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Turymegazeppa: vi racconto il Supermarket

Venerdi 13 e sabato 14 febbraio lo storico Supermarket di Viale Madonna di Campagna 1 chiude i battenti. Ripercorriamo la sua storia con il mattatore indiscusso del locale.

 

Disclaimer: questa è un’intervista che non segue la consecutio temporum, le premesse spuntano dopo l’enunciazione dei fatti, e il discorso può improvvisamente virare su traiettorie inattese. E non è colpa mia.

Avete mai sentito parlare del concetto di serendipità? Si tratta di trovare inaspettatamente qualcosa, o qualcuno, mentre si è occupati a cercare tutt’altro. Quando io e quelli della mia generazione abbiamo iniziato a uscire la sera, verso metà degli anni ’90, sceglievamo i locali in base al tipo di musica che volevamo ascoltare. Sapevi che se volevi un determinato stile potevi andare in quel giorno della settimana, in quel determinato locale. Ci si muoveva tra i Docks Dora e l’Hiroshima, passando per Zona Castalia. E poi c’erano ovviamente i Murazzi, l’ultima tappa della serata. Non dico fosse tutto prevedibile, ma a grandi linee potevi scegliere in base a ciò che cercavi.

Poi c’era quello che i ragazzi oggi definirebbero il glitch nel Matrix, l’elemento imprevedibile e dissonante. Un personaggio flamboyant, ingestibile per sua stessa ammissione, in grado di farti ascoltare musica dark intervallata da brani di Raffaella Carrà: TURY-MEGA-ZEPPA.

Vi ricordate la prima volta che siete finiti al Supermarket? Perché molto probabilmente è lì che lo avete incontrato senza avere assolutamente idea di cosa avreste trovato. Sabato 14 febbraio il Supermarket chiude definitivamente e così se ne va un bel pezzo di storia torinese lunga trent’anni. Ed io sono andata a farmela raccontare da lui: Pier Paolo Bettinardi.

Innanzitutto, chi eri prima di diventare Turymegazeppa?

Andando a ritroso nel tempo, prima militavo nei centri sociali, facevo occupazioni, per cui avevo già un concetto molto blindato dell’anarchia. Ho passato tutto il periodo dei primi anni ’90, a fare occupazioni e a creare situazioni dentro i centri sociali, quando l’anarchia era un concetto molto forte, molto rigido. E da lì ho iniziato a creare del clubbing.

E la prima volta che sei finito dietro una console?

Nel 1986 ad Avigliana, esattamente… Terrazze lago, non me lo ricordo più. Nell’86 fu una delle mie prime serate e poi verso l’89 a Torino.

E lì hai detto: questo è il mio lavoro.

Allora, io avevo un lavoro “normale”. Però calcola che comunque nei primi anni ’90 avevo un gruppo e giravamo tutta l’Europa, quindi vivevo già un po’ di musica. La professionalità è poi arrivata nel ’95-’96, prendendo il Caffè Blu ai Docks Dora.

Sono andato a chiedere tiepidamente se si poteva fare una serata, e quello fu il primo locale più grande perché di solito stavo sempre in locali molto piccoli. Ed era ancora un locale molto grezzo, figurati: io arrivai con i miei due banchetti da scuola e i miei vinili e iniziai a mettere musica. Sono stato lì dal ’96 al ’99, tre anni. Fu un’esperienza…

Prendendolo in gestione o come DJ?

Come DJ e direzione artistica. Organizzai concerti, iniziai a muovermi in un ambito molto underground. Io ascolto tutta roba underground.

E se non avessi fatto il DJ, cosa avresti fatto?

Bella domanda. Se non avessi fatto il DJ avrei fatto il fotografo. Considera che tutta la mia esistenza è permeata dalla notte: ho sempre vissuto di notte, ho sempre lavorato di notte. Sono allergico alla luce.

Parliamo del Supermarket. Quando è che sei arrivato la prima volta?

