La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Venezia da dimenticare – Il nuovo direttore de “La Stampa” – Un nuovo successo per Borgiattino – Lettere 

Venezia da dimenticare

Ho sempre avuto una vera e propria passione per Venezia, dove ho trascorso lunghi periodi e dove mi muovo come se fossi a Torino o a Roma o a Napoli.

Mi piace sotto tutti i punti di vista per la sua storia, la sua arte, la sua gastronomia, i suoi negozi raffinati anche di abbigliamento come era “Il Duca d’Aosta”.

Ho avuto la malaugurata idea di andare a Venezia per la Biennale e per qualche giornata di relax nella settimana appena finita. Il caldo opprimente, aggravato dall’umidità, ha reso a dir poco fastidioso il mio soggiorno. Ma il caldo non è bastato. Si sono aggiunti altri motivi che mi hanno reso la vita veneziana molto meno attrattiva del passato.

Sono tornato nei miei vecchi ristoranti abituali e non ho più avuto lo stesso trattamento di alta qualità del passato, a partire dal personale, ma anche per la qualità dei piatti non più eccellente come in passato. I miei adorati bigoli in salsa, il risotto di pesce ben mantecato, le sarde in saor con l’uvetta, il baccalà mantecato, il rombo al forno, la coda di rospo non sono più la stessa cosa, ma espressione di una cucina fatta in serie come quella di quasi tutti i locali attorno a piazza San Marco che lavorano per turisti che non sanno nulla della cucina veneziana. I miei posti abituali, fin da quando andavo a Ca’ Foscari e pranzavo con Alberto Ronchey all'”Anzolo Rafael”, hanno subito una mutazione quasi genetica, all’insegna della mediocrità.

Ma anche Venezia è cambiata. Tanti negozi sono gestiti da immigrati che prestano servizio in tante attività in cui hanno sostituito i veneziani. Vedendo il numero altissimo di immigrati sembra quasi di essere a Monfalcone, che ha dimenticato di essere stata la prima cittadina liberata dalla dominazione austriaca nella I guerra mondiale. D’accordo i due Mori del campanile di piazza San Marco, d’accordo che Venezia è stata anche la città più orientale dell’Occidente per i suoi traffici commerciali. Ma la situazione oggi appare tale da spiegare, se non giustificare, che nelle recenti elezioni comunali sono stati candidati cittadini italiani di origine bengalese.

Si può essere soddisfatti che Venezia abbia dato lavoro a tanti immigrati che servono nei bar, pur non conoscendo la lingua italiana? Va bene occuparli invece di lasciarli bighellonare in Barriera di Milano o vendere droga come fossero caramelle, ma quando si esagera l’idea stessa della venezianità ne risente in modo evidente. Ho percepito il “pericolo Monfalcone”, che potrebbe dare argomenti agli islamofobi e ai razzisti in circolazione. È vero che Venezia è di tutti, ma la percezione che ho avuto è che stia snaturandosi. Forse è il caldo africano che ha guastato il mio soggiorno, che non mi ha consentito di apprezzare come mi accadeva in passato la città che fu dei Dogi. Persino nelle botteghe veneziane in cui si potevano acquistare begli oggetti artistici o di artigianato sono arrivate le cineserie con falsa etichetta locale.

Le cose belle che acquistavo in passato sembrano essere quasi scomparse. Un negozio di scarpe a Rialto, che mi riforniva di comodissime e quasi uniche scarpe di struzzo, si è talmente trasformato da essere irriconoscibile, travolto dalla solita merce che si può trovare dappertutto. Io che ho amato la Venezia del Foscolo e di D’Annunzio, di Thomas Mann, di Visconti, per non parlare di quella di Fra Paolo Sarpi, che ho a lungo studiato, non posso ritrovarmi in una città che rischia di smarrire la sua identità storica. Hanno messo la tassa per contenere i troppi turisti del “mordi e fuggi”, ma forse le autorità veneziane non hanno considerato che Venezia ha un’anima che rischia di scomparire.

Dimenticavo: il Grand Hotel Danieli che era il simbolo di una certa Venezia elegante, è chiuso ed è in fase di ristrutturazione e di restauro. Forse l’unica bella notizia perché le stanze erano decrepite anche nei servizi, mentre le parti comuni restavano mitiche e indimenticabili perché grondanti di storia e di buon gusto. Molti alberghi veneziani  restano vecchi e carissimi senza interventi che potrebbero giustificarne i prezzi trumpiani.

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Il nuovo direttore de “La Stampa”

Dal primo luglio Antonio Di Rosa sarà il nuovo direttore de “La Stampa”, passata ad una nuova proprietà che dovrebbe porre fine alla cattiva gestione Elkann, che ha mandato in fumo non solo la Fiat. A commettere un gravissimo errore, che fece perdere migliaia di lettori, fu la nomina del direttore Giannini, che ridusse il giornale di via Lugaro ad un quotidiano della sinistra estremista. Poi il successore, che era vicario di Giannini, ha corretto un po’ il tiro, ma ha mantenuto il giornale nell’alveo della più faziosa e preconcetta opposizione, simile ad un Tg3 di carta. Anche i collaboratori e soprattutto le collaboratrici hanno dato prova della loro incapacità ad analizzare un problema con un po’ di distacco e spirito critico. Alcune sono delle vere e proprie Erinni. È diventato un giornale che un lettore non settario non poteva più leggere senza continui rigetti e sussulti.

