ARTE- Pagina 30

Sabrina Always e Frank Pellizza aprono la stagione del Miit

Una duplice mostra inaugura al Museo MIIT di Torino la stagione autunnale

Mercoledì 10 settembre prossimo al  museo MIIT di Torino si inaugura, con apertura fino al 26 settembre prossimo, la mostra dal titolo “Franz Pellizza… Ok.. Let’s go. Tra figurazione e astrazione”.
La rassegna, curata da Guido Folco, direttore del MIIT, Museo Internazionale Italia Arte, inaugura la stagione espositiva autunnale del museo negli spazi di corso Cairoli 4, concepita come una forma di anteprima del Salone dell’Auto di Torino, che si terrà dal 26 al 28 settembre prossimi. I soggetti delle opere di Franz Pellizza sono le automobili, dalle storiche alle sportive a quelle famose conservate al MAUTO.
Franz Pellizza è un artista che usa la fotografia come espressione artistica dal figurativo all’astratto per creare opere d’arte uniche. I soggetti delle automobili sono quelli di cui l’artista coglie solo un particolare, che poi elabora con varie tecniche, creando, con la digital art, un’immagine di grande impatto.

Giovedì 11 settembre inaugura alle ore 18 la mostra personale di pittura dal titolo “Sabrina Always. Il tempo della luce e del colore”, una selezione accurata di opere dell’artista veneziana che torna a esporre a Torino presentando un percorso artistico suddiviso in sezioni tematiche ( Il tempo della posa, Il tempo di un tramonto, Figurativi), capaci di esplorare vari generi, dalla figurazione alla ritrattistica, dalle pitture naturalistiche alle ricerche su luce e colore , come suggerisce il titolo della mostra.
Sabrina Costantini Always è nata a Venezia il 28 settembre del 1967 e da più di vent’anni lavora nel campo della pittura, del restauro, dell’interior design anche come consulente cromatica, sviluppando una particolare attenzione per la dimensione simbolica dei colori.
La sua esperienza pittorica va dall’applicazione delle tecniche più  antiche, tra le quali l’affresco  e il trompe-l’oeil in stucco veneziano all’impiego dei più innovativi materiali ecocompatibili per superfici murarie. Negli anni 95/97 è stata assistente del pittore, scultore e filosofo Gino De Domenicis durante i soggiorni veneziani a Palazzo Franchini.

Per Sabrina Always ogni dipinto rappresenta un universo da scoprire, il soggetto diventa spunto interiore per raccontare le sensazioni più profonde dell’artista e della realtà. Emerge un’attenta indagine psicologica dalla sua ritrattistica, in cui la posa delle protagoniste, gli sguardi sognanti e penitenti, la profondità della scena, diventano narrazione di una storia, di una vita osservata con sensibilità raffinata.
Oltre alla pittura, anche il disegni diventano strumento privilegiato per cogliere il dettaglio di una figura e Sabrina Always si addentra con sensibilità nella personalità del soggetto, ne delinea i tratti caratteristici, mantenendo sempre un’atmosfera rarefatta che si avvicina al sogno.
Nei soggetti amati dall’artista, come gli alberi, le foglie, i paesaggi e in questa mostra in particolare i tramonti, il sentimento di Sabrina Always assume spesso una prospettiva umana e divina che abbraccia la totalità degli elementi, rendendoli parti di un insieme misterioso. Macchie di pittura danno vita a orizzonti, fiori, rami, chiome di alberi per accompagnare il visitatore in un viaggio interiore. La natura, proprio come nella pittura antica, diventa allegoria e simbolo, immagine di una dimensione che, nell’artista, assume caratteri spirituali e trascendenti.
La notte, il Sole  e la luna , le stagioni incarnano un’idea atavica del ciclo della vita e delle opposte energie del mondo che si completano e confrontano. Nella pittura di Always la natura è  una presenza costante, ideale e concreta al tempo stesso, un’opera d’arte totale nella definizione wagneriana del termine.

La mostra rimarrà aperta fino al 24 settembre prossimo, al Museo MIIT, in corso Cairoli 4.

Orari martedì-sabato 15.30-19.30

Per prenotazioni tel 0118129776

Mara    Martellotta

Vittorio Cavalleri, pittore torinese. Gli estatici colori di Luzzogno 

Vittorio Cavalleri (Torino 1860-Gerbido di Grugliasco 1938), artista nato da Gioacchino e Felicita Angelino dal portamento signorile e dal tratto cortese, si trasferiva a Luzzogno nella stagione estiva dalla regal Torino non per riposare ma per dipingere, trovando spunti pittoreschi nei paesaggi rurali e nelle scene campestri. Cassetta a tracolla e cavalletto sottobraccio, usciva incontro a madre natura, primogenita di Dio, impiegando il tempo in momenti di generosità e devozione con la sua arte piena di grazia, spontaneità e raffinatezza esecutiva.