Sono arrivato nel ’99. Esisteva già da un anno. C’era una direzione artistica un po’, diciamo, super alternativa. Io mi proposi, ma avevo già un anno… non so come dire, capito, da biricchino…

Credo di ricordare. Dunque siamo al ’99: arrivi al Supermarket.

Sì. Avevo appena tagliato il filo ombelicale con il Caffè Bleu, perché stava diventando una situazione troppo caotica. È stata una scelta sofferta. Così andai al Supermarket a chiedere se potevo fare una serata: al Caffè Bleu suonavo il giovedì e il venerdì, volevo il sabato. Ma mi hanno praticamente scomunicato. Mi dissero: “Lei è troppo… Too much”. Troppo, troppo.

E cosa ti colpisce? Perché vai proprio al Supermarket?

Ero andato all’inaugurazione. Mi era piaciuto moltissimo lo spazio: un ex cinema, molto essenziale, molto simile al Big. Dal punto di vista estetico mi aveva conquistato. All’inizio però non mi volevano. Poi ho fatto la prima serata e le cose sono cambiate: la gente mi seguiva, si spostava. Premesso che nell’estate del ’99 avevo anche ripreso il Caffè Blu e avevo tirato su un piccolo “impero” da solo, senza PR, senza niente. Erano altri tempi.

E come sei diventato resident? Perché sei quello più longevo: trent’anni di onorata carriera.

Quasi ventotto, in realtà. Dal ’99 a oggi fanno ventotto anni. Come ci sono riuscito? Facendo. Sono un faccendiere, in realtà. Mi rimbocco le maniche e faccio.

Ti ricordi la prima serata lì?

Sì, eccome. Era il 25 dicembre, un sabato. C’è stata un’affluenza incredibile, tanta gente che veniva dal Caffè Bleu. È stato emozionante, davvero. Io comunque sono sempre ansiolitico prima delle serate. Sempre. Voglio che tutto funzioni: sono meticoloso, professionale e anche un po’ rompiscatole. Gli strumenti devono funzionare perfettamente, perché solo così quello che faccio può arrivare agli altri.

Parliamo di come è cambiata la musica che hai suonato in questi trent’anni.

Io mi sono sempre considerato uno di quei DJ che, oltre a far divertire la gente, cercano di “destrutturare”. Uso spesso questa parola. Mi piace portare il pubblico in territori inconsueti, creare fratture: magari la pista esplode, ma intanto sto facendo ascoltare qualcosa di nuovo. Non ho mai reiterato sempre le stesse cose. Anzi, spesso anticipavo la musica che mi piaceva, anche di parecchio. Per questo nacque una rubrica che chiamai Perplessità collettiva.

Cos’era Perplessità collettiva?

Uno spazio dentro la serata tutto mio. Buttavo giù i muri musicali e mettevo quello che piaceva a me. Un’altalena sonora: potevi passare dalla traccia più stupida all’antitesi totale.

Io me lo ricordo: passavi dal metal a Raffaella Carrà. Io sono il risultato di quella roba.

Tu sei il risultato concreto di tutto questo, esatto. Mi piaceva portare la gente a spasso, come dovrebbe fare un DJ, come un vero mediatore culturale. Curavo sempre anche i visual, cercando di contestualizzare la musica con le immagini.

Spesso si parla del “sound” delle città: l’elettronica è Berlino, il jazz è New York… Torino?

La Torino che ho vissuto io, tra anni ’80 e ’90, aveva un fermento pazzesco. Negli anni ’80 la new wave e il dark erano un imperativo. C’erano due locali che portavano tutto quello che arrivava da Londra e Berlino. Poi gli anni ’90 sono stati importanti: c’era un apparato musicale e culturale molto versatile. Non tantissimi locali, ma una fruizione culturale molto più curiosa, meno standardizzata. Posti come lo Studio 2 o il Big proponevano cose incredibili.

Io lo Studio 2 non l’ho vissuto.

Era uno di quei locali alternativi con la A maiuscola. Ha dato alla città una grande versatilità.
Poi con gli anni ’90 e la cassa dritta sono arrivate house e dintorni. È stato bello relazionarsi con tante musiche diverse.

