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Amiens e Jules Verne, il padre dei racconti di fantascienza

Ci ha fatto sognare a occhi aperti, viaggiare con la fantasia, accompagnandoci con le sue storie in fondo al mare, a bordo del Nautilus, in giro per il mondo per ottanta giorni o nel cosmo con un razzo verso la luna.

Jules Verne è stato un grande della letteratura negli anni della giovinezza e sostare davanti alla sua tomba nel cimitero di Amiens provoca una profonda emozione. Tra i cinque autori più tradotti al mondo, lo scrittore che di fatto inventò la letteratura di fantascienza con i suoi romanzi  era nato l’ 8 febbraio 1828 a Nantes, città portuale francese, e  morì di diabete all’età di 77 anni  il 24 marzo 1905 ad Amiens, in quello che un tempo era il capoluogo della Piccardia ed oggi del dipartimento della Somme. Il cimitero in cui riposano le sue spoglie mortali è quello della Madeleine, a nord-ovest della città, all’estremità occidentale de quartiere di Saint-Maurice.  Nel parco alberato di diciotto ettari colpisce la scultura realizzata da Albert Roze, intitolata Vers l’Immortalité et l’Eternelle Jeunesse (Verso l’Immortalità e l’Eterna Giovinezza) collocata due anni dopo la morte dello scrittore sulla sua lapide.

La statua, utilizzando la reale maschera di morte di Verne, ne rappresenta la figura che rompe la propria lapide emergendo dalla tomba con il braccio teso verso il cielo, simboleggiandone la resurrezione. Abbandonata prestissimo la carriera giuridica, dopo aver portato a termine gli studi di giurisprudenza, Verne frequentò a Parigi gli ambienti letterari, scrivendo testi per il teatro e svolgendo attività impiegatizie. Dal 1963, compiuti trentacinque anni, iniziò la carriera di scrittore che continuò fino alla morte e ancora dopo, con la pubblicazione postuma di molti suoi lavori: sessantadue romanzi e diciassette racconti. Il suo successo si dovette in gran parte all’editore Pierre-Jules Hetzel (nato a Chartres nel 1814 e morto a Montecarlo nel 1886, sepolto nel cimitero parigino di Montparnasse) il quale, dopo aver pubblicato proprio nel 1863 il primo volume di racconti Cinque settimane in pallone, propose a Verne un contratto ventennale  con l’impegno di pubblicarne tre all’anno, consentendo all’autore di abbandonare l’impiego di agente di cambio e dedicarsi completamente alle sue opere. Nel 1870, per meriti letterari, gli viene conferita la Lègion d’Honneur e viene nominato per due volte presidente dell’Académie des Sciences, des Lettres et des Arts.

Collaborò inoltre con la Societé de Géographie, alla redazione della Géographie Illustrée de la France. Il suo primo romanzo fu il Viaggio al centro della Terra (1864), dove accompagnò i protagonisti, attraverso il cratere di un vulcano spento, fino alle viscere del pianeta in cui viviamo. L’anno successivo, con Dalla Terra alla Luna, immaginò la conquista dello spazio con dei primi astronauti in orbita attorno al pallido astro lunare a bordo di un proiettile sparato da un enorme cannone. Una storia che trovò seguito cinque anni più tardi ( nel 1870) con la pubblicazione del romanzo Intorno alla Luna  dove si scoprirà che l’equipaggio, dopo aver osservato il nostro pianeta  dal cosmo, rientrerà nell’orbita terrestre grazie ai razzi di bordo terminando la sua corsa tra le onde dell’Oceano Pacifico, esattamente come accadde cent’anni dopo, nel luglio del 1969, con la missione spaziale statunitense dell’ Apollo 11 che portò i primi uomini sulla Luna, gli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin. Poco prima Verne aveva pubblicato l’avventura marinara de I figli del capitano Grant mentre è datato 1870 quello che per molti è stato il suo capolavoro, uno dei capisaldi della letteratura d’avventura: Ventimila leghe sotto i mari.

Un viaggio incredibile nel profondo degli abissi oceanici a bordo  del Nautilus, il sottomarino costruito e comandato dal capitano Nemo. La lunga serie dei suoi viaggi straordinari conta decine di titoli ma è utile ricordare anche la sfida de Il giro del mondo in ottanta giorni ( datato 1873), con  Phileas Fogg e il fedele domestico Passepartout, un viaggio verso est, in cui – tra continui colpi di scena impegnati nell’impresa di compiere il giro del globo avvalendosi di ogni possibile mezzo di trasporto, tra mille problemi, ostacoli e disavventure. Spulciando tra cronache e ricordi è interessante e curioso che, quando scrisse Parigi nel XX secolo ( era il 1863, ai tempi degli esordi) il testo venne rifiutato da Hetzel e si dovettero attendere 131 anni per vederlo pubblicato, nel 1994. Un pronipote dello scrittore aveva fatto aprire una vecchia cassaforte di cui si erano perdute le chiavi scoprendo il manoscritto dell’opera, che l’editore Hachette pubblicò, a dire il vero, con scarsa convinzione. In pochi giorni ne vennero vendute duecento mila copie, costringendo la prima casa editrice di Francia a ricredersi, prendendo atto dell’immutato fascino dei romanzi di Jules Verne. Nel centro di Amiens, al numero due di Rue Charles Dubois c’è la casa in cui Jules Verne visse per diciotto anni e che oggi, trasformata in museo, accoglie i visitatori svelando davanti ai loro occhi il fantastico mondo dello scrittore. Attraverso numerosi oggetti e documenti, si racconta la vita e le opere dello scrittore.

Costruita in mattoni rossi dal notaio Jean-Baptiste Gustave Riquier nel 1854 e conosciuta come la “casa della Torre”, fu la dimora di Jules Verne dal 1882 al 1900. Restaurata nel 2006 fa parte del circuito  delle case degli scrittori francesi aperte al pubblico. Dal piano terra alla soffitta, su quattro piani, attraverso arredi, libri e oggetti che hanno rappresentato alcune delle fonti d’ispirazione e i ricordi di Jules Verne, si respira l’atmosfera del tempo. Di grande interesse le carte geografiche, le mappe dei viaggi, alcuni dei giocattoli  e dei modellini realizzati dallo stesso Verne. Un’occasione straordinaria per fare un viaggio nel tempo, rinverdire ricordi delle letture giovanili e delle emozioni evocate dalle sue opere che facevano sognare avventure e sconfinamenti nel futuro. Forse risiede proprio in questa capacità di emozionare l’intramontabile fascino dei racconti e delle storie che il padre della fantascienza moderna ha saputo narrare a intere generazioni.

