STORIA

Oliva e Quaglieni su Fb per il Giorno del Ricordo

In programma lunedì 12 aprile alle ore 18

SUL CANALE CENTRO PANNUNZIO DI FACEBOOK gli storici  Gianni Oliva e Pier Franco Quaglieni parleranno sul tema: 
“CANCELLARE IL 10 FEBBRAIO GIORNO DEL RICORDO DELLE FOIBE E DELL’ESODO ?”
Parteciperà il Presidente dell’ANVGD di Torino Antonio Vatta.

Palazzo Carignano tra storia e curiosità

Palazzo Carignano è uno degli edifici storici situato nel centro della città di Torino. Il nome completo è Palazzo dei Principi di Carignano e rappresenta un notevole esempio di architettura barocca piemontese.

La costruzione fu il più rilevante progetto portato avanti in Italia nella seconda metà del seicento e l’unico con un pronunciato carattere regale. L’opera fu commissionata all’architetto Guarino Guarini e i lavori iniziarono nel 1679…

… continua a leggere: https://electomagazine.it/palazzo-carignano/

(foto Vincenzo Solano)

L’avventura del Riviera

Bonaccia, tempesta, onda, increspature del vento, sciabordio lungo i moli. Bisogna avere nel sangue la trama dell’acqua del lago per capire l’essenza di quei ghirigori che disegnano le correnti in superficie

 

Una storia di rughe cesellate nell’istante stesso che precede l’altra onda che le cancellerà. Storia lunga come quella del servizio di navigazione sul lago d’Orta che, grazie ai mezzi a vapore, ebbe inizio il 1° novembre del 1878, giorno di Ognissanti.

Per un decennio lo specchio del Cusio venne solcato da tre eleganti piroscafi ( Cusio, Mergozzolo e Umberto I ) manovrati da intrepidi marinai d’acqua dolce. Ci fu poi una pausa di qualche anno e, archiviate alcune sfortunate ma lodevoli iniziative private,il servizio riprese nel 1909, all’indomani delle grandi regate del campionato italiano di canottaggio, disputatesi con successo a Orta San Giulio. Ma l’evento che richiamò grande attenzione e partecipazione della stampa e della stessa popolazione locale fu il “viaggio” del piroscafo Riviera, trasportato dal mare della Costa Azzurra alle acque del Cusio. Sfogliando le pagine di un’ingiallita copia del settimanale borgomanerese dell’epoca,“L’Amico” si può leggere il racconto di quest’avventura .

Nel testo, datato 5 agosto 1909 e titolato “La navigazione terrestre del Riviera da Genova al Lago d’Orta”, si narra come la Società Anonima Cooperativa Navigazione sul Lago d’Orta decise di acquistare al porto francese di Marsiglia il battello Riviera, un panfilo di venti tonnellate di stazza, capace di una velocità di dieci nodi. L’imbarcazione venne trasportata su un carro per il trasporto stradale trainato da una locomotiva da sessanta cavalli fino ad Orta. La navigazione terrestre attraversò monti e pianure, colline e risaie, durò quasi un paio di settimane e terminò il 12 agosto 1909 quando, finalmente, il Riviera,giunto sul lago,venne varato alla presenza di tutta la popolazione di Orta.

Per pubblica volontà, mediante votazione, il battello venne quasi subito ribattezzato “Alfredo Olina” e con quel nome solcò lo specchio lacustre cusiano, in compagnia del   vecchio “Cusio”. A distanza di oltre un secolo l’avventura della navigazione sull’Orta continua e affascina ogni qualvolta, nell’ombra di una nuvola che accarezza i monti, irrompe la scia di un’imbarcazione che ne taglia a metà l’immagine riflessa per poi lasciare all’acqua il compito di ricomporla.

Marco Travaglini

Vogliono cancellare il 10 febbraio Giorno del ricordo

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Un libercolo di tal Eric Gobetti (che intende minimizzare e persino giustificare le foibe) e adesso il solito, stantio manifesto di intellettuali, neppure troppo qualificati, volto a chiedere alle massime istituzioni italiane un ennesimo riconoscimento dei crimini di guerra commessi dall’Esercito italiano in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale, appaiono due elementi di uno stesso, evidente disegno politico : quello di cercare di cancellare dal nostro calendario civile il Giorno del Ricordo, quel 10 febbraio (che sempre meno è oggi  motivo di manifestazioni pubbliche), istituito nel 2004  per non dimenticare le foibe e l’esodo Giuliano – Dalmata e Fiumano 

