Roberto Bolle è pronto ad approdare al Teatro Regio con uno spettacolo corale insieme ai suoi immancabili “Friends” dal 27 al 29 novembre, il “Balletto di Caravaggio”. La mostra “Caravaggio 2025”, che si è chiusa a Palazzo Barberini, a Roma, e che ha conquistato 450 mila persone, ha affascinato anche Roberto Bolle, che a marzo ha deciso di passare una notte immerso in quei 24 capolavori al fine di realizzare la coreografia dei suoi sogni, “Caravaggio”, che i seguito è andato in onda sui Rai 1 il 26 marzo scorso.
Luci ed ombre, corpi svelati e sensuali: il mondo di Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio, ispira i coreografi per la sua opera e biografia irrequieta. Sono loro gli artisti che, come il pittore, sanno lavorare sulla plastica della muscolatura umana, esaltata dall’uso scenografico della luce. Il pittore de “Il fanciullo con il canestro”, e di quello morso da un ramarro, di Bacco e della Maddalena penitente, dei musici, di Giuditta e Euroferne, del David con la testa di Golia, di Amor vincit Omnia, che nacque a Milano e non nel Marchesato di Caravaggio, attivato della corrente naturalistica, precursore del Barocco e maestro dell’uso drammatico del chiaroscuro, ha ispirato a Mauro Bigonzetti, coreografo italiano neo-postclassico, un balletto nel nome di Caravaggio, più conturbante, creato nel 2008 per le qualità della star ucraina Vladimir Malakov, allora alla testa della Statsoper Berlin. Chi ha amato, con Roberto Bolle e Melissa Hamilton, il duo da questo Caravaggio nel galà “Bolle and Frineds” del gennaio scorso, sempre al Teatro Regio, ne amerà anche l’estensione a serata intera, che il nostro ballerino icona produce per sé e per il gruppo scelto che darà vita a una danza scultorea, fra luci, ombre e corpi che si ispirano a Michelangelo Merisi. Saranno due ore di danza accompagnate dalle musiche di Claudio Monteverdi e orchestrale da Bruno Moretti. Il Light Design è di Carlo Cerri, in dialogo con i costumi pelle di Lois Swandale e Kristopher Milar. La produzione è di Artedanza.
Spettacoli: Giovedì 27 novembre – ore 20 / venerdì 28 novembre – ore 20 / sabato 29 novembre – ore 14.30 e ore 20.
Teatro Regio – Piazza Castello 215, Torino
Mara Martellotta
Emanuela Rossi – per anni giornalista freelance, da alcuni anni dietro la macchina da presa, una dei registi di “Non uccidere” per Rai 3, il suo “Buio” (2017) è stato selezionato per tanti festival del mondo, “Eva” è il suo secondo lungometraggio e secondo titolo in concorso per l’Italia al 43° TFF – confessa di alimentare il suo cinema con la somma di tanti generi, “dal dramma familiare, al thriller allo sci-fi, perché è impossibile raccontare il nostro tempo e la sua complessità senza prendere in prestito dai vari generi cinematografici i frammenti di stile e di contenuti più efficaci per raccontare ciò che ci serve.” Qui abbraccia Eva (la sceneggiatura è stata scritta con Stella di Tocco) come Eva abbraccia gli alberi che incontra per strada o nei campi immensi, le appiccica un aureola di santa, quella che nei calendari ancora non trovi, lei che è anche donna misteriosa e maga, incendiaria, appartata dalla società e protettrice di un passato a noi incomprensibile, solitaria e malata di un qualcosa che un giorno nella sua mente ha avuto un’ombra di buio. Lei che coltiva una missione, salvare i bambini del mondo, tutti? per ora quelli che incontra sulla sua strada, sulle rive di un lago o in una cava abbandonata o nelle vicinanze del mare; lei che coltiva la vita reale e l’immaginifico, la fede e la pace, e una miriade di sogni sconnessi, forse quelli che stiamo incontrando alle tante proiezione della giornata. Sembrano essere sempre più la cifra di questo festival. Spera d’inventarsi una nuova esistenza, nell’affetto di Nicola e di suo padre Giacomo, di professione apicultore, ma finisce col ritrovarsi soltanto al tavolo di un ispettore di polizia che le chiede conto di quel gruppo di ragazzini che si continua a non trovare. Recita la sinossi distribuita: “Intanto in Cina una donna è esasperata perché la sua figlioletta è malata” e del parallelo lo spettatore tocca con mano due brevissimi inserti, allucinati, difficilmente accettabili, veloci. Da noi come là: si, ma e poi? Tutto rimane inevitabilmente nel surreale e nell’assurdo, nel trasporto continuo del tempo, nell’inspiegabile anche se si va a scomodare, come fa la regista, le parole “ribellione” e “dolore devastante”, tutto rimane sospeso nel tempo, oltre quella comprensione verso un comportamento che cerchiamo di costruirci. Tutto rimane più che altro un esercizio a tavolino, con la speranza vana che il pubblico delle sale s’imbarchi verso una simile impresa. La fotografia, bellissima e confortante, è di Luca Bigazzi.