L’ispirazione che il geniale pittore trasse da questo territorio costituisce l’orgoglio di Luzzogno, fiero di aver contribuito alla sua grandezza artistica. Una traccia importante del Cavalleri è costituita dall’Annunciazione, affresco del 1895 visibile sulla parete sinistra del Santuario della Madonna della Colletta dedicato alla Natività della Vergine, vincolo di fede e spiritualità per l’intera vallata edificato nel ‘600 da un componente della nobile famiglia Gozzano per ex voto suscepto.

L’affresco, alquanto originale, rappresenta la Vergine che riceve l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele, in veste bianca con le ali ferme ed aperte con un giglio in mano. La Vergine, sorpresa, non è raccolta in preghiera come solitamente rappresentata ma è vestita con il tipico costume del paese, intenta a filare la lana con l’arcolaio (il Vindoûl) tra canestri, fusi e gomitoli.

L’apprezzato ritrattista e paesaggista torinese eseguì diverse opere durante il soggiorno nella piccola comunità montana, la “Pazzerella” (ai Laghìtt), l’ “Empirismo” (la Jeta), “Vecchio volpone” (l’Angilòn), “Idillio” (all’Alpe Ruscadlana), “Angelo custode” (la Mariin all’Alpe Ruscadlana), “Madre” nel campo dietro alla chiesa, “Il portico” di fronte alla chiesa, “San Rocco” quartiere sotto al circolo, “Il filo della vita” dalla valenza simbolica sull’emigrazione e “Il turbine”, il più famoso, attualmente esposto al Museo di San Francisco in California. I riconoscimenti e la notorietà giunsero dopo il trasferimento da Torino a Gerbido nella casa dell’allievo pittore paesaggista Mario Gachet nel 1885. Alcune opere furono premiate con medaglia d’oro ai Salons di Parigi nel 1894 mentre, durante un viaggio nella capitale francese, acquistò i migliori pastelli in commercio, introvabili in Italia. Altre opere furono esposte in Vaticano, alla Biennale di Venezia e alla Corte d’Inghilterra.

Nel 1892 fu premiato con medaglia d’argento dalla Società Promotrice di Genova durante le celebrazioni del quarto centenario della scoperta dell’America. Mantenne stretti rapporti con Torino esponendo al Circolo degli Artisti, alla GAM, alla Promotrice di Belle Arti, alla Sede della Stampa, alla Società degli Amici dell’Arte e nel 1908 alla quadriennale con il premio Bricherasio. Sue opere si trovano nelle chiese di Pietra Ligure e Frabosa Serro. Nel Santuario di Oropa eseguì due lunette, “La pace” e “La guerra”. Fu socio dell’Accademia Nazionale, Accademia di Brera e Accademia Albertina di Torino dove si diplomò e insegnò nei corsi serali. Inoltre fu proclamato “Maestro famoso” a livello internazionale.

Letterati ed artisti lo circondarono di grande affetto e stima definendolo “Il Pascoli della pittura” mentre fu descritto nelle opere principali dell’amico fedele Edmondo De Amicis. Nel 1963 il Circolo degli Artisti di Torino organizzò una grande mostra postuma a lui dedicata con 94 opere, “Vittorio Cavalleri nelle collezioni torinesi”. La capacità di rilevare psicologicamente i contorni umani dei personaggi, la luminosità e la freschezza delle dolci pennellate e l’uso della spatola creavano una festa di colori ai suoi dipinti di stampo naturalistico. Vittorio Cavalleri, unitamente a Giacomo Grosso e a Edoardo Calandra e Marco Calderini, fu tra gli illustri esponenti dell’arte pittorica torinese di fine ottocento.
Armano Luigi Gozzano

Il trittico autunnale delle mostre alle Gallerie d’Italia di Torino

Si è concluso il primo semestre del 2025 di Intesa Sanpaolo raggiungendo quota 420 mila visitatori nella rete delle Gallerie d’Italia di Milano, Napoli, Torino e Vicenza e ora viene presentata una stagione autunnale ricca di grandi mostre nell’ambito del cosiddetto “Progetto cultura”, il piano pluriennale delle iniziative con cui la Banca vuole esprimere il proprio impegno per promuovere arte e cultura in Italia.

Il percorso espositivo prenderà il via l’11 settembre alle Gallerie d’Italia di Torino con un progetto firmato dall’artista olandese Erik Kessels. L’installazione multimediale, costruita a partire da oltre 60 mila fotografie provenienti dall’Archivio Publifoto di Intesa Sanpaolo, darà vita a un flusso visivo continuo grazie al supporto dell’intelligenza artificiale. Le immagini, cucite e trasformate, comporranno un ritratto dinamico dell’Italia, dove volti, scene di cronaca, momenti di guerra e politica, lavoratori, sportivi e frammenti di storia si fonderanno gli uni negli altri. L’opera sarà visitabile fino al 7 ottobre.

