Ho patito il caldo – ha dichiarato il vincitore – ma il percorso si è rivelato molto veloce”. Per il campione italiano di mezza maratona 2017, Yassine Rachik, reduce da uno strappo muscolare e da un periodo di stop la
competizione è stato un ritorno alle gare “E’ una gara organizzata ottimamente, che è riuscita a portare tanti top runner e non ce ne sono tante di questo livello in Italia”. Ancora Etiopia in campo femminile. Il trio Gete Alemayeuh, Adah Munguleya e Valeria Straneo al ritorno sulle gare, è stato compatto fino al 5° km. L’atleta alessandrina si sgancia al 10° km “Ho accusato il ritmo troppo veloce e quindi sono andata in “regressione” commenta scherzando. Al traguardo si presentano nell’ordine: Alemayeuh 1h13’02”, Munguleya 1h13’31” e Straneo 1h13’52”. Nella HippoTen di 10 km. il podio è andato a Jean Batipste Simukeka dell’atletica Garfagnana in 30’46” e la cussina Giorgia Barale in 36’25”. Alla HappyRun corsa non competitiva di 5 km che si è snodata all’interno delle scuderie hanno partecipato in 200. Parte del ricavato sarà devoluto all’UGI.














Moro e poi la Valsesia dal Colle del Turlo. Attorno al XIII secolo, interi nuclei familiari con i bambini più piccoli trasportati nelle gerle, si misero in cammino lungo le antiche mulattiere per risalire le valli, superare nei punti più convenienti le montagne e ridiscendere a sud delle Alpi in cerca di luoghi ove dar vita a nuovi villaggi. A fine Settecento, il ginevrino Horace Benedicte de Saussure, appassionato studioso, nel corso del suo viaggio intorno al Monte Rosa, li definì nei suoi diari “sentinella tedesca” in territorio italiano. Macugnaga è composta dalla frazione più grande – Staffa – insieme a quelle di Pestarena e Borca, le più basse, e Pecetto, la più alta. Macugnaga ospita alcuni interessanti e originali musei. A Borca, ad esempio, c’è la Casa-museo Walser, abitazione d’epoca comprensiva di tutti gli arredi e gli oggetti di un tempo e anche il museo della miniera d’Oro della Guja, prima miniera-museo in Italia, percorribile per un chilometro e mezzo nel ventre roccioso della montagna, dove si è estratto il prezioso metallo dal 1710 fino al 1945. A Staffa, invece, si può trascorrere un po’ di tempo al museo della Montagna e in quello del contrabbando che racconta la secolare storia degli “spalloni” che valicavano con i loro carichi di merce il confine tra l’Italia e la Svizzera, sfidando i rischi naturali e i controlli della Finanza. A poca distanza dal centro del paese, nel Dorf – l’antico borgo fatto da abitazioni costruite con tronchi di larice incastrato – davanti alla Chiesa Vecchia si trova il vecchio tiglio. Sotto all’imponente albero pluricenteneario, dalla circonferenza di oltre sette metri, un tempo si tenevano i mercati, s’incontravano le genti delle diverse valli del Rosa, si svolgevano, come in una sorta di tribunale all’aperto, riunioni giudiziarie e amministrative. A fianco della Chiesa Vecchia c’è il cimitero degli alpinisti. La storia ci dice che, il 22 luglio 1872, Ferdinand Imseng di Saas, ma residente a Macugnaga, con una guida e un portatore condusse tre inglesi alla vetta della Dufour direttamente da Macugnaga. Da quel momento iniziò un’epoca di grandi ascensioni e, come capita sulle grandi montagne, anche di parecchie tragedie, la prima delle quali causò proprio la scomparsa di Imseng
assieme a un suo cliente, Damiano Marinelli, e alla guida Battista Pedranzini. Un evento che provocò una sollevazione dell’opinione pubblica al punto che furono proibite le ascensioni sul Rosa, ma il provvedimento non venne preso in grande considerazione visto che, cinque anni dopo, venne inaugurata la capanna Marinelli, per aiutare gli scalatori che tentavano le ascensioni dirette da Macugnaga. Nel cimitero, tra le tombe che ospita, molte portano il nome dei “caduti del Rosa”, sfortunati alpinisti che trovarono la morte nel bianco perenne della grande montagna. Un luogo suggestivo, dove spesso sono state intonate struggenti invocazioni al “Signore delle Cime”. Tra lapidi e foto, immagini di corde, piccozze e ramponi ci sono anche delle tombe vuote perché i corpi sono ancora sepolti nel ghiaccio della parete Est e chissà mai se verrà il giorno in cui la montagna consentirà di trovarne le povere spoglie. In qualche caso è passato anche più di mezzo secolo, come quando – nel 2007 – vennero alla luce un femore, alcune costole, un dito e dei brandelli di abiti che, l’esame del Dna, attribuì ad Ettore Zapparoli, alpinista, scrittore e musicista, scomparso sul Rosa nell’agosto del 1951 durante un’ascensione solitaria e nonostante le ricerche, mai ritrovato. Ora anche lui, come tanti, riposa nel vecchio cimitero, sotto il portichetto dove una lapide ricorda i soci defunti del Gruppo italiano scrittori di montagna, del quale Zapparoli era membro. Un sonno eterno, quello dell’ “unico vero alpinista solitario” – come lo definì il grande alpinista Emilio Comici, proprio davanti all’imponente incanto della Est, la parete più alta delle Alpi, con le sue insidiose rocce, i seracchi e i ripidi pendii di neve.