redazione il torinese

Piemonte, dove la passione per le vie ferrate è di casa

/

Il Piemonte è casa di alcune tra le vette più suggestive della nostra penisola e negli ultimi 10 anni ha colmato anche il distacco con le regioni delle Alpi Orientali rispetto al numero e qualità delle vie ferrate presenti. Per gli appassionati di itinerari attrezzati, l’offerta del Piemonte è quanto mai completa e offre molte opportunità in tutte le province della nostra regione.

Abbiamo parlato con Sergio Vecchi, appassionato e fondatore del sito specializzato ferrate365.it che raccoglie oltre 350 relazioni di itinerari, sulla situazione delle vie ferrate nella nostra zona: “Rispetto ai primi anni in cui salivo vie ferrate, il Piemonte è ora una delle destinazioni d’obbligo per chi è appassionato di questo tipo di attività” ha dichiarato. “L’attenzione posta dai comuni montani piemontesi è aumentata e ne sono la prova le vie aperte negli ultimi 2-3 anni tra cui la bella salita allo Chaberton vicino Claviere, la Ferrata di Pont Canavese e la meno conosciuta Ferrata di Rocca Candelera”. Le vie ferrate piemontesi sono generalmente itinerari atletici e impegnativi che richiedono buona preparazione fisica e una discreta capacità tecnica di arrampicata. Sulle Alpi Marittime nel cuneense sono presenti 7 vie ferrate (tra cui la storica all’Oronaye sul confine), in provincia di Torino sono presenti 15 itinerari. Sul versante orientale della regione, Biella ha installato 5 itinerari mentre Vercelli e Verbania 4 cadauna. Il periodo consigliato per percorrere queste vie sono le mezze stagioni e l’estate per gli itinerari ad alta quota.

 

Il Pera Palas: qui Agatha Christie scrisse “Assassinio sull’Orient Express”

pera2All’esterno, la facciata in stile neoclassico e, all’interno, l’influenza ottomana a dar tono agli ambienti, fino a far sentire nell’aria stessa la sensazione lieve di essere quasi sospesi sul crinale tra oriente e occidente, tra due continenti. Basta un’occhiata al contrasto di bianchi e di neri della sala la ballo per farsene un’idea. Il gusto eclettico per l’art nouveau s’impone nel vecchio ascensore che porta alle stanze illuminate da lampadari in vetro di Murano, con pavimenti in legno massello e vetrate a tutta altezza mentre i bagni, rivestiti in marmo di Carrara, lasciano a bocca aperta. Il Pera Palas, il “ più antico hotel europeo della Turchia“, venne costruito a Istanbul nel distretto di Beyoğlu (Pera) nel 1892 dalla Compagnie Internationale des Wagons-Lits con il preciso scopo di ospitare i passeggeri dell’Orient Express. Un gioiello, ricco di fascino e di mistero che affaccia le proprie camere sul Corno d’Oro e sulla penisola di Istanbul. Chi pera christiesall’epoca viaggiava sulla tratta ferroviaria più famosa del mondo, nell’ultima tappa, doveva trovare in quest’albergo di gran classe un alloggio paragonabile in eleganza e confort a quanto offerto nelle prestigiose dimore delle capitali del vecchio continente. delle Europa. I lavori  di costruzione durarono tre anni e l’architetto Vallaury, un noto professionista franco-turco, diede all’edificio quel taglio ibrido tipico dell’architettura dell’Istanbul del XIX secolo. Ma il Pera Palas doveva meravigliare tutti anche sotto il profilo tecnologico; così divenne il primo edificio con alimentazione elettrica, dotato di acqua calda e del primo ascensore della città che un tempo fu Bisanzio e Costantinopoli. Acquisato dagli investitori greci nel 1918, Il Pera Palas diventò – cinque anni più tardi – proprietà della Turchia e il presidente Mustafa Kemal Atatürk amava soggiornarvi tant’è che la stanza numero 101, la preferita dal padre della Turchia moderna, nel 1981 è stata trasformata in un vero e proprio museo. La “perla di Istanbul”, nel corsodella sua più che centenaria storia, ha ospitato personaggi misteriosi come Mata Hari, pseudonimo di Margaretha Geertruida Zelle, danzatrice e agente segreto pera4olandese, che negli anni della Belle Epoque provocò scompiglio in tutta Europa e di personalità del mondo del cinema come la “divina” Greta Garbo , Alfred Hitchcock, il maestro del brivido, o la grande attrice di teatro Sarah Bernhardt. Le “teste coronate” e gli uomini di stato che sono passati dal Pera non si contano, così come gli scrittori come Pierre Loti ed Ernest Hemingway. Un discorso a parte va fatto per la regina del giallo, Agatha Christie, dalla cui penna hanno preso corpo le investigazioni  di Hercule Poirot e le indagini di Miss Marple. Nella camera 411 dell’albergo la prolifica scrittrice britannica ( con all’attivo 66 romanzi gialli e un infinità di racconti e altri testi) scrisse buona parte di uno dei suoi capolavori, quell’ “Assassinio sull’Orient Express” che, a ben riflettere, non poteva trovare atmosfera più adatta del Pera Palas per catturare l’espirazione giusta. Ora la stanza è un piccolo museo in onore della scrittrice e anche questo contribuisce al fascino dell’ albergo, mentre nel ristorante “Agatha”, chiamato così in onore della famosa scrittrice , vengono servite le specialità della cucina turca pera5contemporanea. Oltre all’Orient Bar & Terrace e alla sala da tè, dove un sottofondo di musica di pianoforte dal vivo contribuisce a rendere magica  l’atmosfera, vale la pena frequentare – anche solo per una colazione –  la classica “Patisserie de Pera” dove una gentile signora con tanto di veletta serve deliziosi dolci artigianali d’ispirazione turca e francese, amaretti, torte farcite e cioccolatini fatti in casa. E, q questo punto, non credo si debba aggiungere altro se non il caldo suggerimento a chi si reca in questa meravigliosa città di fare una puntata al Pera Palas per rivivere le atmosfere del sogno, del mistero e della storia.

