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La sinistra salottiera torinese e lo storico Barbero

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

In un’ampia intervista Alessandro Barbero parla a ruota libera di politica, abbandonando le vesti del divulgatore storico di successo, Così apprendiamo che era un militante del Pci  e che conserva ancora oggi con una certa venerazione la tessera del partito firmata da Berlinguer.

Ma soprattutto apprendiamo che è stanco della “sinistra salottiera“, quella che lo idolatra e lo invita spessissimo a concionare e che voterà come sindaco il collega pensionato Prof . Angelo d’Orsi, il gramsciano per antonomasia , espressione della sinistra più radicale. Quando il giornalista gli chiede quali siano i suoi sogni politici propone cose un po’ ingenue ed improbabili come la  miracolosa realizzazione immediata di tutti i lavori in corso , un’idea così semplicistica e banale  che neppure un lettore di “Specchio dei tempi “oserebbe scrivere. Dall’intervista balza fuori un Barbero che ama i dehors di cui oggi è invasa la città  e che gli ricordano tanto Parigi … Non mi aspettavo idee amministrative propositive da Barbero, noto  invece per far pesantemente politica attraverso i suoi  articoli e i suoi discorsi storici  in cui da ‘ spazio alle vulgate più demagogiche che piacciono tanto ai suoi fans che non sono in grado di seguire discorsi storici più articolati e complessi. La sinistra del Pd sarà anche salottiera, come dice lo storico di Vercelli, ma certo ha idee e progetti che lui neppure si sogna. Pensare a D’Orsi sindaco , un’ipotesi da incubo  politico notturno , rivela un’ingenuità disarmante ma anche un grado di faziosità politica che  forse vorrebbe riportare alla Torino di cent’anni fa con la Fiat occupata . Oggi a Torino la Fiat non di fatto non c’è più e quindi semmai bisogna pensare a regolamentare le biciclette e i monopattini che Appendino ha visto come il futuro della città.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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Casa Pound, Meloni e Gentile – Il misterioso caso del <<Benjamin Button>> da Torino a Hollywood – Lettere

Casa Pound, Meloni e Gentile

Casa Pound  che ha tutto il diritto di esistere e di operare se svolge la sua attività rispettando le leggi  dello Stato perché la Costituzione lo consente e l’articolo 21 vale per tutti, non può però essere imbarcata in alleanze di centro – destra, salvo snaturarne lo spirito, impedendo agli elettori liberali e moderati di votarle. Questo deve essere assolutamente chiaro per tutti. Poi ci sono quelli che vedono nella Meloni un nuovo Mussolini , una vera idiozia per  molti ed evidenti motivi. La Meloni, politica  oggettivamente non particolarmente dotata, trova nei sondaggi e non solo in essi tanti consensi di gente stanca del pensiero unico e di tanti errori politici pre e post – pandemia. Ad esempio, uno come Guido Crosetto, anche se fisicamente appare un orco, è persona di buon senso e affidabile. Ma non solo lui. Fabrizio  Comba e Fabrizio Priano  sono altrettanto stimabili e con il neo-fascismo non c’entrano   proprio nulla  di nulla. La sinistra che rischia di perdere le elezioni, malgrado gli errori  strategici del centro – destra, agita il fantasma del ritorno del fascismo. La storia non si ripete mai , ma loro speculano sul prossimo centenario del 1922 e della marcia su Roma. Evocazioni stupide,  come appare davvero meschina  la  demolizione  anche morale di Giovanni Gentile  in un libro Mondadori ( !!!) da parte dell’ex professorino di scuola media inferiore Mimmo
Franzinelli, neppure in grado di leggere un libro del filosofo. Demolire Gentile, ammazzato vilmente  nel 1944 sotto casa dai gappisti, riformatore della scuola italiana, creatore dell’Enciclopedia Treccani , protettore di antifascisti e di ebrei, è un atto vile. Ci sono tanti argomenti attuali che possono essere usati contro la Meloni secondo le regole della polemica politica ed elettorale. Gettare nella mischia anche Gentile appare davvero singolare. Solo Franzinelli poteva pensarci  perché il suo non e’ certo un libro di storia adeguato ed è  leggibile solo dal popolino della falsa storiografia: i lettori della domenica che si riforniscono al supermercato, tanto al chilo. Non ci sarebbe da stupirsi se qualche stupido fazioso non richiedesse di rimuoverne la tomba dal tempio di Santa Croce a Firenze dove riposa , sia pure in un angolo, tra i grandi Italiani cantati dal Foscolo.
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Il misterioso caso del << Benjamin Button>> da Torino a Hollywood