 Marco Travaglini

Ucraina terra irrisolta

Dal 24 febbraio ad oggi, è fiorito una grande numero di testi che parlano della guerra in Ucraina, dell’invasione russa, dello ‘zar’ del Cremlino e del presidente Zelensky. Ed è stupefacente come tutti siano diventati all’improvviso ucrainologi o russologi, scrivendo testi in pochi giorni che poco poco si distanziano dagli istant bock. Faccio un’eccezione per i corrispondenti di guerra come Fausto Biloslavo, di cui conosco personalmente le grandissime doti di professionista e di Uomo, e non molti altri. In questo oceano di pubblicazioni una meriterebbe maggiore attenzione di quella che ha avuto sinora. Si tratta di ‘Ucraina terra irrisolta nel confronto imperialistico” che, pubblicata nel maggio del 2014, anticipava – cercando di spiegarne con grande rigore scientifico le ragioni – quello che sarebbe accaduto non molti anni dopo. Testo che è drammaticamente tornato alla ribalta proprio in questi mesi. L’autore non è un cattedratico (che magari non ha mai visto uno scenario di guerra), un profondo analista geopolitico ‘in prima linea’ tutte le sere nelle sarabande televisive, o un politico staccato dalla realtà che ‘tifa’ per l’Ucraina o la Russia. L’autore è ‘semplicemente’ un operaio di Reggio Emilia, Edmondo Lorenzo. Tutto questo, va detto a chiare lettere, a dimostrazione che la cultura è un fatto personale, di approfondimento, di capacità e non è fatta (unicamente) di titoli accademici, pur importanti, specialmente se sudati e meritati. In circa 200 pagine, edite da ‘Prospettiva Marxista’, periodico comunista internazionale, Lorenzo, naturalmente dal suo punto di vista ideologico, ma con grande rigore, supportato da dati ed analisi, spiega quella che era la situazione in Ucraina all’epoca della stesura degli articoli, quella che è stata la sua storia, quello che è il suo rapporto con la Russia, che sia stata la Russia degli Zar, la ‘Terza Roma’, o quella del comunismo o quella attuale, inserita in un quadro geopolitico dove, a suo dire, Russia e Stati Uniti, entrambe potenze imperialiste, sono attivi sul Fronte Orientale del continente europeo. E’ un libro ben scritto, agevole, ricco di dati e citazioni che serve a capire cosa ha portato all’attuale dramma che si sta consumando a non grande distanza da noi. Certamente c’è una visione di parte, e ci mancherebbe, ma è un libro che il sottoscritto, da sempre, decisamente agli antipodi del pensiero marxista, si permette di consigliare come lettura.Ucraina terra irrisolta nel confronto imperialistico” è reperibile presso la Libreria ‘Labirinto’ di Casale Monferrato, in via Benvenuto Sangiorgio.

Massimo Iaretti

 

In Duomo la presentazione del libro sulle vocazioni adulte alla presenza dell’autore, Monsignor Anfossi, vescovo emerito di Aosta

Mercoledì 29 giugno alle 20.30, presso il Duomo di Torino, verrà  presentato il volume dal titolo “Le vocazioni adulte- Ricordi di un seminario innovativo,  un’esperienza ancora attuale da trasmettere”, scritto da Monsignor  Giuseppe Anfossi, vescovo emerito di Aosta, edito da Lisianthus editore.

Nel corso della presentazione interverranno, insieme all’autore, i relatori don Paolo Fini, direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale della Salute; don Augusto Negri, professore presso la Facoltà Teologica di Torino, don Federico Botta e don  Mauro Donato, neosacerdoti e esempi di vocazioni adulte. A moderare l’incontro sarà Luciano Saroglia.

Monsignor Giuseppe Anfossi, in quest’ultima opera, tratta in modo magistrale e al tempo stesso semplice la tematica delle vocazioni adulte, ovvero di quelle persone che hanno già percorso un tratto di vita intenso e ricco e che scoprono, in età adulta, la chiamata a seguire il Signore. Il Vescovo emerito di Aosta passa in rassegna i ricordi degli anni in cui venne istituito il Seminario Regionale Piemontese per le Vocazioni adulte.

Soprattutto dopo il Concilio Vaticano II si è iniziato a parlare di vocazioni adulte; prima la maggior parte delle vocazioni proveniva dai seminari minori dove erano in formazione ragazzi entrati in collegio a undici- dodici anni. Dopo di allora le vocazioni adulte erano rappresentate da giovani che chiedevano di diventare preti, con alle spalle studi superiori o universitari o, talora, apprendistati come operai e un’età di circa  vent’anni.  Spesso erano l’espressione concreta di movimenti e di associazioni  in cui avevano sperimentato la loro fede e scoperto la vocazione dell’essere prete. Nel volume si parla, soprattutto, del lavoro professionale e si propongono riflessioni sulle modalità secondo cui il sacerdote oggi debba vivere la sua rinuncia a esercitare un lavoro professionale e debba curare lo spirito e il lavoro dipendente.

Mara Martellotta

A Silvia Pozzi, il podio più alto del “Premio Biennale Mario Lattes per la Traduzione”

La seconda edizione dedicata alla Narrativa in Lingua Cinese si è tenuta al medievale Castello di Perno, nel cuore delle Langhe

Monforte d’Alba (Cuneo)

