Per la stagione dello Stabile, al Carignano, sino al 31 maggio
In quest’epoca di opacità in cui l’asticella della Cultura continua a scendere inesorabilmente e sempre più in fretta, dove da molte parti e in altrettanto molte occasioni il pressapochismo la fa da padrone, dove la Storia (qui, quella teatrale, con i suoi visi e i suoi titoli e le sue tappe impresse nella memoria) è ormai stata cancellata pressoché del tutto, dove la lingua italiana, e la dizione, è in via di estinzione – quando le menti della Crusca gridano al netto pericolo -, soppiantata da messaggi e messaggini insulsi che abbreviano se non cancellano, beh, in quest’epoca, andate anzi correte a guardare e a sentire – a Torino, al Carignano, sino a domenica 31, per la stagione dello Stabile torinese – il viso e la voce del novantaduenne Umberto Orsini – li ha fatti il 2 d’aprile scorso – con i suoi ricordi, con il suo vestito di scena che non vuol indossare sino all’ultimo, con quelle volute di fumo che al riparo del proprio camerino vorrebbe assaporare e che per un po’ il pompiere di servizio gli nega. “Prima del temporale” non è un amarcord di fatti eclatanti o una serata d’onore del grande attore, non è un monumento a se stesso, non è la volontà del laudator temporis acti: “Prima del temporale”, con quell’Attore che prima d’indossare le battute e la vicenda del Signore strindberghiano, è una festa, è una cavalcata che abbraccia con le sue pause, con i suoi momenti divertiti e dolorosi che sono poi quelli di una vita, della vita di ognuno di noi, settant’anni di teatro e di vita teatrale, grandiosa, incancellabile, magnificamente affollata e stupendamente vissuta.
“Prima del temporale” è un doveroso ripiegarsi di un vecchio progetto, dovuto all’amicizia e alla collaborazione tra Orsini e Massimo Popolizio – che oggi crea una regia rispettosa, di piccoli tocchi, ma sempre presente e attenta a concretizzarsi con proiezioni, con brevissimi filmati, con le luci e le ombre, magari con un trenino che passa in scena e che ti riporta alla mente quello con cui giocava nella infanzia il piccolo Gaiev del “Giardino” di Strehler -, un “Temporale” che doveva prendere forma ma azzerato con la tragedia del Covid, oggi riproposto sotto veste diversa. Le radici dello spettacolo stanno in “Sold out”, una sorte di confessione/autobiografia pubblicata sette anni fa da Laterza, la traccia lunga 80’ è il tempo cadenzato prima dell’andata in scena, tra le pareti bianche di un camerino di un vecchio teatro di provincia, con i suoi tubi blu del riscaldamento ancora in bella vista, dove è il termine della tournée di “Temporale”, l’ultima replica, quando la giovanissima sarta di scena (ha solo ventidue anni) va e viene con le chiacchiere di ogni sera e ascoltando molto (una convincente Diamara Ferrero), dove il pompiere (il colorito Flavio Francucci) avrà pure lui la sua unica battuta (del lampionaio) da dire visto l’infortunio improvviso di un attore. Mentre Orsini racconta. Un destreggiarsi tra la maschera e il volto, recita e vita, realtà e finzione, incontri e memorie, innamoramenti e perdite. Racconta del ragazzo che voleva diventare avvocato e che al contrario, era il 25 settembre del 1955, con i soldi per il viaggio prestati da mamma e fratello (che a sua insaputa l’aveva iscritto ad un esame all’Accademia), se ne andò dalla provincia a Roma, con il gran battesimo e l’ottimo auspicio di un incontro, proprio su quel treno, con Orson Welles. Del provino con “L’uomo dal fiore in bocca” – “da metà in poi, mi raccomando!”, tranfia l’esaminatore stufo del solito Pirandello e che ha già deciso che quel ragazzo attore non lo sarà mai, mentre lui attacca sicuro “caro signore, ecco, venga qua… qua sotto questo lampione, venga, le faccio vedere una cosa, sotto questo baffo, epitelioma si chiama” – e della borsa di studio, della ricerca di una pensione, “magari questa di via Salaria, così qualche giorno ti incontro Visconti che abita nei paraggi, no, 750 lire a notte sono troppe, meglio quest’altra a 150”, delle prime amicizie, Alberto Arbasino e Peppino Patroni Griffi e Pierino Tosi, e le giornate sulla spiaggia di Ostia, e quella lunga anni e anni, quotidiana, con Corrado (Pani) – “Corradino, Corradino, sei quello che mi manca di più” -, la telefonata del mattino che sempre lo svegliava, il linguaggio colorito, l’annoiata confessione delle continue tournée.
