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Le astrazioni pittoriche di Franco Tosi in mostra

“Insight – Inside”, alla torinese Galleria “metroquadro” e presso “NH Hotel Santo Stefano” Porta Palatina

Fino al 18 dicembre / Fino al 9 gennaio 2022

“I miei quadri sono stati dipinti utilizzando la scala dell’esistenza e non quella istituzionale”: così diceva il grande Marck Rotcko, pittore statunitense di origine lettone (morto suicida nel 1970) e padre riconosciuto del “Color Field Painting” – pittura come “campo colorato”. Spazi astratti di colore vibrante in cui non v’è traccia di figure umane, ma solo “estasi” totale. Tragedia ed estasi. Arte come vita. Colori come ali essenziali a viaggi verso emozioni assolute. Parole e dimensioni in cui penso possa ben riconoscersi Franco Tosi, bolognese d’adozione (ma nato a Magenta nel ’62), cui la Galleria “metroquadro” di Marco Sassone dedica oggi in contemporanea, a quattro anni dalla sua ultima personale a Torino, due mostre dai titoli estremamente chiari e significativi: l’una “Insight” ospitata nella Galleria di corso San Maurizio e l’altra “Inside” presso gli spazi dell’“NH Hotel Santo Stefano” di via Porta Palatina. La rassegna si articola in tre sezioni: dalle distese di colore della serie dei “Landscapes”, di grandi dimensioni, ai più piccoli “Scratched Fields” fino alla certosina moltiplicazione cellulare della serie cosiddetta delle “Mitosi”. Scive Marco Sassone: “Le tre serie vivono indipendenti, ma tutte e tre si intrecciano nel tentativo di rappresentare le gioie ed i tormenti di quel mistero che è la vita”. In parete troviamo opere, quasi tutte di grandi dimensioni, votate ad una cifra astratta assolutamente controllata (pur con qualche “sgarbo” emotivo) nei ritmi cromatici, logica e analitica all’eccesso, dai verdi più o meno intensi agli azzurri sfumati in un chiaro-scuro che domina le campiture di colore dilatate sulla totalità della tela. L’artista si è diplomato a Bologna all’Istituto “IASA – Istituto per le Arti Sanitarie Ausiliarie” e proprio questo tipo di studi deve averlo indirizzato a concepire il lavoro pittorico come strumento di indagine introspettiva in grado di avvicinare l’artista all’osservatore, nella comune speranza di trovare un senso all’esistere. Ciò che gli interessa non sono dunque, per citare ancora Rotcko, “i rapporti di colore, di forma o di qualsiasi altra cosa, ma solo esprimere le fondamentali emozioni umane”. Introspezione ed interiorità sono, infatti, il leitmotiv dell’intera mostra. “Un modo differente di guardarsi dentro – racconta lo stesso artista – dove il romanticismo dei landscapes , con campiture graffiate e tenui, a loro volta diventano il fluidificante nel quale nascono e si moltiplicano grappoli di cellule. La parte romantica lascia spazio alla ragione, soggettivo e oggettivo si incontrano in un gioco di ruoli dove nulla è più definito”. E allora quegli indefiniti totalitari spazi cromatici vanno a nascondere una singolarissima analisi interiore. Un gioco non semplice di anima e cuore che tende (ci riuscirà?) a coinvolgere e a concepire in un tutt’uno artista e spettatore. Davanti a uno specchio che spesso riflette “le debolezze dell’Io, in una continua ricerca di sé stessi e la paura, forse, di non trovarsi”. O, peggio di trovarsi.

Gianni Milani

 

“Insight – Inside”

Galleria “metroquadro”, corso San Maurizio 73/F, Torino, tel. 328/4820897 o www.metroquadroarte.com

Fino al 18 dicembre

Orari: dal giov. al sab. 16/19

NH Hotel Santo Stefano, via Porta Palatina 19, Torino; tel. 011/5223311 o www.nhsantostefano@nh-hotels.com

Fino al 9 gennaio 2022

 

Nelle foto

–         “Landscape”, oil on dibond, 2020

–         “Landscape – Azzurro”, oil on canvas, 2013

–         “Mitosi #11”, olio on canvas, 2014

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Quaglino nuovo Plutarco delle vite parallele che si incontrano – Cavour e Roma capitale – Ugo Pero e il logo del Salone – Paolo Granzotto dieci anni dopo – Lettere