Docente di “Lingua Cinese e Traduzione” presso l’Università degli Studi di Milano – Bicocca (nonché condirettore editoriale di “Caratteri”, prima rivista in italiano di Letteratura Cinese Contemporanea), è Silvia Pozzi, per la traduzione di “Pechino pieghevole” di Hao Jingfang (add editore), la vincitrice della seconda edizione del “Premio Biennale Mario Lattes per la Traduzione” , promosso dalla “Fondazione Bottari Lattes”, in collaborazione con l’“Associazione Culturale Castello di Perno” ed il Comune di Monforte d’Alba. La Pozzi è riuscita ad emergere in una rosa di cinque finaliste e finalisti composta da: Marco Botosso e Maria Teresa Trucillo traduttori di “Colora il mondo” di Mu Ming (Future Fiction), Maria Gottardo e Monica Morzenti traduttrici di “I due Ma, padre e figlio” di Lao She (Mondadori), Patrizia Liberati Maria Rita Masci traduttrici di “Il dizionario di Maqiao” di Han Shaogong (Einaudi) e Nicoletta Pesaro traduttrice di “Grida” di Lu Xun (Sellerio). “Con la traduzione di Pechino pieghevole’ – spiega la Giuria specialistica – Silvia Pozzi porta al lettore italiano una voce originale e convincente della scena letteraria cinese contemporanea. Come non pochi scrittori della sua generazione, Hao Jingfang, l’autrice di questa raccolta di racconti, adotta il genere della narrativa fantascientifica, che declina in varie forme per ottenere diversi effetti e dimensioni. Ma per quanto frutto di una distorsione fantastica della realtà come la conosciamo, i mondi di questi racconti inevitabilmente ci rimandano al nostro e i personaggi che li abitano hanno in fondo le nostre stesse emozioni e ambizioni, ed è certo per questo che le loro vicende risultano avvincenti e sono capaci di parlare al lettore. Ma non solo: quella misteriosa comunicazione avviene anche grazie alla maestria della traduzione, alla duttilità (o alla “pieghevolezza”, verrebbe da dire) del suo stile, a quell’abilità alchemica di ricalcare e adattare il testo dell’originale e restituircelo fresco e inaspettatamente vicino in una nuova lingua: fluida, sfumata, elegante”. La cerimonia di premiazione, condotta da Stefania Soma (in arte, Petunia Ollister), si è svolta nei giorni scorsi al Castello di Perno, nel cuore delle Langhe, “Patrimonio Mondiale dell’Umanità Unesco”. Nell’occasione, queste le parole di Caterina Bottari Lattes, presidente della “Fondazione” di Monforte d’Alba: “Con il ‘Premio Mario Lattes per la Traduzione’ la ‘Fondazione Bottari Lattes” pone l’attenzione sul fondamentale ruolo dei traduttori nella diffusione della letteratura e sull’impareggiabile contributo della traduzione nell’avvicinare popoli e culture differenti, abbattendo muri ideologici, creando ponti culturali e favorendo il dialogo. Con questa iniziativa la Fondazione intende promuovere la conoscenza di culture e autori meno noti al pubblico italiano e incoraggiare la traduzione in italiano delle loro opere letterarie più significative per qualità letteraria e profondità di contenuti, riflessioni, testimonianza. Il tutto nella piena consapevolezza che la traduzione non si risolve in una semplice trasposizione di parole da una lingua all’altra e nello spostamento di un segno linguistico da un codice all’altro, ma è una disciplina che sa trasferire pensieri e concezioni tra culture diverse, con le quali il traduttore instaura un profondo legame”.

Per info: “Fondazione Bottari Lattes”, via G. Marconi 16, Monforte d’Alba (Cuneo);  tel. 0173/789282 o www.fondazionebottarilattes.it

 

g.m.

Nella foto:

–       Silvia Pozzi

L’isola del libro

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Gabriele Tergit “Gli Effinger” -Einaudi- euro 24,00

E’ monumentale, ma scorrevole e appassionante, questo romanzo della scrittrice e giornalista Gabriele Tergit (1894-1982), pseudonimo di Elise Hirschmann. Divenne famosa per i suoi reportage di cronaca giudiziaria, ma quando i nazisti salirono al potere nel 1933 e le SA fecero irruzione in casa sua, dovette interrompere la sua attività. Scappò con la figlia piccola ed il marito architetto dapprima in Cecoslovacchia, poi in Palestina e infine a Londra dove concluse la sua vita. Quando il testo fu pubblicato, nel 1951 in Germania, non riscosse successo, mentre oggi è considerato il suo capolavoro.

Gli Effinger” è una saga berlinese che copre l’arco di quattro generazioni e narra le vicende –tra successi e cadute- di due famiglie di ebrei tedeschi.

Gli Effinger radicati in provincia; i Goldschmidt esponenti della Berlino più raffinata, dinamica e industrializzata.

I primi puntano al riscatto sociale; capostipite è l’orologiaio Mathias, i suoi figli Paul e Karl si traferiscono dal paesino di Kraghsheim nella cosmopolita Berlino dove, ambiziosi, tenaci e abili, faranno fortuna.

Invece i Goldschmidt poggiano il loro potere sulla gestione oculata del denaro e il controllo del patrimonio.

Le due famiglie si incrociano grazie al matrimonio dei rispettivi rampolli Karl e Annette. Il romanzo racconta le vite di queste dinastie nell’arco di 70 anni, dal 1878 al 1948, dai tempi d’oro di Bismark a quelli tragici del nazismo e della persecuzione antisemita. E il romanzo è abitato da una carrellata di personaggi favolosi, alle prese con passioni, ambizioni e contrasti tra le generazioni dei padri -e dei loro valori- messi in discussione dai figli.

Dapprima la narrazione si concentra sul giovane Paul Effinger che nel 1884 apre nella periferia berlinese una piccola fabbrica di viti. In pochi anni amplia il raggio di azione avviando con successo una fabbrica di motori e poi, con l’aiuto del fratello Karl costruirà automobili, pensando a «la macchina del popolo».

Il successo economico spalanca le porte anche a quello sociale ed il romanzo regala puntuali descrizioni di interni di raffinate dimore, riti dell’alta società, l’edonismo e le feste, il clima dell’affascinante metropoli weimariana tra guizzi culturali e progresso.

Poi la storia cambia con il sopraggiungere repentino di periodi bui e pericolosi. Il nazismo spazzerà via i tempi sereni, ed ecco i tracolli economici, la confisca della ditta dei Goldschimdt, la deportazione e la tragica fine di Paul e di altri familiari. Tutto magistralmente raccontato in un crescendo di tensione che fa di questo romanzo un grande affresco privato, ma anche potentemente storico.

 

Anne Pauly “Prima che mi sfugga” -L’Orma Editore- euro 16,00

Come si affronta la morte di un padre con il quale si è avuto un rapporto parecchio conflittuale? Sicuramente aiuta la sottile e intelligente ironia con cui Anne Pauly ci racconta come ha vissuto quella del suo genitore. L’autrice, nata nel 1974 nella banlieu di Parigi, con questo libro ha vinto svariati premi ed è stata selezionata tra gli esordienti che concorrono al Goncourt.

La morte del padre è l’occasione per raccontare -con disincanto e una schiettezza feroce- il passato travagliato di una famiglia difficile. La narratrice-protagonista ha la capacità sopraffina di guardare attraverso la lente dell’ironia e così noi lettori ci sorprendiamo a sorridere mentre leggiamo pagine che dal dolore puro sconfinano nell’esilarante. Un clamoroso esempio è la descrizione di lei e il fratello alle prese con costi e servizi delle pompe funebri e il funerale da organizzare.

Dunque, se pensate che sia un libro triste perché al centro c’è la morte -oltre al disagio profondo di una famiglia altamente disfunzionale- non è così.

La protagonista e il fratello corrono al capezzale del padre morente, Jean Pierre, al quale sono legati anche da ricordi sgradevoli. Era stato un ubriacone che per nonnulla menava la madre, inseguendola con un coltello e accusandola di fare la scema con il prete. Invece la donna (morta anni prima) era stata una povera e santa vittima che aveva cercato un’oasi di pace nelle attività della parrocchia, pur non essendo particolarmente credente.