La prima parola che ascoltiamo in “Cinema Jazireh” della regista turca Gödze Kural è “speranza”. “Cinema” è il racconto che la regista trae da altri racconti, da esperienze vissute, li ha ascoltati nelle case di Kabul e in giro per il paese, racconti di paura e di coraggio. La protagonista è Leila, ha assistito nell’Afganistan che sottostà al regime dei talebani e alla legge della Sharia al massacro della sua famiglia, adesso l’unico scopo per lei è ritrovare il figlio di sette anni misteriosamente scomparso. In un paese in cui è una condanna essere donna, in cui la scuola e il canto sono negati, in cui non andare accompagnata da un uomo può voler dire decisione percosse e di morte, Leila decide di camuffarsi e fingersi uomo, di vestire abiti maschili, di avventurarsi attraverso il deserto e i piccoli paesi con quei travestimenti: sarà nel vecchio cinema abbandonato che incontrerà Azid, anche lui un ragazzo rapito e costretto alla prostituzione, ancora un essere umano in altro modo ridotto al silenzio e privato della libertà: la decisione di mettere in salvo altre persone, il coraggio e l’amore di madre la spingeranno a chiedersi della possibilità di un domani, se sia giusto sperare di continuare a vivere. Ritratto di una donna forte, di una terra e di un popolo, di una realtà che forse abbiamo già dimenticato, in un film che mostra a volte segni di stanchezza e di eccessiva linearità ma che s’apprezza per il gradino un po’ più alto su cui si pone rispetto a tanti colleghi.
Di sogni più semplici ma altrettanto pericolosi vive la giovane protagonista di “Slanted”, opera prima dell’australiana Amy Wang (batte però bandiera statunitense). Joan è arrivata dalla Cina negli States quand’era piccola, con il nome di Qiqi, oggi adolescente – cresciuta ed educata da una coppia di genitori che vorrebbero ben salvaguardati i principi della vecchia patria – fatica a confrontarsi con i compagni del suo corso a scuola, a farsi accettare. Figuriamoci poi se si è messa in testa di diventare la reginetta del ballo della scuola (con il King di turno al seguito, strafico e parecchio ricercato), i lineamenti troppo asiatici la eliminerebbero dallo sperato successo, è necessario entrare nelle grazie della influencer di turno e rendersi bella e bionda e desiderabile grazie a un intervento chirurgico di alta (o più o meno bassa) sperimentazione per “sembrare” bianca, pur d’ottenere accettazione e corona sulla fronte. Ma il taumaturgo non è proprio dei migliori e, come una nipotina di Meryl Streep in “La morte ti fa bella”, tutto il mascherone facciale comincia a prendere delle brutte pieghe. Tra reginette di bellezza e social, tra sfide e nuove filosofie di vita, nel disegno esatto di una gioventù che mai come nella nostra epoca è andata dietro alle più stupide apparenze, Wang tratteggia un ritrattino corrosivo e incendiario, colpisce al segno, espone e lascia allo spettatore il tempo di pensare, con la piena volontà di rimanere quello che siamo.
“Diya” arriva dal Ciad, è il primo lungometraggio di Achille Ronaimou, è ambientato in una località in cui continuano a essere ben radicati gli opposti che presero vita dopo la guerra del 1979, quando i cristiani del sud si opposero ai musulmani del nord, è la legge del taglione, è l’usanza antica dell’occhio per occhio. Dane è un autista per conto di una ONG, tutti i giorni s’immerge nel traffico per portare aiuti, conduce una felice esistenza accanto alla moglie incinta: fino a che una distrazione, una chiamata al cellulare durante il lavoro e un viaggio, un bambino che attraversa la strada davanti a lui. Il ragazzino muore e i parenti reclamano un risarcimento, cospicuo e nel giro di un paio di settimane. Dane, per saldare il debito, dovrà affrontare il deserto e nuovi villaggi, verità che non conosceva. Racconto di ampio respiro e autentico, assolato e caotico, carico di tinte gialle e soprattutto d’odio e di tradimenti in cui camuffarsi, il (quasi) eroe intrappolato dentro a ingranaggi più forti di lui e inspiegabili, come tanto cinema ci ha mostrato, all’interno di un’intelaiatura che non prevede grosse sorprese ma che si lascia guardare con qualche piacere. Dispiace invece che un attore del calibro di Al Pacino sia rimasto invischiato nelle maglie di “Billy Knight” del giovane regista americano Alec Griffen Roth, che il cinema dovrebbe averlo nel sangue e succhiato sin da giovanissimo se, ci informano le cronache, il padre è lo sceneggiatore Eric Roth e la madre la produttrice Debra Greenfield, con fratelli al seguito. Qui è al suo primo lungometraggio e in tutta sincerità – glielo chiedeva anche il direttore Base presentandolo al pubblico – si fatica a credere che il ragazzo abbia avuto dalla sua l’insuperato attore, anche qui di vulcanico ed eccezionale peso. Un’isola a sé. Perché la storia – leggi: sceneggiatura – è di una semplicità sconcertante, l’andamento quanto mai debole, aggirandoci noi in quell’area “cinema sul cinema” che ha sfornato capolavori (e lasciamo anche solo per un attimo il venerato Fellini – e tralasciamo pure che il regista si ostini a definire la sua opera “un omaggio al cinema, un racconto sospeso tra realtà e immaginazione”) come il non troppo lontano Spielberg dell’autobiografico “Fabelmans”, etcetera etcetera. Perché qui si parla di un Alex che alla morte del padre scopre una scatola piena di sceneggiature, incompiute e tutto lascia credere mai proposte, neppure nella speranza di, e un fazzoletto con ricamato sopra un nome, Billy Knight: gli verrà voglia di volarsene a Hollywood dietro la spinta del “chi era costui?”, deciso a scoprire chi in passato si sia nascosto dietro a quel nome. A noi, di andare a cercare i pochi o tanti rimandi cinematografici sparpagliati nella storia, non è proprio venuto voglia: e non chiediamo nemmeno scusa.
