redazione il torinese

Polenta e coniglio

Difficile, per noi,  far politica in valle. A l’è  düra cume un ciod, cari miei…è dura come un chiodo”. Sconsolato, con il capo a ciondoloni, Mario dava voce alla sensazione che ci eravamo fatti un po’ tutti, alla sezione omegnese del PCI

 Diffidenti, poco inclini a prestar orecchio ai forestieri quant’anche venissero dal fondovalle, da Omegna e non da chissà dove, gli abitanti di Germagno, Loreglia, Strona e Massiola – frazioni comprese  – erano oltretutto legati a doppio filo ai loro parroci. Se, qualche anno prima, durante i mesi duri della lotta partigiana e nell’immediato dopoguerra, qualche spiraglio c’era, in quest’autunno del 1949 era scesa su noi un’opprimente  cappa di silenzio e di ostilità. Che fossero un po’bigotti e baciapile era risaputo ma, dopo la pubblicazione del decreto del Santo Uffizio con cui s’annunciava la nostra scomunica, ci fecero attorno terra bruciata. In tutti i paesi era stato affisso dalla Curia Vescovile un manifesto grigiastro che recitava, parola per parola, così: “Avviso. E’ peccato grave: 1) Iscriversi al Partito Comunista; 2) Favorirlo in qualsiasi modo, specie col voto; 3) Leggere la stampa comunista; 4) Propagare la stampa comunista. Quindi non si può ricevere l’assoluzione se non si è pentiti e fermamente disposti a non commetterlo più. Chi, iscritto o no al Partito Comunista, ne ammette la dottrina marxista, atea ed anticristiana e ne fa propaganda, è APOSTATA DALLA FEDE E SCOMUNICATO e non può essere assolto che dalla Santa Sede. Quanto si è detto per il Partito Comunista deve estendersi agli altri Partiti che fanno causa comune con esso. Il Signore illumini e conceda ai colpevoli in materia tanto grave, il pieno ravvedimento, poiché è in pericolo la stessa salvezza dell’eternità”. Parole come pietre, che non ammettevano replica e bollavano a fuoco chi, come noi e come i socialisti, provavano a dire la loro all’ombra di quei campanili. Ma ci voleva ben altro per scoraggiarci e così, insieme a Mario e agli altri, cercammo di escogitare uno stratagemma. Di incontri pubblici manco a parlarne. Ci avevamo provato più volte ma, una volta trovata a fatica la sala,  andavano quasi deserti. Gli unici partecipanti, in tutta la valle, erano sei reprobi che ogni volta osavano sfidare gli sguardi di condanna, rispondendo all’appello del partito. Erano Giuseppe Pialla e suo fratello Carlino, entrambi operai di fonderia alla Cobianchi, due cugini boscaioli che stavano a Luzzogno, i Giovannini, originari della Valsesia, il vecchio Libero, ex fuochista delle ferrovie, e suo cognato Lorenzo, detto “Lorenzone pignatta”. Quest’ultimo, tra i più bravi gratagamul  della”val di cazzuji“, la valle dei cucchiai di legno, era uno di quei artigiani che , come il mastro Geppetto di Pinocchio, da un tronco ricavava qualsiasi oggetto. Tutti e sei rappresentavano il passato e il presente dei comunisti in valle. E, se non si escogitava qualcosa per allargare il cerchio, anche il futuro. Fu proprio il “pignatta” ad avere l’illuminazione, complice la sua fama di gran mangione testimoniata dai suoi centotrenta chili per un metro e sessanta scarsi d’altezza. Non propriamente una silhouette, la sua, considerato che era più largo che alto. “Polenta e coniglio! Ecco cosa ci vuole”, sbottò Lorenzone dandosi una manata in fronte. In breve fummo tutti informati della bella pensata. “Statemi a sentire. Se non li possiamo prendere per la coscienza, visto che rispondono solo a quella che gli inculca il prete, proviamo a stimolar loro l’appetito, prendendoli per la gola”. Propose, quindi, di organizzare una serata  al Circolo di Fornero , invitando tutti ad una cena a base, appunto, di polenta e coniglio. Per i primi, si rese disponibile il Magretti che, a Borca, in fondo a via Repubblica, ne allevava almeno tre dozzine. “Per il partito ne metto a disposizione un terzo, va là…a prezzo politico, s’intende”. La polenta era affare di Libero e del “Pignatta” che avevano ereditato dallo zio Franchino un enorme paiolo di rame che faceva proprio al caso loro. Così, aiutati dai compagni, si misero all’opera. Vennero preparati dei grandi manifesti dove, appena sotto la data, il posto e l’ora, in piccolo si poteva leggere la frase “Incontro pubblico con l’onorevole Figurelli” e in grassetto, a caratteri cubitali da riempire per più della metà lo spazio, l’irresistibile richiamo: “Polenta e Coniglio”. L’idea era piaciuta al nostro deputato che, memore della sua esperienza di comandante partigiano, era sempre pronto a ricercare le strategie migliori per ottenere il risultato desiderato. “ Il fine giustifica i mezzi, cari compagni”, sentenziò, parafrasando il Macchiavelli e allungano una gran manata sulla spalla del “Pignatta” che gongolava dalla felicità, potendo rivendicare la paternità dell’idea .La sera della cena fu un successo inaspettato. Parteciparono più di ottanta persone e due terzi erano della valle. Alla fine, sazi e un po’ su di giri grazie alle due damigiane di vinello sacrificate sul campo di battaglia, la maggior parte applaudì il breve discorso dell’onorevole Figurelli.  Se, come dicevano in sacrestia, “nel segreto della cabina elettorale, Dio ti vede e Stalin no”, per quanto riguardò il salone del Circolo – non essendo sede di seggio e nemmeno periodo d’elezioni –  ci fu senz’altro una deroga, suggerita dalla fame e dal profumo che emanava  dall’azzeccato connubio tra la fumante polenta e il coniglio in umido. In fondo, si disse in paese, “i comunisti non sono poi così cattivi come dice il Don Gaudenzio. Non hanno mangiato nessuno ma semmai hanno dato loro da mangiare. La prossima volta chissà che cosa porterà in valle quell’onorevole. Magari trote in campione e frittura d’alborelle… Va là che dev’essere una brava persona anche lui, nonostante sia un po’ mangiapreti”.