Mentre decidono bara, imbottitura e cuscino di fiori con cui accompagnare il genitore al cimitero e alle soglie dell’ultimo viaggio terreno, si affastellano scene indimenticabili del menage familiare devastato dalla violenza paterna.

Emerge la figura di un uomo cresciuto nella miseria di una famiglia di origine poverissima; disprezzato socialmente per la pericolosa abitudine ad alzare il gomito, capace di scatenare una furia devastante, un padre padrone che è stato un fardello più che un modello da emulare.

Mettendo mano nelle cose che gli appartenevano –libri e scartoffie varie, gamba di plastica ed altro- come sempre accade a chi sopravvive a un morto, Anne ricompone la storia di un fallimento esistenziale e le sue derive.

Tutto ammantato di una veste tragicomica che rende il romanzo una lettura profonda, anche dolorosa, ma intelligente, acuta e piacevolissima. Una storia intima ma anche universale.

 

Valeria Parrella “La fortuna” -Feltrinelli- euro 16,00

Perché Pompei ci affascina così tanto ancora oggi, 2000 anni dopo la colata di lava incandescente che ha cristallizzato la vita quotidiana di allora in statue di morte?

E’ quello che si è chiesta la scrittrice napoletana, figlia della direttrice di un laboratorio di botanica applicato all’archeologia che aveva lavorato negli scavi. Così, Valeria Parrella fin da piccola è diventata una profonda conoscitrice di quel luogo, dove si aggirava in attesa che la madre finisse di lavorare.

Durante la pandemia ha avuto l’idea di questo libro, “La fortuna”, che in latino si traduce con “sorte” e può essere sia buona che pessima. E’ la storia di Lucio, un ragazzino di Pompei che lì è cresciuto quando era un luogo ameno, verdeggiante e brulicante di vita, ignaro della tragedia che si sarebbe abbattuta su strade, case, intere famiglie.

Lucio, è nato a Pompei durante un terremoto che ha squassato la terra e provocato crolli anche ad Ercolano e Stabia. Appartenente alla nobiltà romana dell’epoca, cresce in una famiglia ricca e serena, poi viene mandato a scuola a Roma, da Quintiliano, e sogna di poter condurre una nave tutta sua.

E’ proprio Lucio a fare la cronaca della sua vita fìno all’eruzione del Vesuvio nel 79. Narra il sogno di navigare e scegliere il proprio destino, mentre invece per nascita è destinato a diventare senatore. Poi c’è la sua crescita sentimentale, in cui scopre la sua sessualità fluida. E’ attratto dall’amica d’infanzia Lavinia e da altre fanciulle; ma anche dallo schiavo Aulo conosciuto a Roma e con il quale avrà una lunga relazione.

Poi c’è il mare, che Lucio 17enne solca seguendo l’ammiraglia di Plinio il Vecchio proprio il giorno dell’eruzione; inaspettata, poiché non si sapeva che il monte in realtà fosse un vulcano, sul punto di eruttare il ventre della terra incandescente.

Lucio si trova di fronte una gigantesca nuvola, il mare riempito di pietre, le mappe stravolte e i marinai impazziti dalla paura scatenata da quel gigantesco fenomeno sconosciuto che inabissa le nave e semina la morte a Pompei.

Il giovane protagonista pensa ai suoi affetti che ancora vivono a Pompei e al fatto che ci siano solo due modi di vivere. Avere sempre paura, rischiare il meno possibile e rintanarsi al sicuro; oppure guardare verso la paura e attraversarla, ricordandoci che non siamo dei, ma solo uomini…e morire è il nostro destino. Lucio è convinto che «..ogni paura sia un piccolo gioco con la morte». E nelle pagine della Parrella ci sono la vita e i pensieri più profondi del personaggio al cospetto della tragedia.

 

De Bellis &Fiorillo “Il diritto dei lupi” -Einaudi- euro 22,00

In questo romanzo scritto da un informatico e un biologo, troviamo una commistione di generi che oscillano tra noir, legal thriller e giallo classico, sullo sfondo dell’Urbe dell’80 a.C. dove procedono due tipi di indagini che avvolgono nel mistero la città eterna.

Lo sfondo è storico, ambientato negli anni in cui Roma era una metropoli violenta, dove vizi e denaro si amalgamavano e sangue e potere viaggiavano di pari passo.

Nella Suburra irrompono 4 sicari assassini e compiono una strage nel lupanare in cui si stava facendo un festino. Tra i cadaveri lasciati nel bordello di lusso nel cuore malfamato dell’Urbe, c’è anche quello di un aspirante senatore. Chi ha ordinato questa carneficina? I sospetti cadono sul proprietario del locale, unico superstite che però non si trova.

Negli stessi giorni la potente matrona Cecilia Metella chiede al giovane Cicerone di prendere sotto la sua ala il suo protetto Sesto Rocio, accusato di parricidio per ereditare le immense ricchezze del genitore.

Le due vicende si riveleranno collegate; man mano che si procede nella lettura entriamo in un periodo storico denso di guerre di potere, risse e agguati, ma anche questioni sentimentali in cui le donne giocheranno un ruolo di primo piano. E Cicerone si accorgerà che in pericolo c’è il futuro della Repubblica e non solo …..

“I racconti della Caffettiera”, un’emozione corale

Giovanni Mattia presenta 8 narratori incontrati a Torino e con lui autori dei “I racconti della Caffettiera”

Il giorno 20 Giugno è uscita l’antologia “I racconti della caffettiera” ed è stata per noi un’immensa soddisfazione, una grande emozione. Un’emozione, oserei dire, corale e condivisa. Quello che vogliamo raccontare e trasmettere è l’amore per la scrittura con uno scenario meraviglioso come la città di Torino dove tutto è nato.

Sono arrivato a Torino a fine 2018. Lavoravo a Grugliasco, zona industriale. Le mie giornate piene e stancanti. Ma Torino è magica. Ogni volta che uscivo scoprivo posti. Ma la più scoperta la feci verso ottobre 2019. Ho voluto farmi un regalo. Scelsi un corso di scrittura creativa con l’Operarinata. Fu un successo. Conobbi un gruppo, dove io siciliano, mi amalgamavo alla perfezione. Ci conoscemmo e frequentammo fuori. Poi arrivò l’idea. Ci guardammo e al parco del Valentino, uno dei luoghi per me più magici della città (in realtà tutto il lungo Po’ torinese), nacque l’idea. E poi la caffettiera, il filo conduttore. E iniziammo a scrivere. Si sta bene tra chi parla la stessa lingua. Ed eccoci qua, insieme per una nuova avventura nata a Torino. E ora Torino chi se la scorda? Mi ha fatto scrivere e conoscere. Ho già avuto la fortuna di pubblicare due libri, una raccolta di poesie racconto nel 2012 dal titolo “Il girotondo del millantatore” e un romanzo Western, “Fragile Reverendo nel west”. La mia “caffettiera rubata” presenta nell’antologia è un ritorno da amante del West. Da buon siciliano amo i ritorno. Ritorno a Torino, ritorno in Sicilia, ritorno nel vecchio West. Chapeau!