Noi che tra i primi abbiamo sostenuto la legge istitutiva del Giorno del Ricordo avremmo mille motivi infatti  per denunciare il fatto che amministrazioni pubbliche e scuole statali  snobbano la data e non organizzano nessuna iniziativa in proposito. Forse la data scelta del 10 febbraio 1947 ,quando venne firmato l’iniquo Trattato di pace la cui ratifica venne osteggiata da uomini come Benedetto Croce,  fu errata perché non realmente rappresentativa del dramma degli italiani dell’Adriatico orientale. Croce, all’Assemblea Costituente tenne una vera e propria grande lezione di storia che fece comprendere il dramma della guerra in una dimensione che pochi avevano capito, travolti dagli eventi o accecati dalle ideologie. Il filosofo,  che aveva combattuto il fascismo ed aveva espresso ovviamente la sua contrarietà all’ingresso in guerra nel 1940, non esitò a sostenere che quella guerra sciagurata l’avevano perduta tutti gli italiani ,anche quelli che vennero perseguitati dal regime, perchè quella guerra, ”impegnando la nostra patria impegnava, senza eccezioni, anche noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte“. Il patriota Croce prevaleva su tutto il resto, ma il filosofo contestava, dopo aver ricordato che ”la guerra è una legge eterna del mondo che si attua al di là da ogni ordinamento giuridico“, contestava la legittimità di umiliare i vinti con un Trattato di pace che metteva l’Italia in ginocchio . Egli si espresse anche contro il Tribunale di Norimberga.  Un discorso che certamente i firmatari del manifesto odierno non solo non hanno mai letto, ma non ne conoscono neppure l’esistenza. Oggi c’è chi afferma che fu un grave errore non aver fatto una Norimberga anche in Italia, dimenticando, ad esempio, l’amnistia voluta da Togliatti nel 1946 per fascisti e partigiani. Ma non basta. Va ricordato che anche in Italia ci furono Tribunali militari (oltre a quelli improvvisati del popolo che avallarono fucilazioni  senza processo) che affrontarono il tema dei crimini di guerra commessi da italiani. Nel 1951la Procura Generale Militare  archiviò le istruttorie non in base a cavilli, come è stato scritto, ma al fatto che la Jugoslavia di Tito rifiutò la reciprocità nel perseguire  i crimini di guerra contro cittadini italiani, in primis le foibe. In questi decenni, scomparsa la Jugoslavia dopo una guerra civile mostruosa che ha rivelato ancora una volta la violenza atroce  di quelle genti, tutto è stato fatto a livello internazionale per sanare le ferite di tanti anni fa. Oggi le vicende di quel passato sono superate da una prospettiva europea che, per quanto faticosa e contraddittoria, ci ha liberati dai nazionalismi nefasti di 80 anni fa.  Solo gente un po’ fanatica e del tutto priva di quel senso della storia  di cui parlava Omodeo,   può sostenere come fa Gobetti, che i fatti della seconda guerra mondiale “pesano come un macigno sulla memoria collettiva italiana“. Come ha ricordato Gianni Oliva, uno storico che fra i primi ha scritto di foibe e delle atrocità commesse dal nostro esercito durante la seconda guerra mondiale , con gli ultimi due nostri Presidenti della Repubblica è stato fatto tutto quanto era possibile per un’opera di pacificazione tra italiani, croati e sloveni. Addirittura nel 2020 è stata conferita la più alta onorificenza dello Stato ad un poeta ultracentenario  che continua a negare le foibe. Ma se ci mettiamo sul piano delle contrapposizioni frontali, io non posso allora dimenticare, ad esempio, che la Medaglia d’Oro al V. M . , conferita motu proprio dal Presidente Ciampi nel 2001 , al libero comune in esilio di Zara, la Dresda d’Italia per i bombardamenti subiti e città martire per le vittime provocate da Tito , non venne mai consegnata  per l’opposizione del tutto illegittima del governo croato. L’Italia ha chiuso quei conti dopo il Trattato di pace del 1947, dopo il martirio di Trieste tornata italiana solo nel 1954, con il Trattato di Osimo che sancì per sempre la cessione a Tito di altro territorio italiano. L’antifascista originario di Fiume Leo Valiani definì infame quel trattato voluto dalla peggiore diplomazia democristiana. Speravamo che fosse più o meno da tutti considerato in qualche modo  superato il dramma di una storia lacerante. Invece non è così e gli italiani che non negano la loro storia dovranno continuare a presidiare il Giorno del Ricordo messo in discussione dai nostalgici di Tito. Le chiassate polemiche  di Eric Gobetti non sono storia, ma sono gli ultimi residuati  di una ideologia che pensavamo finita proprio perché condannata dalla storia. E’ triste doversi intrattenere a discutere di un omonimo di un grande con il quale condivide soltanto casualmente il cognome.