Dal 9 ottobre al 1° febbraio 2026 sarà poi protagonista una grande retrospettiva dedicata a Jeff Wall, fotografo nato a Vancouver nel 1946 e considerato tra i più influenti della scena internazionale. Da oltre quarant’anni Wall si muove tra documentazione e staged photography, creando immagini che interrogano la società contemporanea. La mostra, dal titolo Jeff Wall. Photographs e curata da David Campany, raccoglierà lavori realizzati dagli anni Settanta a oggi, in dialogo con il realismo ottocentesco e i dipinti di Édouard Manet. Le sue fotografie, pensate e costruite come set, non nascono con intento documentaristico, ma come affermazione della libertà creativa che l’artista rivendica per la fotografia al pari delle altre arti.

A chiudere il trittico sarà, dal 12 novembre, la mostra dedicata a Riccardo Ghilardi, organizzata in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema per i suoi 25 anni e curata da Domenico De Gaetano. L’esposizione, visitabile fino al 1° marzo 2026, offrirà un racconto fotografico ambizioso che attraversa la storia del cinema dalle origini a oggi. Una sorta di lungo piano sequenza composto dai ritratti delle grandi celebrità, con uno sguardo rivolto alla Mole e alle collezioni del Museo, coinvolgendo protagonisti di primo piano del cinema italiano e internazionale.

Mara Martellotta

MAO, Finissage della mostra Haori. Gli abiti maschili del primo Novecento narrano il Giappone

 

Il MAO chiude con un weekend di eventi la mostra dedicata all’esplorazione della cultura materiale giapponese attraverso un’ampia selezione di 50 haori e juban – le giacche sovrakimono e le vesti sotto kimono maschili – provenienti dalla collezione Manavello.

MAO Museo d’Arte Orientale

Via san Domenico 11, Torino

Sabato 6 e domenica 7 settembre 2025

Nell’ultimo weekend di apertura della mostra Haori. Gli abiti maschili del primo Novecento narrano il Giappone, il MAO Museo d’Arte Orientale lancia un programma di eventi aperti gratuitamente al pubblico.

Sabato 6 e domenica 7 settembre 2025, il museo presenta il catalogo della mostra e propone la proiezione di due capolavori del cinema nipponico degli anni ’50 del regista Yasujirō Ozu.

SABATO 6 SETTEMBRE dalle 12 alle 16 – Presentazione del catalogo e cinema d’autore

La giornata di sabato si apre con la presentazione del catalogo della mostra, edito da Silvana Editoriale.

Il catalogo si sviluppa seguendo passo dopo passo il percorso espositivo e le sue sezioni tematiche, proponendo approfondimenti critici che offrono chiavi di lettura storiche, artistiche e culturali, con particolare attenzione alla complessità iconografica degli abiti esposti e al contesto in cui furono creati e indossati. Ampio spazio è dedicato alle opere degli artisti contemporanei invitati: Kimsooja Royce Ng, Yasujirō Ozu, Tobias Rehberger e Wang Tuo.

Il volume include inoltre saggi a cura di Lydia Manavello, Silvia Vesco e Anna Musini, che approfondiscono temi quali l’estetica maschile nell’abbigliamento giapponese, le dinamiche storiche del periodo Taishō e Shōwa, e il ruolo della moda come veicolo di propaganda, identità e trasformazione culturale.

Il catalogo intende essere anche un strumento di lettura trasversale, che consente di cogliere le interconnessioni tra passato e presente, tra patrimonio materiale e riflessione artistica contemporanea. Un invito a proseguire idealmente il viaggio iniziato in mostra, alla scoperta di un Giappone più complesso e stratificato di quanto spesso le narrazioni canoniche suggeriscano.

Al termine della presentazione, sarà offerto un light lunch a tutti i partecipanti, un momento di convivialità per favorire il dialogo tra esperti, appassionati e visitatori.

Nel pomeriggio, alle ore 14, il programma prosegue con la proiezione del film Inizio d’estate (1951), capolavoro di Yasujirō Ozu che, attraverso la sua poetica delicata e profonda, offre uno sguardo intimo sulla società giapponese degli anni ’50 del Novecento.

L’ingresso è gratuito previa prenotazione al link.

 

DOMENICA 7 SETTEMBRE ore 15 – Viaggio a Tokyo

Domenica 7 settembre alle ore 15 il MAO propone la proiezione del maggiore capolavoro di Ozu, Viaggio a Tokyo (1953). Il film, unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi film della storia del cinema di tutti i tempi, esplora con straordinaria sensibilità i mutamenti della società giapponese nel secondo dopoguerra, dialogando idealmente con i temi di trasformazione culturale e sociale evocati dalla collezione di abiti in mostra ma, al contempo, evocando emozioni universali.

