Vent’anni dopo Gomorra, Saviano lancia l’allarme: «Non c’è più tempo per capire il potere criminale»

L’INTERVISTA

Vent’anni dopo la sua prima pubblicazione, Gomorra torna in libreria in una nuova edizione pubblicata da Einaudi. Un ritorno che non rappresenta soltanto una celebrazione editoriale, ma l’occasione per interrogarsi sull’eredità di un libro che ha segnato profondamente il giornalismo e la letteratura italiana contemporanea.
Quando uscì nel 2006, Gomorra infranse il racconto tradizionale della criminalità organizzata. Attraverso una scrittura capace di fondere inchiesta, testimonianza diretta e narrazione letteraria, Roberto Saviano mostrò ai lettori una realtà che andava ben oltre i confini della Campania: la camorra emergeva come una potenza economica globale, intrecciata ai mercati internazionali, alla finanza, alla politica e alle dinamiche del potere contemporaneo.
Vent’anni dopo, molte cose sono cambiate. Sono cambiati i mezzi di comunicazione, le modalità con cui si costruisce il dibattito pubblico e soprattutto il tempo che si è disposti a dedicare alla comprensione dei fenomeni complessi. Eppure Gomorra continua a interrogare il presente, forse proprio perché le domande che pone restano ancora aperte.
Abbiamo avuto l’occasione di parlare con Roberto Saviano per riflettere sullo stato del giornalismo, sul racconto del potere criminale e sulle nuove forme di influenza che attraversano le nostre democrazia.
Quanto è stato difficile continuare a raccontare la verità e la realtà dei fatti dopo questi vent’anni?
«Sono cambiati gli spazi più che i modi della narrazione, infatti è molto più difficile far passare queste tipologie di storie rispetto al passato. Mentre un tempo l’agenda dei quotidiani imponeva il dibattito pubblico di questi temi tramite gli articoli, adesso non è così e questo è avvenuto anche alla luce della distrazione internazionale. I temi che riguardano il crimine passano completamente inosservati, salvo gravi vicende di sangue. Questo è il vero problema»
.
Si percepisce una maggiore superficialità in questo tipo di narrazione?
«Sì, totalmente. Anche nel caso di inchieste ben costruite non si ha davvero più lo stesso spazio di un tempo, soprattutto a livello di attenzione del pubblico»
.
Quello che manca è il tempo o l’attenzione reale delle persone?
«Sicuramente una forma di attenzione reale su questi temi, in quanto la velocità impedisce a queste storie di essere approfondite e di conseguenza capite. È molto più facile parlare di un omicidio: il crimine comune è molto più facile da raccontare perché in un attimo si crea la narrazione. Il potere criminale ha bisogno di più tempo, se no non capisci, e questo tempo non lo si vuole più dedicare a questo tipo di narrazione»
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Qual è la forma di potere invisibile che oggi ti preoccupa di più rispetto a vent’anni fa?
«Probabilmente il fatto che il giornalismo sia morto e la comunicazione a noi sembri neutrale ma in realtà non lo è. Questo è un potere invisibile. Meta ha in mano il destino delle democrazie»
.
Ed è forse proprio qui che risiede l’attualità di Gomorra: nella sua capacità di ricordarci che comprendere il potere richiede ancora tempo, attenzione e il coraggio di guardare oltre ciò che appare immediatamente visibile.
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Valeria Rombolá 
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