Ci sono generi, personaggi o gruppi che il Supermarket ha lanciato?

Sì. Abbiamo ospitato situazioni molto diverse: Tiziano Ferro, Elisa, Daniele Silvestri, ma anche realtà più pesanti e alternative come i Lacuna Coil. All’inizio Tiziano Ferro veniva da noi e facevamo 200-300 persone. Oggi, ogni volta che passa da Torino, ci saluta. Il Supermarket in realtà nasce proprio come contenitore di live: è sempre stato una grande vetrina.

Tu sei in console, vedi i ragazzi: oggi ballano diversamente?

Oggi più che ballare, deambulano. L’imperativo è “esserci”, mostrarsi, stare dentro un microcosmo, ostentare un’appartenenza. È anche una conseguenza di come si fruisce la musica: non crea più cortocircuiti. Una volta era un fatto aggregativo, ti spingeva verso territori nuovi. Adesso spesso si vive di nostalgia, di continuo “c’era una volta”. Ma il passato, se lo reiteri troppo, diventa il relitto di te stesso. Nel mezzo resta un vuoto pneumatico, e non si va avanti.

Non si rischia di fare la fine di quelli che dicono: “Eh, ai miei tempi…”?

Sì, certo, ma penso che serva sempre un punto di coesione tra passato e futuro: è lì che succedono le cose interessanti. Invece oggi vedo tanti format che nascono solo per alimentare il ricordo, la nostalgia. Ma musicalmente è sempre la stessa cosa, non c’è mai uno scarto, un’evoluzione.
Per me è un punto di stallo. E lo dico anche da cliente.

Facciamo un giochino: una mini-playlist. Una traccia che rappresenti gli anni 1990. Anzi, partiamo dagli ’80.

Oddio, devo aprire i chakra. Anni ’80, parli di pop o di roba mia personale?

Tua. Puoi spaziare. Per me, ad esempio, gli anni 1980 sono  “Video Killed the Radio Star”.

Sì, come tessuto sonoro anni ’80 ci sta tutto quell’electropop lì. Però io, in parallelo, oltre al pop e al synthpop, ascoltavo tanta dark wave. Quindi ti direi Siouxsie and the Banshees, Joy Division, Bauhaus, The Cure. Io nasco anche da lì, da quel lato più oscuro, contrapposto al pop super accessibile.

Anni 1990?

Tutto quello che mi ha scardinato la testa: The Prodigy, Daft Punk, Underworld. Siamo tra il ’96 e il ’97: roba che ti cambiava proprio la percezione del dancefloor. Poi rimanevo sempre anche su un versante più alternativo, tipo Sonic Youth. Ho sempre avuto quell’anima lì.

E i 2000? Dai, ci sarà stato qualcosa oltre Britney Spears.

(Ride)
Io ho sempre avuto simpatia per il pop, però nei 2000 ho iniziato a spingere molto sull’electro: Tiga, Felix da Housecat, Digitalism. E poi mi divertivo a contrapporre questa elettronica al pop più sfacciato, quasi “assassino”. Mettere il pezzo giusto e vedere tutti urlare era bellissimo.

2010?

Lì ho iniziato a spostarmi su dubstep e drum’n’bass, sempre mescolati al contenitore pop. Suonavo cose come Bloody Beetroots, che mettevo tantissimo. E spesso la gente mi guardava perplessa: “Ma che sta mettendo?”. Però a me piaceva anticipare.

E il vuoto cosmico dei 2020?

Resto sull’elettronica più emotiva: Rüfüs Du Sol, Monolink, cose così. Comunque considera che io sono cresciuto con i Kraftwerk: hanno inventato tutto loro. Da lì in poi i miei chakra sono rimasti aperti su qualsiasi cosa.

Che città era Torino di notte negli anni ’90 rispetto a oggi?