Marco Travaglini

 

Lo schioppo del “Butta la chiave”

La moglie, Dorina, dopo anni e anni di rassegnazione aveva deciso di “prendere provvedimenti”. Ed il più “gettonato” – e più efficace – tra questi consisteva nel lasciar fuori dall’uscio il marito ubriaco.

“Che stia in giro tutta notte, così smaltisce i fumi dell’alcool e si rende conto che sarà bene darsi una regolata, d’ora in poi”. A volte s’ingegnava a raggranellare qualche lira, accettando dei lavoretti di straforo. Fu uno di questi lavoretti a creare il guaio con l’Oreste Marluschini. Quest’ultimo aveva un grosso problema da risolvere: il suo camino non “tirava bene”.

Quando arrivava sotto casa , dopo una serata passata  con gli amici al circolo dove – immancabilmente – alzava un po’ troppo il gomito, erano urla e strepiti. Giacomo Rubagoni, muratore di origini bresciane, si era guadagnato così il soprannome “Butta la chiave”. La moglie, Dorina, dopo anni e anni di rassegnazione aveva deciso di “prendere provvedimenti”. Ed il più “gettonato” – e più efficace – tra questi consisteva nel lasciar fuori dall’uscio il marito ubriaco. “ Che stia in giro tutta notte, così smaltisce i fumi dell’alcool e si rende conto che sarà bene darsi una regolata, d’ora in poi”. Giacomo, ovviamente, non si rassegnava e si metteva ad urlare, sotto al sua finestra, la solita frase: “Butta la chiave,Dorina. Butta la chiave, boia d’un ladàr”. Bussava al portone, spaventava il cane del geometra Grillo  – mettendosi a latrare come un indemoniato – destava anche gli altri cani del vicinato che a quel punto formavano una vera e propria “cagnara”. Il “Butta la chiave” si sgolava ma Dorina da quell’orecchio non ci sentiva proprio. La chiave del suo cuore il marito l’aveva persa da tempo e lei non l’aveva ancora messo all’uscio solo per non dar sfogo alle malelingue. Ma da qui a sopportare le scenate dell’uomo, eh no: questo proprio non lo sopportava. O meglio, non lo sopportava più dopo averlo subito per tante, troppe volte. Sapeva bene che  Giacomo, ubriaco e traballante, aspettava solo il dischiudersi della porta per  attaccar briga e fare la  solita scena-madre. Così, il “Butta la chiave”, esaurita la scorta d’ossigeno che gli era rimasta dopo le libagioni e le urla, accortosi ormai dell’inutilità di quel suo gridare alla luna, se ne andava mestamente verso il lungolago. In questi casi ( cioè due o tre volte – in media – alla settimana ) si acconciava a passar la notte, come diceva all’indomani della sbornia, “in emergenza”. Quando il clima era più mite scendeva  giù per la scaletta che portava all’attracco delle barche sotto la passeggiata, sdraiandosi – preferibilmente – sull’assito della “Bella Gioia”, la barca del Carlìn “Frances”. Pescatore a tirlindana, il “Frances” ( che si era guadagnato il soprannome scaricando merci al porto di Tolone, in Francia) lo svegliava, scuotendolo, al rintocco delle cinque. E Giacomo, sbadigliando e “cristandogli” dietro, se ne andava a zonzo.

