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“ASA NISI MASA”, le grandi sculture di Giuseppe Maraniello

 

I Musei Reali di Torino tributano un omaggio dal titolo “Asa-nisi-masa” all’artista napoletano Giuseppe Maraniello con le sue sculture allestite in piazza Castello e alla Galleria Sabauda

I  Musei Reali di Torino rendono omaggio dal 30 maggio al 16 settembre prossimo  a uno dei protagonisti dell’arte italiana degli ultimi decenni, Giuseppe Maraniello, nativo di Napoli nel 1945. E lo fanno con  una mostra realizzata  da Nicola Loi Studio Copernico e curata da Francesco Tedeschi, dal titolo “Asa-nisi-masa”. L’esposizione presenta una serie di quattordici opere scultoree e ambientali, che dialogano con gli spazi storici e monumentali circostantI. Cuore della rassegna il Giardino di Levante,  ritornato l’11 aprile scorso  alla completa fruizione da parte del pubblico dopo i lavori di riqualificazione realizzati con i fondi del Pnrr.

“’Asa nisi masa’ è  molto più  di un  titolo evocativo – dichiara Mario Turetta, delegato dei Musei Reali di  Torino – è una chiave che ci invita a entrare nel linguaggio simbolico , stratificato e visionario dell’artista. Dalla Piazzetta Reale ai Giardini  Reali e al primo piano della Galleria Sabauda, le sue  sculture tracciano un percorso  che attraversa la memoria, il mito e la materia, in continuo equilibrio tra forma e mistero. Sono figure enigmatiche, materiali recuperati, strutture che sembrano emergere da un tempo sospeso. Tutto nelle sue opere parla un linguaggio che non si lascia tradurre, ma si offre solo allo sguardo come esperienza, come soglia da attraversare. Con questa mostra i Musei Reali di Torino rinnovano il proprio impegno nel dare spazio all’arte contemporanea,  promuovendo una visione  del museo come laboratorio aperto, dove le espressioni del presente possono confrontarsi  con la storia e nutrirsi di essa”.

Per l’artista la frase scelta come titolo della mostra non significa nulla. È  la frase che, nel film “Otto e mezzo” di Federico Fellini, Marcello Mastroianni scrive su di un foglietto trasmesso dal mago a Mademoiselle Maya, che non comprende il significato preciso delle parole, ma lo percepisce.

Le opere di Giuseppe Maraniello, che sono andate definendosi progressivamente attraverso la combinazione di tele, materiali di recupero ed elementi scultorei in bronzo e ferro, si sviluppano  secondo diverse soluzioni, sia a parete, sia nello spazio architettonico e paesaggistico, secondo una sintesi tra la memoria di temi e immagini  e l’elaborazione dei materiali.

Nelle sculture di Maraniello, anche quelle di grande formato, allestite in Piazzetta Reale e nei Giardini Reali, le figure del suo mondo fantastico prendono forma in situazioni di forte impatto visivo. Qui si incontrano demoni, come il diavolo alato che riporta alla mente le immagini del Cimitero Monumentale di Pisa, centauri della mitologia greca che si combattono in duello, in una sorta di allegoria dell’uomo che lotta contro se stesso, figure ibride, di funamboli, di ermafroditi, figure che alludono ai miti, riletti con estrema ironia. Sono presenti nelle sue opere scultoree alambicchi, otri, borracce che ricordano certe forme disseminate in molti dei dipinti di Hieronymus Bosch. Di particolare rilevanza è  l’opera intitolata “Il Nido”, un luogo che accoglie la ragnatela dei sogni e delle fantasie possibili, dalla struttura esile di rami derivate dalle colate di fusione che, come altri materiali di recupero, diventano parte delle sue composizioni.

“Ecco che scatta – spiega Sandro Parmiggiani – in chi si sofferma davanti a queste opere l’invito a immergersi, almeno in parte, in una sorta di mistero, sulle tracce delle ignote  associazioni che, nella fantasia dell’artista, li hanno generati, cercando di svelare qualcuno dei significati profondi che vi sono racchiusi e  che ancora non sono venuti alla luce”.

Il percorso espositivo si conclude con tre sculture al primo piano della Galleria Sabauda, precisamente con una scultura dal titolo  “Il gatto dorme rotondo” del 2009 in marmo statuario e oro a foglia su bronzo e due mosaici con inserti in bronzo e ferro, dal titolo “Tueio” (2005) e “L’occhio di Narciso” ( 2009).

Mara Martellotta

 

foto IGINO MACAGNO

Un restauro che fa importante “memoria” della nostra storia

Presentato, in Palazzo Pralormo, il restauro del “Ritratto” del conte Saluzzo di Monesiglio, generale e grande chimico. Autore, Pietro Ayres?

Nato a Saluzzo nel 1734 e scomparso a Torino nel 1810, Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio fu uno dei più illustri esponenti militari, Generale di Artiglieria, del Regno di Sardegna, ma soprattutto un grande “chimico” (fra i primi studiosi italiani di chimica dei “gas”), co-fondatore, insieme a Joseph-Louis Lagrange e a Gianfrancesco Cigna, di quella “Società Privata Torinese” che, dopo aver acquisito il nome di “Società Reale” fu trasformata, grazie all’approvazione di re Vittorio Amedeo III, in “Accademia Reale delle Scienze” (25 luglio 1783), oggi al civico 6 – priva ovviamente del titolo di “Reale” – dell’omonima via, a Torino. Il suo nome, ancora oggi, è legato in modo particolare a un tipo di “bottiglia” di sua invenzione, la “bottiglia di Monesiglio”, usata nelle esperienze di “pneumatica” per lo studio dell’anidride carbonica, mentre la Città di Torino gli ha dedicato, fin dall’ ‘800, la “via Saluzzo” (nome e date si sono, in parte, perse nel tempo durante il periodo fascista) nel quartiere di San Salvario.