Marco Travaglini

Il Pera Palas: qui Agatha Christie scrisse “Assassinio sull'Orient Express”

pera2All’esterno, la facciata in stile neoclassico e, all’interno, l’influenza ottomana a dar tono agli ambienti, fino a far sentire nell’aria stessa la sensazione lieve di essere quasi sospesi sul crinale tra oriente e occidente, tra due continenti. Basta un’occhiata al contrasto di bianchi e di neri della sala la ballo per farsene un’idea. Il gusto eclettico per l’art nouveau s’impone nel vecchio ascensore che porta alle stanze illuminate da lampadari in vetro di Murano, con pavimenti in legno massello e vetrate a tutta altezza mentre i bagni, rivestiti in marmo di Carrara, lasciano a bocca aperta. Il Pera Palas, il “ più antico hotel europeo della Turchia“, venne costruito a Istanbul nel distretto di Beyoğlu (Pera) nel 1892 dalla Compagnie Internationale des Wagons-Lits con il preciso scopo di ospitare i passeggeri dell’Orient Express. Un gioiello, ricco di fascino e di mistero che affaccia le proprie camere sul Corno d’Oro e sulla penisola di Istanbul. Chi pera christiesall’epoca viaggiava sulla tratta ferroviaria più famosa del mondo, nell’ultima tappa, doveva trovare in quest’albergo di gran classe un alloggio paragonabile in eleganza e confort a quanto offerto nelle prestigiose dimore delle capitali del vecchio continente. delle Europa. I lavori  di costruzione durarono tre anni e l’architetto Vallaury, un noto professionista franco-turco, diede all’edificio quel taglio ibrido tipico dell’architettura dell’Istanbul del XIX secolo. Ma il Pera Palas doveva meravigliare tutti anche sotto il profilo tecnologico; così divenne il primo edificio con alimentazione elettrica, dotato di acqua calda e del primo ascensore della città che un tempo fu Bisanzio e Costantinopoli. Acquisato dagli investitori greci nel 1918, Il Pera Palas diventò – cinque anni più tardi – proprietà della Turchia e il presidente Mustafa Kemal Atatürk amava soggiornarvi tant’è che la stanza numero 101, la preferita dal padre della Turchia moderna, nel 1981 è stata trasformata in un vero e proprio museo. La “perla di Istanbul”, nel corsodella sua più che centenaria storia, ha ospitato personaggi misteriosi come Mata Hari, pseudonimo di Margaretha Geertruida Zelle, danzatrice e agente segreto pera4olandese, che negli anni della Belle Epoque provocò scompiglio in tutta Europa e di personalità del mondo del cinema come la “divina” Greta Garbo , Alfred Hitchcock, il maestro del brivido, o la grande attrice di teatro Sarah Bernhardt. Le “teste coronate” e gli uomini di stato che sono passati dal Pera non si contano, così come gli scrittori come Pierre Loti ed Ernest Hemingway. Un discorso a parte va fatto per la regina del giallo, Agatha Christie, dalla cui penna hanno preso corpo le investigazioni  di Hercule Poirot e le indagini di Miss Marple. Nella camera 411 dell’albergo la prolifica scrittrice britannica ( con all’attivo 66 romanzi gialli e un infinità di racconti e altri testi) scrisse buona parte di uno dei suoi capolavori, quell’ “Assassinio sull’Orient Express” che, a ben riflettere, non poteva trovare atmosfera più adatta del Pera Palas per catturare l’espirazione giusta. Ora la stanza è un piccolo museo in onore della scrittrice e anche questo contribuisce al fascino dell’ albergo, mentre nel ristorante “Agatha”, chiamato così in onore della famosa scrittrice , vengono servite le specialità della cucina turca pera5contemporanea. Oltre all’Orient Bar & Terrace e alla sala da tè, dove un sottofondo di musica di pianoforte dal vivo contribuisce a rendere magica  l’atmosfera, vale la pena frequentare – anche solo per una colazione –  la classica “Patisserie de Pera” dove una gentile signora con tanto di veletta serve deliziosi dolci artigianali d’ispirazione turca e francese, amaretti, torte farcite e cioccolatini fatti in casa. E, q questo punto, non credo si debba aggiungere altro se non il caldo suggerimento a chi si reca in questa meravigliosa città di fare una puntata al Pera Palas per rivivere le atmosfere del sogno, del mistero e della storia.