Cocconato d’Asti borgo d’Italia

Sabato e domenica la latteria del paese viene presa quasi d’assalto, fuori c’è la coda ma non solo per le norme anti-Covid ma proprio perché c’è più gente del solito che la vuole comprare ad ogni costo.

È la famosa robiola di Cocconato d’Asti, unica nel suo genere. È una piccola produzione locale ma, se l’assaggi, ne mangi subito due o tre di fila…quasi come le patatine. Fresca e gustosa, gli amanti del formaggio l’adorano e, per trovarla appena fatta, si arrampicano fin qui, sulle colline di Cocconato d’Asti, diventato da pochi giorni uno dei borghi più belli d’Italia per il suo splendore paesaggistico. Ebbene sì, la grande notizia è proprio questa: il borgo è il decimo più bello d’Italia, non tanto per la robiola Coconà e per il tradizionale Palio degli asini ma per lo straordinario panorama che si gode da queste colline, per la storia, le tradizioni del luogo e per i suoi monumenti. Lo ha decretato la trasmissione di Rai 3 “Il Borgo dei Borghi” che, dopo un concorso nazionale, ha visto trionfare Tropea, borgo calabrese, seguita da Baunei in Sardegna e Geraci Siculo in Sicilia. A rappresentare il Piemonte c’era Cocconato d’Asti diventato appunto il decimo borgo più bello di tutta la penisola. Tanto di cappello.. dopo Tropea e altri borghi costieri che si affacciano sui mari più strabilianti del mondo, paesi senz’altro più grandi e più conosciuti di Cocconato e che d’estate sono invasi da migliaia di turisti. Ma Cocconato, 1400 abitanti, noto come “La Riviera del Monferrato”, non è da meno e si fa bello soprattutto adesso con il fiorire della primavera. A 500 metri di altezza dista circa 30 chilometri da Asti e 50 da Torino. La storia di questo paese è strettamente legata a quella dei Conti Radicati, la stessa famiglia proprietaria del castello di Passerano Marmorito, distante pochi chilometri da Cocconato. Da vedere, come edifici e monumenti di interesse storico e artistico, ci sono la chiesa della Santa Trinità con una tela di Guglielmo Caccia detto il Moncalvo, la chiesa di Santa Caterina del Quattrocento, una farmacia settecentesca, il palazzo comunale, Palazzo Martelletti, residenza nobiliare del Trecento, e la torre del Castello medievale.

Eretto in cima alla collina nel X secolo, il maniero fu distrutto durante le lotte tra Guelfi e Ghibellini, fu ricostruito alla fine del XV secolo e nuovamente demolito nel Cinquecento. Rimase solo la torre merlata dalla quale è possibile ammirare, nelle giornate più luminose, la catena delle Alpi e la fisionomia di alcune città del Piemonte. A questo punto non ci resta che attendere la zona gialla e poi una gita a Cocconato è più che consigliabile..                                       Filippo Re

Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato
È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte

L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare. Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”. Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso.

Torino Liberty

Il Liberty: la linea che invase l’Europa
Torino, capitale italiana del Liberty
Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
Liberty misterioso: Villa Scott
Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
La Venaria Reale ospita il Liberty: Mucha e Grasset
La linea che veglia su chi è stato: Il Liberty al Cimitero Monumentale
Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

 

Articolo 10. Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

In quest’ultimo incontro vi propongo una gita al mare – almeno col pensiero, dati i tempi difficili -sempre con l’intento di seguire la linea sinuosa del Liberty, che ci ha guidato in tutti gli articoli precedenti. Intendo un pomeriggio di svago, alla ricerca di arte e fascinosi misteri, presso uno dei luoghi magici e arcani che ogni tanto spuntano inaspettati tra le colline e le periferie ombrose. Andiamo al mare, dunque, (sempre rigorosamente col pensiero), a vedere Villa Grock, una delle numerose abitazioni avviluppate in arcani segreti celati da storie straordinarie. Era l’abitazione di un personaggio altrettanto stravagante e singolare, Charles Adrien Wettach, in arte Grock, considerato il più grande clown di tutti i tempi.
Si tratta di uno degli edifici più particolari che possiamo incontrare nella nostra splendida Riviera dei Fiori, tanto cara ai Torinesi come luogo preferito per le vacanze estive.
Simbolismi esoterici e richiami massoni arricchiscono i tratti architettonici e decorativi della costruzione, tutti strettamente connessi con la poliedrica personalità di Grock, il grande artista che questa villa ha voluto ideare quasi a propria immagine.