Quaglino nuovo Plutarco delle vite parallele che si incontrano
Il prof . Pietro Quaglino è ordinario di Dermatologia  all’ Università di Torino e direttore della clinica universitaria che i vecchi torinesi identificavano con il San Lazzaro. E’ uno scienziato con centinaia di pubblicazioni. Recentemente ha pubblicato il libro “Incroci di strade – Incroci di storie“ edito da Laterza. Gli incroci sono quelli delle vie torinesi che Quaglino rende vive, facendo interloquire i personaggi a cui esse sono dedicate. Plutarco ci raccontò le vite parallele destinate a non incontrarsi mai. Quaglino riesce a  farle incontrare, anche se tra Vittorio Emanuele II e il giudice Falcone non ci fu rapporto di sorta per evidenti ragioni temporali.
La fantasia dell’autore, pur ancorata ad una robusta cultura storica, riesce a compiere il miracolo. E così accade per tanti altri personaggi che hanno posto nella toponomastica torinese. Quaglino è un grande innamorato di Torino e con l’aiuto delle sue due figlie, ha messo su un libro che merita di essere letto . La brillante prefazione di Guido Curto illustra bene il senso dell’opera. Sono tanti i medici scrittori , da Carlo Levi a Tobino ,ma Quaglino è  innanzi tutto un uomo fuori ordinanza a cui da storico concedo la libertà  di inserire la fantasia nella storia che così rinasce a nuova vita. La storia è spesso vulnerata dalle visioni ideologiche, Quaglino crede in grandi valori” non negoziabili”, ma non è mai irrigidito sulle vulgate che sono estranee agli scienziati. E’ innamorato della città come lo fu Mario Soldati.
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Cavour e Roma capitale
Giovedì ho presentato al Salone del libro di Torino il volume “Da Cavour alla Repubblica” edito da Pedrini , l’editore amico, figlio di un mio altro grande amico, Ennio Pedrini senior, che fu anche editore dei settimanali su cui feci il mio apprendistato giornalistico prima del 1968, quando entrai nell’Ordine  dei giornalisti di cui temo di essere ormai diventato un decano che però continua a scrivere. Carmine Festa, redattore capo del Corriere della sera, a cui collaboro da parecchi anni, è stato un mio  validissimo e colto interlocutore.
Il libro mette in evidenza anche  un aspetto storicamente  non secondario, pubblicando il testo del discorso  di Cavour su Roma capitale. Non ho avuto modo di dirlo perché il discorso ha seguito una piega diversa (i temi del libro sono moltissimi perché riguardano un secolo e mezzo di storia). Il tema riguarda Cavour, accusato da certi dilettanti di una storiografia superficiale e non documentata  di volersi limitare ad  un regno del Nord Italia . Un’accusa sciocca perché il gran Conte voleva Roma capitale e anche il suo ruolo a sostegno della spedizione dei Mille di Garibaldi fu fondamentale, malgrado le necessarie prudenze diplomatiche . I buoni rapporti con l’Inghilterra ,decisiva per l’impresa garibaldina in Sicilia, furono creati dal “gioco di squadra” Cavour, Vittorio Emanuele e d’Azeglio.
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Ugo Pero e il logo del Salone
Viene sempre ricordato Armando Testa come autore del primo logo, poi sostituito, del Salone del libro. L’attuale logo è opera dell’agenzia fondata da Ugo Pero, un creativo colto che seppe ritirarsi nei tempi giusti  per vivere una vita serena. Pero che ho conosciuto e frequentato  e che ricordo come un saggio, va citato  anche perché ha fatto tanto altro.
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Paolo Granzotto dieci anni dopo
Sono esattamente dieci anni che è mancato Paolo Granzotto giornalista libero , senza collare , come scrissi quando mancò. Era figlio d’arte, ma  lui fu tanto diverso  da suo padre Gianni, irrigidito in ruoli ufficiali che lo resero  sempre compassato e, per molti anni in Rai, anche un po‘ conformista. Paolo invece era fuori dagli schemi, amava la battuta ed era ironico e spesso graffiante. Sposò Sanzia Ghislieri, discendente dell’unico papa piemontese, Pio V, e si stabilì in una casa di via Cesare Balbo affacciata sul Po dove Paolo coltivava anche piante da frutto. Testimone del suo matrimonio fu Mario Soldati e quindi il nostro rapporto fu anche legato alla nostra amicizia comune. Amava tantissimo il suo cagnolino, a tal punto da farsi ritrarre insieme a lui per la fotografia inserita nella sua bella ed arguta rubrica sul “Giornale“ di cui fu vicedirettore con Indro  Montanelli  direttore che, quando venne al Centro “Pannunzio“ nel 1988 e nel 1991 si fece sempre accompagnare da Paolo. Altri hanno vantato di aver accompagnato Indro in quelle occasioni, ma hanno scritto il falso, pur  di offendermi personalmente. Paolo era l’uomo di fiducia di Indro, anche se nel 1994, quando Berlusconi mise Montanelli nella  condizione di andarsene, rimase al Giornale soprattutto perché non voleva andare con la cattiva compagnia che seguì Montanelli.
Ho conosciuto  abbastanza Paolo per dire che non  fu un berlusconiano, ma un liberale vero per stile e cultura che poteva apprezzare Enzo Ghigo, ma  non poteva andare oltre.  Egli fu un anticonformista a tutto tondo, incapace di piegarsi alla vulgata radical – chic  sempre così presente a Torino, da molto tempo non più città operaia e non più città borghese.
Nel 1999 fondò a Torino “ Il giornale del Piemonte” che con lui direttore divenne una voce autorevole nel panorama giornalistico subalpino. Senza di lui quel quotidiano incominciò a decadere fino a diventare  un semplice raccoglitore pubblicitario o poco più. Nel 2006 ricordammo insieme a Torino Oriana Fallaci. Nel 2011 su mia richiesta coordinò il convegno nazionale tenutosi al Teatro Carignano per i  150 anni dell’ Unità d’ Italia promosso dall’Accademia italiana della Cucina. Paolo amava la storia, specie quella antica, e tra i suoi libri  importanti resta una trilogia omerica. Scrisse anche una bella biografia di Montanelli, incredibilmente premiata a Capalbio, centro del peggiore vippume vacanziero. Non l’ho frequentato abbastanza e mi rammarico di questo  perché avrei potuto imparare molto da lui . Era un gran signore di delicati e alti sentimenti oltre che un giornalista con una penna a volte “cattiva”, ma sempre onesta. Era diventato torinese per amore di Sanzia , ma non si adattò  mai al grigiore di una certa Torino  perbenista e sinistrorsa che ha il suo epicentro nel Museo egizio e si ritrova in certi salotti che lui considerava “intriganti  tinelli” . E’ stato un maestro di giornalismo e di vita che, a dieci anni dalla sua morte, ci  rivela l’arte di  un mestiere che non può mai  allinearsi al potere in nome del quieto vivere. Paolo seppe steccare nel coro e pago ‘ anche le conseguenze di una linearità  mai ostentata , ma sempre vissuta con grande onestà intellettuale.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