Elio Rabbione
Nelle immagini, scene da “Billy Knight” del regista americano Alec Griffen Roth, “Eva” di Emanuela Rossi in concorso per l’Italia, il turco/iraniano “Cinema Jazireh”, “Slanted” (USA).
All’interno della rassegna di musica da camera Officina, nel corso della quale giovani musicisti di talento animano fino a dicembre il palcoscenico di Cascina Roccafranca, si prosegue con un nuovo concerto venerdì 28 novembre, alle 17.
Il programma della rassegna intreccia classico, contemporaneo e jazz, con un’attenzione particolare alla nuova musica: ogni concerto include infatti una prima assoluta, commissionata a otto compositori emergenti provenienti dal Conservatorio Giovan Battista Martini di Bologna.
Il 28 novembre, alle 17, nella Caffetteria Andirivieni di Cascina Roccafranca sarà nuovamente protagonista il gruppo Scatola Luminosa, formato da Riccardo Conti al vibrafono, Enrico Degani alla chitarra elettrica, Dario Bruna alla batteria e Federico Marchesano al basso elettrico e agli arrangiamenti.
Il gruppo proporrà “Experiment in Terror” di Henry Mancini, “Freshly Squeezed” di Angelo Badalamenti, “En y regardant à deux fois da Pièces froides: II Danses de travers” di Erik Satie, “Surf Rider” di Nokie Edwards, “Il jockey della morte” di Andrea Valle, “Wipe Out” di Bob Berryhill, Pat Connolly, Jim Fuller, Ron Wilson, “Three Wishes” di Ornette Coleman, “Street Adventure” di Riccardo Conti, “Blu, Oro, Argento e Bianco” di Francesco Mo, ai quali si aggiunge “Nuage” di Chiara Todeschi, una commissione OFT in prima esecuzione assoluta.
Cantautrice, compositrice e produttrice musicale, Todeschi descrive così il suo brano: “Nuage è il fotogramma evanescente di un fenomeno transitorio quale la formazione delle nuvole e vuole trasportare l’ascoltatore in una dimensione sospesa e ambivalente”.
Cascina Roccafranca – via Edoardo Rubino 45, Torino
Telefono: 011 01136250
Mara Martellotta
Guardando tra i film in corsa per i premi finali
Primi giorni di TFF. Una decina di titoli del concorso già alle spalle. Siamo passati indenni in mezzo ad alcuni insulsi, qualcuno dalle troppe pretese, altri inconcludenti, tra le varie cinematografie che ci arrivano da mezzo mondo. Ancora non un panorama – sarà sempre impossibile farlo – di come vada il mondo, del cinema e quello reale, tra desideri di rivoluzioni e bambine cattive che girano per bordelli alla ricerca dei soldi che possano salvare da una maledizione, tra la delinquenza che è al continuo bisogno di denaro facile e che tiene a bada autisti costretti ogni notte a trasportare ragazze, tra illusioni che si disperdono per le strade difficili di qualsiasi età, tra le colpe del destino che possono scombussolare la vita di chiunque, a qualsiasi latitudine: c’è la consapevolezza dell’errore, c’è l’obbligo a campare, a trascinare la propria esistenza e quella degli altri, c’è il grande pianeta del sogno, che pare accogliere tutti, una fuga o un viaggio lontano, da soli o con gli amici, non importa dove, c’è la continua lotta, personale, tra la legge scritta e quella immaginata. C’è un titolo che sinora robustamente convince, arriva dall’Estonia, s’intitola “Mo Papa” e a dirigerlo è una giovane regista, Eeva Mägi, non ancora quarantenne, due anni fa ha dato vita a “Mo Mamma” vincendo numerosi premi, tra cui quello della Fondazione estone come miglior giovane regista. La storia che presenta al TFF è il suo secondo lungometraggio. Chissà se la rivedremo.