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Se, invece, faceva freddo e dal Mottarone veniva giù una bella “brisa” , s’infilava nel fienile del Mariolino “legnamèe”. Non era tanto distante: bastava salire verso Roncaro e ci si sbatteva quasi contro, in cima alla salita, dove finiva l’acciottolato. L’impresa più ardua era salire sulla scala di legno stando attenti a misurare i passi sugli scalini, aggrappato come un’edera al mancorrente. Sbagliarne uno significava farsi del male e Giacomo non si era fatto mancare nemmeno questo: grazie all’incrinature delle costole ed alle botte che gli avevano procurato dei bei “morelli” ( “le ecchimosi”, “gli ematomi”,avrebbe detto il dottor Segù) , ora “sentiva il tempo” che era un piacere. Ma il più delle volte, gli andava bene e si sdraiava sul fieno asciutto, vicino alla botola che dava sulla stalla. Era il posto migliore, grazie al tepore delle vacche che saliva da sotto. E lì sì che ronfava alla grande. Nessuno gli “rompeva le balle” fino al mattino tardi e la “ciucca” si smaltiva via liscia, senza il trauma del risveglio “forzato”. Se non avesse avuto il brutto vizio del bere, Giacomo Rubagoni sarebbe diventato, senza problemi, un buon capomastro. Ed invece, era rimasto seduto sul gradino più basso, quello del “magutt”, del muratore semplice. Oddio, non che fosse un disonore: quella del muratore era una professione non solo dignitosissima ma di grande utilità. Nel suo caso poi, grazie alla buona pratica ed al fatto che non si tirava indietro quando c’era da faticare, la “quindicina” che portava a casa dalla Dorina era tutt’altro che magra. Ovviamente , sua moglie provvedeva quasi subito a sequestrarla, evitando così che finisse in breve nelle tasche del Braschi, il banconiere del circolo, o del Luisin dell’Osteria di Quattro Cantoni. Lui borbottava un po’ ma non opponeva  che una debole ed incerta resistenza. A volte s’ingegnava a raggranellare qualche lira, accettando dei lavoretti di straforo.

Era il suo “argent de poche”: pochi spiccioli da trasformare in altrettanti calici di rosso del Monferrato. Fu uno di questi lavoretti a creare il guaio con l’Oreste Marluschini. Quest’ultimo aveva un grosso problema da risolvere: il suo camino non “tirava bene” ed il fumo, invece di uscire dal comignolo,”tornava indietro”, affumicando l’intera cucina. Aveva provato a pulirlo da solo ma senza successo. Di spazzacamini non ce n’erano in giro più. Non era più l’epoca in cui i piccoli rüsca, i bambini-spazzacamini, grazie alla loro esile statura riuscivano ad infilarsi nelle cappe , manovrando al buio con raspa e scopino, liberandole da scorie e fuliggine. Giacomo e Oreste provarono con gli attrezzi che aveva fornito loro l’anziano Umberto Rombini, che da giovane aveva fatto quella vita. Così, s diedero da fare con la raspa, il brischetin (lo scopino), il riccio ( un attrezzo di lame di ferro a raggiera, per raspare le canne fumarie ). Il Giacomo si era persino infilato nel camino, mettendosi in posizione quasi eretta dentro la cappa. Non vide, ovviamente, un fico secco e ne uscì “negar cuma’n scurbatt”, nero come un corvo, come una cornacchia. Non sapevano più che fare quando all’Oreste venne un’idea brillante: tirar via la pioda di sasso che chiudeva il comignolo e, da sotto, sparar su una scarica di pallettoni. Se c’era qualche impedimento, la fucilata avrebbe contribuito a disintegrarlo. Divisi i compiti ( l’Oreste sul tetto a rimuovere la copertura, il Giacomo con la doppietta in mano, pronto a far fuoco dentro al camino), procedettero. La piega che presero i fatti non fu, però,  quella desiderata. Nel spostare la “pioda”, all’Oreste – che stava a gambe larghe sul camino, puntando le gambe per “far forza” – sfuggì un “oooh!” che venne interpretato da Giacomo come il segnale del via. Seguì lo sparo, accompagnato all’istante dal grido di dolore di Oreste che finì investito dai pallettoni proprio nelle parti basse. Soccorso dall’amico e trasportato poi in ospedale, l’Oreste riportò a casa la ghirba ma non fu più , come dire, quello di prima. Nonostante l’incidente i due restarono amici e continuarono a frequentare il circolo e la stessa compagnia. Ad uno restò il rimpianto dell’ aver avuto quella sciagurata idea, all’altro la consolazione di non esser stato lui a fare quella bella “pensata”. All’Oreste, oltre al ricordo, rimase il problema di non aver più qualcos’altro.