Marco Travaglini

CORSO DI PRIMO SOCCORSO PEDIATRICO CROCE VERDE NONE

La Pubblica Assistenza Anpas, Croce Verde None invita all’incontro informativo sul primo soccorso pediatrico e manovre di disostruzione pediatrica che si terrà sabato 19 gennaio alle ore 9.30 presso la sede della Croce Verde in via Santarosa, 74 a None, in provincia di Torino

Il corso, aperto a tutti, è a cura della Croce Verde con la partecipazione della dottoressa Beatrice Savino e degli istruttori 118 della Croce Verde None. L’intento è quello di diffondere la cultura del soccorso fra i cittadini, famiglie, insegnanti e fra gli stessi ragazzi affinché siano in grado di intervenire su un bambino che presenta un’emergenza sanitaria, facendo le corrette manovre ed evitando i comportamenti dannosi. Verrà insegnato il supporto di base delle funzioni vitali in età pediatrica (Pbls) rispettando lo schema della “catena della sopravvivenza” ovvero, la prevenzione degli incidenti, la rianimazione cardiopolmonare, la chiamata al numero unico per le emergenze 112, il soccorso avanzato e le cure post arresto. Per maggiori informazioni contattare la Croce Verde None tel. 011-9864996, email: info@croceverdenone.orgLa Croce Verde None, associata Anpas, può contare sull’impegno di 128 volontari, di cui 61 donne, grazie ai quali ogni anno svolge oltre 6mila servizi con una percorrenza di circa 262mila chilometri. Effettua servizi di emergenza 118, trasporti ordinari a mezzo ambulanza come dialisi e terapie, trasporti interospedalieri, assistenza sanitaria a eventi e manifestazioni, accompagnamento per visite anche con mezzi attrezzati al trasporto dei disabili.

***

L’Anpas (Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze) Comitato Regionale Piemonte rappresenta oggi 81 associazioni di volontariato con 9 sezioni distaccate, 9.379 volontari (di cui 3.447 donne), 6.259 soci, 407 dipendenti, di cui 55 amministrativi che, con 404 autoambulanze, 191 automezzi per il trasporto disabili, 224 automezzi per il trasporto persone e di protezione civile e 5 imbarcazioni, svolgono annualmente 462.864 servizi con una percorrenza complessiva di oltre 15 milioni di chilometri.

Popolari, Pd, Zingaretti e i cattolici

Di Giorgio Merlo

Senza alcuna presunzione e senza alcuna arroganza culturale e politica credo sia corretto chiarire qualche equivoco che continuano ad aleggiare quando si parla di Pd, di partito plurale e della prospettiva politica dei cattolici popolari.
Voglio essere volutamente schematico per essere il più chiaro possibile. Le elezioni del 4 marzo scorso hanno archiviato, almeno per il momento, la stagione dei “partiti plurali”. Nello specifico mi riferisco alla vicenda del Partito democratico. Come, sul versante per così dire alternativo, si potrebbe tranquillamente parlare di Forza Italia. Ma, per fermarsi al Pd, e’ chiaro che la stagione del partito veltroniano e’ ormai alle nostre spalle. E mi riferisco, per essere ancora più esplicito, al tramonto della “vocazione maggioritaria”, del “partito plurale” come sintesi tra le grandi culture politiche del novecento, della identificazione tra il capo del partito e il candidato a Premier e della sostanziale cancellazione della “cultura della coalizione”. Cioè delle alleanze. Tutto semplicemente cancellato.