Non ancora trentenne, Eugen, che esce di prigione dopo aver scontato dieci anni per la morte accidentale del fratello minore (una tragedia in seguito alla quale la madre è morta suicida), fatica a rimettersi fra la gente e dentro la città. Suo padre, per lui un estraneo colpevole d’averlo abbandonato con il fratello e fatto crescere in un orfanotrofio, oggi ripara orologi, chiuso in quel negozio che è laboratorio e casa (ne esce soltanto per inserirsi nel coro della chiesa, che è tutta luci e gente composta e belle voci), con nessuna volontà di riprendere un misero straccio di rapporto (nel suo cellulare, al suono sotto la voce Eugen, s’inserisce una segreteria che offre le situazioni delle temperature dell’intero paese); poi due amici, Stina e Riko, che non se la passano bene di certo, nella mente e nel corpo. La neve e il mare ghiacciato, le corse in tram, i lavori saltuari necessari a sopravvivere, il timido tentativo a formare una coppia, un gruppo di balordi che lo vorrebbero spingere a rimettersi nel buio di prima, fuggire da tutto e sognare il sole del Brasile: ma ogni cosa è un tentativo, una solitudine, il rapporto principale si sfalda ancor prima d’iniziare, è autodistruzione, è la grande solitudine la notte di capodanno, tra i fuochi d’artificio. E dopo che sarà? I primi silenziosi quindici minuti, le riflessioni, i pochi dialoghi (ma non costruiti sul precipizio del vuoto, come in questi giorni già s’è visto), gli affetti e le urla, la forza del corpo come liberazione, le piccole ribellioni, tutto esce dalla macchina da presa (e dalla scrittura, prima) di Eeva Mägi con grande intelligenza e umanissima partecipazione, cogliendo il trauma e i particolari, i comportamenti, le intenzioni e i deboli risultati, tutto ricavato da esperienze di persone conosciute: “Questo film è per loro. È grezzo, non rifinito, ma profondamente umano: non l’ho fatto in modo meticoloso, ma collaborando in modo autentico con altre persone e condividendo una fede profonda.” Istintivo, urgente, libero, come il suo cinema, che “non ha bisogno di grandi budget o anni di perfezionismo”, io direi anche autenticamente sincero.
E poi? In coproduzione Argentina/Perù, Luciana Piantanida, arrivata anche lei al suo secondo lungometraggio, in 69’ rabbercia la storia di Marlene che si prende cura di una vecchia signora e che trova il tempo, in special modo nelle ore notturne, di girovagare per la città a indagare sulla fine di una vecchia amica con cui da giorni non riesce a mettersi in contatto. La scomparsa parrebbe condurre al macrocosmo delle tante nazionalità, al mondo del lavoro notturno, dei lavori sottopagati, sino a incontrare altre donne che hanno sviluppato dei superpoteri. Si vorrebbe parlare di rapporti tra datori di lavori e badanti, della vecchiaia e della morte, di valori extrasensoriali che arrivano inattesi e anche un po’ ridicoli, il film nella volontà di Piantanida aspirerebbe a essere un poliziesco “ma non ha poliziotti”, o “a suo modo fantastico”, salvo poi correre nel sociale, rivendicando la volontà “di affrontare un tema sociale da una prospettiva il più possibile umana”. Uscire dalla sala e sentirsi colpevole di non aver saputo afferrare da che parte ci volesse portare la regista. Da nessuna?
Fantasiosa anche la ragazzina di dieci anni che – il film ha doppia bandiera slovena e croata – è convinta di poter impedire la morte della nonna entrando nel coro della scuola (che non sia, il coro, un punto di rifugio privilegiato di questi tempi?), padre zoticone e mamma che fa le valige per andare a sentire i propri desideri da altre parti, le compagne di scuola che non sono certo delle beatitudini per tutti i giorni e le insegnanti che tracannano o menano ceffoni. Il film è firmato dalla trentenne o poco più Ester Ivakič, di Nova Gorica, laurea e ulteriori studi e menzioni a rassicurazione nostra, il titolo chilometrico (alla Wertmüller, per intenderci) “Ida che cantava così male che persino i morti si sono alzati e si sono uniti a lei nel canto”: puff! Una solitudine infantile attraverso cui “raccontare quello spazio che si crea tra la leggerezza della vita quotidiana e la presenza silenziosa e dolorosa di una perdita inevitabile”: nulla da ridire sul solito rifugio che da qualche parte dobbiamo pur trovare, questa volta “nell’immaginazione, nel gioco, nella solitudine”, alla ricerca di quella sicurezza che sembra essere negata. Ma come sempre quella ricerca va “riempita”, di azioni, di pensieri, di suggestioni, di dialoghi che lascino all’interno del racconto qualche segno, non lasciata alla troppa discrezione o all’incapacità magari di produrre una affascinante compiutezza.