Racconta del suo primo ingresso nel teatro, racconta del “Diario di Anna Frank” e della Compagnia dei Giovani, di come Romolo (Valli) l’avesse posto sotto l’ala di protezione e di insegnamento di Rossella (Falk), “sai, quelle vocali chiuse e aperte…”, come ne fosse nata un’amicizia presto mutata in un amore: un amore che tornerà a essere amicizia, lunga una vita e pronta a farsi ora scambievole protezione, “ti sei ammalata un paio d’anni prima di morire, io l’ultima estate venivo a casa tua quasi ogni giorno e ti pregavo di aiutarmi, a ripassare un testo che avrei portato in scena, a sbagliare di punto in bianco le vocali aperte e chiuse, nella finzione ultima che tu mi potessi correggere, come quei vecchi tempi”. Rossella e Umberto sembrano discorrere ancora oggi, da quelle immagini, con lei che gli manda un “ciao” e lo saluta con la mano, in uno degli ultimi momenti dello spettacolo. Un commiato, definitivo. Momenti di dolore, anche momenti d’allegria, da rotocalco, da gossip: come quando la produzione francese lo chiama per il capitolo secondo di “Emmanuelle”, lui nicchia ma il cachet mette certamente voglia e convince. Nella roulotte del primo attore, al riparo del sole della Polinesia, arriva “la più bella donna che io avessi mai conosciuto”, Sylvia Kristel, in un amen eccola come mamma l’ha fatta, venuta lì a spiegare “et bien, Umbertò, quand je serai sur toi tu dois immédiatement mettre tes mains sur mes fesses, comment dites-vous italiens, le chiappe… voilà, pour cacher subìto la mia cellulite.”
Ci sono le ore di preparazione, magari con una matita tra i denti, il ripetere incessante le battute – ricordo che, accordandomi per un’intervista, un altro monstrum, Lina Volonghi, mi disse di essere nel suo camerino per le 18, lei già ci sarebbe stata per ripetere tutto il testo che la sera avrebbe recitato, se ben ricordo anche quello dei tanti compagni in scena: esistono ancora quegli attori? -, durante le notti seminsonni o le partite di tennis, c’è spazio per un’altra fidanzata, “no, signora, non sono il fidanzato delle Kessler, di una sola, signora, di una sola”, nel ricordo di una ragazza dalle lunghe gambe che con la sorella aveva incontrato un giorno nel bar della Rai di via Teulada, loro pronte in costume per registrare il dadaumpa, lui per essere Ivan nei “Fratelli Karamazov” di Bolchi, pronto a registrare la media dei 15 milioni di spettatori a puntata. C’è spazio per aggrapparsi con la voce che si alza disperata al ricordo di altri amici, il Ronconi delle tante prove, da “Besucher” all’”Uomo difficile” ad “Affabulazione” e il Visconti di “Vecchi tempi”, c’è spazio per richiamare dal nulla la figura del padre, quel borghese di Novara che aveva perso un occhio in guerra e che soprattutto “perché non mi hai mai preso in braccio, perché non mi sono mai seduto sulle tue ginocchia? perché non mi hai mai dato una carezza?”: ed è il momento forse più alto e doloroso della grande prova di un Grande Attore, dello scavare quanto più può dentro il suo intimo, mettendo a nudo l’assenza dei sentimenti e l’amore mancato. Il suo Signore è pronto per entrare in scena, scoppia un temporale vero, “è arrivato l’autunno, la nostra stagione, la stagione di noi vecchi”, direbbe il Signore di Strindberg. Mezza sala. Sala buia. Sipario. Alla fine tutto quanto il pubblico, in platea e in ogni ordine di palco, in un Carignano gremito, è in piede ad applaudire e il Grande Attore a salutare, con un sorriso frenato e composto, a portarsi la mano al cuore. Il cuore della festa.
Elio Rabbione
Le immagini dello spettacolo sono di Claudia Pajewski.
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