 

Marco Travaglini

Insalata russa classica per Pasqua

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Una golosa e colorata combinazione di verdure e maionese che porta in tavola l’allegria

Un classico per tutte le stagioni che non passera’ mai di moda: l’insalata russa, un antico e autentico sapore che rendera’ la vostra Pasqua davvero “speciale”. Una golosa e colorata combinazione di verdure e maionese che porta in tavola l’allegria, ideale per un giorno di festa.

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Ingredienti:

300gr. di patate

150gr. di carote

200gr. di piselli surgelati

1 uovo e 1 tuorlo ( a temperatura ambiente)

Olio di oliva gusto delicato

Succo di mezzo limone

50gr. di tonno sbriciolato

Sale q.b.

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Cuocere a vapore le verdure tagliate a dadini, lasciar raffreddare. Preparare la maionese. Mettere nel mixer l’uovo intero ed il tuorlo, azionare a bassa velocita’, aggiungere poco a poco l’olio a filo fino a quando la maionese inizia a montare, solo a questo punto aggiungere goccia a goccia il succo di limone filtrato e un pizzico di sale. In una ciotola schiacciare una parte delle patate e delle carote, aggiungere i piselli e mescolare il tutto con parte della maionese, aggiustare di sale, aggiungere il tonno sbriciolato, mescolare nuovamente e sistemare nel piatto di portata. Ricoprire con la maionese rimasta e guarnire a piacere. Serena Pasqua a tutti voi.

Paperita Patty

Golosi involtini pasquali in gelatina

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Un detto popolare recita ”Non c’e’ Pasqua senza uova”

Nel rispetto della tradizione, per una Pasqua all’insegna della convivialita’ e degli antichi sapori, vi propongo un facile e fresco antipasto ideale per il pranzo o per il picnic di Pasquetta che vede le uova come immancabili protagoniste del menu’ in una festa di colori e sapori.

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Ingredienti per 8 persone:

 

8 fette di prosciutto cotto tagliato spesso

6 uova sode

100 gr. di tonno sott’olio

1 cucchiaio di capperi

2 cucchiai di mayonnaise

1 cucchiaio di peperoni sott’aceto tagliati a striscioline

1 dado per gelatina

2,5 dl. di vino bianco

2,5 dl. di acqua

cucchiaio di aceto bianco

sale q.b.

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Tritare quattro uova sode con i capperi, il tonno, la mayonnaise;

farcire le fette di prosciutto, arrotolare ad involtino e sistemare in una pirofila preferibilmente in vetro. Nel frattempo preparare la gelatina: portare ad ebollizione l’acqua, far sciogliere il dado, mescolare, aggiungere il vino bianco e il cucchiaio di aceto, mescolare nuovamente e versare sugli involtini di prosciutto. Guarnire con le striscioline di peperone e le rimanenti uova tagliate a piacere. Lasciar raffreddare in frigo per almeno 3 ore.

Buona Pasqua a tutti i lettori.

Paperita Patty

Spaghettoni con fave fresche: un primo saporito e delicato

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Legumi semplici ricchi di proprietà nutritive e fibre. Molto versatili in cucina, consumate sia crude che cotte, hanno un sapore unico

Dalla primavera sulle bancarelle dei nostri mercati arrivano le fave, legumi semplici ricchi di proprieta’ nutritive e fibre. Molto versatili in cucina, consumate sia crude che cotte, hanno un sapore unico e inconfondibile. Provatele cosi’, le apprezzerete in tutta la loro tenerezza.

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Ingredienti per 4 persone:

 

320gr. di spaghettoni

100gr. di salame crudo

1 tazza di fave fresche sgusciate

1 piccola cipolla

1 ciuffo di menta fresca

80gr. di pecorino grattugiato

Olio evo, sale, pepe q.b.

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Sbollentare le fave sgusciate per pochi minuti in acqua bollente, lasciar raffreddare. In una larga padella soffriggere la cipolla affettata con poco olio, aggiungere il salame crudo tritato, le fave private della loro pellicina, mescolare, lasciar insaporire e aggiustare di sale e pepe. Scolare la pasta al dente (conservare un mestolino di acqua di cottura), far saltare in padella per un minuto mescolando bene, cospargere con la menta fresca tritata, il pecorino, nappare con l’acqua di cottura e servire subito.