In secondo luogo, piaccia o non piaccia, sono ritornate le identità. Certamente rinnovate e
modernizzate rispetto anche solo ad un recente passato. Ma sono ritornate. Innanzitutto la sinistra. Come dicono giustamente, e comprensibilmente, i due candidati alla segretaria nazionale del Pd, cioè Zingaretti e Martina. Ovvero, entrambi si impegnano e auspicano “la rifondazione, la riscoperta e il rilancio del pensiero e della cultura della sinistra italiana”. È ritornata, in chiave fortemente minoritaria, la sinistra radicale. Grazie alla intelligenza e alla abilità di Salvini e’ in campo una destra europea, moderna, di governo e chiaramente identificabile. Resiste una ideologia, la definisco così per comodità, antisistema, populista e fortemente antipolitica. Cioè i 5 stelle. In un quadro del genere può restare a bordo campo la cultura, la tradizione e la ricchezza ideale del cattolicesimo democratico, sociale e popolare del nostro paese? In ultimo, la domanda di un rinnovato protagonismo – ovviamente laico, aconfessionale, riformista e moderno – dei cattolici italiani, nel pieno rispetto di un ormai consolidato ed acquisito pluralismo della scelte politiche, richiede una risposta credibile. Politica e forse, adesso, anche organizzativa. Una domanda che non parte dall’alto di qualche pulpito. Certo, anche da alcuni settori della gerarchia. Ma soprattutto dalla base, da settori sempre più consistenti dell’associazionismo, da una moltitudine di elettori delusi e senza più alcuna rappresentanza politica credibile e coerente e da persone, gruppi sociali e “movimenti civici” che non intendono più, nell’attuale fase storica italiana, consegnare agli archivi una storia e una cultura politica che continua a conservare una bruciante attualità e anche modernità. Anche e soprattutto nell’affrontare e cercare di risolvere i problemi che attraversano la società contemporanea. E a questa domanda politica, quindi, va data una risposta politica. Ecco perché, di fronte al tentativo, peraltro legittimo anche se un po’ curioso, di Zingaretti e altri di accreditare il futuro Pd come partito che può farsi anche tranquillamente carico del popolarismo di ispirazione cristiana o della cultura cattolico democratica e sociale, e’ bene essere chiari e coerenti. Certo, il problema non riguarda quei popolari e cattolici democratici che hanno la necessità, e la priorità – peraltro comprensibili – di conservare e consolidare il proprio spazio di potere all’interno del futuro Pd, o Pds che dir si voglia. Comportamento ovviamente legittimo ma che non va affatto confuso con la riscoperta, la rifondazione e il rilancio della cultura politica popolare di ispirazione cristiana.


È giunto, cioè, il momento della chiarezza e anche del coraggio. Il profondo cambiamento della
geografia politica italiana accompagnato da un nuovo riassetto delle varie forze politiche, ha
definitivamente aperto una nuova fase. È inutile, e forse anche inconsapevolmente un po’ patetico, riproporre le stesse formule del passato fingendo che tutto è rimasto uguale rispetto ai tempi della fondazione del Partito democratico nel lontano 2007. Dopo la felice e feconda stagione veltroniana  c’è stata la lunga stagione renziana che ha sostanzialmente distrutto quel Pd e con il Pd anche il tradizionale centro sinistra. Pensare oggi, come mi pare sostengano a giorni alterni i futuri leader del Pd, che si può riportare tranquillamente indietro le lancette della storia, mi pare più una operazione da furbacchioni che non una credibile e consapevole operazione politica. È cambiata una fase politica e storica. Dobbiamo prenderne atto tutti. Da Zingaretti ai Popolari, dal futuro Pds, oggi ancora Pd, al mondo cattolico seppur variegato e complesso, dagli altri partiti di centro sinistra allo stesso episcopato. Pensare che dopo il voto del 4 marzo tutto si può aggiustare oltre che un gesto politico irresponsabile sarebbe anche disonesto a livello intellettuale. E i futuri capi del Pd certamente non lo sono.

