Tra i libri che occorre leggere c’è senz’altro quello di Fabio Copiatti intitolato “Ora tocca a me”, un lavoro veramente importante sulla vita di un giovane partigiano che da Trieste scelse di unirsi alla Resistenza in Val Grande. L’indagine, o se vogliamo, il reportage di Copiatti sulle tracce di Fulvio Ziliotto parte dalla Trieste degli anni ’30 per finire nel giugno del 1944 sul pizzo Marona a ventiquattro anni appena compiuti, durante uno dei più tragici e sanguinosi rastrellamenti della lotta di Liberazione. Fulvio Ziliotto era un giovane nato e cresciuto a Trieste, la città dalla ” scontrosa grazia”, che amava la montagna, studiò per diventare medico, diventò maturo seguendo gli insegnamenti dello scrittore Giani Stuparich e del poeta Biagio Marin. Con una scrittura lineare e piena che in qualche modo richiama alla memoria I piccoli maestri di Luigi Meneghello per la capacità narrativa priva di retorica e di forte impegno civile , Copiatti racconta gli anni giovanili, le frequentazioni importanti, il ginnasio Dante Alighieri, la passione per l’alpinismo, gli anni alla Regia università di Milano per studiare medicina e chirurgia, il dramma delle leggi razziali ( Mussolini il 18 settembre del 1938 scelse, non a caso, Trieste – città di confine, multietnica e con una forte, radicata e attiva comunità ebraica – della quale faceva parte, per certi versi, la famiglia di Ziliotto che vedrà la nonna materna, Augusta Rendel arrestata, deportata e uccisa ad Auschwitz ), gli arresti e il carcere a San Vittore. Il giovane Ziliotto aveva preso coscienza e con gli amici antifascisti di Giustizia e Libertà e del Partito d’Azione si oppose al regime. Lavorò, all’inizio del 1944, con dedizione e capacità come medico assistente al sanatorio di Garbagnate, a una quindicina di chilometri a nord-ovest di Milano, e al Niguarda per poi – essendo sospettato dai fascisti – raggiungere nel Verbano, nella seconda settimana di giugno, i partigiani della Cesare Battisti in Val Grande. Tre soli giorni da partigiano, prima della morte nella strage del Pizzo Marona, durante i quali salvò la vita a un ferito e si distinse per spirito di abnegazione. Una storia che ebbe un epilogo ancora più drammatico perché i genitori di Fulvio, sopravvissuti alla furia delle leggi razziali grazie a una fuga in Toscana durante la guerra, si tolsero la vita a subito dopo la Liberazione, sopraffatti dal dolore per la morte del figlio. Oggi, tutti e tre, riposano nel piccolo cimitero di Intragna, borgo incastonato tra le montagne della Valgrande. Ed è proprio dalla scoperta quasi casuale della tomba che Fabio Copiatti ( classe 1963, nato a Verbania, ha lavorato per oltre vent’anni nel Parco Nazionale Val Grande prima di trasferirsi nel dicembre 2019 all’ombra delle Dolomiti Bellunesi dove oggi si occupa di politiche per la sostenibilità ) ha iniziato il suo lavoro di ricerca pubblicato da Monte Rosa Edizioni. Un lavoro molto importante perché c’è stata una lunga eclisse del ricordo della Resistenza, travolto da un lato dalla monumentalità e pesantezza della retorica della celebrazione e dall’altro dall’attacco revisionista che negli ultimi decenni è stato particolarmente insistito e ossessivo. Oggi, anche grazie a libri come questo di Fabio Copiatti ( e a quello, altrettanto bello e importante, di Andrea Pisano sul giovanissimo partigiano Cucciolo ) c’è uno spazio maggiore per avvicinarsi direttamente al vissuto dei partigiani attraverso le loro storie. Questo è motivo di conforto. In fondo quello che crollò l’8 settembre del 1943, portando a maturazione le scelte di vita di molti ragazzi, fu lo stato totalitario voluto dal regime fascista, quello che organizzava la vita di tutti dalla culla alla tomba. Nei vissuti dei partigiani, nel racconto delle loro gesta, dentro biografie come quella di Ziliotto c’è una scintilla che i giovani oggi possono fortunatamente recepire.
Marco Travaglini
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