L’ingresso è gratuito previa prenotazione al link.

Si ringrazia Tucker Film per i film Inizio d’estate e Viaggio a Tokyo

HIC sunt Viperae. Breve storia degli animali ai piedi delle Alpi

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso Sabato 6 settembre, dalle ore 15.30

 

Una visita tematica e una conferenza alla scoperta della fauna rappresentata negli affreschi

 

 

Maiali, capre, draghi e scorpioni: nella Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso, dedicata al santo protettore degli animali, sono presenti affreschi che rappresentano anche la fauna. Dai maiali, che si trovano spesso nell’iconografia legata a Sant’Antonio per il largo uso che i monaci Antoniani facevano del grasso dei suini per la cura delle malattie cutanee legate al fuoco di Sant’Antonio, alle capre raffigurate nella processione di pastori e ancora scorpioni e draghi sui vessilli dei “carnefici” di Cristo a rappresentare il male.

L’appuntamento di sabato 6 settembre “HIC sunt Viperae” è una visita tematica seguita da una conferenza organizzata in collaborazione con Daniele Pesce, Ente di Gestione delle Aree Protette dei Parchi Reali, alla scoperta della fauna rappresentata negli affreschi e della sua simbologia.

 

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

Sabato 6 settembre 2025, dalle ore 15.30 alla chiusura

HIC sunt Viperae

Costo: 7 euro + biglietto di ingresso

Biglietto di ingresso: intero 5 euro, ridotto 4 euro

Hanno diritto alla riduzione: minori di 18 anni, over 65, gruppi min. 15 persone

Fino a 6 anni e possessori di Abbonamento Musei: biglietto ingresso gratuito

Prenotazione obbligatoria entro il giorno precedente

Info e prenotazioni (dal mercoledì alla domenica):

011 6200603 ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

Per ritenere valida la prenotazione attendere una conferma

S.O.N.O.G.E.O.M.E.T.R.I.A. Alice Cattaneo alla Gam


Un’azione condivisa tra scultura e suono, sguardo e corpo.

In occasione del Finissage della mostra
Alice Cattaneo. Dove lo spazio chiama il segno

Venerdì 5 settembre 2025 dalle ore 18:30

GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea
Ingresso libero fino a esaurimento posti

Intervento sonoro di Alice Cattaneo, Chiara Lee e freddie Murphy
Performer: Camilla Soave

All’interno della mostra a cura di Giovanni Giacomo Paolin dedicata al lavoro di Alice Cattaneo, Dove lo spazio chiama il segno, S.O.N.O.G.E.O.M.E.T.R.I.A. è un intervento site-specific a sei mani (e molti speaker) che mette in dialogo le sculture dell’artista con una tessitura sonora, composta da gesti, materiali e frammenti d’ambiente.

Nessuna messa in scena, nessuna interpretazione: piuttosto un attraversamento diretto e spaziale, materico e organico.

Una performer, corpo consapevole, interagisce con le opere tramite una serie di azioni minime: attivazioni sonore che si espandono nello spazio attraverso dieci casse Bluetooth, ognuna depositaria di un suono-ombra. Sono i suoni delle opere stesse, raccolti e registrati — lo spostamento, la caduta, il trascinamento, la frizione con il suolo — e poi lavorati per essere reimmessi nello spazio come eco materiche. Una forma di campionamento ambientale che si fa geografia, archivio, presenza.

Durante l’intervento, il suono si dispone nello spazio, si sedimenta, si sovrascrive negli interstizi dell’ambiente. L’interfono — come gesto finale e intrusivo — interrompe e ridefinisce il paesaggio acustico, mentre la performer raccoglie e riposiziona le casse in un nuovo assetto.

Il giardino che ne emerge, o foresta sonora, diventa un’ulteriore opera, effimera ma concreta, in cui tutto si stratifica e si tiene: corpo, gesto, materia, voce degli oggetti.

L’installazione sarà visitabile fino al 7 settembre.

GAM – GALLERIA CIVICA D’ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA – Via Magenta, 31 – 10128 Torino

Orari di apertura: martedì – domenica: 10:00 – 18:00.
Chiuso il lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima.