Stranieri, Piemonte primo per la formazione

Prima in Italia nella graduatoria dei progetti di formazione civico linguistica per stranieri, si aggiudica 2,5 milioni di euro

Il Piemonte si aggiudica 2,5 milioni di finanziamenti (europei e statali) per la formazione civico linguistica degli stranieri. In questo modo la nostra Regione ottiene l’intero importo richiesto, ma soprattutto arriva prima, rispetto alle altre Regioni italiane, nella graduatoria per il finanziamento dei ‘Piani regionali per la formazione civico linguistica dei cittadini di Paesi terzi 2018-2021’. “Il progetto Petrarca ha preso infatti 87,30 punti. – spiega l’assessora all’Immigrazione, Monica Cerutti – Il punteggio più alto tra i partecipanti”. In seconda posizione nella graduatoria, pubblicata il 24 dicembre, è arrivata l’Emilia Romagna. Mentre in terza il Friuli Venezia Giulia. “Se da una parte il ministero dell’Interno ci premia – prosegue l’assessora – D’altra parte con il decreto sicurezza ci sottrae i potenziali allievi. La norma infatti non permette ai richiedenti asilo di partecipare ai corsi per imparare l’italiano, visto che impedisce loro di avere carta d’identità, di iscriversi all’anagrafe. E siccome il nostro progetto era stato studiato tenendo conto anche di questo bacino di utenti, adesso rischiamo il paradosso: di avere i soldi, ma di non avere studenti”. Tra i criteri tenuti in considerazione dal ministero dell’Interno, ci sono la qualità complessiva della proposta progettuale, la coerenza del budget di spesa, della tempistica di progetto, ma anche le esperienze maturate in passato e la capacità di attivare reti.  Il Piano regionale, denominato “Petrarca 6”, si pone in continuità con le progettualità attivate negli anni passati, prevedendo anche specifiche azioni per l’orientamento e la conoscenza del territorio nel quale gli stranieri extracomunitari si vengono a trovare, dei servizi sanitari di cui possono usufruire, di quelli sociali. Oltre ai corsi di italiano, saranno forniti anche servizi per consentire la partecipazione alle attività didattiche al più alto numero di persone, ad esempio, servizi di babysitting per andare incontro alle madri, di mediazione interculturale, tutoraggio, di accompagnamento personalizzato rivolto a persone vulnerabili. “Il progetto Petrarca ormai va avanti dal 2011. E i risultati sono finora più che soddisfacenti. Dal suo inizio a oggi sono state coinvolte più di 10mila persone. – racconta Cerutti – Solo con Petrarca 5 si sono realizzati 364 corsi coinvolgendo 3460 beneficiari“. Diverse le nazionalità coinvolte. Per la maggior parte hanno seguito i corsi i marocchini (25%), i cinesi (8%), i nigeriani (7%), i senegalesi (5%), gli albanesi (5%), gli indiani e gli egiziani(4%). Soprattutto le donne hanno aderito all’iniziativa. Erano quasi sei su dieci (58% del totale).

 

(CS – foto: il Torinese)