Dunque, il suo, è uno (e purtroppo in buona compagnia) dei grandi nomi della storia piemontese ingiustamente trascurato e raramente ricordato in tutto il suo prestigio e in tutta la sua valenza storico-sociale.

A farne doverosa e lodevole ammenda, è oggi l’“A.N.Art.I. – Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia”, nella sua sezione torinese, cui si deve il progetto (approvato e sostenuto dallo “Stato Maggiore” dell’Esercito e dal “Ministero della Difesa”) che ha permesso di selezionare, tra la Collezione di dipinti dedicati ai personaggi militari di rilievo per la storia locale e conservati al “Museo Storico Nazionale di Artiglieria” di Torino, proprio l’ottocentesco “Ritratto” del Conte Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio, cui l’“Associazione” ha inteso dedicare un’importante “opera di restauro”.arte, storia

L’evento, rilevante sotto l’aspetto non solo storico ma anche artistico, è stato presentato nei giorni scorsi, presso il “Circolo Unificato dell’Esercito – Palazzo Pralormo” di corso Vinzaglio a Torino, alla presenza del Generale Luigi Cinaglia (Consigliere della Sezione Provinciale “A.N.Art.I.”) e di Lorenza Santa e Lucia Rossi, rispettivamente curatrice delle Collezioni dei “Musei Reali” di Torino e restauratrice con specifiche competenze nel settore dei “beni storico-artistici”.

“L’iniziativa rappresenta – ha precisato il Generale Cinaglia – un’occasione imperdibile per approfondire la storia e il recupero di un’opera che testimonia il prestigio e la memoria della tradizione militare piemontese e che sicuramente rappresenta un ‘tassello’ fondamentale del patrimonio artistico e identitario torinese”. Resta, però, il dubbio della sua attribuzione. Chi, l’autore del “Ritratto”? In merito, si sono espresse Lucia Rossi e Lorenza Santa: “Nell’ambito della sua valorizzazione la riscoperta del dipinto ottocentesco – hanno sottolineato le due studiose – ha riscosso un immediato interesse per le somiglianze con un analogo ritratto, esposto presso la ‘Galleria del Daniel’ dell’‘Appartamento di Rappresentanza’ del ‘Palazzo Reale’ di Torino, eseguito dal saviglianese ritrattista di corte Pietro Ayres nel 1840 ed anch’esso recuperato a seguito di un intervento conservativo con fondi ‘Art bonus’”.

“I restauri di entrambe le opere – hanno concluso – consentiranno ora di studiare approfonditamente i ritratti dedicati al grande scienziato piemontese, di indagare sulla committenza del re Carlo Alberto di Savoia Carignano e proseguire le collaborazioni scientifiche tra i Musei coinvolti”.

Dunque, il progetto, fatto partire, nei mesi scorsi, ha ancora un importante tragitto da compiere, al fine di dare un nome all’autore dell’opera presentata al termine del restauro. E che, se davvero fosse attribuibile a Pietro Ayres (Savigliano, 1794 – Torino, 1878) andrebbe a rinfoltire la già numerosa serie di “ritratti” d’impronta neoclassica dedicati da Ayres (cui si deve anche un album dei “costumi” e delle “armi” del Regio esercito di Carlo Alberto) a numerosi membri della famiglia reale.

Il tutto con buona (e giusta) pace per il “Ritratto”, per lo stesso Ayres e per il  grande conte, generale e indimenticato chimico, saluzzese!

Per info: “A.N.Art.I. Torino”, corso Luigi Kossuth 50, Torino; tel. 011/8170560 o

https://anartitorino.blogspot.com/?m=1

Gianni Milani

Nelle foto: La presentazione del “Ritratto” restaurato; il “Ritratto” del conte Saluzzo di Monesiglio

“I Piccoli Spiriti Blu” aleggiano nella mostra “Cutting through the Past” dedica a Rebecca Horn

 L’artista recentemente scomparsa

Il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea presenta la mostra “Rebecca Horn-cutting through the Past”, titolo della prima retrospettiva dedicata all’artista in una istituzione museale pubblica italiana. Il rapporto tra il Castello di Rivoli e Rebecca Horn è molto stretto, in quanto il primo direttore del Castello, Rudi Fuchs, volle Rebecca tra gli artisti di Ouverture, la mostra inaugurale, e lei fu presente in molte altre mostre successive, quando a dirigere il Castello di Rivoli fu Iva Giannelli. La vera icona amatissima di Rebecca Horn è l’opera “Piccoli Spiriti Blu”, sul monte dei Cappuccini, facente parte di Luci d’Artista. Questa mostra, voluta da Francesco Manacorda, direttore attuale del Castello di Rivoli, a cura di Marcella Beccaria, nasce dalla cooperazione con House der Kunst di Monaco di Baviera, a seguito della personale dell’artista organizzata nel 2024 dalla stessa istituzione.