Il saggio di Patrizia Deabate ha il grande pregio di aver messo in luce un periodo storico quasi  dimenticato in cui l’Italia e, in particolare Torino, vivevano stretti rapporti culturali con gli Stati Uniti. Erano gli anni del cinema muto, l’Età del jazz, quando Torino era la capitale mondiale del cinema a cui gli Stati Uniti guardavano mentre Hollywood era ancora un sogno lontano. La ricerca della scrittrice piemontese, che denota una grande passione per la storia del primo Novecento, prende spunto da una pellicola del 2008, Il curioso caso di Benjamin Button, tratta da una novella di Francis Scott Fitzgerald, pubblicata negli Stati Uniti nel 1922. In Italia, nel 1911, un poeta torinese, Giulio Gianelli, crepuscolare come Guido Gozzano, vissuto a Roma e morto nel fiore degli anni, pubblica un racconto dal titolo La storia di Pipino, nato vecchio e morto bambino che, sicuramente, ispirò S. Fitzgerald.Patrizia Deabate, studiando attentamente tutta la produzione dello scrittore americano, scopre un ulteriore elemento misterioso: la presenza costante di un altro autore torinese, vissuto a Roma come Gianelli, Nino Oxilia, volontario della Grande Guerra, caduto eroicamente nel 1917 difendendo il fronte italiano sul Monte Grappa. Oxilia, poeta, autore teatrale e regista cinematografico di quel periodo d’oro del cinema torinese che dirigeva dive italiane come Maria Jacobini, Lyda Borelli, Francesca Bertini, popolarissime in America. Il libro di Patrizia Deabate mette giustamente in luce la figura di Nino Oxilia, sconosciuto ai più, che sconta sicuramente la fama avuta nel periodo fascista, quando la sua figura venne strumentalizzata. Non è giovato senz’altro a mantenere il ricordo di Oxilia l’aver scritto, nel 1909, il goliardico Inno dei laureandi che, molti anni dopo, sarebbe diventato l’inno fascista Giovinezza. Ciò che deve essere sottolineato è il merito dell’autrice di aver indagato ì, con rigore storico, gli anni d’oro di Torino , capitale mondiale del Cinema, il successo americano di pellicole torinesi dirette da Oxilia, tra cui va ricordata Giovanna d’Arco, primo colossal sulla Pulzella. Il suo successo fu determinante anche per la moda femminile di quegli anni. Le donne americane adottarono infatti la pettinatura alla garconne dell’eroina francese. In Patrizia Deabate è evidente il rigore della ricerca unito alla capacità di calarsi in quegli anni con lo sguardo dell’epoca. Grazie a questo libro si riscopre e, per molti si scopre, con orgoglio la vasta eco che ebbe negli Stati Uniti l’eccezionale fermento culturale del primo Novecento italiano e torinese.