Nella nostra personale e quotidiana bulimia, ancora eterni temi di ieri e di oggi si rimpallano all’interno di “La anatomìa de los caballos” (produzione Perù/Spagna, lungometraggio d’esordio del peruviano Daniel Vidal Toche. La storia del rivoluzionario Angel, immaginario (?) personaggio del XVIII secolo, che sconfitto dai nemici, si rifugia nel villaggio natale per ritrovarsi proiettato nei monti andini della nostra epoca, brulli e inaccoglienti: accidente misterioso provocato da un meteorite che, cadendo in quei luogo, ha creato un varco tra le due diverse epoche. Per lui, tra lo scalpitìo dei cavalli e il rumore di una locomotiva, ci sarà l’incontro con Eustaquia, che è alla ricerca della gemella scomparsa durante la lotta contro una compagnia mineraria: un incontro che li porta a un’unica domanda: qual è il senso della rivoluzione, oggi, contro cosa e per chi dobbiamo combattere? Potere e prevaricazione hanno colpito e continuano a perseguitare sempre le medesime persone ma vale continuare a combattere. “In Perù, come in tutta l’America Latina, ci sembra di ricominciare sempre dallo stesso punto, intrappolati in un ciclo che non si spezza”, sottolinea il regista: porta avanti le proprie rivendicazione lucidamente, e con mestizia, in certi momenti pare di tornare alle enunciazioni degli attori di Pasolini, ma il tutto, con il frazionamento delle azioni e con il posizionare la macchina da presa in modo inamovibile, dove l’azione si fissa con un sapore primitivo, non giocando di montaggio, si fa fermo e lento, quasi senz’anima, un interessante libro da leggere di cui a fatica si raggiungono le ultime pagine.
Elio Rabbione
Nelle immagini: scene da “Mo Papa” di Eeva Mägi (Estonia), “Ida che cantava…” diretto da Ester Ivakič e “La anatomia de los caballos” di Daniel Vidal Toche.
Ultima esclusiva italiana per la commedia firmata dagli autori francesi del fortunato “Cena tra amici”
Venerdì 28 novembre alle 21 allo Spazio Kairos, in via Mottalciata 7 a Torino, la compagnia Onda Larsen mette in scena “Cena d’addio”. Si tratta di un testo scritto da Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte, gli autori del fortunato “Le prenom”, conosciuto in Italia come “Cena tra amici”, che ha riscosso successo sia in teatro sia al cinema.
La compagnia torinese ha avuto il testo in esclusiva per l’Italia fino alla fine di novembre 2025: questa è, dunque, l’ultimissima replica per questa fortunata commedia.
Lo spettacolo
Una giovane coppia, Pierre e Clotilde, si rendono conto di passare troppo del loro tempo a fare cose che non sceglierebbero di fare, ma soprattutto a vedere e frequentare persone che, oggi come oggi, non sceglierebbero più di frequentare. E così decidono di darci un taglio: per ognuna delle persone che vogliono lasciare fuori dalle loro vite organizzeranno una “Cena d’addio” per salutare degnamente gli ex amici e lasciare in loro un buon ricordo.
Il loro progetto inizia invitando a cena una coppia di vecchi amici a cui però si presenta solo Antoine e le cose non vanno esattamente come i due avevano immaginato, prendendo una piega a tragicomica, a tratti assurda, paradossale e sicuramente esilarante.
Un testo divertente che sa fotografare le coppie e la realtà
Nella società contemporanea la vita spesso si riduce a una serie di impegni da organizzare. Per una coppia borghese il lavoro, l’educazione dei figli, il tempo libero e l’amicizia diventano una concatenazione di appuntamenti da programmare, tutti sullo stesso piano, nell’illusione di avere così un controllo sulle proprie vite apparentemente serene. Proprio per questo frequentare delle amicizie ormai stantie e inutili diventa una perdita di tempo che potrebbe essere dedicato ad altre attività, ma come fare per sbarazzarsi di un amico senza fare cattiva figura? Il miglior modo è organizzare una cena d’addio, una sorta di festa funebre in onore di una ignara coppia di amici che verrà invitata e onorata con tutti i crismi prima di non essere mai più contattata. Questo è il piano di Pierre e Clotilde, una coppia apparentemente solida e comune, senza grossi problemi a parte piccole incomprensioni sotterranee, per sbarazzarsi di Antoine e Beatrice, vecchi amici di estrazione new age e radical chic, in una serata che sarà rivelatrice di sorprese e verità sotterranee. Il salotto piccolo borghese diventa perciò un ring in cui si scontrano tre personaggi, con la moglie di Antoine che aleggia soltanto evocata, in cui più volte i ruoli si ribaltano, i rapporti di forza cambiano, le apparenti differenze si appianano più del previsto, nessuno conosce se stesso e gli altri quanto credeva, l’apparente moralità si trasfigura in amoralità diffusa, e si fatica a capire per chi parteggiare e dove stia la verità.
PERCHE’ “UNA CENA D’ADDIO”, a cura di Onda Larsen
«Abbiamo scelto “Una cena d’addio” perché, come spesso avviene con le commedie francesi, questo spettacolo ha la capacità di saper divertire e apparire leggero, per poi infiltrarsi nelle nostre contraddizioni anche con crudeltà.