Ultimi giorni: “Adapted Sceneries” al MAO per non dimenticare la “Tienanmen coreana”

La tradizionale pittura di paesaggio coreana si confronta con la “modernità” e la memoria ancora viva dei fatti del “18 maggio ‘80”

Fino al 7 settembre

“Scenari adattati”. Ovvero il passaggio dalla delicata, sacrale bellezza artistica del paesaggio alla rivendicazione del farsi, la pittura, atto di ricerca e memoria legata alla storica tragicità di spietate, mai del tutto sopite, dittature. “Adapted Sceneries”: di qui il titolo dato alla mostra programmata fino a domenica 7 settembre prossimo, al secondo piano delle “Collezioni permanenti” e nell’area espositiva “t-space” al piano terra del “MAO” di Torino. Organizzata dal “Museo” di via San Domenico in collaborazione  con il coreano “Gwangju Museum of Art”, la rassegna é dedicata alla più storica “pittura di paesaggio coreana” (sansuhwa) affiancata ad opere di più stretta “attualità” (storica ed artistica), insieme ad altre ispirate al “Movimento di Democratizzazione del 18 maggio” ovvero alla rivolta popolare scoppiata il 18 maggio 1980 nel centro di Gwangju (la “Tienanmen coreana”) in Corea del Sud contro la dittatura di Chun Doo-hwan con scontri, davanti alla “Chonnam National University” che portarono a migliaia di vittime fra studenti, professori e comuni cittadini. Nel 1997 i presidenti Chun Doo-hwan e Roh Tae-woo vennero processati e condannati per il “massacro” di Gwangju, insieme ad altri 17 imputati e, in seguito, graziati. Nel 2002 venne creato un cimitero nazionale per le vittime e il 18 maggio fu dichiarato “Giornata Nazionale di Commemorazione”.

Mostra, dunque, su cui riflettere, non solo come suggestivo, poetico “spaccato” artistico di un’arte le cui origini risalgono al periodo cosiddetto “Goguryeo” (37 a. C. – 668 d. C.) e tipicamente caratterizzata nel corso dei secoli, fino ai primi del Novecento – con il declino del “buddismo” e la diffusione del “confucianesimo” – dai “colori brillanti” e dalle “linee fluide”, riattate in epoca moderna in minuti contrasti di bianco e nero, da cui emergono astratte visioni di figure umane e animali captate in un certosino gioco di realtà e pura fantasia, ma anche in pagine narrative che ancora vogliono essere documento storico di denuncia e vitale espressione e domanda di quotidiana libertà sociale per cui combattere e resistere fino alle estreme conseguenze.

L’evento espositivo rientra nell’ambito del progetto “Cultural City Gwangju 2025” e dell’accordo di collaborazione tra la “Città di Gwangju” e la “Città di Torino” sottoscritto nel 2024.“Adapted Sceneries” offre dunque un’opportunità significativa “per far conoscere – sottolineano i curatori Ik YunHyeokjin Lee e per il ‘Museo’ torinese Davide Quadrio (direttore) e Anna Musini – la tradizione artistica e la storia di Gwangju e della regione di Jeollanam-do al pubblico italiano attraverso la collaborazione con il ‘MAO’ di Torino, città che si distingue per la sua vivacità culturale e che, come Gwangju, soprannominata la ‘Città dell’Arte’, valorizza la cultura come elemento chiave della sua identità”.

L’itinerario espositivo offre dunque inizialmente  uno sguardo approfondito sulla “pittura Namjonghwa” (“Scuola di pittura del Sud”), un genere fondamentale nella storia dell’arte coreana, insieme però a “reinterpretazioni contemporanee” della pittura più tradizionale. Tra le opere esposte, quelle di Heo Ryeon (soprannominato “Peonia” per il frequente reiterarsi della profumatissima “pianta” nei suoi dipinti), Heo Baekryeon e Heo Hangmyeon sottolineano la “sensibilità estetica della pittura coreana classica”, mentre i lavori di Lee SunbokHeo DalyongHong Sungmin e Kim Hoseok (con quel minuto lavoro grafico di “The History of the Gwangju Democratic Uprising 2” dove il caos segnico di una sorta di “nuvola antropomorfa” racconta, a ben guardare, la durezza della rivolta e della sofferenza popolare) mostrano l’evoluzione del linguaggio pittorico, attraverso un riavvicinato dialogo fra tradizione e modernità. Uno spazio particolare viene dato proprio alle opere ispirate al “Movimento di Democratizzazione del 18 maggio”, movimento quasi del tutto sconosciuto in Europa. Attraverso queste opere e alcuni importanti materiali d’archivio forniti grazie al supporto di “5.18 Democracy Moviment Archives” e “The May 18 Foundation”, il pubblico potrà approfondire le testimonianza drammatiche di questo momento storico cruciale per la Corea, “non solo ammirandone la bellezza del panorama artistico, ma anche comprendendone il valore e il significato sia in relazione alla storia moderna, sia allo scenario culturale globale”.