Si usciva molto di più. C’erano più riferimenti, più serate, più scelta. Magari il sabato lo evitavi, ma durante la settimana uscivi sempre: sapevi che il mercoledì c’era una cosa, il giovedì un’altra. Ti spostavi continuamente.

C’era più libertà, più rischio, più creatività?

Il clubbing era davvero aggregazione. Andavi per conoscere persone, per relazionarti. La musica era il collante: nascevano amicizie, punti di riferimento. Potevi anche andare da solo, tanto sapevi che avresti trovato qualcuno. Oggi questo si è un po’ perso, e dopo il Covid ancora di più.

Il club era un luogo di cultura, oltre che di divertimento?

Sì, per certi versi assolutamente sì. C’erano proposte diverse, stimoli diversi. Non era solo intrattenimento.

E il Supermarket in questa mappa come si inseriva?

Noi siamo sempre stati un locale trasversale e alternativo. Nei 2000 sono passati da lì tantissimi DJ che poi sono diventati enormi. Siamo stati una specie di pietra miliare, una palestra.

Hai visto nascere e morire tanti locali. Perché chiudono? Qual è il motivo più frequente?

La mancanza di cura. Se non curi i dettagli, il cliente, la qualità del bere, la sicurezza, i costi… crolla tutto. E poi l’inquinamento musicale: non esiste più la fidelizzazione. I locali non costruiscono più un’identità. La musica dovrebbe essere un elemento aggregativo. Dovresti dire: lì trovo i concerti fighi, lì trovo cose interessanti. Se perdi questo, perdi tutto.

Mi ha colpito una cosa sulla pagina del Supermarket: la gente che scrive aneddoti, tipo “mi avete salvato la vita”. Ti è mai capitato di vedere nascere amori, amicizie, carriere?

Assolutamente sì. L’amore, per quanto possa sembrare un concetto quasi atavico, lì dentro è successo davvero. Ho fatto una marea di matrimoni.

Aspetta, in che senso? Lì si conoscevano o andavi proprio ai matrimoni?

No, no, andavo proprio ai matrimoni. Andavo a suggellare le coppie che si erano conosciute al Supermarket. E tantissime storie sono nate a mia insaputa, molte più di quanto immaginassi. Gente che si è incontrata lì si è innamorata… ed è una cosa bellissima, un lato romantico che va salvaguardato. E dietro ci sono storie pazzesche.

Qual è l’episodio più assurdo che hai vissuto dietro la console? Quello che si può raccontare.

Lasciamo perdere tutta la parte politicamente scorretta…

Ma necessaria, secondo me.

Funzionale, diciamo. Io sono sempre stato un po’ birba, ne ho combinate tante. Sempre sotto l’insegna del divertimento, con un’ironia dissacrante, senza mai sconfinare nella volgarità. Mi sono sempre messo nei panni del cliente: volevo dare motivi per tornare. E per farlo facevo cose assurde, veramente inaudite. Alcune non si possono proprio raccontare.

Ma un episodio assurdo a cui hai assistito?

Uno che mi fa ancora ridere: una signora completamente fuori rotta, avrà avuto 55 anni, che pretendeva di fare sesso immediato con il DJ. Aveva una voce inquietantissima. Allora le ho lanciato addosso una coperta, ho messo la colonna sonora de L’esorcista, un mio amico ha preso una croce e le abbiamo fatto un esorcismo dal vivo, davanti a tutti.

Succedevano anche queste cose. E credo di averla pure filmata. Se avessimo avuto una telecamera fissa su tutto quello che è successo in quegli anni… altro che Jackass.

Da farci un documentario.

Infatti ci stiamo pensando. Anche un libro, perché ci sono situazioni emotivamente fortissime.

Se vuoi te ne racconto una davvero pesante. Un ragazzo stava per buttarsi da un ponte ad Alpignano. Non sto scherzando. Era stato lasciato dalla ragazza, era devastato. Era lì lì per farla finita.