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Boniperti
Cosa pensa dei ricordi di Christillin su Boniperti ? Mi sembra assurdo sentire chi è l’esatto opposto della Juve di Boniperti.   Giuseppina Antici
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Concordo con Lei. Sono agli antipodi anche come stile. Mi ha addolorato non leggere un ricordo di un grande giornalista sportivo come Gianni Romeo, che avrebbe potuto scrivere di Boniperti come testimone autorevole davvero di alto livello.
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Lo Russo e i confronti  prematuri
Lo, Russo vincitore delle primarie del Pd per 300 voti non gode neppure del consenso dei tre altri contendenti. Il Pd è in stato confusionale e non sa cosa fare con i grillini, ma vuole subito un confronto  pubblico con Damilano. Cosa ne pensa?     Franco Gillo
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Che i confronti si fanno su programmi e su schieramenti  formati. Sono ancora indietro soprattutto nel Pd dove non sanno se stare con i grillini o no. Le opinioni di Lo Russo apprezzabili non sono quelle dei suoi possibili e forse necessari alleati. Sembra incredibile che solleciti in piena estate dibattiti in cui potrebbe parlare per sè, non per uno schieramento che non c’è.
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Per Saman
Ho seguito non solo per curiosità il tragico caso di Saman, il cui cadavere ancora manca, mente è ormai certo che sia stata uccisa dai parenti . Poiché non è il primo caso del genere riguardante pakistani,  è opportuno ricordare che tra gli islamici ci sono differenze (tra ciò che è male e ciò che è peggio). Ho amici musulmani sciiti, mia figlia (adottata adulta) è musulmana sunnita e di origine somala, come il marito. Quindi qualche conoscenza dell’Islam ce l’ho. Dal mio punto di vista l’Islam più radicale si trova in Pakistan e in Afghanistan,  seguiti dalla Somalia.  Una coppia di somali, emigrata in Danimarca e accaduta dallo stato danese in modo esemplare, preferi emigrare in Pakistan, per poter dare ai figli una “vera educazione musulmana”, mentre la Danimarca era troppo laica.  L’infibulazione e la clitoridectomia non sono contemplate nel Corano, ma continuano ad essere praticate in Somalia e, da quanto mi risulta , anche tra gli emigrati somali in Occidente. E anche se questa barbara usanza è legata a tradizioni patriarcali,  sono quasi sempre le donne a perpetuarla.  Il caso del matrimonio forzato, che ha provocato la morte di Saman, temo che non sarà l’ultimo. Positivo l’intervento (meglio tardi che mai) di associazioni islamiche in Italia,  ma grattano la superficie. L’integrazione degli immigrati islamici in Italia e in Europa è un’utopia, anche per gente di seconda e terza generazione. La lezione della Francia,  dove interi quartieri, o cittadine, sono abitati da musulmani,  dovrebbe farci riflettere.  E farci ripensare ad un certo Carlo Martello,  che fermò l’Islam a Poitiers. Oggi saremo occupati senza bisogno di armate musulmane: basta il ventre delle donne islamiche…e l’Eurabia sarà una realtà.  Lorenzo Pesce
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In poche righe non mi sento di rispondere ad un tema così vasto. Sono disponibile a pubblicare altre idee di lettori che vogliano scrivere le proprie opinioni. Io le mie le ho già’ espresse in rubrica.
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Risorgimento e dintorni
Caro Professore, concordo con quanto scrivi a proposito del processo unitario risorgimentale.  Si continua a considerare il ruolo della Monarchia  e del Re Vittorio Emanuele II quasi come secondario , se non addirittura  accessorio. Senza  la Monarchia che unì diversità culturali, geografiche, politiche, sociali, l’unità nazionale non sarebbe stata possibile.  Quello che sta avvenendo in questi ultimi decenni dimostra quanta ragione avesse Montanelli quando sostenne la Monarchia Quakers unica istituzione in grado di tenere unita l’Italia dei mille comuni e delle mille fazioni .  Voglio sottolineare il ruolo fondamentale del Re, che era quello che più dj tutti rischiò: il Re  ebbe il coraggio fi mettere in gioco la propria vita nei campi di battaglia e il trono millenario di Casa Savoia. Se a San Martino e Solferino i sardi francesi avessero perso , il trono di Torino sarebbe probabilmente salito un Asburgo che aveva sposato una Savoia. Fu poi il Re che riuscì a tenere uniti verso lo stesso obbiettivo Cavour e Garibaldi , a mediare tra tra i moderati e i democratici . Senza il Re l’unità non ci sarebbe stata!  La corrispondenza privata  del Re con la moglie Maria Adelaide nella prima guerra di infinito e poi con la figlia Clotilde e con Costantino Nigra  conferma  più dei proclami e degli atti del ufficiali quanto autentico e sincero  fosse il suo amore per l’Italia  e la volontà di impegnarsi con tutte le sue forze per la sua unità e indipendenza. Purtroppo che di Casa Savoia si possa parlare a confine che se ne parli anche mal . La tua rubrica, caro professore, è l’eccezione ! Un caro abbraccio.     Carlo Saffioti
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Ringrazio il prof. Saffioti medico e uomo politico  lombardo, persona di alta cultura storica .Grazie per l’apprezzamento. Anch’io ho sostenuto più volte i valori del Risorgimento di cui Cavour, Casa Savoia e Garibaldi furono i grandi protagonisti. Senza i Savoia il Risorgimento sarebbe rimasto almeno a metà 800 una nobile e bella  utopia.

Boniperti, gentiluomo e sportivo

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Ho conosciuto Giampiero Boniperti, scomparso ieri, malgrado non mi interessi di calcio e non sia tifoso di nessuna squadra.

Sono stato però amico di due juventini sfegatati : Mario Soldati e Vittorio Chiusano che fu anche presidente della squadra bianconera. Al contrario molte persone che mi stanno cordialmente antipatiche tifano per il Toro. Sarà sicuramente casuale e non come diceva Soldati un qualcosa che spiega tanti aspetti di una persona. Detto questo, ho sempre avuto simpatia per questo calciatore fuoriclasse che non soffriva del divismo intollerabile e dell’avidità spasmodica di denaro di molti calciatori. Boniperti rappresenta un’epoca in cui le squadre italiane avevano fuoriclasse italiani. Ed avevano anche presidenti adeguati a partire dall’avvocato Agnelli. Se guardo all’oggi, vedo molto cinismo e protagonismo arrogante. La famiglia Agnelli putroppo e’ finita non solo per l’auto, ma anche per il calcio. Resiste donna Allegra nel grande progetto umanitario di Candiolo, esempio eccezionale di efficienza e di scientificità e di filantropia vera. Boniperti lo vedevo spesso con Soldati che stravedeva per lui, ma lo incontravo anche dal mitico “Da Mauro “ in via Maria Vittoria dove io andavo a cena spesso con Aldo Viglione. Aveva un tavolo riservato quasi intoccabile. Un tempietto gastronomico bianconero. Una volta che andai con la senatrice Francesca Scopelliti, compagna di Tortora, Mauro mi concesse di cenare in quel tavolo bonipertiano perché amava la nobile figura di Enzo,  vittima della malagiustizia. Mario Soldati lo volle socio vitalizio del Centro Pannunzio ed in effetti anche quando fu per cinque anni deputato europeo, dimostro’ di essere un vero liberale. A Bruxelles si trovò subito a suo agio. Era un vero signore che mantenne una sobrietà elegante tutta piemontese, anche quando fu al vertice del
successo sportivo e veniva universalmente osannato. E’ stato l’immagine alta di uno sport che non c’è più, dominato oggi dalla brutale logica dei soldi e degli ultrà prezzolati e spesso violenti. E’ una gloria italiana, torinese e piemontese che va ricordata come un monito severo ad un presente calcistico che, per quanto mi dicono i miei amici esperti di calcio, e’ molto squallido.Vi cito un esempio che mi colpì e mi offese molto:  il presidente Andrea Agnelli non volle ricordare Soldati nel ventennale della sua morte.  Feci male a non rivolgermi a Boniperti che sicuramente sapeva molto bene cosa rappresentasse per la squadra la figura di Soldati.