Il manicomio più grande di tutti

C’erano una volta i matti
Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce
Non tutte le storie vengono raccontate, anche se così non dovrebbe essere. Ci sono vicende che fanno paura agli autori stessi, che sono talmente brutte da non distinguersi dagli incubi notturni, eppure sono storie che vanno narrate, perché i protagonisti meritano di essere ricordati. I personaggi che popolano queste strane vicende sono “matti”,” matti veri”, c’è chi ha paura della guerra nucleare, chi si crede un Dio elettrico, chi impazzisce dalla troppa tristezza e chi, invece, perde il senno per un improvviso amore. Sono marionette grottesche di cartapesta che recitano in un piccolo teatrino chiuso al mondo, vivono bizzarre avventure rinchiusi nei manicomi che impediscono loro di osservare come la vita intanto vada avanti, lasciandoli spaventosamente indietro. I matti sono le nostre paure terrene, i nostri peccati capitali, i nostri peggiori difetti, li incolpiamo delle nostre sciagure e ci rifugiamo nel loro eccessivo gridare a squarcia gola, per non sentirci in colpa, per non averli capiti e nemmeno ascoltati. (ac)
***
2. Il manicomio più grande di tutti
La nascita della Certosa Reale a Collegno è strettamente legata alle vicende politiche del Ducato di Savoia nel XVIII secolo. Fu Maria Cristina di Francia a fondare il monastero certosino, basato sul modello architettonico della Grande Chartreuse di Grenoble, portando così a compimento le volontà del suocero e del defunto marito. Come sede del monastero fu scelto Palazzo Data, un complesso di edifici al di fuori del perimetro murario medievale collegnese. Il Palazzo era stato fatto costruire da Bernardino Data, il quale, nel 1628, venne prima accusato di peculato e di gravi abusi amministrativi e in seguito condannato a morte, poi, grazie ad amicizie altolocate, la pena si tramutò in esilio perpetuo, mentre i suoi beni venivano incamerati dall’erario ducale. Madama Reale, reggente del Ducato, volle tenere fede alla volontà dei Duchi di Savoia e diede così inizio alla fondazione della Certosa, acquistando anche i fondi contigui. La Duchessa permise ai monaci certosini di installarsi stabilmente a Collegno, in un’ampia area, attorno alla quale vennero erette alte mura che non solo assicuravano ai monaci una totale clausura, ma delimitavano le proprietà contigue al monastero e impedivano la vista dei fabbricanti ai collegnesi. Il 31 marzo 1641 fu sancita la nascita formale del complesso certosino e successivamente, nel 1737, Carlo Emanuele III donò alla Certosa il grandioso portale d’accesso, progettato da Filippo Juvarra, sul quale ancora troneggiano le statue della Fede e della Carità. Negli anni seguenti i monaci non ebbero vita facile, dapprima costretti a lasciare temporaneamente il complesso, a causa del decreto napoleonico di soppressione dei monasteri, vennero poi del tutto allontanati nel XIX secolo, con l’insediamento del nuovo manicomio, fatto che comportò anche il completo riadattamento dello stabile alle nuove necessità ospedaliere. Quando, molto tempo dopo, l’ospedale psichiatrico venne definitivamente chiuso, la struttura passò sotto la proprietà del Comune. Il 25 aprile 1985 venne inaugurato il parco pubblico intitolato al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, all’interno del quale hanno avuto la possibilità di nascere, e tutt’oggi persistono, associazioni di vario genere, che piano piano si sono insediate all’interno dei vecchi e spogli padiglioni. Nell’ex reparto 21, quello riservato ai “pazzi criminali”, risiede illegalmente dal 2006 un gruppo di anarchici che ha denominato la propria sede “Mezcal Squat”, uno spazio libero e aperto ad iniziative culturali, politiche e ludiche. Ad una vicenda tanto remota quanto complessa ha corrisposto una realtà altrettanto difficile, articolata ed oscura. Nel manicomio di Collegno successero tante cose, moltissime persone vagarono per quei lunghi corridoi spaventosamente alienanti, ciascuno con le proprie vicissitudini, le proprie manie e con la propria incapacità di chiedere aiuto. Con l’aumento critico dei pazienti, che ogni giorno minacciava la sicurezza dei reparti e la possibilità dell’insorgere di una qualche epidemia, la creazione di una sede decentrata e fuori città era diventata una necessità. La Certosa di Collegno si presentò come la scelta migliore, una struttura enorme, protetta e isolata, distante solo dieci chilometri da Torino, ideale per risolvere sia il problema degli spostamenti che quello dell’isolamento, inoltre, essendo una struttura di campagna, presentava costi decisamente minori rispetto ad una sede cittadina. Era stato sottolineato che anche dal punto di vista architettonico e paesaggistico la Certosa possedeva le caratteristiche perfette per ospitare i malati, i quali si sarebbero sentiti meglio già solo passeggiando tra gli ombrosi alberi dell’immenso cortile. L’antica struttura dedicata alla preghiera era perfetta sotto ogni punto di vista per diventare il più grande manicomio d’Italia. L’attività dell’ospedale psichiatrico si avvia formalmente l’8 settembre 1852, con lo spostamento  di ottanta malati di mente dal manicomio di via Giulio a quello di Collegno, e avrà fine solo il 4 giugno 1998. La vita all’interno del manicomio era una lunga, disarmante e monotona attesa di qualcosa, c’era chi aspettava di guarire, chi di morire, chi attendeva una lettera di risposta e chi una visita, c’erano quelli che aspettavano un premio o un compenso e quelli che attendevano il momento giusto per la rivoluzione. I pazienti più tranquilli potevano lavorare seguendo l’insegnamento dell’ergoterapia, si occupavano dell’orto, del bestiame nelle stalle, ma anche dei forni per la produzione del pane e della pasta, c’erano, poi, quelli addetti alla lavanderia e alla manutenzione dei fabbricati, dei mobili, dei caloriferi, della disinfezione e ripulitura dei locali, c’erano muratori e cementisti, decoratori, fabbri ferrai e meccanici, c’era anche chi si occupava dei trasporti e chi gestiva una piccola tipografia e un laboratorio di orologeria, e tra tutti non c’era nessuno che venisse pagato. Fino agli anni venti del Novecento la retribuzione avveniva sotto forma di regalo, i pazienti ricevevano del vino o delle sigarette, del formaggio, della frutta o del caffè.  