Non so perché, ma gli è passato per la testa di venire da me. E pensa che non era mai venuto al locale. Mai. Gli è arrivato questo flash, è venuto al Supermarket, ha iniziato a frequentarlo… ed è rimasto con noi dieci anni. Mi ha detto chiaramente: “Mi avete salvato la vita”. E come lui, tante persone. Tantissime.

Io però non avevo la consapevolezza di quello che stavamo creando.
Pensavo solo a una cosa: costruire un collettivo, un’aggregazione. Un posto dove la gente stesse bene, si divertisse, comunicasse. Creare agio. Tutto lì. E invece, se ci pensi, è enorme. È quasi come studiare i comportamenti umani. Io sono molto empatico, mi viene naturale osservare le persone.

Forse è anche un bene che tu non ne avessi contezza: magari l’avresti vissuta con più pressione. Forse il fatto di essere rimasto genuino ti ha aiutato.

Sì, esatto. Restare autentico, nel bene e nel male, è sempre stata la mia prerogativa. Ma è una cosa che applico alla mia esistenza in generale, non solo al lavoro. Non sapendo davvero cosa stesse succedendo, ho continuato a fare tutto in modo spontaneo, senza sovrastrutture.

Qual è l’artista o l’ospite che ti ha emozionato di più?

Asia Argento, senza dubbio. La mia “Asietta”. Ho proprio un’ammirazione viscerale, somatica. Mi ha colpito tanto, davvero.

Poi, in generale, con tutti i gruppi e gli artisti che abbiamo ospitato si è sempre creata una grande empatia. Io e la mia socia Barbara (Zagami n.d.r) siamo maniacali del dettaglio: non può mancare niente, mai. Questa cura si sente, e gli artisti la percepiscono.

Ti è mai capitato di “salvare la serata”? Tipo: bordello totale, non è pronto niente… e arrivi tu, eroe nel vento?

(Ride)
Sì, parecchie volte. È successo spesso di arrivare e rimettere insieme tutto al volo. Fa parte del gioco.

Dopo trent’anni riconosci ancora le stesse facce sotto la console? Le stesse persone che tornano?

Io ho dei cali di personalità, ogni tanto vivo in un mondo parallelo… però sì, molte facce restano.
Adesso poi, per le ultime serate, ti puoi immaginare: arriveranno tutti, non si troverà posto.

Ti senti parte della vita delle persone? Oltre a celebrare matrimoni hai anche battezzato figli?

Sì! Ma io non mi rendo mai conto davvero della dimensione con cui sono arrivato agli altri.
Quello che vedo è che quando sono in giro le persone mi fermano, mi dimostrano stima. E per me quella è la cosa più bella. È come se proiettassero su di me i ricordi di un periodo della loro vita, le emozioni che hanno vissuto lì dentro. E pensi: “tanta roba”, no?

Quella col Supermarket è sempre stata una storia d’amore o hai anche pensato di andartene?

È stata continuamente una storia d’amore. Sempre. Certo, ogni tanto ho pensato “e se me ne andassi?”, perché io sono una persona poco gestibile, avrei potuto fare tante altre cose.

Se fossi stato più “arrivista”, magari avrei spinto di più sul mio talento e avrei fatto altro.
Ma non mi pento di niente. Ho sempre seguito la mia idea. E per me è stato funzionale così.

Il locale chiude. Quando l’hai saputo, qual è stato il primo pensiero?

Per me la cosa centrale era salvaguardare la stima e il ricordo delle persone. Che si ricordassero davvero di aver vissuto un contenitore culturale, non solo una discoteca. Noi ci siamo sempre definiti “un’isola felice”. Un posto dove stare bene.

C’è stata rabbia, nostalgia, gratitudine, rassegnazione… o liberazione?

Un po’ tutto. Una sintesi armoniosa di opposti. Sono passato dalla rabbia alla nostalgia, alla gratitudine… inevitabile attraversare tutti quegli stati d’animo.

Avete scritto sui social: “non potevamo più garantire la stessa qualità”. È una frase un po’ criptica.

Dopo il Covid è cambiato tutto. Abbiamo iniziato a fare fatica sul serio. Abbiamo perso i “paesi”.