Elkann è stato il gran regista della fine di una grande testata fondata da Frassati e rifondata nel dopoguerra da Burzio. L’avv. Agnelli impedì gli estremismi, anche se alcune volte scelse direttori come Carlo Rossella, che venne sostituito da Marcello Sorgi, ottimo direttore.

Sono molto curioso di vedere cosa farà il nuovo direttore, che è uomo di sicura esperienza ed equilibrio. Sarà anche interessante vedere le nuove scelte editoriali. “La Stampa” della Fiat e della sinistra militante è morta. Incontrai una sola volta   M a l a g u t i   e lo sentii altezzoso e arrogante, del tutto inadatto a succedere a grandi direttori come Ronchey, Levi, Fattori. Adesso il giornale che per vent’anni fu diretto da Giulio De Benedetti, forse potrà rinascere, anche se il giornale cartaceo appare in gravissima crisi. Non hanno saputo neppure trattenere la pubblicità e neppure le necrologie. Dovrebbe uscire con la stessa testata che adottò dopo la Liberazione: Nuova Stampa. Sarebbe un modo per ricominciare, prendendo le distanze da un recente passato, rivelatosi nefasto.

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Un nuovo successo di Borgiattino
Luciano Borgiattino che continua in maniera ottimale la storica esperienza di famiglia  che, nata nel 1927, costituisce il  meglio in assoluto nel campo dei formaggi  italiani ed esteri di alta qualità, ha ricevuto  la massima onorificenza dei Rotary, la Paul Harris Fellow. Borgiattino è  socio del  prestigioso club  Torino Next di cui è presidente Elisa Lombardo e vice presidente Jean Claude Passerin d’Entreves.
Ancora prima  di festeggiare il centenario dell’ azienda, Borgiattino ha ricevuto un riconoscimento  molto importante importante che riconosce l’alto livello professionale e civile che ha raggiunto con un lavoro serio e continuativo a Torino. Il Rotary di cui è socio Borgiattino, nasce dalla fusione di due storici club rotariani torinesi di cui fui in passato ospite: il Superga e il Torino 150. Il Next, nato nel 2024 ,guarda al futuro prossimo, senza dimenticare il passato.

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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

Il black out a Torino

I black out che si sono verificati a Torino danno l’idea di una disattenzione ai problemi dell’energia che ha addirittura suscitato la protesta del sindaco, il quale avrebbe dovuto farsi carico di seguire gli investimenti sulla rete elettrica di Torino. Si è spenta anche l’anagrafe centrale. Il centro è stato fortemente penalizzato. Solo adesso Iren si è svegliata per accelerare nuovi investimenti. Torino, insieme a Napoli, è la città più colpita. Il caldo record non giustifica nulla. Diana Rivella

Condivido nella sostanza i suoi giudizi, anche se il sindaco che protesta appare un po’ paradossale. Iren, sempre celebrata come un modello straordinario di efficienza, ha dimostrato i suoi limiti. Anche gli ospedali, pieni di anziani ricoverati, rischiano il black out. Un segno preoccupante. Nelle case i disagi sono stati molto vistosi perché gli antifurti sono stati neutralizzati e i frigoriferi non hanno potuto conservare l’integrità dei cibi, soprattutto nei congelatori. Le interruzioni di energia hanno provocato gravi danni agli alberghi e al turismo, con molti clienti in fuga. Giustamente Federalberghi si è riservata una class action, anche se Confesercenti ha invitato “ad abbassare i toni”, giungendo al ridicolo. Un condominio di Santa Rita ha denunciato che gli anziani sono a rischio. Speriamo che il caldo ci lasci un po’ di tregua, ma è indispensabile che Iren si attivi, dando a Torino l’attenzione che la città pretende.

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Il Cardinale e i giovani

Il Cardinale di Torino Repole ha affermato un suo “Largo ai giovani “ perché il futuro di Torino è legato alla gioventù oggi non abbastanza valorizzata . A me il discorso mi è sembrato vagamente demagogico. Cosa ne pensa?     Franco Vitelli

Foto La Voce e il Tempo

 

Il discorso del cardinale va letto interamente, senza limitarsi ad una frase che ha attirato l’attenzione dei giornali. Certo andrebbe ribadito che i giovani non hanno solo diritti, ma anche doveri. Se è giusto che aspirino a trovare un posto adeguato nella società, appare altrettanto giusto invitare i giovani alla responsabilità. La generazione Z mi sembra manchi di  alcuni valori irrinunciabili sia sotto il profilo civile che sotto il profilo etico. Se il Cardinale si è espresso in un certo modo, avrà sicuramente le sue ragioni. Il “Largo ai giovani” di Mussolini credo sia  stato uno slogan che oggi definiremmo populista. Un invito ad un cambio generazionale per valorizzare energie più fresche. Il “Largo ai giovani” mussoliniano  finì ‘ male perché tanti  giovani caddero in guerra.
Leggi qui le ultime notizie: IL TORINESE

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