Costruita tra il 1924 e il 1930, la fastosa struttura si erge su di una collina fronte mare nella zona residenziale delle “Cascine”,  a Imperia-Oneglia, luogo scelto dallo stesso Charles che si innamorò del posto quando un tempo vi andò in villeggiatura con i suoceri e la moglie Ines, che era originaria di Garessio, un gradevole paesino nella Provincia di Cuneo.
Definita “Circo di pietra” per i numerosi dettagli architettonici che rimandano al mondo del circo, lampioni, colonne, decori, affreschi, la villa riflette uno stile che è un misto bizzarro di rococò, liberty, art-decò e di elementi orientali posti qua e là, come per sbaglio. E non mancano influenze di artisti contemporanei al grande clown, come Gaudì, Picasso, Dalì, tanto che potremmo individuarvi una sorta di “stile eclettico orientale”.


Grock ideò l’abitazione nei minimi dettagli, e riuscì a realizzare un edificio che lo rispecchiò completamente. Chi era dunque Grock ?Charles Adrien Wettach, l’eccentrico proprietario della villa,  nacque in Svizzera nel cantone di Berna, a Reconvilier, nel 1880, da Adolf, un umile orologiaio che lavorava anche nel circo: questi amava la musica e traeva divertimento dalle acrobazie che affrontava per passione. Charles, seguendo le orme del padre, all’età di 14 anni decise di unirsi ad una compagnia di circensi e si rivelò subito abile illusionista, funambolo e uomo-serpente, impersonando quelle strane figure mitologiche con fattezze di rettile umanoide. Imparò presto anche a suonare diversi strumenti, tra cui il pianoforte e il violino, che poi faranno da base a molti dei suoi spettacoli da clown. La sua magnifica destrezza in tutte le arti circensi fece notare al pubblico le peculiari qualità che egli possedeva: talento, capacità, bravura, propensione, prontezza, finché riuscì ad affermarsi in modo indubitabile come eminente artista. Egli però era sempre più “desideroso di perfezionare ciò che era già perfetto”, come leggiamo nella sua biografia, tanto che divenne massimamente esperto in ogni specialità del suo campo, dalla giocoleria al contorsionismo, dall’equilibrismo all’acrobazia.
A partire dai primi del Novecento, la sua fama si accrebbe, e Charles scelse di acquisire il nome d’arte di Clown Grock. Compì numerosi viaggi che lo fecero conoscere al mondo, fino alla sua consacrazione artistica nel 1919 quando, all’Olympia di Parigi, venne eletto dal pubblico incantato dalla sua maestria il “re dei clown”. Infine, nel 1953, decise di chiudere con il mondo del circo, dopo avere divertito anche il celeberrimo Charlie Chaplin durante uno spettacolo a Vevey in Svizzera. Nel 1954, Charles, che ha saputo far ridere sovrani e capi di stato nel secolo travagliato da due guerre mondiali, si ritirò nell’amata villa imperiese con la moglie Ines e la figliastra Bianca, e lì si spense nel 1959.

Poco sappiamo, però, del vero Grock dietro la maschera da clown. Secondo alcuni fu un massone iscritto alla Grande Loggia Svizzera Alpina, attratto dalla cultura esoterica e simbolica. Ricaviamo proprio dalla villa alcuni dati significativi: vi abbondano elementi che riportano alle caratteristiche passioni del proprietario, forme architettoniche e decorative che si richiamano al circo e alla giocoleria e si confondono con ghirigori e arabeschi strani e fantasiosi, curiosi e stravaganti. Una villa fatta su misura per Charles, un grande artista egocentrico che fu ben consapevole di essere il migliore tra i clown.In armonia con lo stile della villa, che dopo anni di abbandono, ora è di nuovo aperta al pubblico grazie ad un elegante restauro, è il prodigioso giardino. In posizione centrale si trova un laghetto dove Grock amava pescare e nuotare. All’interno del laghetto fa capolino un piccolo isolotto raggiungibile grazie a uno stretto ponte sorretto da un arco a sesto ribassato.
La vegetazione è costituita da palme e da cedri che contribuiscono al gioco trasportando i visitatori in un’atmosfera inaspettatamente esotica.