Luca Navone, autore de “Il malloppo”

Una via secondaria della Crocetta, uno dei famosi palazzi signorili di una Torino che non c’è più, trasformato in un luogo speciale, dove si imparano danza, teatro, yoga e… scrittura. In questo centro culturale, custodito da una burbera, ma gentile, signora, un gruppo variegato di donne e uomini (tra i quali un geologo appassionato di storie) hanno iniziato il loro viaggio tra i segreti della parola scritta. Mostrare e non raccontare, virgole al posto giusto; le regole da imparare sono tante. Dopo tutto questo lavoro, quel gruppo di donne e uomini, ora amici, ha deciso di rilassarsi con un buon caffè.

Il Malloppo ci mostra un piccolo noir, dolce amaro, all’italiana, dove la speranza di cambiare vita si scontra con un destino beffardo, o semplicemente con la iella.

Egle De Mitri, autrice di “Agenzia Reperio”

Durante il corso di scrittura si era creato fra noi un forte affiatamento, non volevamo che quell’esperienza andasse perduta, volevamo darle una continuità, una prospettiva. Così sono nati i racconti della caffetteria. Per Agenzia Reperito è stata fonte di ispirazione una certa atmosfera nebbiosa e un po’ inquietante vissuta al Valentino, ai bordi del Po.

Monica Ferrari, autrice de “La caffettiera”

A volte accadono fatti imprevisti.

E così, andando a un corso di scrittura, si incontrano persone senza alcun denominatore comune eccetto la voglia di raccontare, di lasciare segni indelebili con le parole scritte.

E così, sul prato del Valentino, ci si trova per il saluto di fine anno e si concepisce l’idea di fare qualcosa insieme per inventare una ricetta con ingredienti mai accostati tra loro.

Degustate questi caffè, assaggiate questi racconti.

Ne varrà la pena.

Maria Rosa Arena, autrice de “La caffettiera di Mrs Jeanny”

D. È il Primo racconto pubblicato?

R. No, sono uscite 3 antologie con la pubblicazione di miei racconti. E tutti diversi da questo che ha un contesto, diciamo “magico”.

D. Come mai la magia?

R. Perché lavoro nella zona più affascinante e magica di Torino: Porta Palazzo. Non potevo non esserne contagiata…

D. Come ha conosciuto i suoi compagni di avventura?

R. A un corso di scrittura creativa. Poi è nata un’amicizia, e da lì, l’idea di cimentarsi in un progetto dove ciascun racconto avrebbe dovuto avere la presenza d’una caffettiera. Una specie di staffetta, che ci siamo passati l’ una con l’ altro, per arrivare al finale di questo bella sfida.

Patrizia Zaccara, autrice di “Pausa Caffè”

D. Questo è stato il suo primo libro pubblicato? Com’è stato iniziare lavorando con altri?

R. Sì il primo; è stato stimolante, divertente e incoraggiante. E’ stato bello avere dei compagni di viaggio che mi hanno trascinata in questa avventura e mi hanno fatto germogliare delle idee.

 

D. Ha avuto difficoltà a inserire il proprio racconto nel tema della caffettiera?

R. L’idea della caffettiera come filo conduttore è nata davanti a un caffè. Fra uno scherzo e una battuta ci siamo detti: “ma se scrivessimo dei racconti con una caffettiera?” E poi, diversi come siamo, ognuno ha dato libero sfogo alla fantasia e sono saltati fuori racconti molto diversi.

 

D. Nel suo racconto c’è molto del mondo della scuola; è tutta fantasia o ci sono anche vicende personali?

R. Io non so mentire quindi è tutto vero, camuffato e mescolato, ma vero.

 

D. Nel suo racconto a un certo punto, in un sogno, compaiono le valli di Lanzo. Sono un suo luogo del cuore?

R. Si, come tanti torinesi io e mia sorella trascorrevamo il mese d’agosto ad Ala di Stura e si viveva di corse sui prati, lucciole, caccia alle farfalle, lamponi, capanne traballanti e fuochi proibiti, castighi e reclusioni; era una parentesi di natura e di libertà dagli inverni e dalle case cittadine, sempre troppo chiuse, sempre troppo grigie. Sono certa che la mia voglia di natura è nata lì.

Emanuela Di Novo, autrice di “Anna sulla collina”

Agosto 2019: “Non sto andando da nessuna parte, devo cambiare la mia vita, devo afre qualcosa di nuovo”. Dopo un mese passato ad arrovellarmi su cosa fare per riprendere in mano la mia vita, ecco che mi ricordo della mia maestra delle elementari, Marisa Bossa, che mi diceva sempre che, da grande, avrei dovuto scrivere un libro. Fin da bambina, la penna è stata la mia migliore amica e così, armata di mille penne colorate, mi iscrivo a un corso di scrittura creativa. La scrittura mi ha fatto conoscere otto compagni di viaggio che sono rimasti in questo tempo della vita, ci siamo emozionati per i nostri racconti, per le nostre storie e per i nostri personaggi. E poi, per gioco, l’idea di un’antologia: al Parco del Valentino, dopo mesi di lockdown, con due bottiglie di vino per festeggiare, decidiamo di scrivere nove racconti su una caffettiera che viaggia con noi e dentro di noi. Insieme ci sentiamo vivi e la scrittura che ci accomuna cresce e ci fa crescere. Io ho trovato una strada che mi ha anche un po’ salvato: scrivere, leggere, insegnare scrittura, editare sono diventate azioni quotidiane che mi fanno stare bene, mi rendono felice e soddisfatta. E, come concludo sempre le mie lezioni di scrittura, non mi resta che dire: “Scrivete, scrivete sempre e siate folli!”

Francesco Delfino, autore di “Cafè Noir”

Sono Francesco, 44 enne, capello sul grigio e barba ormai bianca. Sono nato a Torino con genetica del Sud. Sono un naturopata con la passione per la medicina complementare, praticante e insegnante di arti marziali e sport di contatto.