La targa sulla casa natale di Faletti ad Asti

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Giorgio Faletti è stato un personaggio poliedrico che mi è sempre piaciuto.

In televisione mi ha costantemente divertito ed io sono di gusti molto difficili: farmi ridere è impresa ardua, a meno dell’ilarità involontaria che suscitano certe persone che non intendono affatto provocare il riso ed invece ci riescono come se fossero dei collaudati comici professionisti. Faletti mi piaceva da morire e non perdevo una puntata. Faletti con i suoi personaggi mi è rimasto nel cuore, ben oltre il divertimento che mi ha regalato. Sullo scrittore Faletti non sono così convinto, anche se nel 2013 come presidente del premio letterario “Albingaunum“ gli conferii quell’ambito riconoscimento che tocco’ anche a Gramellini. In quell’occasione nacque un rapporto molto cordiale e nel suo intervento fu molto gentile con me, con una definizione affettuosa ed ironica che mi lusingo’  molto e che non oso ripetere perché troppo generosa.  E’ immaginabile il forte dolore e l’impressione emotiva che suscitò in me la notizia della sua morte neppure un anno dopo. Promossi già nel luglio 2014 un ricordo nella piazza San Michele, la più importante di Albenga, che si riempì di gente partecipe e commossa. Io stesso ero così toccato  dalla sua morte immatura e crudele che non riuscii a pronunciare il discorso che avrei voluto dedicargli. Mi limitai a poche parole del tutto inadeguate. Asti ,la sua città, per cui Faletti ha fatto molto, gli ha dedicato la Biblioteca diretta allora da sua moglie. Ma fuori Asti si è fatto poco per ricordarlo. Il Lions di un paese astigiano gli ha dedicato un ricordo legato alla canzone “Minchia, signor tenente”, come si può leggere su internet, ma si trattò di un’iniziativa locale.
Il 28 giugno verrà inaugurata una targa sulla casa natale di Faletti, definito “artista eclettico“, omettendo la data di nascita e di morte che in una lapide di quel genere non e’ cosa opzionale, ma obbligatoria perché destinata ai posteri. Anche la definizione di “eclettico” lascia perplessi perché riduce la portata di Faletti che si sarebbe limitato a miscelare elementi diversi, senza avere un suo stile. Forse volevano scrivere poliedrico, ma sono inciampati nella scelta dell’aggettivo.  La lapide dedicata da Raggi a Ciampi sembra far scuola,  anche se qui non si capisce chi sia il promotore della targa in cui manca il tradizionale “pose“: come abitualmente si legge in lapidi analoghe. Ma credo che un uomo ironico come Faletti non gradirebbe assolutamente un riconoscimento così pomposo. Sarebbe il primo a sorridere di un’idea un po’ bizzarra, come se ad Asti non bastasse il grande Vittorio Alfieri. Infatti ad Asti c’è un ricordo che cancella ogni altro:  quell’Alfieri poeta italiano e cosmopolita che ha onorato la sua città natale come nessun altro: non a caso “abita eterno”, come scrisse il Foscolo nei “Sepolcri”, riferendosi al tempio di “Santa Croce”.

Livio Caputo liberale

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Fu la comune amica Paola Liffredo a farmi conoscere Livio Caputo che torno’ molto, volentieri a tenere una conferenza a Torino. Livio Caputo, nato a Vienna nel 1933 e mancato ieri, era molto legato a Torino.