L’esposizione, che si dipana nella manica lunga del Castello, riconosce il ruolo fondamentale di Rebecca Horn (Michelstadt 1944 – Bad Konig 2024) nello sviluppo della pratica artistica contemporanea, attraverso opere che creano un inquietante teatro performativo, nel quale sono protagoniste tematiche fondamentali quali tempo, memoria, desiderio e relazioni di potere. Il lavoro di Rebecca Horn propone un inscindibile intreccio tra l’umano e il meccanico, e anticipa problematiche al centro dell’attuale dibattito culturale, in un contesto definito da tecnologie sempre più complesse.

La mostra presenta una serie di installazioni, sculture, video, film e disegni che si estende dagli esordi degli anni Sessanta a opere recenti, con importanti prestiti di opere raramente esposte provenienti dalla Fondazione Moontower, istituita dalla stessa artista a Bad Konig. Il percorso espositivo prende il via con le sue iconiche macchine cinetiche, come Pfauenmaschine, la macchina Pavone, originariamente ideata dall’artista per la sua partecipazione all’edizione del 1982 di Documenta, a Kassel, e commissionata dallo stesso Fuchs, sino a giungere alla recente Hauchkorper, corpo che respira, nel 2017, oltre all’installazione monumentale “Inferno” (1993-2024), “Turm der Namenlosen”(torre dei senza nome) e “Concert for Anarchy”, del 2006. Nella sezione centrale della mostra I visitatori potranno incontrare le performance di esordio di Rebecca Horn attraverso i video, Performances I (1970-1972), Performances II (1972) e Berlin (10 novembre 1974 – 28 gennaio 1975). Come per l’iniziale presentazione a House der Kunst, essi saranno proiettati in grande scala, dopo essere stati recentemente digitalizzati. La mostra presenta inoltre il film “Der ein Tanzer”, il gigolò, del 1978, e la coinvolgente installazione “Cutting Trough the Past”, tagliando attraverso il passato, del 1992-1993, donazione della Fondazione Marco Rivetti, opera che dà il titolo alla mostra, e “Miroir du lac”, specchio del lago, che rimandano al mito di Narciso, che rimanda a molte riflessioni sullo spazio circostante.

Dopo la mostra presso House der Kunst, e la scomparsa dell’artista, la mostra al Castello raccoglie per la prima volta un importante gruppo di Body Landscapes, disegni pittoricindi grande formato, tra gli ultimi lavori della Horn, che nascono da un processo performativo. La selezione evidenzia la ricorrente presenza di forme arrotondate e cerchi, interpretabili in quanto flusso del tempo, e delle tematiche buddhiste e zen di una rigenerazione senza fine.

Insieme all’installazione “Das Rad der Zeit”, la ruota del tempo, del 2016, anch’essa presentata per la prima volta in un museo pubblico, queste opere manifestano la dimensione spirituale di Horn, evidente nei “Piccoli Spiriti Blu”, opera che dal 2000 connota il paesaggio di Torino, svettando dal monte dei Cappuccini. Quest’opera, nel periodo della mostra, sarà eccezionalmente illuminata in onore di Rebecca Horn, scomparsa a Bad Konig nel 2024, all’età di ottant’anni.

In occasione della mostra, opere della Horn saranno presenti anche alla Collezione Federico Cerruti, quale secondo episodio di “Interferenze”, programma incentrato tra affinità e differenze tra il Castello di Rivoli e Villa Cerruti. Un Body Landscape domina la scala di Villa Cerruti e si intitola “El Calvario”, del 2003. Un altro Body Landscape comprende l’opera “Cello”(violoncello) del 1999. Originariamente allestita dall’artista a Weimar, quale parte del progetto “Konzert für Buchenwald”, quest’opera, concepita come un violoncello che suona da sé con due archetti, è presentata nella Sala della Musica della Villa. La mostra nasce dalla collaborazione tra il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli Torino e House der Kunst, curata da Jana Baumann. In sinergia con Exposed e il tema dell’edizione 2025 “Sotto la superficie – beneath the surface”, il Castello di Rivoli organizza una serie di proiezioni dedicata ai figli di Rebecca Horn, presentandoli all’interno del proprio teatro sabato 24e domenica 25 maggio 2025. La programmazione prevede due “feature film” scritti e diretti dall’artista, che sono parte della collezione del Museo, “Buster’s Bedroom”, del 1991, e la “Ferdinanda”, sonata per una Villa Medici, del 1981.

Mara Martellotta

Guglielmo Caccia e l’iconografia Mariana

Sino al 14 settembre 2025, è in corso “Una Mostra”, duplice esposizione di opere di Guglielmo Caccia, uno dei massimi manieristi secenteschi, che si svolge contemporaneamente in due sedi diverse (ma legate dallo stesso intento) il Palazzo Mazzetti di Asti attraverso la Fondazione Asti Musei in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio, e il Museo Civico di Moncalvo con A.L.E.R.A.M.O. Onlus. È disponibile un prezioso esauriente catalogo, ideato da Giancarlo Boglietti, a cura del direttore scientifico Alberto Cottino e del conservatore di Palazzo Mazzetti Andrea Rocco, con i contributi critici di Giuliana Romano Bussola e Carlo Prosperi.

Proponiamo un breve commento sull’evoluzione dell’iconografia Mariana, della collaboratrice del “Il Torinese”, Giuliana Romano Bussola. 

Per celebrare i quattrocento anni dalla morte di Guglielmo Caccia, quale sede più consona del Museo civico di Moncalvo situato nell’ex Convento delle Orsoline, da lui fatto costruire per collocarvi le figlie monache ed in particolare Orsola che avviò la sua scuola di pittura.