Arriviamo ora al mistero, la villa, che rispecchia il suo proprietario: come lui si presenta ambigua e ambivalente. Il soffitto del porticato, affrescato come una notte stellata, raffigura un tendone da circo o rappresenta simboli massonici ed esoterici? La chiave di lettura è duplice per tutta la villa: vi è l’involucro esterno giocoso e fiabesco, e vi è il nucleo interno, invisibile, nascosto e profondo in cui, attraverso i decori architettonici, ci si interroga sul significato spirituale, esoterico e filosofico dell’esistenza. Il mantra dell’abitazione è un altrettanto misterioso motto in latino “Per Aspera ad Astra” (“Attraverso le asperità alle stelle”) inciso a lato di una delle fontane. Non ci sono le soluzioni per risolvere l’enigma di villa Grock, ma ci sono molte altre domande e leggende che qui non ho esplicitato e che vi invito ad andare a ricercare. La linea sinuosa del Liberty ci ha portato un giorno al mare, ma i riccioli a spirale dei decori ora ci riportano indietro, nella nostra romantica e nebbiosa Torino, ricolma anch’essa, come la villa di cui abbiamo appena parlato, di fascino e leggende, di enigmi e arte che, come sempre, vanno di pari passo.

Alessia Cagnotto

Mazzoli, il trionfo del ritratto

Con l’asservimento alle mode, anche nel campo dell’arte, accade spesso che il figurativo sia penalizzato facendo sì che artisti di livello che durante il 900 continuarono questo genere con capacità tecnica a sostegno dell’idea, siano stati dimenticati.

Purtroppo resiste il malinteso che essi siano accademici e superati, basti pensare a Gino Mazzoli straordinario pittore osannato in vita, uscito dall’Accademia Albertina con medaglia d’oro di cui non si parla quasi più.

La famiglia attenta alla cultura, il padre intagliatore di marmi, la madre discendente dai marchesi Pallavicini di Ghemme, lo sostenne nell’intraprendere gli studi accademici dove ebbe come maestro Giacomo Grosso che lo avviò alla ritrattistica.

Gli fu di stimolo anche l’ambiente casalese in cui gravitavano artisti di spessore quali Leonardo Bistolfi, Angelo Morbelli, il fotografo Francesco Negri e lo scultore Antonio Morera che per primo intuì in Gino, ancora fanciullo, il grande talento.

La predilezione per il ritratto, senza dimenticare la natura morta e il paesaggio, lo resero uno dei più appezzati pittori del tempo, richiesto dai personaggi più rappresentativi della politica, del clero, dell’aristocrazia.

Durante i soggiorni a Torino, Milano, in Francia,in Spagna, ritrasse, fra i tanti, Mussolini, Ciano, re Vittorio Emanuele III e la regina Elena, il generalissimo Franco e papa Giovanni XXIII.

Ritratti realistici e al tempo stesso interpretativi,non segno di adulazione e compromesso pittorico bensì un diario d’incontri che documentano la vita del tempo.

Come osservò acutamente Jean Servato  “ … Mazzoli non divenne pittore del regime ma fu dentro il regime… se così non fosse con la sua pittura di timbro ancora ottocentesco farebbe marciare indietro l’orologio della storia a cui il duce teneva spinto da slanci vitalistici e Bergsoniani…”

In questo modo Mazzoli ha colto la sua personale vittoria ossia il trionfo del ritratto avendo occasione di rappresentare la bellezza del linguaggio del corpo attraverso atteggiamenti, gesti e sguardi ma anche l’interiorità di chi gli stava davanti.

Bellissimi i nudi femminili, in particolare della moglie Tilde, che denotano una sensualità e preziosità affine a D’Annunzio che Gino, diciannovenne, aveva ammirato quando il vate giunse a Casale per presenziare al funerale di Natale Palli, suo pilota nel volo su Vienna, commemorandolo con coinvolgente pathos.

Tanti gli autoritratti che ne hanno accompagnato i cambiamenti fisici ma che hanno mantenuto l’aspetto fiero di chi è orgoglioso di essere pittore.

Solo dopo la morte della moglie gli autoritratti saranno tristi, quasi senza desiderio di vita e si recherà nel ricovero di Casale per ritrarre i vecchi malinconici che rispecchiano il proprio sentire.

 

Giuliana Romano Bussola

 

Pasqua tragica a Pollentia, Alarico contro Stilicone

Svettano le torri e le alte mura di Pollentia. Un anfiteatro da quasi 20.000 spettatori, un teatro per 7000 persone, grandiosi templi innalzati alle divinità romane ci ricordano che Pollentia (oggi la Pollenzo di Bra) era una delle più importanti città romane dell’Italia del nord. Una cittadella militare ben fortificata, quasi inespugnabile, ma nei giorni di Pasqua del 402 d.C. la paura fu grande perché si stavano avvicinando i Visigoti di Alarico con un grande esercito pronto a un nuovo massacro.