Un sogno ricorrente da sempre? Il viaggio a Cuba. E così è stato, in un caldo marzo di qualche anno fa. Il Malecon Habanero, quella musica, i colori di un’isola dove la vita scorre potente. La malinconia del tramonto sul mare, mi fa pensare a Torino, da qualche parte sul Po’. Un noir, il mio, che racconta una storia di passione e mistero, di appartenenza e di nostalgia. Un racconto che parla di uomini e donne, di conflitti e paure. Un altro viaggio di sola nel delicato animo umano cullato dal sole cubano.

Giovanni Fedele, detto “Cortés”, autore di Moka Express

Signor Cortés, esiste qualche analogia tra la borgata alpina dove lei vive, alle pendici del monte Freidour, in provincia di Torino e il villaggio andino, location suggestiva dei protagonisti del suo racconto?

Beh, non direi. Loro del diavolo grattano solo il naso, la parte più carnosa per far transitare la Cafetera; noi invece sfruttiamo anche il rognone, le frattaglie e le interiora, per farne un bollito nella olla. Paese che vai, usanze che trovi. GAUTE DA SÜTA, diablo!

Un giallo che è la fine del mondo

IL NUOVO LIBRO DI GIAN PIERO AMANDOLA

Sopravvissuti al Covid, al Vaiolo, ma la scienza è impotente verso 8 batteri che a volte uccidono, non si sa perché.

Il piu pericoloso è Aureus che muta e comincia a contagiare selvaggiamente in una pandemia.

Lo rivela casualmente una divertente sgangherata indagine sul mondo della Moda. L’umanità finirà non per un virus ma per un batterio? Chi è l’untore? C’entra Big Pharma?

Una guerra batteriologica fra Stati nemici? Un giallo che lancia un allarme sulla fine del mondo, scientificamente più possibile del Covid, ma ignorata.

Un libro in cui il mondo può finire ma sopravvive lo humour della sua scrittura. Due grandi emozioni, paura e riso sotto l’ombrellone.

 

Giuseppe Mazzini, “Doveri dell’uomo” Edizione curata da Quaglieni

E’ uscita la nuova edizione del libro di Giuseppe Mazzini “Doveri dell’uomo”, Edizioni Pedrini, curato da Pier Franco Quaglieni, con un inedito di Renzo De Felice sui rapporti fra Mazzini, Marx ed il socialismo.

Il libro esce per i 150 anni della morte del grande ligure, dalla collaborazione di Ennio Pedrini Jr. Editore e il Centro “Pannunzio”. La prima presentazione avverrà  sabato  2 LUGLIO alle ore 18 al Castello d’Issogne in Valle d’Aosta . Seguiranno presentazioni in tutta Italia, a partire  da Ivrea, capitale italiana del libro 2022,diverse  località balneari liguri, la Versilia, Bardonecchia, Pollone. Il libro in settembre verrà presentato a  Roma, Torino, Napoli, Palermo. Ripubblicare questo testo -afferma il prof. Quaglieni -rappresenta una scelta precisa per indurre ad una riflessione sui doveri, che Mazzini vedeva come premessa indispensabile per la realizzazione dei diritti, che appare oggi molto attuale in un’epoca in cui i doveri sono quasi scomparsi e i diritti sembrano essere l’unica priorità. I doveri mazziniani implicano i valori della Patria e della famiglia, della solidarietà fra gli uomini, della dignità del lavoro, di un’idea di Europa anche oggi molto importanti. I promotori dell’iniziativa pensano che il libro dovrebbe tornare ad essere una lettura importante in tutte le scuole italiane, come già lo fu nel 1903 per iniziativa del Ministero della Pubblica Istruzione che, in epoca monarchica, volle onorare Mazzini, al di là dal suo repubblicanesimo.

L’arte di essere Raffaella Carrà

Intervista all’autore del manuale per essere liberi, felici e rumorosi edito Blackie Editon

Intramontabile caschetto biondo e liscissimo, un sorriso smagliante, gioielli brillanti, un vestito di glitter, in mano il microfono impugnato come uno scettro. Ce la ricordiamo così Raffaellà Carrà, icona pop della tv degli anni ’90 personaggio simbolo di un’intera generazione. Donna talentuosa e rivoluzionaria in grado di segnare profondamente la cultura del nostro Paese, sfidando tutte le convenzioni sociali dell’epoca. E’ a lei che lo scrittore e giornalista Paolo Armelli ha dedicato il suo primo libro “L‘arte di essere Raffaella Carrà– Un manuale per essere liberi, felici e rumorosi. E far l’amore con chi hai voglia tu ” (edito Blackie Edition). Un libro che combina il genere del saggio con quello del romanzo, scandagliano la vita, le conoscenze gli incontri che hanno segnato l’esistenza e la carriera della donna più amata dagli italiani e non soloOgni capitolo analizza un principio, una frase o un motto della Carrà, abilmente utilizzato dall’autore per raccontare non solo una storia, ma anche un messaggio più profondo che la donna dal caschetto biondo più famoso d’Italia voleva trasmettere al suo pubblico. Per capire meglio da dove è nata e come si è sviluppata l’idea di questo libro abbiamo incontrato Armellini alla Libreria Bodoni di Torino (Via Carlo Alberto, 41).

Cosa ti ha spinto a parlare proprio di Raffaella Carrà?

L’idea è venuta da Blackie Edition, sulla scia di una precedente edizione dedicata Bill Murray. Al contempo, c’è una motivazione personale che mi lega a questo personaggio: ha rappresentato una figura totalizzante nella mia vita e, quando ho studiato la sua storia, ho capito con quanti stimoli e ispirazioni avesse costellato il mio immaginario: abbiamo unito i puntini.

Studiando la sua storia di vita, cosa pensi abbia rappresentato per il nostro Paese questa donna?

E’ stata un’icona senza tempo e non ha mai stancato il pubblico. Una forza della natura in grado di unire la sua carriera “tradizionale” ad una carica rivoluzionaria: dall’ombelico scoperto al dire “fai l’amore con chi hai voglia tu”. Ha anche presentato molti programmi da sola circondata dai “carraba boys” invece che dalle solite vallette. Inoltre ha sempre mostrato la sua vicinanza alla comunità LGBTQ+. Forse non voleva espressamente cambiare le cose, ma di fatto- con il suo esempio– le ha trasformate profondamente.

Era consapevole di essere un personaggio antesignano dei tempi?

Lei guardava molto all’estero e cercava di anticipare i trends, ma in ogni caso non era così consapevole di quanto stesse cambiando davvero le cose. Per tale ragione, rileggendo la storia della sua vita, possiamo dire che è stato una donna modernissima.

Il tuo libro è suddiviso in dieci capitoli ognuno ispirato ad un motto o una frase tipica della Carrà. Qual è il tuo preferito?