Questa commedia è uno specchio: quello che vediamo sulla scena siamo noi, è il nostro mondo che si sgretola, è il nostro individualismo così politicamente corretto che si scontra violentemente con la realtà, con l’umanità, è la nostra natura tragicomica per eccellenza.
In un mondo che sempre di più vive i rapporti umani a seconda della loro utilità e che considera un valore la saturazione selvaggia del proprio tempo, riempiendolo di tutto ciò che “sviluppa” il nostro lavoro, il nostro benessere, la nostra conoscenza, non resta spazio per contemplare, pensare, annoiarsi e conoscersi davvero.
“Una cena d’addio è come un incrocio fra un vaudeville contemporaneo e un dramma d’interno, in cui intervengono gli artifici teatrali come il travestimento, il gioco di parole, la brillantezza dei dialoghi, al servizio di un incontro-scontro di caratteri. La sfida è riuscire a dipanare tutti i fili che partono da uno spunto di partenza semplice ed efficace per riannodarli insieme in una commedia drammatica, a tratti feroce, a tratti giocosa, spesso francamente comica, unendoli in un ordito di divertimento, emozione e riflessione al tempo stesso».
LO SPETTACOLO
di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte
con Lia Tomatis, Riccardo De Leo, Gianluca Guastella
regia Andrea Borini
Lo spettacolo fa parte della rassegna organizzata da Onda Larsen, compagnia teatrale torinese che, dal 2008, produce spettacoli, organizza rassegne e “(per)corsi di teatro” per grandi e piccini, con il sostegno di Fondazione Crt sviluppo e risorse ed Eppela. Partner dell’iniziativa sono Arci Torino, Torino Fringe Festival, C.ar.pe e Taffo.
Informazioni: 3514607575 (anche whatsapp), biglietteria@ondalarsen.org, www.ondalarsen.org.
Ingresso riservato ai soci Arci: se ci si tessera in loco, il biglietto del primo spettacolo è a 6 euro.
Spazio Kairos apre un’ora prima degli spettacoli. I biglietti si possono comprare online su www.ticket.it.
Intero: 12 euro. Ridotto (universitari, over 65, TAT, CRAL, carta giovani, abitanti circoscrizione 6, AIACE): 10 euro. Under 18 e persone con disabilità: 8 euro. Ridotto Comitiva (acquisto minimo di 6 biglietti per la stessa serata: 48 euro. Abbonamento “Onda” con 4 spettacoli a scelta: 32 euro.
Il prossimo concerto

In occasione della giornata contro la violenza sulle donne, la Compagnia Teatrale Elefthería porta in scena l’intenso dramma 27 vagoni di cotone di Tennessee Williams. Appuntamento il 25 novembre 2025 alle 20.45 al Teatro San Barnaba, con la regia di Claudio Destino e Federica Tucci.
Nel cuore del Deep South, tra campi di cotone e un’aria che sa ancora di piantagioni, prende forma la vicenda di Flora, giovane donna inchiodata a un matrimonio che la annienta. Il marito, Mr. Meighan, cotoniere in declino, è un uomo burbero, violento, frustrato: la svalutazione costante che riserva alla moglie si traduce in una quotidianità asfissiante, dove lei sopravvive aggrappandosi a brandelli di attenzioni tanto fugaci quanto ambigui.
L’equilibrio, già precario, si spezza quando Jake Meighan medita di rovinare il vicino Vicarro, affarista duro e cinico, incendiandogli la sgranatrice pur di accaparrarsi il lavoro sui suoi ventisette vagoni di cotone. Nel baratto perverso che ne consegue, a essere messa sul piatto è la stessa Flora: offerta come moneta di scambio in un duello di potere tra uomini.
Williams attraversa questo triangolo soffocante con la sua consueta lucidità. Flora è una donna ridotta all’infanzia, privata di voce e autonomia; Jake è il padrone che esercita controllo per sopravvivere alla propria insignificanza; Vicarro utilizza il potere economico come un’arma. Il corpo di Flora diventa il terreno di scontro tra mascolinità ferite, specchio di una cultura che non concede alla donna lo status di soggetto, ma la relega a spazio da occupare.
Il testo, articolato in tre quadri, racchiude molti dei nuclei drammaturgici tipici di Williams: solitudine, frustrazione, desideri soffocati, personaggi che si consumano dentro un’esistenza che non riescono a modificare. Il mondo che ne esce è quello di anime arrendevoli, intrappolate in una rassegnazione che suona più tragica della violenza stessa.
Sul palco, a dare corpo a questo intreccio teso e crudele, saranno Maryam Ainane, Giorgio Cavalieri e Claudio Destino. Musiche e luci sono curate da Marcello Coco, chiamato a delineare l’atmosfera sensoriale del Sud profondo, tra buio, calore e oppressione.