Massimo Caputo, suo padre, fu il mitico direttore liberale della “Gazzetta del popolo”, quando il giornale, nato nel Risorgimento, prima di cadere in mano democristiana, era il primo quotidiano di Torino e del Piemonte, impedendo l’ascesa del giornale della Fiat. E studio’ Giurisprudenza a Torino dove si laureò’, mentre già faceva il giornalista. Mi parlò con affetto del mitico Rettore Allara, severissimo, ma uomo di grande sapienza giuridica con cui ebbi rapporti d’amicizia tanti anni dopo. “Repubblica“ commette oggi un errore definendolo liberal perché sia suo padre sia lui furono coerentemente e appassionatamente liberali. Liberali e non liberal alla maniera di Scalfari. Livio aveva anche militato nel PLI, poi nel 1994 venne eletto senatore in FI, una parentesi di due anni perché nel 1986 non venne confermato, come sempre è accaduto ai liberali in quel partito, liberale solo a parole. Fu anche per breve periodo sottosegretario agli Esteri, lui che aveva un’esperienza internazionale di prim’ordine. Ma invece di ritirarsi, rimase al “Giornale” di cui, con scelta patetica e stolta, è stato nominato direttore ad interim nell’ultimo suo mese di vita. Uno sfregio ad una carriera giornalistica straordinaria. Avrebbe meritato di esserne direttore effettivo in anni lontani molto più di Feltri, Sallusti, Giordano o dello stesso Cervi. Era stato tra i fondatori del quotidiano con Montanelli di cui era molto amico, ma che non segui’nell’avventura della “ Voce “ insieme ai futuri diffamatori seriali che Montanelli si covo’ in seno. Era un gran signore, colto , equilibrato, brillante, tollerante, ma anche fermo nelle sue idee, con cui era bello parlare. Simile a lui ricordo l’amico Egidio Sterpa. Collaborai ad un giornale che diresse nei primi anni duemila, organo dei Comitati della libertà, associazione liberale non sostenuta da nessuno e quindi destinata al fallimento. Solo le iniziative “culturali” di Dell’Utri o della Brambilla erano degne di interesse e sappiamo come andò a finire. Quel giornale duro’ al massimo un anno e, se non ricordo male,  si chiamava “Libertates”, un titolo troppo difficile per chi aveva studiato liberalismo al Cepu e ovviamente ignorava il latino.  Malgrado fosse stato bistrattato, Livio seppe essere superiore a tutto e a tutti. Con lui è morto un uomo e un giornalista di rara qualità di cui si è perso lo stampo. Se pensate al nuovo direttore Minzolini che gli succede, potete capire la differenza tra i due, se pensate al suo esatto opposto.

Primarie, democrazia, crisi del Pd

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Qualche mese fa c’è stato chi all’interno del Pd ha evocato “il modello Moncalieri” a cui guardare. In quella città i democratici hanno stravinto nel settembre scorso con oltre il 40 per cento, senza neanche l’aiutino dei moderati

I risultati delle primarie torinesi di ieri sono deludenti con una partecipazione di presenza e on line di poco più di 11 mila persone, sedicenni compresi, che da’ il senso della crisi profonda di quel partito, dei suoi leader locali, delle loro clientele. E’ evidente una disaffezione profonda degli elettori e lo stesso sistema delle primarie si è rivelato logorato. Occorrerà’ il risultato elettorale della elezione del Sindaco per capire quali ripercussioni avrà il flop di domenica dove il candidato più qualificato Lo Russo
raggiunge il 37 per cento , il finto civico Tresso sostenuto dalle sardine e dalla sinistra il 35 , mentre Lavolta  anche lui della sinistra si ferma al 25 e il radicale Boni raggiunge un ridicolo 2 per cento che dovrebbe consigliarlo di ritirarsi a vita privata. Non entro nelle beghe evidenti di un Pd torinese molto malconcio,  cito l’esempio di Boni come emblematico di una supponenza senza pari : anche solo pensare di candidarsi a sindaco di Torino rivela in questo signore una presunzione incredibile. Il gioco riuscì ad una sconosciuta come Appendino , ma solo perché al ballottaggio l’elettorato moderato, con un gesto scellerato, la preferì a Fassino , non rendendosi conto che stava affidando la Città alla peggiore candidata possibile. Per candidarsi a sindaco di una grande città dopo la sciagura del quinquennio grillino ci vorrebbe un minimo di storia personale che in verità nessuno dei quattro contendenti possiede in modo adeguato. E i parlamentari del PD non hanno certo rinunciato al seggio sicuro per scendere in campo. Sono rimasti a guardare e a dare il loro consenso all’uno o all’altro, rivelando una scarsa capacità di mobilitazione. Dopo Fassino il Pd torinese ha perso l’unico leader di livello. Forse solo il serio ma poco noto Giorgis poteva scendere in campo con i titoli sufficienti. Fassino , pensando di essere rieletto, non scelse un vice adeguato da formare come possibile successore. L ’opposizione alla giunta Appendino è stata flebile e inconsistente al di là di Lo Russo perché l’intero gruppo consiliare e’ apparso politicamente assente. Io ricordo Carpanini oppositore che faceva vedere i sorci verdi al Pentapartito.  Poi il governo giallo – rosso ha generato l’idea scellerata di fare anche a Torino l’innaturale ammucchiata romana. L’alleanza con i grillini e’ sembrata la cosa più ovvia a tanti,  se si esclude Lo Russo che per coerenza non poteva certo smentire il suo ruolo di capo dell’opposizione. In ogni caso da storico e da persona di cultura liberal – democratica mi sento spaesato . Torino ha avuto grandi sindaci democristiani e comunisti, i sindaci socialisti e laici sono stati meteore difficili da giudicare.  In ogni caso una Magnani Noya o uno Zanone erano persone di rango. Uno dei più grandi sindaci di Torino Valentino Castellani aveva cercato di dare utili e saggi consigli da uomo di grande esperienza. Non è stato ascoltato.
Oggi purtroppo quel tipo di persone simili a Castellani sembra essersi esaurito. Se penso che i radicali veri ebbero l’ex ministro Villabruna in consiglio comunale e penso al candidato del 2 per cento, provo rammarico. Non parlo da elettore , ma da commentatore:  qui rischiamo davvero di diventare una seconda Cuneo . Una città marginalizzata, senza prospettive.
Si era partiti malissimo con un rettore che si ritirò subito appena aver fiutato l’ambiente e un mago della chirurgia del tutto digiugno di amministrazione,  ma carico di ideologismo un po’ vecchiotto e si è giunti ad un appuntamento che vede un Pd dilaniato in tre pezzi senza nessuna strategia politico – amministrativa credibile . Il Pd e’ un interlocutore importante della vita democratica e chiunque – al di là delle sue simpatie politiche – deve augurarsi che quel partito si riprenda. Forse le primarie, purtroppo con pochi voti di scarto,  hanno almeno chiarito che il matrimonio con a
i grillini sarebbe un suicidio
per ambedue i contraenti. E hanno anche tolto di mezzo di stretta misura questo Carneade Tresso che sarebbe stato un altro suicidio sicuro, essendo punto di incontro dei peggiori politicamente e incapace di andare oltre le sardine.