Cioè?

Gente che arrivava da 20–30 chilometri. Era una colonna portante del locale. Dopo il Covid molte persone hanno cambiato abitudini, sono andate a convivere, hanno paura delle regole… insomma, si è rotto un meccanismo. E poi è cambiato proprio il modo di vivere il clubbing: i ragazzi tra i 28 e i 35 non lo codificano più come luogo aggregativo. Non gliene frega più niente.

Cosa si perderà adesso che chiude un club storico?

Secondo me si creerà un vuoto. La cosa incredibile è stata la reazione: in un giorno abbiamo fatto quasi 300.000 interazioni tra social, messaggi, stampa. Una roba assurda. Mai vista per un club.Io e Barbara eravamo increduli.

Questo potrebbe portare a una riapertura?

No. Portiamo i progetti altrove. Stiamo già facendo cose nuove. Avevamo già aperto un altro spazio, il Bauhaus, e ci hanno proposto altri locali. Per noi la qualità viene prima di tutto.

Come ti immagini l’ultima serata?

Bella domanda. Cercherò di viverla come sempre, come se non fosse “l’ultima”. Magari realizzerò tutto lì, e partirà l’emorragia di lacrime, non lo so. In realtà il filo ombelicale l’ho tagliato già un po’ due anni fa. Dopo il Covid è stata dura, si sono creati buchi economici, scelte non nostre… quindi emotivamente mi sono preparato.

Se dovessi chiudere con un brano, quale sarebbe?

Io e Barbara ci eravamo promessi Sweet Disposition dei The Temper Trap. È sognante, molto bella. Perfetta per salutare. Poi non so se succederà davvero. Vedremo.

Se uno oggi volesse fare il DJ, cosa gli consiglieresti?

Prima di tutto l’empatia. Sembra banale, ma non lo è. Devi saper leggere le persone, fare radiografie emotive di chi hai davanti. Poi la cultura musicale. Conoscere il passato, immaginare il futuro e trovare un punto di coesione tra i due. Reminiscenza e futurismo. Oggi tutti fanno i DJ per moda o trend, ma manca la storicità, la consapevolezza. E un’altra cosa fondamentale: il suono.
Per me è sempre stato un imperativo. L’impianto deve suonare bene, pulito, nitido. Questa cura manca tantissimo. Quante serate senti gracchiare, mix fatti male, pause imbarazzanti tra un pezzo e l’altro… Sono cose che andrebbero studiate seriamente anche da sociologo.

Dopotutto è una forma d’arte.
Sì, sì, assolutamente. E bisognerebbe salvaguardarla.

Ma la nightlife torinese ha ancora un futuro? Esiste una nightlife torinese?

C’è un vuoto pneumatico: grandi eventi ci sono, la musica elettronica è un imperativo a Torino e nascono tante realtà. Non ti so dire con certezza, ma credo che il ripristino della cultura musicale debba necessariamente passare dai posti piccoli. Sono proprio i locali più intimi che custodiscono la microcultura che da lì poi può espandersi. La sperimentazione nasce in questi spazi. È un po’ come tornare indietro, no?

Quindi adesso dove ti trovi, che serate stai facendo?
Sto facendo una serata molto alternativa in un posto da 100 persone: è bello ricominciare da capo, rieducare il pubblico a ballare cose nuove.

Mi hai bruciato l’ultima domanda, quindi dopo il 14 febbraio dove ti troveremo?
Sto facendo serate allo Ziggy, un posticino molto alternativo in via Madama Cristina. Poi ci sarà l’One con il progetto Vision Art, che è un altro “parto” nostro legato all’arte. Facciamo anche delle belle apericene per gente adulta: già il fatto che scelgono di venire lì, e si fidelizzano con quello che succede, è importante.

Ah, ma allora non è proprio un addio-addio, è più un arrivederci su spiagge diverse. Proprio come quelle dell’isola di Serendip, che è sempre lì, solo che oggi si chiama Sri Lanka.

Lori Barozzino

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