Massimo esponente del Manierismo piemontese durante la Controriforma, il Moncalvo proseguì il movimento sorto nel 1510, ancor vivo Raffaello, che diede artisti dallo stile personalissimo sfatando il malinteso che il termine Manierismo sia da associare all’accademismo ripetitivo come mera imitazione di illustri formule precedenti..

Se altri piemontesi, come il superbo Tanzio da Varallo e il casalese Nicolò Musso, si ispirarono alla drammaticità caravaggesca, al contrario Guglielmo si nutrì piuttosto di armoniose reminiscenze raffaellesche, di delicate suggestioni fiorentine, di insegnamenti della scuola dei figli di Bernardino Lanino, guardando alle morbidezze tonali del Correggio, alle luminosità carraccesche e alle trasparenze madreperlacee di Gaudenzio Ferrari.

Fu facile per lui, di temperamento mite, pietoso e sinceramente religioso, inserirsi nei dettami dell’arte tridentina improntati alla pittura decorosa, escludendo atteggiamenti considerati immorali e nudità provocanti, propagando le sacre scritture di forte presa sulle masse popolari, senza ne venisse soffocata la libertà stilistica.

I bellissimi dipinti con madonne dai delicati colori e i tenui atteggiamenti presenti in mostra, sono conferma di come il Caccia prediligesse il culto mariano nelle varie tipologie, rifiorito dopo le ostilità della riforma protestante.

L’arte tridentina, perdurata per l’intero seicento, iniziò ad affievolirsi con l’avvento della filosofia dell’illuminismo che contribuì alla crisi dell’arte sacra per cui si passò dalla trascendenza all’immanenza.

Con il Preromanticismo iniziò l’arte moderna portando una nuova sensibilità che, priva del sostegno divino foriero di certezze e verità assolute, provocherà la cosiddetta “infelicità romantica” e la disperata solitudine di molti artisti, basti pensare a Caspar Friedrich che, nello sperduto Crocifisso invocato nel “Mattino sul Riesengebirgen” simboleggia, attraverso la poetica del Sublime, la nostalgia dell’Infinito a cui si aspira ma che mai più si potrà raggiungere.

Per tutto l’ottocento e una parte del novecento si vedono ancora madonne di stampo raffaellesco e una invasione di oleografie a basso costo ma si muovono anche importanti artisti che propongono nuove iconografie.

Spesso sono la donna amata o una figura femminile appartenente alla famiglia  che danno il proprio volto alla Vergine, come Teresa moglie di Giuseppe Pellizza da Volpedo che diventa madonna laica mentre Gala, ritratta da Salvator Dalì in “Madonna di Guadalupe” mantiene un forte sentimento religioso pur in atmosfera surreale.

Paul Gauguin in “Orana Maria” ritrae la compagna Pahura in abito taytiano interpretando il bisogno di religiosità polinesiana primitiva e incontaminata.

Dante Gabriel Rossetti invece demitizza la sorella Cristina in veste di madonna mentre rannicchiata su un umile lettuccio indossando una semplice camiciola, spaventata, accoglie l’angelo annunziante.

Van Gogh si serve della sorella Willemein dandole il ruolo di Madonna dolorosa con in braccio il Cristo, dal suo stesso volto, per simboleggiare la propria sofferenza.

Sconvolgente nel 1895 la Madonna del grande simbolista Edward Munch che, rappresentandola come perversa femme fatale, seminuda e seducente ammaliatrice, tra Eros e Tanathos anticipa l’espressionismo.

Ancor più dissacrante la litografia contornata da spermatozoi per negarne la verginità; al contrario di Gaetano Previati che nella “Vergine dei gigli” la avvolge in un clima di misticismo visionario esaltandone la purezza.

Più semplici le madonne di Fernando Botero che, tra ricordi rubensiani e realtà colombiane, si diverte e ci diverte rendendole voluminose.

Il massimo della demitizzazione iconografica sarà però attuato da Andy Warool con la serigrafia di Jakee Kennedy come madonna resa icona della cultura di massa del consumismo Pop Art alla stregua delle lattine di soup Campbell e della Coca Cola.

 

Giuliana Romano Bussola

Non solo nero. Un incontro su fotografia e moda nell’Italia del Ventennio

Martedì 27 maggio 2025 | ore 18.30 | Gymnasium di CAMERA

Via delle Rosine 18, Torino

Torino, 23 maggio 2025 – È in arrivo a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia un incontro speciale per presentare il volume, fresco di stampa, La moda nell’Italia fascista edito da Dario Cimorelli Editore (2025). Scritto dall’accademica Eugenia Paulicelli, il libro si concentra sul rapporto tra moda e fascismo nell’Italia degli anni Venti e Trenta del Novecento ed è corredato da una ricca selezione di fotografie dell’epoca che mette in luce come il regime abbia influenzato non solo il settore tessile, ma anche i concetti di genere, identità nazionale e modernizzazione.

Attraverso un’analisi dettagliata, Paulicelli esplora le strategie con le quali il fascismo ha sfruttato la moda come strumento di propaganda, imponendo codici estetici e processi di uniformazione. L’autrice indaga il ruolo avuto dell’industria tessile nel consolidare l’immagine dell’Italia all’estero, aprendo una riflessione più ampia sulle connessioni tra politica, tradizione e innovazione.