Il fetore delle orde barbare infestava la piana del Tanaro, la gente, trincerata dentro le mura, si stava preparando a festeggiare il giorno di Pasqua ma il terrore del nemico alle porte spezzò di colpo la serenità delle famiglie di Pollentia. Chi ricorda più la battaglia di Pollenzo, oggi certamente più nota per la prestigiosa Università di Scienze Gastronomiche, primo ateneo al mondo dedicato alla cultura del cibo, che per la storia antica. Eppure in questo territorio, 1600 anni fa, si svolse una celebre battaglia tra i visigoti di Alarico e i romani del generale Stilicone, di origine vandala. Fu una Pasqua tragica, quella del 6 aprile 402, nella pianura compresa tra il Tanaro e le alture di Santa Vittoria. Pollenzo è circondata dalle tende dei barbari che aspettano il momento giusto per attaccare la città che trascorre in pace e serenità un giorno di festa e di preghiera. Alarico arriva ai confini orientali con il suo sterminato esercito di Visigoti. Avanza verso la parte occidentale della penisola terrorizzando la popolazione e seminando lungo il percorso stragi e distruzioni.
Invasa la pianura padana attacca Asti ma non riesce ad espugnarla, prosegue la marcia e pianta le tende nella zona di Pollentia. Stilicone lo insegue con le sue legioni e si avvicina al campo dei Visigoti. I Goti, cristiani ariani, di Alarico sanno bene che anche per i romani la Pasqua è un giorno sacro e quindi nessun avrebbe attaccato il nemico. Stilicone era a poca distanza dal capo barbaro e lo scontro sarebbe stato inevitabile prima o poi ma per il momento era difficile pensare ad una battaglia proprio il 6 aprile. Invece così non fu, il re dei goti si sbagliava. La cavalleria romana di Saulo e di Stilicone, schierata sulle alture di Santa Vittoria, si lanciò dalle colline sorprendendo i goti che stavano festeggiando la Pasqua. Pur in preda al panico e quasi sbaragliati i barbari riuscirono in qualche modo a reagire e a mettere in seria difficoltà le legioni romane. Alarico parve perfino sul punto di vincere ma l’abilità di Stilicone e il coraggio dei suoi soldati ebbero la meglio sui valorosi barbari. Pollentia è salva. Dopo la disfatta Alarico riuscì a mettere in salvo se stesso e la maggior parte della cavalleria ma tra i goti fu una strage: migliaia furono i morti nella piana di Pollenzo e centinaia i prigionieri tra cui la moglie e i figli del re dei Goti. Alarico fu costretto a trovare un accordo con Stilicone ma non sparì del tutto dalla penisola, anzi tornò per saccheggiare e devastare Roma nel celebre sacco del 410. Nessuno lo fermò, neppure Stilicone che nel frattempo aveva perso il sostegno dei romani per simpatie filo-barbare. Fu arrestato, processato e giustiziato. Il borgo di Pollenzo, frazione di Bra, conserva ruderi e monumenti funerari dell’antica Pollentia nonché resti di armi romane e barbariche e frammenti di ossa umane.
Filippo Re

Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato

È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte
L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare. Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”. Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso.

 

Torino Liberty

Il Liberty: la linea che invase l’Europa
Torino, capitale italiana del Liberty
Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
Liberty misterioso: Villa Scott
Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
La Venaria Reale ospita il Liberty: Mucha e Grasset
La linea che veglia su chi è stato: Il Liberty al Cimitero Monumentale
Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

 

Articolo 7. Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità

Dopo tutto questo camminare e guardare e ammirare i luoghi splendidi della nostra città, sarà sicuramente venuta un po’ di sete. In questo articolo vi propongo una meritata sosta, magari in uno dei bar storici nel centro di Torino, e una volta scelto il luogo, vi offro un altro consiglio: perché non ordinare un Vermouth? Per i forestieri che non lo sapessero, il Vermouth è un vino aromatizzato ed è uno degli alcolici italiani più conosciuti e ricchi di storia. I puristi lo ordinano liscio, a 12 gradi, con due cubetti di ghiaccio, una fetta d’arancia e la buccia di limone “strizzata” sopra il bicchiere. I sospettosi nei confronti dei gusti nuovi, potrebbero ordinare un Negroni, (vermouth rosso, bitter e gin), o un Manattan, (vermouth dolce, bourbon e angostura) oppure un Martini dry (vermut dry e gin). La bevanda in questione nasce nel 1796, quando Antonio Benedetto Carpano, nella sua bottega di Torino, prova a miscelare un’infusione di erbe e radici con il vino. Il successo, come qualsiasi cosa che affondi le proprie origini nella città sabauda, è legato al favore della famiglia reale, entusiasta consumatrice di questo “vin Amaricà”, ( di qui l’Americano), e in particolar modo alla figura di Vittorio Amedeo III.