Fai l’amore con chi hai voglia tu” perché esprime l’importanza che questo personaggio ha dato alla libera espressione dei propri sentimenti. I giudizi sulla sessualità e sul corpo sono impregnati di pregiudizi, talvolta anche tossici. Per tale ragione la sua battaglia non passa mai di moda e può ancora ispirarci.

Sul tema della sessualità, il nostro è un Paese libero?

Non del tutto, ci sono ancora molti pregiudizi. Abbiamo ancora difficoltà a riconoscere un’effettiva parità tra uomini e donne e verso le comunità LGBTQ+C’è un forte scollamento tra la realtà e la politica o il mondo istituzionale. Quindi ben vengano queste icone che vanno notare il corto circuito tra quello che le persone vivono e le regole imposte dai grandi sistemi.

Alla luce dell’analisi della storia della vita della Carràche cosa ha avuto di diverso dalle altre donne della spettacolo di quel momento?

Oltre alla libertà intellettuale e sessuale, sicuramente la caparbia. Ha combattuto per tutto quello in cui credeva. Nel 1970 diceva “partecipo ad un programma sulla Rai, ma voglio tre minuti solo per me“. Ha preteso il proprio spazio e questo è stato il primo segnale di una carriera caratterizzata da coraggio e indipendenza.

Valeria Rombolà

L’isola del libro

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Antonio Caprarica “E non vissero per sempre felici e contente” -Electa Junior- euro 19,90

Questo libro è dedicato ai lettori più giovani, ma è godibilissimo anche dagli adulti perché, con la sua bravura di giornalista navigato, Antonio Caprarica (storico corrispondente Rai da Londra, scrittore e saggista) ha riassunto in brevi e chiarissime biografie le vite di 50 tra regine e principesse “fuori di fiaba” (come recita il sottotitolo).

Caprarica è uno dei massimi esperti di monarchia, soprattutto di quella inglese, che ci ha raccontato in molteplici libri; ora è al suo primo libro per ragazzi e per giovani-adulte che magari sognano la favola. E dimostra che quando ci si cala nella storia scopriamo che le cose spesso non sono andate esattamente nella direzione del “vissero per sempre felici”.

Si parte da 20 secoli fa con quella che è considerata la prima regina d’Inghilterra, Boadicea, a capo della tribù degli Iceni, nel primo secolo d. C.: una guerriera che guidò i Britanni contro i Romani e incontrò una fine violenta.

Poi scorrono i destini tragici di innumerevoli teste femminili coronate o in procinto di esserlo. Tra le vicende più crudeli c’è l’assassinio dei Romanov. Alexandra Romanova, l’ultima zarina sfortunata che, sperando di guarire il figlio dall’emofilia, entrò nella scia pericolosa di Rasputin. Nel pieno della rivoluzione russa del 1917, fu imprigionata con lo Zar Nicola II, le granduchesse Olga, Tatiana, Maria, Anastasia e il piccolo Aleksej; tutti trucidati in un sotterraneo a Ekaterinburg. Poi sepolti in un bosco, e i loro resti saranno ritrovati e riesumati solo nel 1998 e nel 2008.

Più vicino a noi le tragiche morti di Grace Kelly e lady D. La prima da regina di Hollywood planò nel principato monegasco che navigava in acque paludose. All’epoca il vero padrone di Monaco era l’armatore Aristotele Onassis che pensò di risollevarne le sorti facendo sposare Ranieri dapprima con Marylin Monroe (che però disse no perché troppo presa da Kennedy) e poi puntò sulla splendida Grace Kelly che era all’apice della carriera di attrice.

Dà da pensare la sua morte prematura, nel 1982 a soli 52 anni, quando per un aneurisma cerebrale perse il controllo dell’auto precipitando giù dalla curva “il gomito del diavolo” (quella diventata famosa per il film “Caccia al ladro” che aveva interpretato al fianco di Cary Grant).

Si vocifera di una sorta di maledizione scatenata in passato da una gitana, che avrebbe gettato una cappa di sventura sulla Rocca dei Grimaldi; dopo la tragica morte di Casiraghi e le dicerie sull’infelicità di Charlene, se si è superstiziosi magari ci si crede un po’. Caprarica dedica due capitoli a Caroline e ai suoi amori difficili e a Charlene dallo sguardo triste e le assenze ingiustificate.

Ripercorre anche la vicenda di Diana Spencer, che per Caprarica è stata la più bella, la più infelice e ingannata, la più triste di tutte. Vittima di un destino amaro, quello del matrimonio sbagliato perché lei e il principe Carlo erano totalmente incompatibili. Donna di fascino eccezionale incontrò la morte in un incidente d’auto sotto il ponte dell’Almà a Parigi: morte che la proiettò direttamente nella leggenda.

E alla corte inglese l’infelicità investì anche la Regina Vittoria dopo la morte del marito; mentre la principessa Margaret, sorella di Elisabetta, morì malamente a 71 anni dopo aver disceso la china dell’infelicità.

Poi ci sono tante altre regine e principesse in ordine sparso, dai paesi scandinavi al Giappone. Caprarica non ne dimentica nessuna e chiude con la 51esima biografia in continuo corso di aggiornamento, quella dell’attuale regina Elisabetta, da 70 anni sul trono, la più longeva e capace di tutte.

 

Alba Donati “La libreria sulla collina” -Einaudi- euro 17,00

Quando un sogno che sembra sfiorare la pazzia finisce invece per avverarsi e risultare vincente su più fronti: è questa la linfa del libro di Alba Donati che racconta nascita, fatica e successo della minuscola libreria che nel 2019 ha deciso di aprire a Lucignana sull’Appennino Lucchese.

Lei, nata in una famiglia povera ma bellissima dentro, per anni ha lavorato nell’editoria, poi l’azzardo raccontato in queste pagine.

Ad un certo punto della sua vita decide di cambiarla in modo radicale; via dalla frenesia della città, si torna alle origini, dritta filata nel borgo in cui è nata e cresciuta, nell’Alta Toscana, tra Prato Fiorito e le Alpi Apuane.

E’ lì che decide di rimettere a nuovo un vecchio rudere di famiglia e trasformarlo in una minuscola libreria, nello spicchio di paese abitato da appena 180 anime.

Bella sfida decisamente, e bellissimo diventa il suo angolo di paradiso. Grazie ad una campagna di crowdfunding su Facebook raccoglie il denaro per aprire la sua libreria in legno: colori pastello che sanno di magia e fate, un giardino in miniatura colorato di fiori, poltrone Adirondack, oggetti vari e assortiti che parlano di vita, tazze di tè offerte ai viandanti lettori.