Gianni Milani

“Adapted Sceneries”

“MAO-Museo d’Arte Orientale”, via San Domenico 11, Torino; tel. 011/4436932 o www.maotorino.it

Fino al 7 settembre

Orari: mart.- dom. 10/18; lunedì chiuso

Nelle foto: Parte allestimento (Ph.Studio Gonella); Heo Baekryeon “Painting of Bronze Vessels and Flowering Plants”, 1950 circa; Heo Hangmyeon “View of Baekyangsa Temple”, 1942; Kim Hoseok “The History of the Gwangju Demomocratic Uprising 2”, 2000

Ozmo per i 2050 anni di Aosta

In occasione del 2050° anniversario della fondazione di Aosta, il pioniere della street art italiana ha ideato una serie di opere murali che traducono in linguaggio contemporaneo la complessità storica, archeologica, geografica e culturale della città.

 

Il primo lavoro, dipinto sulla parete della Scuola Primaria “Giovanni Pezzoli”, avrà come soggetto la figura di Giano Bifronte, divinità tra le più antiche del culto pubblico romano.

Martedì 2 settembre alle ore 14.30, il contesto urbano di Aosta accoglie una operazione artistica di grande profilo.

 

Ozmo, pseudonimo di Gionata Gesi (Pontedera, PI, 1975) pioniere della street art italiana, artista conosciuto e apprezzato a livello internazionale, ha ideato una serie di opere murali, capaci di tradurre in linguaggio contemporaneo la complessità storica, geografica e culturale della città, che saranno ospitate sulle pareti di alcuni edifici particolarmente significativi, all’interno del tessuto cittadino di Aosta.

 

L’iniziativa, promossa e sostenuta dal Comune di Aosta, s’inserisce nel novero delle manifestazioni di AOSTAE 2025, il palinsesto di eventi organizzato per celebrare il 2050° anniversario della fondazione del capoluogo aostano.

 

Per la prima volta in Italia, un tale progetto è stato affidato a un unico artista che per l’occasione ha creato un itinerario di murali, inizialmente limitato a due pareti, ma che si svilupperà in un futuro prossimo in altri spazi, con lavori che dialogano con il patrimonio identitario di Aosta: il paesaggio alpino (natura), la memoria di epoca preistorica (passato), la condizione di frontiera (identità).

 

L’operazione non è quindi un murale monumentale isolato, ma una regia diffusa che invita lo spettatore a ricomporre i frammenti in un racconto unitario. Ogni parete, pensata in una sorta di proiezione maieutica, non introduce un messaggio esterno, ma fa emergere ciò che già esiste in forma latente nel paesaggio urbano e nella comunità che lo abita.

 

“Nell’anno delle celebrazioni per i 2050 anni della nostra città, Aosta si specchia svelando un suo volto antico e nuovo, trasformando muri in portali nei quali ci immergiamo scoprendo storie che parlano di noi – sottolinea Samuele Tedesco, assessore alla cultura e alle politiche giovanili del Comune di Aosta. Gli interventi di Ozmo, artista internazionale, ci dimostrano che Aosta in questi anni ha saputo rinnovarsi senza paura nei suoi linguaggi e nelle sue forme, senza nostalgia, ma con profondo coraggio. Il Giano, Dio dei Passaggi, diventa dunque un monito per ribadire che le soglie non servono per restare fermi, ma per andare oltre e proseguire nel cammino, nella scoperta di nuove visioni”.

 

“Questo progetto murale – afferma Ozmo – si sviluppa in alcuni luoghi distinti della città, che corrispondono a soglie simboliche che riportano a macrotemi come la natura, l’origine e la storia della città e la sua identità”.

 

Il primo murale è collocato sulla parete della Scuola Primaria “Giovanni Pezzoli” (via Parigi 137), il cui edificio si affaccia direttamente sulla Strada Statale 26, che ripercorre il tracciato della Via delle Gallie romana, segnando un confine simbolico tra Aosta antica – con Porta Praetoria, il criptoportico e l’assetto urbano romano – e la città moderna che si sviluppa lungo nuovi assi e infrastrutture.

 

Il soggetto del murale è la figura di Giano Bifronte, divinità tra le più antiche del culto pubblico romano, solitamente riprodotto come un busto con due volti che osservano in direzioni opposte.

 

Il Giano di Ozmo volge lo sguardo verso la viabilità e verso il complesso scolastico, a significare quanto la figura mitologica non si presenti solo come nume della strada, ma anche iniziatore e protettore del percorso formativo individuale. Giano diventa così una figura di sintesi tra stratificazione urbana e formazione personale, tra infrastruttura antica e individuo in costante divenire.

 

Il secondo sarà posto sul muro della Scuola Cerlogne, in corso Saint Martin de Corléans, nelle vicinanze di una delle più antiche testimonianze simbolico-spirituali d’Europa, ovvero l’area megalitica di Aosta che conserva la stele antropomorfa risalente al terzo millennio a.C., esposta in permanenza al MegaMuseo – Museo Archeologico Contemporaneo, che sorge proprio di fronte al complesso didattico.