Info e prenotazioni
12 € intero – 10 € ridotto (under 26, over 65)
eleftheria.teatro@gmail.com
WhatsApp/SMS: +39 340 789 6306
Lori Barozzino
Sul palcoscenico del Teatro Erba, per l’occasione sapientemente trasformato nell’ambiente di un monastero salernitano grazie a un semplice ed efficace gioco di luci e ombre, che segna anche lo spostarsi, in continui balzi spazio temporali, nei luoghi della memoria, dei ricordi e di quel fil rouge che lega indissolubilmente il passato al presente, è andato in scena lo spettacolo “Croce senza cuore”, per la regia di Pietro Bontempo. Miriam Mesturino e Barbara Cinquatti, rispettivamente nei ruoli di Trotula de Ruggiero, dottoressa mitica della celebre scuola medica di Salerno, e della nobildonna Ermelinda, amica di vecchia data di Trotula e ormai radicata nei valori e nella cultura del monastero che abita, sono protagoniste magistrali di un intenso e intimo dialogo che sfocia nello scontro umanistico tra lo spirito della conoscenza e lo spirito conservatore, tra la curiosità verso la luce e la necessità del buio, sempre con Dio sullo sfondo, affacciato alle finestre del cielo.
Un’indagine dai toni polizieschi che diventa, nel tempo della vicenda, intima e filosofica: un’indagine nell’indagine sul rapporto con Dio, nel paradossale contesto in cui la scienza di Trotula sembra essere la sola ad affidarsi ai doni divini, rappresentati dai rimedi naturali con cui si prende cura dell’altrui sofferenza, fisica e spirituale, lasciando a Ermelinda il compito di esprimere tutto il torbido che ammanta il conservatorismo religioso quando diventa nascondiglio di nefandezze e immorale tornaconto.
Domina, nella pièce, il tema del ruolo della donna, delle pesanti catene che erano recinti e tradizioni della società nell’Alto Medioevo e di cui, sfortunatamente, arriva l’eco nel nostro presente. Il vestito rosso indossato da Miriam Mesturino/Trotula sembra un inno alla libertà che si contrappone alla violenza e all’oscurantismo, simbolo di sangue cristiano che lenisce il dolore e sacrificio sull’altare della conoscenza, di quella passione che relega alla solitudine il suo portatore, in quanto soggetto estraneo, non conforme a una società che sembra riconoscersi nel bianco austero di una falsa divisa indossata dalla bravissima e intensa Barbara Cinquatti/Ermelinda.
L’interpretazione di Miriam Mesturino evidenzia quanto siano non casuali le ricorrenti caratteristiche del “diverso” nei personaggi della storia, della letteratura e dello spettacolo che abbiamo amato di più: dai più grandi pensatori,filosofi e scienziati all’eccentricità degli investigatori nati dall’immaginazione di Agatha Christie, Simenon e Conan Doyle, dal geniale e solitario Dr. House della nota serie televisiva ai concetti di “spirito” e “oltreuomo” rappresentati dal Capitano Nemo e Achab, i grandi protagonisti di “20 mila leghe sotto i mari” e “Moby Dick”. Tutti accomunati da quella scintilla che li rende liberi, diversi e potenzialmente pericolosi agli occhi della massa, “piccoli fiori di campo che non hanno urgenza di morire” nel corpo fragile e bellissimo di una rosa.
Lo spettacolo sarà replicato domenica 23 novembre alle ore 16, presso il Teatro Erba di Torino.
Gian Giacomo Della Porta
Coltivare il sogno del cinema
Continuano le proposte del 43° TFF
Strano caos di vita quello coltivato da Annapurna Sriram, cresciuta a Nashville, città cara a Robert Altman, adolescenza ribelle e un periodo di riformatorio, poi (“anni di lotta come attrice di un’accademia di New York”) laurea in recitazione presso una Universy del New Jersey, sempre a coltivare un sogno, a mescolare la realtà con qualcosa di superava la realtà: “Anch’io aspettavo l’occasione per interpretare la sgualdrina sentimentale in un film cult kitsch, ma quel ruolo sempre sognato non è mai arrivato. In quanto attrice di razza mista, è stato difficile costruire una carriera al di fuori degli stereotipi razziali e dei cliché del cinema.” Se altri non l’avessero aiutata, si sarebbe data da fare da sola. Così è nato “Fucktoys” che aspettava nel cassetto dal 2017, buttato fragorosamente sullo schermo, tra tonalità crude e colori pastello allo stesso tempo. Nel bel mezzo di un isolotto adagiato sull’acqua, AP viene a sapere da una chiromante, con la pretesa di un bel mucchio di quattrini e il sacrificio di un agnellino per liberarla, che una maledizione pesa su di lei. Quei quattrini non li ha e intende recuperarli con il mestiere più vecchio del mondo, semplice semplice, nel ventre oscuro di Trashtown. Inizia così quello che viene definito un “viaggio pop”, tra l’assurdo e il grottesco, dove è facile prevedere una sequenza abbastanza ricca di situazioni e di umani fenomeni, lo spettatore voyeur è accontentato. Veniamo avvertiti: “Una commedia nerissima che esplora l’intimità della donna e affronta temi come lo sfruttamento e la lotta di classe, tra paesaggi industriali e cieli color zucchero filato.” “Fucktoys”, lontani da un giudizio moralistico, è un film folle, squinternato, che non si muove dal percorso obbligato sesso-droga, che non rende un gran servizio all’altra metà del cielo, che si sogna ideali eccelsi ma che è pronto a far botteghino rasentando il porno. Non saranno i tanti incontri con svariati particolari e annessi e connessi, il ridicolo che più volte serpeggia, fanno incazzare quei 106’ spacciati per cinema (e accolti in un festival, ma si sa la scelta e la libertà d’espressione continuano a rimanere libere) che arriveranno sempre a “esporre” senza mai affrontare un giudizio, elaborare un panorama che sappia “costruire”. Una risata e uno sberleffo non portano a nulla.