Paperita Patty 

Budinetti primaverili di asparagi 

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Gli asparagi, prelibati protagonisti della primavera, sono gustosi, ricchi di proprietà benefiche e molto versatili in cucina. Eccovi una facile e raffinata ricetta da proporre ai vostri ospiti

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Ingredienti per 8 sformatini: 
500gr. (puliti) di asparagi verdi 
200ml. di panna liquida 
2 uova intere 
50gr. di parmigiano grattugiato 
Sale, pepe, burro, olio, foglie di menta q.b. 
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Pulire e lavare gli asparagi, cuocerli a vapore poi scolarli e tagliarli a pezzi. Tenere da parte qualche punta per guarnire.  Frullare gli asparagi con la panna, unire le uova, un pizzico di sale, pepe a piacere e il parmigiano. Mescolare bene e versare negli stampini in acciaio precedentemente imburrati. Cuocere in forno a bagnomaria a 180 gradi per circa mezz’ora. Preparare la salsina emulsionando nel mixer l’olio con poche foglie di menta e sale.  Sformare i budinetti, guarnire con le punte di asparago ed un filo di olio alla menta. Servire tiepidi. 

Paperita Patty

Fresca e leggera: insalata di pollo allo yogurt

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Una ricetta light perfetta. Pollo grigliato arricchito da ingredienti freschi e leggeri, un piatto sfizioso che si prepara in anticipo in breve tempo e con poche calorie, adatto sia a pranzo che a cena.

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Ingredienti

1 petto di pollo/tacchino a fette

2 cucchiai di yogurt greco

1 cucchiaio di maionese

1 cuore di sedano

100gr. di Emmenthal

30gr. di gherigli di noce

1 limone

Erba cipollina, sale, pepe, olio evo

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Grigliare le fette di pollo senza condimento, lasciar raffreddare. Lavare e tagliare l’erba cipollina e il sedano. Ridurre a cubetti il formaggio. In una ciotola mescolare lo yogurt con la maionese, il sale, il pepe, l’erba cipollina, l’olio e poco succo di limone. Tagliare a tocchetti il petto di pollo, metterlo in una insalatiera, aggiungere le noci, il sedano, il formaggio e condire con la salsa allo yogurt. Mescolare bene ed eventualmente aggiustare di sale. Guarnire con fette di limone e servire accompagnato da una fresca insalatina verde.

Paperita Patty

Siviglia, il barbiere di cui nessuno ricorda il nome

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Il barbiere di Siviglia… ma qual era il suo vero? Quasi nessuno, se si escludevano sua moglie Rosetta e l’anziana madre Enrica, rammentava il suo vero nomeCon il rasoio era un artista. Aveva la mano e l’idea per sfumature, tagli e colpi di pettine; tra lui e quei suoi colleghi che si limitavano al “taglio a scodella” c’era un abisso. 

Tullio, che per esteso faceva Tullio Gianni Marinetti era stato ribattezzato Siviglia perché fischiettava sempre la sua gioia di vivere, come il Figaro del Barbiere di Siviglia. Così, omaggiando o oltraggiando Gioacchino Rossini, s’era guadagnato l’appellativo sul campo. La bottega di Siviglia era composta da una sola stanza che dava sulla piazza del paese. L’arredamento era modesto, essenziale. Un canapè di legno impagliato, una poltrona in legno con il poggiatesta, uno specchio a muro ovale posto di fronte alla poltrona sovrastava una mensola su cui teneva gli strumenti. I suoi ferri del mestiere erano quelli tradizionali: il rasoio a lama fissa, che ogni quattro o cinque mesi faceva arrotare dall’Asdrubale, un arrotino che girava per i paesi a fare il filo alle lame; una piccola cote dalla superficie levigata su cui versava una goccia d’olio e passava la lama per completarne l’affilatura; la coramella di cuoio, appesa al chiodo, su cui faceva scorrere la lama per ravvivarne il filo; le macchinette tosatrici per i capelli, di grosso e di fino; una catinella d’acqua dotata di un apposito incavo per essere appoggiata al collo, utile a sciacquare il viso al cliente. A differenza del suo aiutanteTullio non amava rapare i clienti. Il taglio a zero era riservato solo a coloro ne facessero specifica richiesta o ai bambini infestati dai pidocchi.