Ad alcuni venivano dati dei soldi, pochissimi spiccioli, ma c’era chi se li bruciava subito, come Renato, che lavorava in serra ed era efficientissimo, ma appena riceveva la mancia lui la incendiava, i regali mangerecci, invece, li seppelliva, perché temeva che qualcuno lo volesse avvelenare. C’era anche chi si lamentava delle 75 lire al giorno, con le quali, dopo dieci giorni, non si potevano nemmeno comprare le sigarette Alfa, ma erano sussurri e borbottii, perché, per chi alzava la voce, scattavano le botte o l’elettroshock. A Collegno vi erano anche degli artisti, come Francesco Toris, impazzito per il troppo stress derivatogli dall’aver messo incinta una donna più abbiente di lui. Toris divenne molto abile nell’intarsio delle ossa di bovino provenienti dalle cucine, scolpiva volti e piccoli idoli antropomorfi, che poi inseriva perfettamente nelle colossali sculture sostenute dall’audace gioco di incastro dei singoli pezzi. E poi Giuseppe Versino, addetto alle pulizie, che sfilacciava gli stracci e realizzava vestiti, borse e accessori vari, per poi indossarli con fierezza. Mario Bertola era un abile tipografo e creò “Il Mondo in rivista”, un libretto di settantasei tavole, chiamate “allegorie”. Ogni tavola era costituita da otto disegni, eseguiti con china e pastelli a cera e accompagnati da didascalie. C’era ancora Agostino G. Miletti, ricoverato a Collegno con la diagnosi di “demenza paranoide”, si credeva una volta multimilionario, un’altra volta genero del sindaco di Milano, un’altra ancora ricostruttore della Basilica di Superga; disegnava progetti per dar vita a oggetti assai complessi, come un orologio che si caricava ogni 278 anni, o come un ponte di vetro che potesse collegare L’Europa con l’America, e inventò, tra le altre stranezze, due alfabeti, i cui caratteri erano formati da chiodi e bicchieri. Tra i creativi c’era anche chi preferiva recitare, infatti, fino al 1932, fu attiva una Compagnia filodrammatica di ricoverati che si esibiva sul palco del teatrino da trecento posti, ma gli attori vennero silenziati dall’eccessivamente alto volume della radio e della TV, strumenti che entrarono nel manicomio già gridando e senza poter essere mai spenti. Il genio e la creatività non riguardano solo l’arte, ma anche le scienze, come nel caso di Luigi Marinotti. Egli era di povera famiglia, e fu costretto a terminare gli studi in quarta elementare per poi improvvisarsi in ogni genere di lavoro; impazzì quando incontrò l’amore: cercò di trovare i soldi con il rapire una bambina di Genova e chiedendone il riscatto, il suo piano andò in fumo quando accusarono un altro uomo del rapimento e lui andò a protestare in questura, presentandosi come vero colpevole. Da questo momento Luigi iniziò a frequentare carceri e manicomi, e trascorse tutta la vita in un perenne “dentro” e “fuori”, al punto da trovarsi a suo agio più “dentro” che “fuori”. Durante i periodi di detenzione egli si dedicò a scrivere brillanti teorie sulla fisica e sulla matematica, scrisse una lettera a Benedetto Croce, che gli dedicò l’ultima appendice del “Saggio sullo Hegel seguito da altri scritti di storia della filosofia” dandogli il titolo di “un indagatore del mistero dell’universo”. Ne scrisse un’altra a Einstein, al quale chiese: “Dica Lei, Einstein, che vuol spiegare il mondo con le matematiche, qual è il primo numero e qual è l’ultimo? Se non lo sa dire, che cosa pretende di spiegare?” (quest’ultima, forse, non venne spedita). Tra tutto questo pensare, c’era anche chi iniziò ad illudersi. Nella notte tra l’11 e il 12 luglio 1912, nel reparto 21, quello dei “pazzi criminali”, il bandito Rivoltella e il “famigerato martellatore di Nizza”, Demorizzi, capeggiarono una rivolta. Con un inganno, alcuni inservienti vennero catturati e presi come ostaggi e subito si perse il controllo della situazione, intervennero pompieri, carabinieri e giornalisti, il direttore sanitario del manicomio, il Prof. Antonio Marro, salì sul tetto per dialogare con i rivoltosi. Il Prof. Marro rimase in attesa finché uno tra i più assennati tra i ricoverati non espose le ragioni della sommossa: essi volevano minore clausura e più aria e cielo, le condizioni in cui vivevano erano peggiori di quelle delle bestie nelle stalle, dormivano su letti di cemento, abbandonati a loro stessi, chiedevano “perché non venite più spesso a vedere da vicino le nostre miserie?”. Sedata la rivolta, non venne preso nessun provvedimento. La vita all’interno di Collegno era poi tanto diversa da quella del mondo fuori? Chi ha potere si impone sui più bisognosi, chi non sa rispondere a semplici domande alza la voce e le mani, chi si rivolta per un disagio viene ingannato e poi messo a tacere, di questo i matti se ne sono accorti, per ciò li abbiamo rinchiusi là dentro.
Alessia Cagnotto
 