Il libro raccoglie anche un’intervista alla stilista e imprenditrice Micol Fontana, un saggio della scrittrice Gianna Manzini sulla teoria della moda, racconti della poetessa Alba de Céspedes e della scrittrice Anna Banti, oltre a un testo di Eleanor Lambert, fashionista ante-litteram, dedicato alla sfilata della moda italiana all’Esposizione Universale di New York del 1939 per un approfondimento ampio ed esaustivo sul rapporto tra moda, fotografia e cinema nell’Italia del Ventennio. Scorrendo le pagine, spiccano infatti le immagini tratte dagli archivi di Giulio Parisio, dei fratelli Troncone e di Michele Cioci, a cui l’autrice ha dedicato un’intensa attività di ricerca e che riflettono su temi quali la costruzione dell’identità di genere, la standardizzazione dell’individualità attraverso le divise, l’ideologia della razza nell’Italia coloniale e l’influenza del cinema, tra cui i cinegiornali LUCE, e della stampa nell’immaginario dell’epoca.

Martedì 27 maggio ore 18.30 in Sala Gymnasium a CAMERA l’autrice sarà in dialogo con Giulia Carluccio – prorettrice dell’Università di Torino, studiosa e docente di Cinema, Fotografia, Televisione e Media audiovisivi – e Barbara Bergaglio – responsabile degli Archivi di CAMERA – in un racconto a più voci che offrirà al pubblico anche un punto di vista approfondito e inedito sul contesto storico e culturale della città di Torino, considerata in quegli anni come Capitale sia della moda sia del cinema italiani.

Biografia

Eugenia Paulicelli è professoressa ordinaria di Italianistica e Letterature comparate, studi di genere, cinema e cultura dei media, al Queens College e al Graduate Center della City University di New York dove ha fondato la specializzazione in Fashion Studies e co-dirige il Fashion Institute.

“Palazzo Madama – Arts and Crafts in Italy 7th – 19th Century” all’Art Museum Riga Bourse

Dal 22 maggio al 24 agosto  apre la mostra “Palazzo Madama – Arts and Crafts in Italy 6th-19th century” ospitata all’Art Museum Riga Bourse, presso la Repubblica Lettone

Alla presenza del Presidente della Repubblica lettone Valdis Zatlers, del Ministro degli Esteri Balba Brazě e del Ministro della Cultura Agnese Lâce si è inaugurata all’Art Museum Riga Bourse la mostra “Palazzo Madama – Arts and Crafts in Italy 7th – 19th Century”. La mostra si sviluppa dal 22 maggio al 24 agosto 2025. Si tratta di una eccezionale esposizione dedicata al “saper fare” italiano, quella altissima qualità della manifattura che ha consentito ai suoi grandi artisti di creare quei capolavori che hanno ammaliato intere generazioni, e che ora, grazie al Museo Nazionale Lettone d’Arte e la Fondazione Torino Musei, sotto l’egida dell’Ambasciata d’Italia a Riga, potranno essere ammirati dal pubblico della Capitale lettone. Sono oltre 100 le opere provenienti dalla collezione di Palazzo Madama che, integrate e poste in dialogo con un selezione di opere delle collezioni del Museo Nazionale Lettone d’Arte, narrano il ruolo delle arti decorative applicate tra il 6th e 19th secolo. Si tratta di una mostra del tutto singolare nella sua capacità di raccontare quasi 15 secoli d’arte italiana, attraverso capolavori che toccano diverse arti e raccontano storie millenarie, a partire da quella del Tesoro di Desana, uno dei più straordinari complessi italici di gioielli del periodo posteriore al 476 d.C., capaci di gettare una fondamentale luce sugli atelier degli orefici nel mediterraneo. Accanto ai reperti tratti da esso, si ammireranno preziose oreficerie, avori, bronzi, vetri dorati, dipinti, tessuti, maioliche e porcellane, rilegature di libri, mobili e intarsi, che rappresentano l’essenza stessa dell’arte, non solo occidentale, ma capace di definire un insieme di arti che sono memoria, identità e proiezione di ogni cultura, ed è da qui che nasce il lavori in concerto con la direzione dell’Art Museum Riga Bourse e il personale scientifico di Palazzo Madama, consacrato al “mestiere delle arti”, quella gamma di lavorazioni materiali accompagnati dal valore aggiunto di un preciso contenuto artistico e capaci di raggiungere rari esiti di stile e qualità. È il mondo degli orafi e dei gioiellieri, dei vetrai e degli ebanisti, dei tessitori, a dare vita a oggetti che saranno poi celebrati e ripresi in migliaia di sculture, pitture e architetture, avendo una radice in tradizioni operative che affondano la loro origine nei secoli, e che neanche la Rivoluzione Industriale sarà in grado di mutare.

“La mostra, organizzata con il sostegno della Fondazione Boris e Ināra Tetereb, vede quale tema conduttore il “saper fare”, che è il segreto della genialità creativa italiana – afferma il direttore di Palazzo Madama Giovanni Carlo Federico Villa – l’eccellenza dell’abilità e la qualità dell’esecuzione hanno permesso ai grandi artisti di creare opere che hanno attraversato i secoli, incantando generazioni. Palazzo Madama, con una collezione di 80 mila opere, una delle più ricche al mondo tra le arti applicate, ed è profondamente grato al Museo Rīgas Birža per aver congiuntamente dato vita a una mostra che auspichiamo possa entusiasmare il pubblico lettone e rafforzare il legame culturale tra i nostri Paesi, assecondando l’auspicio del nostro Ambasciatore Alessandro Monti e del suo eccezionale staff, che tanto ha contribuito al positivo esito di questo progetto”.