Per tutti gli altri c’era la moda a dettare il taglio: c’era chi preferiva quello all’Umberta, in analogia alla foggia dei capelli di Umberto II° di Savoia ( che poi non era altro del più comune taglio a spazzola ); chi voleva la riga da parte e chi invece la riga in mezzo o un taglio più trasgressivo come quello alla Mascagni. Eseguiva il suo lavoro con scrupolo e passione, attento a non sprecare nulla. Non risparmiava, invece, sulla brillantina. Questa sostanza miracolosa, inventata nel 1928 in Inghilterra, composta da un mix di acqua, oli minerali e cera vergine, veniva spalmata voluttuosamente sulle teste dei suoi clienti. Guai se avesse avuto fra le mani l’americana Brylcreem, quella usata da attori come Humphrey Bogart, Tyrone Power e Fred Astaire: con quella avrebbe frizionato persino le crape pelate. Per le feste di fine anno fu tra i primi a regalare agli amici più affezionati  i calendarietti da tasca profumati. Erano piccoli almanacchi con disegni osé ( per l’epoca) che venivano nascosti nei portafogli per essere poi furtivamente consultati e annusati, quasi fosse quello il profumo del peccato. Insieme a lui lavorava Enea Balzelli – conosciuto come stropacavì – con il compito di servire i clienti che non potevano – per diverse ragioni – frequentare la barberia. Era un barbiere itinerante, lavorava a domicilio e sulla bicicletta trasportava tutti gli attrezzi. Non aveva un granché da portarsi appresso. Il suo corredo, ridotto all’essenziale e infilato nella bisaccia a tracolla, era costituito da un rasoio, un pettine, una vecchia macchinetta per tosare, un paio di forbici, un pennello e una tazza dove scioglieva qualche scaglia di marsiglia  per insaponare il mento e le gote dei clienti. Come arrivava a casa di chi aveva richiesto i suoi servigi, cercava una sedia ed invitava il cliente a sedersi nel caso dovesse farsi radere, oppure lo faceva mettere a cavalcioni della stessa per il taglio dei capelli. Era un vero professionista della rasatura e per fare la saponata versava l’acqua da un fiasco che portava con se nella bisaccia e con uno straccio bianco che teneva in tasca puliva il rasoio dal sapone e dai peli.

Il problema era che il taglio dei capelli di Enea non conosceva le mezze misure e per questo motivo gli avevano cucito addosso l’appellativo di stropacavì, cioè di strappacapelli. Per lui non esistevano la sfumatura alta né quella bassa: appoggiava la macchinetta alla nuca del malcapitato e, rasentando il cuoio capelluto da dietro in avanti, con poche e rapide mosse lo tosava a zero. Se la sua vittima accennava una pur minima protesta, lo guardava con due occhi che esprimevano tutto il suo disappunto e il cliente se ne stava zitto e muto. A sua discolpa va ricordato che in quell’epoca quasi nessuno aveva l’acqua in casa e spesso le fonti erano ben lontane dalle abitazioni e quindi l’igiene dei capelli, e non solo di quelli, lasciava a desiderare. Era così per gli adulti, figurarsi per le criniere dei bambini dove spesso e volentieri si celavano intere tribù di pidocchi. Dunque, il taglio raso zero e i modi bruschi di Enea potevano essere in qualche modo tollerati se non fosse stato per quella vecchia macchinetta che essendo ormai sdentata non tagliava i capelli ma li strappava.

Quando sotto le sue grinfie capitava un bambino, il barbiere errante lo teneva in piedi, stretto tra le ginocchia; con la mano sinistra gli immobilizzava il volto, lasciando alla destra il compito della rasatura. Una vera tortura, grazie ai denti della macchinetta che mordevano la crapa dell’infante. Non era un caso che i bambini lo temessero come il diavolo teme l’acqua santa. I due, nonostante i caratteri diversi, andavano d’accordo e si dividevano di buon grado il lavoro da fare e i modesti guadagni. In fondo, anche tra i più umili il decoro era un punto d’onore e  i due barbieri contribuirono a mantenerlo con i loro tagli e le rasature. E a chi non poteva permettersi quella seppur modesta spesa Tullio ed Enea concessero un illimitato credito nella speranza che un giorno venisse onorato. In caso contrario, pazienza: non sarebbero diventati più poveri di quanto già non fossero.

Marco Travaglini

Croccante focaccia simil-Recco

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Croccante al punto giusto, ha un gusto delicato. Che dirvi di piu’…. vi chiederanno il bis!

Certo, la focaccia di Recco e’ tutta un’altra storia… sono d’accordo con voi, questa e’ senza pretese ma vi piacera’, e’ croccante al punto giusto, ha un gusto delicato…che dirvi di piu’…. vi chiederanno il bis!

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Dose per 2 teglie rettangolari:

500gr.di farina 00

2 cucchiaini di zucchero

1 cucchiaino di sale

1 bustina di lievito secco

5 cucchiai di olio evo

275ml di acqua tiepida

500gr. di stracchino/crescenza

sale q.b

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Mettere la farina, lo zucchero, il sale nel mixer e miscelare, aggiungere poi la bustina di lievito e sempre miscelando l’olio. Aggiungere poco alla volta l’acqua e lasciar impastare per qualche minuto. Versare l’impasto sul piano del tavolo infarinato e iniziare ad impastare con energia sbattendo la pasta sul tavolo ripetutamente. Mettere l’impasto in una capiente ciotola, coprire con un tovagliolo e lasciar lievitare in luogo tiepido per 4 ore.

