La Borgata Lesna, quartiere della terza circoscrizione di Torino, è sempre stata un esempio di convivenza pacifica, accoglienza e rispetto reciproco. Un quartiere dove persone di origini diverse hanno saputo costruire legami solidi, condividere spazi, culture e sogni. Qui la parola “comunità” ha sempre avuto un significato profondo, concreto.
Negli ultimi tempi, però, si percepisce un cambiamento preoccupante. Segnali di chiusura, diffidenza verso il “diverso”, episodi isolati ma significativi di intolleranza stanno incrinando quel clima che ha fatto di Borgata un modello di integrazione. Commenti ostili sui social, sguardi evitanti per strada, lamentele infondate contro chi ha un altro colore della pelle o parla una lingua diversa: piccoli gesti che, messi insieme, creano una frattura.
Le cause possono essere tante: la crisi economica, la paura alimentata da una certa retorica politica, o semplicemente l’abitudine che si trasforma in indifferenza. Ma non possiamo restare a guardare. Difendere l’anima inclusiva di Borgata è un dovere di tutti. Basta poco: un gesto gentile, una parola chiara contro il pregiudizio, la scelta di stare dalla parte dell’umanità.
Perché Borgata non torni indietro, ma continui ad essere casa per chiunque la voglia abitare con rispetto e dignità.
Enzo Grassano

La festa di San Giovanni venne ripristinata nel 1973 dalla Famija turineisa, il sodalizio fondato cent’anni fa da un gruppo di torinesi che ebbe a capo il giornalista Gigi Michelotti e l’avv. Giulio Colombini. Era il 1925, l’anno dopo il delitto Matteotti, Torino non era stata ancora fascistizzata interamente. La Famija nacque come un’associazione apolitica e tale ha saputo rimanere. Il suo giornale “Caval ‘d brons“ uscì allora e continua oggi con una costanza ammirevole. In pochi anni i suoi soci diventarono cinquemila. E’ questo uno dei motivi che portò nel 1932 il regime allo scioglimento del sodalizio, malgrado l’appoggio e la stima manifestata dal Principe ereditario Umberto di Savoia. Nel 1945 fu nuovamente l’avvocato Colombini a far rinascere l’associazione. La sua sede storica in via Po resta un luogo ideale anche per il Carnevale che si teneva in piazza Vittorio ed aveva un Gianduja espresso dalla Famija turineisa . Poi Andrea Flamini creò la sua Associasiun piemonteisa fortemente sostenuta dalla Regione Piemonte che vide in lui l’alfiere della cultura piemontese all’estero con l’organizzazione di tanti spettacoli folcloristici in cui Flamini divenne il Gianduja più conosciuto. Egli era anche l’anima della festa di San Giovanni con il suo “farò“. Ma quest’anno per la festa di San Giovanni va soprattutto citata la Famija che compie cent’anni sotto la guida sagace dell’editrice Daniela Piazza e di Giancarlo Bonzo. Da giovane la frequentai e ne fui anche socio, poi gli impegni mi impedirono una partecipazione che ritengo importante perché mi ha dato la fierezza di essere e di sentirmi torinese. Senza campanilismi fuori luogo, ma consapevole della storia di Torino che fu promotrice del Risorgimento e prima capitale d’Italia. Valdo Fusi, autore di “Torino un po’”, amava molto la Famija che mi invitò a ricordarlo insieme al Presidente Torretta e a Luigi Firpo.