In difesa dell’Inno di Mameli

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni  Lo scrittore ottantacinquenne Ferdinando Camon che io, in verità,  ritenevo – sbagliando grossolanamente – che fosse già defunto da tempo insieme alla sua opera, ha battuto un colpo,  scrivendo un vergognoso articolo in cui attacca con parole da vilipendio l’Inno nazionale italiano, sostenendo che esso andrebbe sostituito con  “Bella ciao“, una tesi peregrina, politicamente e storicamente delirante. All’inizio del pezzo sembrava che scherzasse, ma purtroppo intendeva scrivere seriamente.

Non merita ripetere quanto ho sostenuto nei giorni scorsi su questo giornale sulla proposta incredibile di alcuni deputati della sinistra che vorrebbero rendere obbligatoria per legge “Bella ciao“ dopo – bontà loro – l’Inno di Mameli , come fece il fascismo nel 1925 con il canto di “Giovinezza “dopo la “Marcia Reale“.  Ma non merita, a maggior ragione, controbattere a Camon che esordi’  significativamente con l’appoggio di Pasolini che al suo confronto appare un grande. Le offese che arreca all’Inno di Mameli, un inno che nacque nel fervore di un Risorgimento che Camon ignora, sono così insulse da non meritare replica. Merita una  replica invece chi gli pubblica i suoi  articoletti su quella che non è più “La Stampa“, ma la nuova versione dell’”Unita‘“. Dando spazio a quelle idee  in verità leggermente senili, quei giornalisti cancellano totalmente la storia del giornale, dandolo in mano ai Camon e alla Murgia. “Bella Ciao“ inno nazionale italiano e’ un eresia priva di senso. Anche molti  resistenti non si riconobbero in quella canzone  che Giorgio Bocca scrive di non aver mai sentita cantare durante il suo partigianato. L’avere la faccia tosta di volerla sostituire all’Inno di Goffredo Mameli che morì in seguito alle ferite riportate  nella difesa  della Repubblica romana di Mazzini, rivela anche un’ignoranza storica grossolana che crea una cesura netta tra primo e secondo Risorgimento che molti resistenti hanno invece  ritenuto affini . I catto – comunisti non riescono a capire il senso della storia italiana a cui sono stati estranei ed a cui  continuano ad essere gramscianamente    ostili. Senza accorgersene  stanno lavorando alacremente al successo del centro – destra . Chi è a sinistra e ha mantenuto il buon senso deve invitare questi residuati bellici ad astenersi dallo scrivere queste amenità che offendono gli Italiani. Occorre metterli a tacere almeno per un po’ nell’interesse della sinistra .

Il generale Perotti avrebbe cantato “Bella Ciao”?

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Non ho nulla contro “Bella Ciao“, un motivo orecchiabile che però ha ben poco da spartire con la storia della Resistenza italiana,  come dimostrano tre autorità in materia, lo storico ufficiale della Resistenza Roberto Battaglia, lo storico della canzone popolare Michele Straniero e il giornalista- partigiano Giorgio Bocca che sostennero la marginalità della canzone durante la guerra partigiana

 