S’aggira pure Fabrizio Benvenuto – laurea, primo cortometraggio dieci anni fa, una menzione speciale ai Nastri d’Argento, serie televisive, oggi al suo primo lungometraggio – dalle parti del sogno cinematografico, delle scritture per un attore che tardano ad arrivare, per le sceneggiature e le regie che non sembrano mai trovare la strada giusta. Quel sogno ce lo descrive con “Il protagonista” e lo fa decisamente assai meglio della collega americana. Esplicito, sincero, dolorante d’anticamera: “Questo film nasce dal desiderio profondo di creare un’opera che possa essere un compagno di viaggio per chiunque stia inseguendo un sogno. E inseguendolo smarrisce la scintilla primordiale che lo aveva fatto nascere.” Non sono recriminazioni, non è nemmeno colpa del sistema cinema, il film “si limita a mostrare con autenticità surreale la vita di chi ha bisogno di filtrare le proprie emozioni attraverso un mezzo, una maschera, qualcos’altro di diverso da noi.” Per cui, tenendo fino a un certo punto ben salde le redini di un odierno pirandellismo, il “protagonista” Giancarlo Mangiapane, trentenne, alle spalle qualche pubblicità, un caffè da reclamizzare, nessun colpo grosso che mostri la sua faccia al pubblico delle sale, prende a recitare nella vita di tutti i giorni, a Roma, tra via del Corso e il colonnato di San Pietro. Ma l’occasione a riempire il vuoto di una vita arriva, glielo assicura il suo agente (una sbruffonata di Adriano Giannini), stanno cercando per “Clochard” un attore che rivesta il ruolo di Gustavo Noradin, campione di tip tap degli anni Cinquanta ma caduto in disgrazia per le sue dipendenze da alcol e donne. La faccia, le inflessioni venete, le movenze, tutto pare andare a posto a poco a poco, Giancarlo supera anche le raffinate pretese di una casting director, sembra fatta. L’immedesimazione si fa totale e il ragazzo andrà a mescolarsi tra i tanti derelitti che occupano i marciapiedi, tra la richiesta di una sigaretta e un goccio dalla bottiglia. Umano, arricchito di piccoli episodi che lo sanno costruire con intelligenza e con estrema sincerità (per la volontà di attore Pierluigi Gigante, sotto la azzeccata ombra di Fregoli, e regista/sceneggiatore di mettersi veramente in gioco), realissimo ma anch’esso capace di inserire note surreali di tutt’altro sapore, “Il protagonista” appare sincero nella ricerca di una identità e di un successo.
Arriva lo Spike Lee già presentato a Cannes, bella chicca del direttore Base, “Highest 2 Lowest”, ed è grande cinema, quello di un vero maestro qui in forma perfetta che sa attingere alla fonte di “Anatomia di un rapimento” di Kurosawa, che sa raccontare (ancora il riscatto di un figlio, ma con complicazioni, nel mondo dorato e apparentemente tranquillo di un magnate discografico, con fanalino di coda rassicurante: siamo dalle parti del più adrenalinico “Ransom” con Mel Gibson, là con una ricca compagnia aerea privata ) e svolgere l’intera vicenda con un ordine raffinato e scene madri che non guastano – David King è deciso a riconquistare la maggioranza delle azioni della sua etichetta per riassumerne il completo controllo proprio nel giorno in cui riceve una telefonata anonima che renderà difficili le sue decisioni -, che guarda con partecipazione al dilemma morale che già alla metà del film si pone, con una ambientazione da capogiro (i Basquiat appesi alle pareti dell’appartamento megalussuoso del protagonista Denzel Washington farebbero girare la testa a chiunque, le scene sono di Mark Friedberg), con l’apporto d’eccezione della fotografia di Matthew Libatique – soltanto la guida panoramica tra i grattacieli di New York dall’alto varrebbe il costo del biglietto -, con il montaggio che dobbiamo a Barry Alexander Brown (da godersi appieno l’inseguimento del rapinatore e degli zaini neri che passano di mano in mano, da motocicletta a motocicletta), a creare zone di alta tensione. Avremo ancora voglia di riparlarne quando il il film uscirà sugli schermi, per adesso segnatevelo nel promemoria.
Elio Rabbione