 

Proprio questa stele, che si presenterà con una veste che ricorda un personaggio dei fumetti, diventerà ponte tra le varie epoche, lasciando emergere echi di un passato remoto, con trame capaci di connettere i bambini di oggi con le radici preistoriche della città.

Vercelli tra risaie, arte e gastronomia

Il prezioso e singolare passaggio per il Piemonte.

E’ tra le città che Dante ha citato più spesso nella Divina Commedia ricordandola per la ricchezza del suo armonioso e suggestivo paesaggio, il Monte Rosa che la domina dall’alto, il “mare a quadretti” di risaie che orna i dintorni come un florido e umido tessuto, le ricchezze artistiche e architettoniche di coinvolgente bellezza.

Stiamo parlando di Vercelli, la porta di accesso al Piemonte dallavicina Lombardia, probabilmente celtica di origine,  Wehr-Celt il suo antico nome, deliziosa città densa di bellezze , di misurata e gentile atmosfera.

L’ho visitata di domenica, una gita in giornata da Torino per celebrare la fine del lockdown  e immergermi nuovamente in questa regione meravigliosa che è il Piemonte. La sensazione è stata di sospensione onirica, di una realtà d’altri tempi, forse per i suoi borghi silenziosi, per la sobrietà e l’eleganza che la caratterizzano, per la dovizia di tracce e  sigilli storici.

Oltre che per la sua piacevole frugalità Vercelli è nota per importanti impulsi sociali ed economici. L’appellativo di “citta delle 8 ore” le è stato conferito per il limite ad otto ore lavorativeche si concesse alle mondine sancito successivamente a  livello nazionale, è la capitale europea del riso, con una propria Borsa del Riso e  la Stazione Sperimentale di Risicoltura e delle Coltivazioni irrigue; viene inoltre gloriosamente chiamata “la città dei 7 scudetti” grazie alle conquiste sportive del Pro Vercelli tra il 1908 e il 1922.

Arrivando si intuisce subito che ci si addentra in un territorio unico e prezioso ma forse poco conosciuto e sottovalutato livello turistico cosa che credo si debba prontamente rettificare, Vercelli e i suoi dintorni sono certamente da visitare.

Come ci ha suggerito la guida ci dirigiamo subito a Piazza Cavour essenza del centro storico dalla forma a trapezio, luogo di incontri e del mercato bisettimanale, dedicata allo statista che fu uno dei maggiori promotori della risicoltura con la realizzazione di opere dedicate come il Canale Cavour e l’istituzione dell’Associazione Ovest-Sesia. Diversi sono i locali dove mangiare e godersi lo scenario urbano costituito dagli edifici più antichi della città, i portici e la leggendaria Torre dell’Angelo. Non lontano , a Via Foà, troviamo la Sinagoga, opera dell’architetto Giuseppe Locarni, una bellissima espressione di arte moresca in pietra arenaria decorata da merlature, torri e cupole a cipolla e la Chiesa di San Cristoforo, denominata la Cappella Sistina di Vercelli, che lascia senza fiato con i suoi meravigliosi dipinti del ‘500 di Gaudenzio Ferrari. A pochi passi Piazza di Palazzo Vecchio, conosciuta anche come Piazza dei Pesci per il mercato ittico che vi si teneva, ma soprattutto il “broletto” della città dove, nelMedioevo, si radunava il popolo.

Nella direzione opposta si trovano il Duomo dedicato al Patrono della città, Sant’Eusebio, che domina la verde e omonima piazza;più volte distrutto e ricostruito la struttura attuale è stata edificata tra il 1500 e il 1800,  l’importante campanile risale invece al XII secolo.   All’interno troviamo

un imponente crocifisso in legno e oro realizzato nell’anno mille e la cappella con le spoglie del santo. Uscendo dalla Cattedrale vale la pena di dare uno sguardo esterno al Castello Visconteo che fu residenza sabauda, alloggio militare, e attualmente tribunale e carcere.

A pochissimi passi spicca la Basilica di Sant’Andrea, meraviglioso esempio di architettura gotica e romanica completata nel 1227. Simbolo della città, ci meraviglia con la sua bellezza e maestosità; percorriamo il suo perimetro esterno e poi entriamo a visitare la chiesa e il pacifico chiostro. Uscendo troviamo il Salone Dugentesco ex ospedale militare che ospitava pellegrini e viandanti che percorrevano la via Francigena, di cui Vercelli è la decima tappa fino a Robbio; sul lato esterno si può leggere la targa con un passo della Divina Commedia dedicato alla città.