“La collaborazione tra Palazzo Madama e il Museo Riga Bourse rappresenta un grande successo della nostra diplomazia culturale, che offrirà al pubblico lettone l’opportunità di scoprire le radici del ‘saper fare’ italiano attraverso un serie di opere straordinarie – ha dichiarato l’Ambasciatore italiano in Lettonia Alessandro Monti – un progetto ambizioso, frutto di anni di lavoro, che conferma il ruolo centrale della cultura nella proiezione internazionale dell’Italia e nel rafforzamento delle relazioni bilaterali con la Lettonia”.

In mostra, tra le opere esposte al Rigas Birž, vi sarà anche l’occasione per il pubblico locale di sfogliare virtualmente e ammirare dal vivo l’edizione del 1568 de “Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti “ di Giorgio Vasari (1511 -1574), in prestito dalla sezione manoscritti e libri rari dell’Università della Lettonia.

“I progetti che nascono da un intenso lavoro di ricerca e da una collaborazione internazionale, e che offrono qualcosa di unico al pubblico lettone, sono quelle che danno maggiore soddisfazione e ottengono il più grande apprezzamento – afferma Daiga Upeniece, direttrice del museo Rigas Birža – in questa occasione è stato un onore e un piacere collaborare con Palazzo Madama. È divenuta una prassi che i progetti siano attuati in collaborazione con la Fondazione Boris e Ināra Tetereb, perché progetti di tale livello richiedono investimenti seri e a lungo termine. Ringraziamo di cuore la Fondazione, perché l’iniziativa di questo anno, il 15esimo anniversario, era ambiziosa e siamo riusciti a realizzarla”.

Mara Martellotta

Incanti e disincanti

In questo ultimo weekend del mese di maggio è ancora possibile incontrare,  nella suggestiva cornice della Giardiniera del Circolo degli Artisti di Torino, la magica pittura di Gabriella Malfatti, nell’ambito della sua personale: “Incanti e disincanti”, in corso San Maurizio, 6. L’artista, monregalese di nascita e da sempre molto legata alla sua terra anche se da anni vive e lavora a Collegno, incontra le suggestioni poetiche di un gigante della letteratura, Jorge Luis Borges e quelle non meno cariche di incanti del poeta langarolo Remigio Bertolino.

Con il suo stile personale ed una libertà interiore non etichettabile e fuori dagli schemi come la sua arte  Gabriella Malfatti si racconta con charme, grazia, tanta passione ed un innato entusiasmo:

“Ho sempre disegnato sin da bambina, ho poi sin da giovanissima insegnato per tanti anni educazione artistica alle scuole medie e superiori, successivamente storia dell’arte all’Unitre di Collegno, e sulla scia del mio prozio Mario Malfatti, ho sempre partecipato a mostre collettive, ideato e realizzato delle mie personali e spesso sono stata autrice di varie pubblicazioni e opere eseguite per incarico di comuni e istituzioni, l’ultima è esposta qui alla Giardiniera: un piatto celebrativo per il Santuario di Vicoforte, in provincia di Cuneo.

” E poi, questo sabato e domenica, c’è ancora da scoprire, ai Giardini Reali di sotto, dalle ore 15.30 alle 19.30, “La signora degli anelli”, un’altra opera di Gabriella Malfatti che ha tutta una sua bellissima e magica storia…

 

Igino Macagno

Castelli Aperti: “Tutti colori della Cultura”

 

Nel 2025, il progetto Castelli Aperti celebra trent’anni di attività con un’edizione speciale che unisce storia, creatività e partecipazione. Nata per promuovere e rendere accessibile il vasto patrimonio di castelli, borghi, dimore storiche e musei del Piemonte, l’iniziativa ha coinvolto in tre decenni centinaia di luoghi e migliaia di visitatori, diventando uno degli appuntamenti culturali più longevi e riconoscibili della regione.

Per festeggiare questo importante anniversario, nasce “30 anni di Castelli Aperti – Tutti i Colori della Cultura”, un progetto diffuso che dal 25 maggio al 29 giugno propone cinque weekend tematici, ciascuno ispirato a un “colore” simbolico e a un’esperienza culturale diversa: il teatro, il mistero, la musica, la natura, il romanticismo. Un viaggio emozionante tra le tante anime della cultura, declinato nei luoghi più affascinanti del Piemonte.

Il primo appuntamento di questa rassegna si terrà proprio domenica 25 maggio a Pamparato, in provincia di Cuneo, con “CASTELLI IN SCENA”, la sezione dedicata al colore del teatro. Il borgo, incastonato tra i boschi della Val Casotto, diventerà palcoscenico per lo spettacolo itinerante “Impronte di storia a Pamparato”, una produzione originale del Teatro delle Dieci, con la regia e drammaturgia di Fulvia Roggero. Gli attori, in costume d’epoca, guideranno il pubblico tra le vie, le piazze e il castello, dando voce a personaggi realmente esistiti e a vicende che hanno segnato la storia locale. Uno spettacolo immersivo ed emozionante, che si svolgerà in quattro repliche (ore 11.00, 15.00, 16.30 e 18.00), con prenotazione consigliata sul sito www.castelliaperti.it. L’inaugurazione perfetta per una rassegna che mette al centro il potere evocativo della parola, della scena e della memoria.

Nel giorno d’apertura della manifestazione, anche la provincia di Torino propone diverse opportunità di visita che valorizzano l’eleganza architettonica e paesaggistica delle sue dimore storiche.

Arignano, il maestoso Castello delle Quattro Torri, tra i più scenografici del torinese, apre le sue porte con visite guidate alle ore 15.00. Il parco sarà visitabile dalle 14.00 alle 17.00. L’ingresso è di 10€ intero e 5€ ridotto, per un pomeriggio che unisce storia, natura e bellezza paesaggistica.