L’impasto raddoppiera’ di volume. A questo punto, stendere la pasta con il mattarello e sistemarla nella teglia rivestita di carta forno. Ungere leggermente l’impasto con olio miscelato a qualche goccia di acqua e coprire con pezzi di stracchino, salare, condire con un filo di olio e infornare a 250* per 15 minuti o fino a quando il formaggio inizia a dorare .

Servire subito aggiungendo, a piacere, rucola fresca. Se non avete tempo, o voglia, acquistare la pasta per pizza dal fornaio.

Buon appetito.

 

Paperita Patty

Oh, Lucrezia…

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E ora, che si fa?”, chiese Gioacchino, rivolgendosi incredulo agli altri compagni. “Che si fa, che si fa…Si cerca qualcuno che se la senta, che trovi le parole giuste. Del resto si sapeva che, prima o poi, ci sarebbe capitato un funerale civile anche qui da noi, no? C’è sempre una prima volta”, rispose sbrigativo Carletto Barelli, il segretario della Camera del Lavoro

 Lucrezia l’aveva detto a tutti e, da qualche anno, ormai anziana, l’aveva anche scritto – nero su bianco –  nel testamento. Così non c’erano dubbi: il giorno dell’ultimo saluto, prima di finire sotto terra, non voleva tra i piedi preti e suore. “Niente omelie e fumo di candele;niente fiori e rosari da sgranare. Solo una breve orazione civile”. Così aveva scritto, di suo pugno, Lucrezia Dolcini,  dopo la premessa di rito (…nel pieno possesso delle mie facoltà mentali e in piena libertà, volendo disporre per il tempo in cui avrò cessato di vivere, dichiaro con il presente atto le mie ultime volontà come di seguito espresse…). 

 

Essendo nubile e senza prole, non aveva parenti stretti a cui lasciare l’unico bene di cui disponeva: una vecchia casa con annesso fienile che aveva ereditato dal padre, morto di silicosi a meno di quarant’anni. E così aveva disposto che fosse la CGIL a beneficiare di ciò che possedeva. In cambio, come unica contropartita, voleva che l’impronta dell’ultimo saluto fosse laica in tutto e per tutto. La sua storia, del resto, parlava per lei. Nata nel 1892 poco distante dalla Pieve di Montesorbo a Ciola, una frazione di Mercato Saraceno, in Romagna, Lucrezia – con i genitori – era emigrata in tenera età in Ossola dove il padre, Duilio, aveva trovato lavoro nel cantiere del traforo del Sempione. Un’opera imponente che, all’epoca della sua costruzione, nei primi anni del ‘900 , collegando Domodossola a Briga, si fregiava di essere la più lunga galleria ferroviaria del mondo. D’indole ribelle, era cresciuta in una famiglia di fede repubblicana. Il padre era stato anche segretario, in gioventù, del più antico partito politico italiano in una località limitrofa, Talamello. Quel nome e il simbolo della foglia d’edera, in Romagna, spiccavano fieramente su fiammanti bandiere rosse e gli aderenti cantavano feroci canzoni contro i Savoia e tutte le teste coronate. La giovane Lucrezia, cresciuta con il mito dei “tre Giuseppe” (Mazzini, Garibaldi e Verdi) stravedeva per il padre che, al posto delle favole, le leggeva brani della Costituzione della Repubblica romana, che Aurelio Saffi , romagnolo purosangue, aveva contributo a scrivere con gli altri due membri del “triumvirato”, Armellini e Mazzini, dopo aver sottratto il potere al Pontefice, al tempo Pio IX. Papà Dolcini, rimasto vedovo, crebbe la sua unica figlia con amore, mettendola in guardia sulle fatiche della vita. Per rappresentarle meglio, usava un’immagine piuttosto forte, presa in prestito dal poeta Olindo Guerrini, in arte “Stecchetti”, anch’esso romagnolo: “La vita l’è coma la schèla de puler: cùrta, in salìda e pìna ad merda” (la vita è come la scala del pollaio: corta in salita e piena di sterco). Così, lavorando sodo, con il magro guadagno riuscì anche a far studiare la figlia e Lucrezia, tra un sacrificio e l’altro, si diplomò maestra e insegnò a leggere e scrivere nella scuola elementare di uno dei più popolosi rioni di Domodossola. Lo fece riponendo nel suo lavoro la stessa passione con cui, alla sera, partecipava agli incontri e alle iniziative promosse dal sindacato e dai partiti progressisti. Se c’era da predisporre un manifesto pubblico o organizzare una serata di solidarietà con le famiglie degli operai in sciopero di questa o di quell’altra fabbrica, la “maestra Lucrezia” non si tirava mai indietro, offrendo impegno e tempo senza nulla pretendere in cambio. Per questo era benvoluta e stimata in tutta la valle. E la notizia del suo decesso era stata accolta con tristezza e dolore. Chi poteva porgerle l’ultimo saluto? Carletto Barelli ebbe un’idea: “si potrebbe chiedere a Germinale Festelli, il maremmano. Che ne dite? ”. Convennero tutti che l’idea era ottima e  venne incaricato Libero Fusini, che lavorava  con Germinale all’acciaieria della “Pietro Maria Ceretti“.