Bocca scrisse di non averla mai sentita cantare durante il suo partigianato. Ha acquisito notorietà attraverso l’ Anpi dopo la guerra e caratterizzò i partigiani garibaldini. Ebbe anche fama internazionale attraverso il festival della gioventù di Praga durante il periodo staliniano. La vera canzone della Resistenza e’ “Fischia il vento“ composta dal medico partigiano Felice Cascione, medaglia d’oro al Valor Militare che fu eroico capo partigiano in Liguria che adatto’ un testo ad una musica russa. Anche questa canzone divenne identificativa della Resistenza garibaldina. “Bella ciao“ appartiene ad un ‘altra storia m, precedente alla Resistenza (le mondariso) e si lego ‘ dopo la guerra all’Anpi.
Ne’ la Fiap ne’ la Fivl l’hanno mai adottata. Fiap significa partigiani azionisti, Fivl significa Cadorna, Mauri, Taviani e tanti altri valorosi volontari per la libertà non comunisti. La Resistenza non fu solo rossa, ma fu plurale nella partecipazione, ad esempio, di tanti militari,  dall’eroico Gen. Giuseppe Perotti all’avvocato Valdo Fusi che rischio’ la fucilazione al Martinetto e che è autore del più bel libro sulla Resistenza. Mai Perotti o Fusi avrebbero cantato quella canzone. Il rispetto per la storia manca del tutto a quei parlamentari che vorrebbero imporre per legge il canto “Bella ciao“ dopo l’Inno nazionale in occasione delle cerimonie del 25 aprile. Già di fatto l’Anpi, che monopolizza tutte o quasi le cerimonie – complici i sindaci anche di centro – destra -ha imposto il canto di quella canzone , ma renderla obbligatoria per legge e’ un abuso e un’offesa a tutti i volontari della Libertà di altro orientamento politico. E’ una cosa che fa pensare a quando nel 1925, l’anno del fascismo divenuto regime,  venne imposto il canto di “Giovinezza” dopo la Marcia Reale. Anche in quel caso il fascismo si impossessò di una canzone non storicamente sua, ma l’idea di aggiungere qualcosa all’Inno nazionale e’ di per se’ sbagliato in linea di principio e se poi ci riferiamo all’Inno di Mameli,  inno patriottico di matrice repubblicana e democratica , “Bella ciao “ appare un’appendice divisiva di una parte politica del tutto non giustificata. A nessun vecchio e vero partigiano venne mai in mente una proposta del genere.  Il vecchio Arrigo Boldrini presidente nazionale dell’Anpi , non avrebbe mai dato retta a proposte stravaganti del genere. I comunisti erano duri nelle idee , ma erano persone serie.  Lo storico Battaglia ne e’ stato la dimostrazione, ma non certo solo lui. La storia va rispettata e l’Inno nazionale che ha una nobile matrice risorgimentale , non va confuso con altri canti, come il tricolore e’ unico e non appaiabile se non alla bandiera europea. Credo si tratti di una proposta elettoralistica – che si richiama alla signora Boldrini , intollerabilmente faziosa – ma sicuramente incompatibile con la storia migliore del Pd. L’idea di imporre di cantare in coro e’ di per se’ una scelta poco democratica, come dimostra la storia non solo italiana. E’ un qualcosa che evoca il conformismo, per usare un eufemismo gentile, e spezza quella solidarietà antifascista tricolore che e’ alla base della vera Resistenza.

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Il referendum del ‘46 secondo il romitiano Fornaro

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni  Il quotidiano “La Stampa“,  sempre più lontano dal giornale fondato da Frassati e sempre  più vicino all’”Unità“, ha recensito con enfasi compiaciuta il nuovo libro dell’on. Federico Fornaro di Leu che compare spesso nei Tg, ma quasi mai viene intervistato. Il libro, edito da Bollati – Boringhieri, è dedicato al referendum del 2 giugno  1946 tra Monarchia e Repubblica. E il quotidiano, di proprietà del  neo cavaliere del Lavoro Elkann, lo ha definito come la dimostrazione dell’assoluta  regolarità di quel referendum che ha suscitato da sempre dubbi e polemiche