Caravino, si potrà visitare il meraviglioso Castello e Parco di Masino, proprietà del FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano. Aperto con orario continuato 10.00 – 18.00, il sito offre un itinerario tra architetture nobiliari, giardini storici e collezioni d’arte. L’ingresso combinato castello + parco costa 15€ intero8€ ridotto. Gli iscritti FAI entrano gratuitamente.

Chieri, nella frazione Pessione, sarà eccezionalmente aperto il Castello di Castelguelfo, con visite guidate alle ore 11.00 e 15.00. L’ingresso è di 10€ intero e 6€ ridotto: un’occasione speciale per scoprire una dimora privata normalmente non accessibile al pubblico, tra affreschi, stanze storiche e un parco suggestivo.

Infine, a PiossascoCasa Lajolo, elegante residenza con giardino all’italiana e orto-giardino storico, sarà visitabile con tour guidati dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 18.00. L’ingresso è di 10€ e comprende l’accompagnamento a cura dei Ciceroni, per una visita attenta ai dettagli artistici, botanici e storici della villa.

Per informazioni dettagliate e aggiornamenti su tutte le aperture: www.castelliaperti.it

Info e contatti
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Il Museo Accorsi-Ometto apre al pubblico i suoi depositi

Domenica 25 maggio, e dalla domenica successiva nei fine settimana

Il Museo Accorsi-Ometto renderà visibile per la prima volta al pubblico, domenica 25 maggio dalle 13 alle 18.30, le opere “invisibili” dei suoi depositi, e lo farà in occasione della Festa dei Vicini di via Po. Dalla domenica successiva sarà fruibile nei fine settimana. I suoi depositi comprendono 700 oggetti tra argenti, ceramiche e orologi, oggetti montati, lampadari, dipinti e sculture.

“È la prima volta in 25 anni che il Museo Accorsi-Ometto apre i suoi depositi ‘ragionati’, e questo è stato possibile grazie al lavoro di catalogazione iniziato 5 anni fa. Da domenica 1 giugno sarà possibile fare visite guidate prenotando sul nostro sito – ha dichiarato il direttore Luca Mana”.

La ricerca è durata anni ed è stata condotta sugli oggetti che il collezionista Pietro Accorsi ha comprato o ricevuto in eredità, o come donazioni, e quelle che Giulio Ometto ha collezionato durante la sua vita, alcuni dei quali esposti in Museo. Il deposito si articola in due piani , ma l’unico accessibile è il primo, in cui sono presenti 2 mila opere inventariate, mentre quelle non esposte sono soprattutto mobili. Le quattro sale visitabili sono state allestite a partire da una serie di opere legate ad Accorsi e la sua vicenda biografica, come quelle di Ettore Sobrero, che risalgono agli anni 1972-1973. Nella seconda e terza sala vi sono innumerevoli oggetti appesi alle pareti e esposti sugli scaffali. Ospitano dipinti, come “Il bosco di faggi” di Marco Calderini, risalente circa al 1900, sculture come “Il cavallo” di Davide Calandra, del 1915, e i gessi di Ignazio Filippo Collino, intitolati “La città che riceve dalla fama, i simboli della pace e del commercio”, risalenti al 1790. Tra i dipinti risulta d’interesse anche la veduta di Camino, dove si vede la Mole ancora in costruzione. Di particolare interesse sono gli acquerelli che il Comune di Torino commissionò ai più importanti artisti del territorio per farne dono ai Duchi d’Aosta, e rappresentano un documento prezioso per lo stato dell’arte a Torino nel 1870.

Nella quarta e ultima sala figurano i sette sacramenti, risalenti al 1733, realizzati da Pierre Charles Trémolières. Tra i cimeli visibili non mancano opere d’arte figurativa come la poltrona confessionale, proveniente dalla casa dei Conti Bogino, della metà del Settecento. Non ancora tutto il deposito del Museo Accorsi-Ometto è reso visibile, in quanto al di sotto delle quattro sale di prossima apertura si trovano ancora degli arredi lignei, il cui accesso sarà difficilmente realizzabile per ragioni di sicurezza.

Gian Giacomo Della Porta

L’Aeropittura di Michele Falanga, un originalissimo artista che reclama una scoperta

Alla Galleria Pirra, una mostra curiosa e imperdibile

È il risultato di una ricerca improvvisa e di un innamoramento da parte di Daniela Pirra, dei successivi colloqui con uno dei bisnipoti, Daniele (settembre 2024), e di un viaggio con un aereo che di lì a pochi giorni partiva per Catania, la scoperta di Michele Falanga (1865 – 1937), di origini calabre ma trasferitosi a Messina per insanabili rapporti con il padre. Una vita trascorsa in gran parte nel grande laboratorio di pellami e scarpe, attraversata drammaticamente soprattutto dal terremoto del 1908 nella città siciliana, evento dal quale Falanga uscì vivo (sepolto sotto le macerie ma portato in salvo da un amico) ma perse due dei suoi figli: da quell’evento significativo e distruttivo gli nacque una complessa concezione della vita e del destino, il desiderio a dedicarsi alla scrittura prima attraverso testi in prosa e poesia e alla pittura poi, immersa in quella corrente del Futurismo che in Sicilia conosce le prove di Pippo Rizzo e Giulio D’Anna. Dagli anni Venti, con bozzetti, disegni, progetti e opere pittoriche s’addentra sempre maggiormente all’interno di quel mondo, inteso anche come “forma di testimonianza storica”, apprezzando nella corrente anche “una rivoluzione tecnologica e una nuova visione del mondo, dove velocità, dinamismo e potenza si fondono con una ricerca estetica che celebra sia la modernità che l’eredità del passato”, ha sottolineato Tommaso Polleschi nella presentazione alla mostra che la Galleria Pirra offre nei propri spazi sino al 6 luglio prossimo.