 

Uno schietto e diretto, un po’ fumino e permaloso, il Festelli passava per uno che aveva un caratteraccio ma in realtà era solo allergico ai  compromessi e non aveva mezze misure, nel bene e nel male. Se un amico aveva bisogno, si faceva in quattro per dargli l’aiuto necessario ma se qualcuno gli faceva saltare la mosca al naso erano guai e dolori. “Quando Germinale diventa brusco è come il temporale che si scatena in agosto”, dicevano in fabbrica, alludendo ai fulmini e alle saette che accompagnavano le sfuriate del “toscanaccio” quando aveva la luna storta. Il Festelli, livornese di Cecina, saputo della morte di Lucrezia, sbottò con un solenne: “Maremma maiala! Che triste notizia mi date! L’era una donna decisa come l’omo. C’aveva dù ‘oglioni!”. Sinceramente dispiaciuto, non esitò a dare l’assenso alla richiesta che Libero gli sottopose a nome delle sezioni comunista e socialista, della Fiom  e della Camera del Lavoro, oltre che di alcuni dei vecchi repubblicani che erano rimasti fedeli alle loro origini. Il funerale si sarebbe svolto due giorni dopo, partendo dall’abitazione di Lucrezia, alla Noga, di fianco all’edificio seicentesco della  vecchia parrocchiale, dedicata alla Vergine del Rosario. Il corteo, prima di raggiungere il cimitero, avrebbe fatto una sosta in piazza Mercato dove avrebbero preso la parola Carletto Barelli e , soprattutto, Germinale Festelli, l’oratore ufficiale. Il cecinese preparò con cura il discorso, deciso a non farsi prendere la mano dall’ardore della passione che l’avrebbe, senza alcun dubbio, portato all’esagerazione. Scrivendo, cancellando, aggiungendo arrivò a quella che, per lui, era la perfezione possibile: un’orazione civile che si proponeva di omaggiare la memoria di Lucrezia, toccando le corde dei sentimenti più veri. Provò più volte il discorso davanti allo specchio, calcolando con l’orologio quanto tempo gli era necessario per leggere quel testo senza andar troppo piano, strascicando le parole, e neppure troppo veloce, con il rischio di mangiarsele. Cronometro ventitre minuti esatti. Né troppo, né troppo poco. Sì, poteva andare.

 

Così, con i fogli infilati nella tasca della giacca di fustagno del dì di festa, in testa al corteo composto da alcune centinaia di persone, affiancato da labari delle cooperative  e bandiere rosse, Germinale avvertiva su di sé tutto il peso della responsabilità. In piazza, dopo il telegrafico intervento del segretario della Camera del Lavoro, il Festelli s’avvicinò al microfono. Con un colpo di tosse si schiarì la voce e alzando lo sguardo sulla folla, appoggiò la mano sinistra sul feretro coperto da una bandiera sulla quale spiccava il simbolo dell’edera e fece per prendere i fogli dalla tasca. In quel momento, vuoi per l’emozione, vuoi perché non aveva toccato cibo dal giorno prima, gli si annebbiò la vista e – per un istante – si sentì mancare la terra sotto i piedi. Rendendosi conto che non era in condizione di leggere, prese coraggio e pronunciò, con voce di tuono, una delle più brevi orazioni funebri della storia: “ Oh, Lucrezia.  Noi ci s’ha fatto le lotte insieme e  ora siamo più soli.  L’è ‘nda’ via una compagna che valeva, maremma maiala ‘mpestaha ‘hane. E mi domando: oh, Lucrezia, perché sei morta se cinque minuti prima di morire, eri così piena di vita ?”. Dopo qualche attimo di smarrimento iniziarono i primi applausi e, in breve, l’intera piazza tributò l’ultimo, caloroso addio alla “maestra Lucrezia”, senza però trovare una risposta alla domanda di Germinale.

Marco Travaglini