L’origine è antichissima, già in alcuni testi palestinesi si dice di un vino reso più gradevole dall’aggiunta di assenzio. Secondo altri il Vermouth viene inventato da Ippocrate, che aromatizza il suo vino con erbe, spezie e miele. Anche in Grecia e a Roma c’è l’usanza di aggiungere al vino infusi di erbe, abitudine che si protrae per tutto il Medioevo e diviene usanza tipica quando i numerosi arrivi di spezie dall’Oriente giungono alla portata della maggioranza della popolazione. Dal mondo antico Antonio Benedetto Carpano prende spunto e nella sua bottega di piazza Castello addiziona il Moscato di Canelli con alcune erbe: il suo esperimento assume il nome di Vermouth, dal tedesco Wermut, che significa assenzio, o artemisia maggiore, che è l’ingrediente caratteristico della nuova bevanda. In pochissimo tempo la sua bottega diviene il locale più frequentato di tutto il capoluogo piemontese. È dunque dal 1700 che il Vermouth è una eccellenza italiana, torinese nello specifico, e inizia ad essere prodotto nelle aziende più note, dalla stessa Carpano, fino alla Cinzano e alla Martini&Rossi, senza che vengano apportate mai grandi modifiche rispetto al procedimento artigianale e originale.

E se una canzone di De Andrè recita: “Ma una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale”, alla nuova bevanda un po’ di pubblicità non può che far comodo. La comunicazione pubblicitaria si sviluppa parallelamente alle esigenze economiche, sociali, politiche e culturali di un paese. Al termine del XIX secolo l’Italia è ancora un paese prevalentemente agricolo, con una situazione di povertà diffusa, dilaniato da differenze socio-economiche tra il Nord e il Sud e un’alta percentuale di analfabetismo. Le prime comunicazioni pubblicitarie (réclame) si diffondono con la nascita dei giornali, tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, di cui occupano le ultime pagine. Si tratta inizialmente di disegni e scritte, i testi sono semplici e posti al modo imperativo: “Bevete”, “ Al vostro farmacista chiedete”. Per la diffusione del nuovo stile si dimostra basilare il progresso delle tecniche fotografiche, litografiche e tipografiche. La grafica pubblicitaria ricreata in Francia da Toulous Lautrec e Jules Cheret a “nuova arte” è per l’Italia spunto di rinnovamento: Carpanetto, Villa, Metlicovitz, Beltrame, Umberto Brunelleschi, Dudovich e tanti altri cartellonisti aiutano la diffusione dei marchi (brand) dell’emergente produzione industriale e artistica, portando alla conseguente ascesa di nuovi status symbol: l’automobile, l’abbigliamento, la villeggiatura, i generi alimentari come l’olio Sasso illustrato da Plinio Novellini. Altri artisti hanno invece l’intuizione di dedicarsi all’elaborazione di immagini di prodotti, quali la serie della Fiat, del Campari o dei grandi magazzini. Le immagini pubblicitarie diventano una sorta di antologia dello stile di vita identificato con l’espressione Belle Époque.

La dinamicità del settore dell’illustrazione e delle arti applicate richiesti dalla “democratizzazione” dei beni di consumo, mette in secondo piano le arti libere, schiave dell’imperante cultura accademica, borghese e conservatrice. Ciò ha concesso più libertà di espressione e innovazione anche per le caratteristiche insite nella tecnica grafica stessa, incline alla sintesi della forma e alla fluida linearità del segno, tratti peculiari del Liberty. Non va dimenticato l’influsso del “giapponismo”, che irrompe in Europa attraverso le stampe giapponesi importate dalla Compagnia delle Indie dal 1854 alla riapertura dei mercati in Oriente. Enorme è il peso delle riviste, Emporium, Scena Illustrata, Hermes, L’Italia ride ecc., per la diffusione di quello stile, di quel gusto, chiamato in molti modi: Liberty, Belle Époque, Floreale, ma con un’unica attitudine posta fra decadentismo estetico, avanguardia futurista, rilettura di epoche passate e frenesie tecnologiche, fra mistica simbolista e poetica del quotidiano.  Avremo ormai finito di sorseggiare il nostro cocktail ed è tempo, dunque, di andare.

 

Alessia Cagnotto

Liberty misterioso: Villa Scott

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato

È luomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nellarte 

Lespressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo luomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché  sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare.

Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo.  Non furono da meno gli  autori delle Avanguardie del Novecento  che, con i propri lavori disperati, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto Secolo Breve.

Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di ricreare la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i ghirigori del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa ledera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di unarte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che larte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso. (ac)

Torino Liberty

1.  Il Liberty: la linea che invase l’Europa
2.  Torino, capitale italiana del Liberty
3.  Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
4.  Liberty misterioso: Villa Scott
5.  Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
6.  Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
7.  Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
8.  La Venaria Reale ospita il Liberty:  Mucha  e  Grasset
9.  La linea che veglia su chi è stato:  Il Liberty al Cimitero Monumentale
10.  Quando il Liberty va in vacanza: Villa  Grock

Articolo 4. Liberty misterioso: Villa Scott

Talvolta il cinema va in cerca di luoghi suggestivi e unici, per rendere la pellicola ancora più indimenticabile. Uno di questi ambienti da cellulosa si trova nella collina torineseuna villa silenziosaNascosta in un elegante “vedo non vedo” tra il verde degli alberil’abitazione si affaccia indifferente sul panorama torinese che si prostra poco più in  delle sue fondamenta. È Villa Scott, situata in Corso Giovanni Lanza 57, uno dei più fulgidi esempi dello stile floreale a livello nazionale. Il committente, Alfonso Scott, consigliere delegato della Società Torinese Automobili Rapid, nel 1901 acquista un appezzamento di terreno precollinare affidando l’incarico di costruire una villa per la propria famiglia all’ingegnere Fenoglioche allora aveva 36 anni

Fenoglio si impegna nella costruzionedando al  progetto caratteristiche architettoniche di alto pregio, con una chiara apertura al Liberty, e con prospetti caratterizzati da decorazioni floreali in litocemento e in ferro battutoAlla morte di Alfonso Scott, la villa passa alle Suore della Redenzioneche la utilizzano per ospitare un collegio femminilenoto con il nome di Villa Fatima. Fenoglioche lavora al progetto di Villa Scott in collaborazione con il collega Gottardo Gussonirisolve le difficoltà di realizzazione – dato che vi è un dislivello di ben 24 metri tra la villa e il cancello d’ingresso – con una scalinata e con l’inserimento di diversi corpi di fabbricaaccanto al complesso principale lievemente curvilineo della villa. Il volume della costruzione è arricchito da un apparato decorativo che trae vita anche dalla scala esternaL’edificio viene completato nel 1902, anno in cui Fenoglio si dedica anche alla palazzina Fenoglio-La Fleur di corso Francia angolo via Principi d’AcajaNel contesto dell’ampio spazio verde in cui è ubicata Villa Scott, si stagliano netti i due corpi laterali a torrettauno su quattro livelliun altro sutre, ma con un bovindo quadratocollegati da una veranda vetrata sormontata da una terrazza.  La pianta di Villa Scott è amabilmente articolata in un gioco di loggebovindivetrategli elementi litocementizi di finitura murariaripieni e turgidi con misura, quasi rinviano all’ultimo barocco, con radiosi richiami ecletticiLa fantasmagoria floreale, la fitta lavorazione del terrazzinogli ariosi loggia-ti laterali, la decorazione a stucchi e boiseries di color crema e oroil tutto perfettamente in armoniacon l’arredo interno, un mobilio apertamente ispirato a un fioritoLuigi XVI, ne fanno una dimora elegante e raffinata, e piuttosto suggestivatanto che il regista Dario Argento vi ha ambientato uno dei più celebri gialli italianiProfondo rosso, del 1975.

Villa Scott viene infatti scelta per essere la villa del bambino urlante e gioca un ruolo essenziale per lo svolgimento della trama: è tra queste mura che si trova la soluzione del mistero. Tra gli appassionatialcuni indentificano la sfarzosa e terribile residenza del film giallo-horror con l’altrettanto celebre Villa Capriglioanch’essa situata in collina e nascosta tra la vegetazionesede inquietante di vicende 

orrorifichepurtroppo più veritiere rispetto a quelle altrettanto spaventose ma irreali di Villa Scott. 

Occorre ricordare che all’epoca delle riprese la villa era utilizzata come collegio femminile e abitata da suore e fanciulle che ovviamente non potevano rimanere  mentre veniva girato il film. La produzione dovette allora trovare un escamotagepoiché non si poteva abbandonare quella location così perfettamente suggestiva! Si decise dunque di offrire un periodo di villeggiatura a Rimini alle suore e a tutte le ragazze del collegio, le quali non opposero alcuna obiezione e con la loro vacanza inaspettata contribuirono alla realizzazione di una delle pellicole horror più conosciute. Dopo un breve periodo di abbandono, la villa è stata  restaurata e adibita a residenza privata.

Alessia Cagnotto