Dietro il cancello verde sabbia è questo il mondo che attende lettori che arrivano da ogni dove grazie al passaparola. Non è una libreria come le altre; piuttosto una sorta di cottage letterario, organizzata come quelle di casa in cui conserviamo solo i libri più amati, e dove gli incontri sbocciano in rapporti significativi, amicizie, interessi condivisi.

 

In 188 pagine la poetessa Alba Donati ci regala un memoir personale che è anche poema familiare, storie di paese, incontri e avventure varie, libri ordinati dai clienti.

Le difficoltà non mancano, come l’incendio che distrusse la libreria in una manciata di ore….e poi la ricostruzione con l’aiuto della comunità, perché questo angolo diventa il cuore del borgo solitario. Sono raccontati 6 mesi di vita della libreria, lock-down compreso, colpi di scena e miracolose donazioni di denaro che permettono la sopravvivenza di questa splendida, magica impresa. Passate parola anche voi che lo leggerete……

 

Irene Graziosi “Il profilo dell’altra” -Edizioni e/o- euro 18,00

Questo è il libro di esordio della 30enne Irene Graziosi, collaboratrice di svariate testate giornalistiche e dal 2018 creatrice del progetto Venti (serie di contenuti video che prendono spunto dai libri per trattare e approfondire argomenti di attualità, rivolti a persone giovani su Instagram e Youtube) insieme alla famosa youtuber e scrittrice Sofia Viscardi.

In questo scorrevole libro passa dietro le quinte dei social che oggi imperano e ci restituisce il back stage dell’era social con tutte le sue derive e brutture. Quei social sui quali passiamo tempo infinito e a cui soprattutto i giovani si ispirano alla ricerca di modelli luccicanti. L’etere è invaso da video e stories pieni di buoni sentimenti, spesso finti; una su tutte l’idea della sorellanza che in realtà occulta striscianti invidie, faide, boicottaggi e spesso un vuoto siderale.

Protagonista è una ragazza come tante, Maia, che era una brillante studentessa di psicobiologia a Parigi e la cui vita viene sconvolta dalla morte della sorella minore Eva. Schiacciata da questa tragedia, abbandona gli studi e si trasferisce con il fidanzato in quel di Milano, dove sostanzialmente conclude ben poco. Poi l’incontro che rappresenta una svolta.

Entra nell’orbita della nota influencer appena maggiorenne, Gloria Linares, seguita da oltre 2 milioni di follower e rincorsa dalle griffe più importanti.

Gloria posta la sua vita in continuazione, ma di fatto è una sorta di contenitore vuoto. Il compito di Maia è proprio quello di fornirle una personalità, scrivendo ogni frase che l’altra pronuncerà mandando in visibilio le masse. Diventa la content strategist di Gloria con la quale instaura un rapporto che scoprirete leggendo il romanzo.

Le vicende delle due ragazze, e soprattutto il corollario di business che avvolge le vite in vetrina delle influencer, sono al centro di queste pagine; diventano spunto per mettere a fuoco i ruoli archetipici di questa nostra era così social addict.

Un mondo di cartapesta dove «se tutti pensano che tu sia una cosa, tu diventi quella cosa» e Gloria è la personificazione di una star del web. Perfettamente al centro di un circo mediatico in cui apparire è ciò che più conta, in cui si è famose per essere famose e non per qualcosa che si fa, per l’insistenza con cui si pubblica una personalità smussata e dai contorni molto labili. E c’è il contorno non secondario di brend, pubblicità, contratti milionari, ma anche tonnellate di finzione…a partire dalle pseudo amiche che più fetenti e livorose non potrebbero essere.

Insomma vengono a galla parecchie ipocrisie e balza agli occhi il rischio di vivere e annaspare in un mondo luccicante, dove la sincerità è merce introvabile, e non ci sono tante voci amiche che ti dicano le cose come stanno. E’ anche in quest’ottica che possiamo leggere il rapporto tra Gloria e Maia, nella frase che la prima dice alla seconda «Ti voglio vicina perché mi dici la verità»…anche se poi non tutto andrà secondo copione.

 

 

Sarah Vaughan “Anatomia di uno scandalo” -Einaudi- euro 19,00

E’ ispirata a questo romanzo l’omonima serie televisiva su Netflix articolata in 7 episodi, una sorta di dramma politico fedelissimo al libro della Vaughan. La trama, ricca di colpi di scena, si dipana intorno a uno scandalo che da privato finisce per diventare una slavina che cambia le sorti della politica e dei vertici del governo britannico.

Tutto parte dalla famiglia bella, perfetta e armoniosa del parlamentare di spicco James Whiteouse (sullo schermo interpretato da Rupert Friend), membro del partito del primo ministro inglese. E’ felicemente sposato con Sophie (una Sienna Miller intensa e in particolare stato di grazia), con due figli in età scolare.

A scompigliare le carte del quadretto idilliaco è la notizia che sta per essere sbattuta in prima pagina dalla stampa: James ha avuto una bollente relazione con una sua giovane assistente, Olivia Lytton ( a cui dà volto e lacrime Naomi Scott).

In un primo tempo i danni di questa brutta faccenda, diventata pubblica, sembrano essere contenuti nel perimetro di un momento di debolezza, nei contorni di una scappatella; la moglie tradita decide di passare oltre l’onta, e mantenere unita la sua famiglia.

Poi però la palla di neve e fango si ingigantisce a dismisura trasformandosi in una slavina che

si chiama accusa di stupro.

Olivia alza il tiro e accusa James di averla aggredita e violentata in una manciata di minuti che cambieranno tutto.

James viene trascinato in tribunale e deve difendersi dall’infamia che sta creandogli il vuoto intorno. Sophie, dapprima convinta della sua innocenza, inizia a vacillare. Il governo deve decidere che posizione assumere; il primo ministro difende James -nonostante i malumori nel partito- perché quella sembra un’amicizia di lunga data e intoccabile….ma magari sotto c’è altro.

Il romanzo è sapientemente giocato su flasback del passato, quando James studiava a Oxford e faceva parte del Club dei Libertini; gruppo elitario di universitari (in parte ispirato al Bullingdon Club, società di cui era membro il primo ministro Boris Johnson). E suo compagno e amico di quegli anni era stato proprio il primo ministro in carica per cui James lavora.

A dare battaglia in tribunale è l’avvocato –apparentemente irreprensibile- e totalmente votato al suo lavoro, una durissima Kate Woodcroft (interpretata perfettamente da Michelle Dockery), specializzata nella difesa delle donne da violenze e soprusi.

Poi la trama si infittisce e si delineano meglio i contorni di un processo che sembra stia per smascherare un mostro, continue sciabolate tra difesa e accusa, con un finale totalmente a sorpresa….