È in primo luogo un sobrio quanto perfetto “artigiano” Falanga, capace di posare la sua pittura su mezzi inusitati: non tele e non tavole, ma la semplicità di un mezzo altrettanto importante, la carta di giornale, in gran parte quegli stessi fogli di quotidiano che ogni mattina possono essere passati sotto la sua mattutina lettura (si va dal 1910 al 1935). Altri capitati nel suo studio chissà come. Metodicamente come con un estro pieno d’invenzioni, Falanga dà luogo ad aerei futuristi, ad architetture monumentali (vede Messina risorgere a poco a poco dalle macerie e tutti i suoi moderni cambiamenti) e a paesaggi siciliani, coglie tutto il movimento in queste nuove quanto innovative forme a cui dava vita per un divertimento e una necessità personali, per donarle agli amici, senza mai il pensiero di una vendita. Una produzione rara (in totale circa 150 soggetti), che d’improvviso prende giusto valore e che, dopo le recenti presenze in mostre a Lecco e Como, è ospitata con due esemplari nella mostra intorno al “Mondo Futurista” curata al Castello di Desenzano del Garda da Giordano Bruno Guerri e Matteo Vanzan, visitabile sino al prossimo 26 ottobre, accanto a Balla e Boccioni, a Plinio Nomellini e a Italo Fasulo e a Cesare Andreoni, agli scritti di Marinetti.

Eclettico e fantasioso, nei quotidiani e nei settimanali come La Stampa (la Cronaca Cittadina del 28 settembre 1933 mostra un’illustrazione di Felice Vellan circa l’imminente inaugurazione del Monumento all’Arma dei Carabinieri nella parte esterna dei Giardini Reali) e La Gazzetta del Popolo (in una prima pagine del 28 febbraio 1935 s’allineano “La potenza dell’Italia caposaldo della pace europea”, “Il fraterno omaggio alla giovinezza grigioverde” che si deve “alle gloriose memorie delle Ardenne e di Verdun” e “Il saluto del popolo di Messina al vessillo e alle truppe partenti”, secondo la grammatica altisonante dell’epoca), Le peti journal (che il 5 novembre 1926 ci informa, allo stesso tempo, in prima pagina, di una turista americana a Parigi vittima del furto di una borsa contenenti valori per 300 mila franchi suddivisi tra gioielli e denaro e dello scoppio di una mina che ha ucciso cinquanta minatori) e L’Avvenire d’Italia (ai primi di gennaio 1909, squilla il titolo “Sulle ruine bagnate di pianto”), La Domenica del Corriere (Beltrame raffigura “La conquista della Libia: ricognizione pacifica all’interno per amicarsi le popolazioni e riconoscere i luoghi”) e testate dell’isola (“Il luminoso sorriso di una bella bocca è sempre elemento primo di bellezza, vanto di chi usa la classica Pasta Dentificia Erba”, recita una pubblicità) come su cartine dell’Africa Orientale di cui esistono tre soli esemplari: è su questi “supporti” che Falanga opera. Aerei soprattutto, che si alzano tra le nubi o sorvolano campi disseminati d’alberi dalle ricche chiome verdi, magari occasioni per una pubblicità di un amaro o di una marca di calze, diversamente colorati a pastello, che si mescolano a onde azzurre più o meno alte, degne del miglior Hokusai, e poi vulcani e ponti e bianche costruzioni che sono di volta in volta chiese grandiose e palazzi che potremmo trovare all’Eur di Roma, agglomerati urbani, la scenografia di certe piazze e le architetture piacentiniane, un veliero e le stilizzate figure di coraggiosi carabinieri, ancora aerei rossi e verdi a mescolarsi, tra le colonne del “Nuovo Giornale”, ai “Nuovi prezzi della Rinascente”: tecnica mista e collage impressi sulle pagine del 30 maggio 1927.

Originalissimo (si veda anche quel collage firmato e apposto sul coperchio di una piccola valigia, molto in “area dada”), curioso e inaspettato, l’omaggio a Falanga è la scoperta di un passato che con ogni probabilità reclama ancora studi e occasioni maggiori, di una modernità e di un’estetica estremamente vivaci, di una figura che nel dinamismo e nelle nuove sperimentazioni esprime tutta se stessa. È la conferma di certi azzardi che i galleristi devono osare e costruire, dell’offerta che può essere artisticamente data al visitatore non frettoloso e in cerca ancora una volta di quella novità che mai ci si aspetterebbe.

Elio Rabbione

Nelle immagini: di Michele Falanga, “Aeropittura su pagina de La Stampa del 1910 (1933-1937), tecnica mista, 43×59 cm; Aeropittura su pagine de La Stampa del 1933 (1933.1937), tecnica mista, 86×59 cm (da notare in alto a sinistra un’illustRazione di Felice Vellan dell’imminente inaugurazione del monumento all’arma dei Carabinieri nella parte esterna dei Giardini Reali); Aeropittura – Crociera aerea del 1933 (1935-1937), tecnica mista su pagine della Gazzetta del Popolo del 1935, 86×60,5 cm.