Fornaro che oggi è nella  estrema sinistra radicale , viene dal PSDI  e appartenne alla corrente di Pier Luigi Romita, figlio del ministro degli interni Giuseppe all’epoca del referendum, che apparve subito,  per sua stessa ammissione, non arbitro imparziale, prima e nel corso del referendum istituzionale  , quando non ebbe remore – lui garante sulla carta  dell’imparzialità del confronto elettorale – a dichiararsi accesamente  repubblicano, agendo di conseguenza.
Sono fatti troppo noti che chiunque abbia letto qualcosa in merito, conosce bene. Le irregolarità, se non i brogli,  durante il referendum, furono indiscutibili. E ci furono probabilmente  da ambo le parti.  La Cassazione non proclamò mai la Repubblica  e una nuova  guerra civile venne evitata solo perché Umberto II decise di partire per l’esilio di fronte alla assunzione arbitraria da parte di De Gasperi del ruolo di capo provvisorio dello Stato prima che venissero presi in esame i  ricorsi  presentati. Il ministro Romita soprattutto  non garantì pari opportunità ai due contendenti durante la campagna elettorale e questo è un dato di fatto incontrovertibile . Al Nord i monarchici subirono violenze e intimidazioni che non consentirono una campagna elettorale neppure lontanamente paritaria . Repubblicani e repubblichini si ritrovarono stranamente alleati contro il Re che fu oggetto delle più infami calunnie. Romita mise negli organici della Polizia 15 mila partigiani e già solo questo fatto spiega il suo atteggiamento istituzionalmente non corretto. Che adesso un politico di Leu, ex seguace della famiglia Romita nel partito più clientelare d’Italia, il PSDI,  abbia l’ardire  di scrivere una storia del referendum del 1946 appare davvero stupefacente. Fornaro non è uno storico, non è un accademico, non è neppure un ricercatore:  è un politico di mestiere. Non ha titoli per scrivere libri di storia,   anche se ha biografato Giuseppe Romita e Saragat in due pessimi libri celebrativi che non hanno nulla di storico. E‘ un provinciale alessandrino  che è rimasto tale, malgrado l’esperienza romana di senatore e deputato. Nel suo libro  non porta documenti nuovi che dimostrino la regolarità  del referendum dal quale furono escluse intere province e tanti prigionieri di guerra. La Repubblica, anche accettando i risultati di Romita, ebbe una maggioranza  comunque risicata. La differenza tra i voti validi e i votanti era un fatto dirimente che non venne mai chiarito. La Repubblica nacque  nel modo peggiore possibile e recuperò solo con De Nicola ed Einaudi. Se Umberto II avesse fatto valere la legge con la quale venne indetto il referendum, Romita sarebbe finito in galera. Umberto non volle reagire e sciolse i militari dal prestato giuramento con un sacrificio personale di superiore nobiltà A 75 anni da quei fatti abbiamo diritto a storie credibili. Non lo sono quelle monarchiche prodotte dall’ala aostana dei sostenitori dei Savoia, ma quella  di Fornaro è una non storia. Gianni Oliva scrisse una storia del referendum, considerando i torti e le ragioni con equanimità.  Non c’era bisogno che Fornaro partorisse un  altro lavoro, perché  il suo libro è un’opera partigiana e  inaffidabile, paragonabile a certi libri sulle foibe che recentemente  le hanno giustificate. Anzi appartiene allo stesso disegno  politico. Questi non sono storici, ma agitatori politici. Fornaro si accontenti di fare il deputato fino alla fine della legislatura. Poi scomparirà anche dalla politica e potrà godersi la meritata pensione. Gli consigliamo fin d’ora, di non scrivere altro. Il suo ultimo libro dice, una volta per tutte,  che non è uno storico. Come consigliava Voltaire, torni a coltivare il
suo giardino.

La liberazione di Brusca e la polemica sui pentiti

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni   La liberazione del mafioso Giovanni Brusca dopo  25 anni di carcere ha sollevato un mare di polemiche. E’ responsabile di oltre cento  omicidi efferati che suscitano ribrezzo e riprovazione morale e sociale. E’ stato un killer spietato, fedelissimo di Totò Riina, ma è stato anche un collaboratore di giustizia, anche se non è chiarissimo il suo apporto in questo ambito 

Tra il resto ha evitato la condanna a due ergastoli per la strage di Capaci in cui morì il giudice Falcone e per l’assassinio  del piccolo Di  Matteo, dissolto  nell’acido. I reati commessi da Brusca sono innumerevoli , ma malgrado ciò, l’essersi dichiarato collaboratore di giustizia gli evitò il carcere duro del 41 bis . C’è stato anche chi ha sostenuto il ruolo che avrebbe avuto nel coinvolgimento di Andreotti processato a Palermo , anche se questo aspetto è stato smentito. Adesso Brusca e’ in libertà vigilata a 64 anni. Un privilegio che dovrebbe suscitare la critica di quelli che Sciascia definì i professionisti dell’Antifamia che invece hanno sempre sostenuto la politica dei pentiti che tanto  danno ha provocato alla Giustizia, a partire dal caso Tortora. I pentiti sono serviti  per sconfiggere il terrorismo per la trasparenza del Gen. Dalla Chiesa, ma i risultati contro la mafia sono stati limitati e spesso hanno creato delle vittime che hanno avuto la vita distrutta per le false rivelazioni di pentiti ad orologeria. Ma chi crede al rispetto della Legge, non può non essere a favore della libertà a Brusca , per quanto ripugnante essa sia. Le leggi in vigore vanno rispettate sempre e con chiunque. Il giudizio morale deve essere sempre  estraneo a quello giuridico, altrimenti finiamo nella barbarie. Bisogna però porre mano alla legge sui pentiti perché  essa, senza dare i risultati sperati, ha dato spazio ad un uso strumentale del pentitismo. L’esempio di un criminale come Brusca dovrebbe indurre ad una riflessione critica  sul passato. Oggi vorrei poter leggere cosa scriverebbe, se fosse vivo, Leonardo Sciascia. Sarebbe interessante un suo libero giudizio. Oggi di  coscienze limpide come la sua non c’è’ più traccia. La sua e’ una razza estinta   Solo apparentemente la Mafia e’ stata ridimensionata perché da fenomeno siciliano e’ divenuta  sempre  più un fenomeno nazionale e internazionale  di dimensioni colossali. Per combatterla occorre ben altro che la legge sui pentiti.
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