A   Vërsèj, in dialetto piemontese, diversi sono i musei da visitare: sicuramente la Casa-Museo Borgogna, seconda pinacoteca della regione, che vanta numerose opere d’arte collezionate da AntonioBorgogna appunto, viaggiatore e amante dell’arte, Il piccolo Museo dell’Opera del Duomo, il Museo Leone risalente ai primi del 1900 presso la Casa Alciati e il barocco Palazzo Langosco, cheospita una collezione varia: armi preistoriche, corredi di tombe egizie, vasi etruschi, mosaici medievali, porcellane, quadri di epoca moderna e il MAC – Museo Archeologico Civico L. Bruzzadove sono raccolti reperti archeologici “moderni” che ripercorrono il periodo dalle origini della città fino al Medioevo.Davvero interessante è l’Arca, un polo espositivo contemporaneoin vetro e acciaio collocato nella navata centrale della chiesa di San Marco.

Svariate sono le  visite che si potrebbero fare, anche nei dintorni, sostando più giorni.

Consigliato a più voci è il giro delle risaie in bici, soprattutto quando sono allagate in aprile e maggio, (sicuramente evitando l’estate piena per non godere della compagnia di numerose e fastidiose zanzare),  il Sacro Monte di Varallo, Valduggia e la chiesa di San Giorgio.

Un altro validissimo motivo per visitare questo luogo delizioso è l’arte culinaria. Fare un salto alla pasticceria Follis per comprare i bicciolani, i biscotti speziati, è una tappa obbligata come fare colazione o merenda alla Pasticceria Tarnuzzer per gustare la torta tartufata. Il piatto tipico di Vercelli è la Panissa, ma anche il risotto alla Gattinara, il vino che profuma di viola, è notevole! E ancora le patate masarai, la toma valsesiana e i fagioli rossi di Saluggia. Da bere? Dei buonissimi Gattinara, Bramaterra, Coste della Sesia ed Erbaluce.

Quando deciderete di visitare questa bellissima città e i suoi dintorni verificate gli orari di apertura e chiusura delle chiese, dei musei e delle attrazioni in genere, soprattutto nel weekend alcune di queste chiudono alle 12.

Per informazioni www.atlvalsesiavercelli.it

 

MARIA LA BARBERA

Al MAO una mostra monografica dedicata a Chiharu Shiota

L’artista giapponese Chiharu Shiota, dopo essere stata ospitata in musei di fama internazionale come il Grand Palais di Parigi, fino allo Shenzhen Art Museum, approda a Torino con una mostra monografica ospitata al MAO, Museo di Arte Orientale, aperta dal 22 ottobre prossimo fino al 28 giugno 2026.

La mostra “Chiharu Shiota: The Soul Trembles”, curata da Mami Kataoka, direttrice del Mori Art Museum, e da Davide Quadrio, direttore del MAO, con la collaborazione di Anna Musini e Francesca Filisetti, offre una panoramica completa del percorso artistico di Shiota. In esposizione disegni, fotografie, sculture e alcune delle sue installazioni più celebri, accanto a opere mai presentate prima.

Nata a Osaka nel 1972 e residente a Berlino, l’artista affronta temi universali legati alla vita e alla morte, all’identità e al rapporto con l’altro, invitando lo spettatore a riflettere insieme a lei. È conosciuta soprattutto per le sue spettacolari installazioni realizzate con fitte trame di fili rossi o neri: reti intricate che occupano e trasformano lo spazio, immergendo chi le osserva in un’esperienza al tempo stesso seducente e perturbante.

Le opere selezionate dialogano con l’architettura e con le collezioni del MAO. Tra queste, “Where are We Going?” (2017-2019) utilizza il simbolo della barca per evocare viaggi incerti; “Uncertain Journey” (2016) richiama lo scheletro di imbarcazioni imprigionate nei fili, alludendo agli incontri che attendono alla fine di ogni percorso; “In Silence” (2008) mette in scena un pianoforte carbonizzato e sedie avvolte in una trama di fili neri, a rappresentare il silenzio che segue la distruzione. Con “Inside-Outside” (2009) Shiota esplora il confine tra interno ed esterno, tra sfera pubblica e privata, tra Oriente e Occidente.

A concludere il percorso è l’imponente installazione “Accumulation – Searching for the Destination” (2021), composta da centinaia di valigie sospese: metafora di spostamenti, migrazioni e memorie. Particolarmente evocativa è anche “Reflection of Space and Time” (2018), che attraverso un abito e la sua immagine riflessa riflette sulla presenza e sull’assenza come tracce dell’esistenza.

L’allestimento si presenta come un progetto unitario, dinamico e in costante evoluzione. Come tutte le esposizioni del MAO, anche “The Soul Trembles” è pensata come un organismo vivo, che si rinnova con un programma parallelo di performance, conferenze, incontri, proiezioni e attività educative dedicate a scuole, famiglie e pubblico adulto.

Mara Martellotta