Colti in flagrante mentre smurano la cassaforte

I Carabinieri del Nucleo operativo radiomobile della Compagnia di Casale Monferrato e delle Stazioni di Gabiano, Murisengo, Fubine e Pontestura hanno arrestato in flagranza di reato per tentato furto aggravato in concorso quattro cittadini stranieri:, 21enne ed una 23enne rumeni, una cittadina rumena di 19 anni ed un moldavo di 20 anni. Roberta, 19enne rumena, GROSU Andrei Alexandru, 23enne rumeno, e DEACOV Ion, 20enne moldavo. I quattro sono stati sorpresi all’interno di un locale in ristrutturazione nel Comune di Casale Monferrato, il No Noia di strada alla Dida, dove stavano smurando una cassaforte e avevano già accumulato materiale ferroso di vario genere, pronto per essere asportato. I Carabinieri hanno proceduto al sequestro degli arnesi da scasso utilizzati per il tentato furto e restituito la refurtiva ai proprietari. Al termine dell’attività di polizia giudiziaria, i quattro sono stati condotti presso il carcere di Vercelli, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

Massimo Iaretti

Ute Lemper a Torino per il Giorno della Memoria

/

Canzoni dai ghetti e dai campi di concentramento
Canzoni sul razzismo e canzoni in cerca di pace

“Come tedesca, nata dopo la Guerra, sposata ad un uomo ebreo, a New York da 20 anni, sono da sempre legata alla storia, terribile, dell’Olocausto. E’ mia responsabilità e dovere etico onorare la cultura del popolo ebreo e stimolare il dialogo su questo orribile passato.”: così la grande cantante ed artista tedesca Ute Lemper spiega le motivazioni che sono alla base di “Songs for Eternity”, spettacolo costruito sulle canzoni scritte nei ghetti e nei campi di concentramento da musicisti ebrei deportati, molti dei quali morirono nelle camere a gas. Il 31 gennaio e il 1 febbraio Ute Lemper porterà “Songs for Eternity” a Torino e a Cuneo, nell’ambito delle iniziative del Giorno della Memoria 2019.

***

Il comunicato del Consiglio regionale:

http://www.cr.piemonte.it/web/comunicati-stampa/comunicati-stampa-2019/471-gennaio-2019/8560-songs-for-eternity-ute-lemper-a-torino-a-cuneo

PESCE AVARIATO IN CORSO GIULIO CESARE 

Agenti del Comando VI Circoscrizione Barriera di Milano della Polizia Municipale hanno effettuato oggi, giovedì 17 gennaio, un controllo in un negozio di vendita generi alimentari in corso Giulio Cesare nei pressi di via Feletto, gestito da una cittadina di nazionalità nigeriana. Sono stati trovati circa 60 chilogrammi di pesce surgelato (sgombro, nasello, orata…), in pessimo stato di conservazione. L’esercente è stata deferita all’Autorità Giudiziaria e gli alimenti posti sotto sequestro. Altri Agenti del Comando VII Circoscrizione Aurora della Polizia Municipale hanno ispezionato una gastronomia all’inizio del corso Giulio Cesare con un titolare di etnia nord-africana. Sono stati riscontrati illeciti amministrativi relativi al pavimento sporco, presenza di prodotti per la pulizia collocati vicino a derrate alimentari, bidoni dell’immondizia privi di copertura, mancanza del relativo cartello dell’orario dell’esercizio. Gli Agenti, sempre in corso Giulio Cesare, hanno anche accertato identiche infrazioni in altri due locali di gastronomia, con titolari di etnia nord-africana e di etnia asiatica. Infine, in un bar, gestito da cittadino italiano, sono stati posti sotto sequestro amministrativo 3 videogiochi, ai sensi dell’art. 5 Legge Regionale n 9/16.