Umberto II di Savoia, chi ha ragione?
Allora, gentile professore Quaglieni, chi ha ragione su Umberto II ?  Lei, Cardini, Barberis, Oliva o Denis Mack Smith? Appena ho letto su “il Torinese” il suo Commento su Umberto II di Savoia salito al trono il 9 maggio di 80 anni fa, ho ripreso in archivio due interviste sui Savoia rilasciate due anni fa a La Stampa da Franco Cardini e da Walter Barberis, pochi giorni dopo la morte di Vittorio Emanuele di Savoia. Ebbene, Lei parla benissimo di Umberto II eppure altri autorevoli storici lo trattano decisamente male. O lei esagera o gli altri storici sono troppo cattivi nei confronti dell’ultimo Re d’Italia. Per esempio, in sintesi, lo storico del Medioevo Franco Cardini scrive: “mi sento profondamente ostile alla dinastia sabauda e non al solo Vittorio Emanuele III per le leggi razziali del 1938…. A proposito del “Re di Maggio”, Umberto II, meglio è tacere per carità di patria”. (intervista a La Stampa il 7 febbraio 2024). Walter Barberis, storico di professione e presidente dell’editrice Einaudi ha scritto: “Vittorio Emanuele III non ferma la marcia di Mussolini su Roma, firma le leggi razziali, abbandona l’Italia a se stessa: una caricatura e poi la dinastia è finita. Umberto II è un personaggio da café chantant”. (intervista a La Stampa 8-2-2024). Alessandro Barbero, credo che sui Savoia la pensi più o meno come Cardini. Decisamente meglio invece lo storico e giornalista Gianni Oliva che nel suo libro “I Savoia, Novecento anni di una dinastia” scrive a proposito di Umberto II: “ostenta in ogni occasione il suo lealismo costituzionale, si legittima con un comportamento misurato e corretto riconosciutogli anche da convinti repubblicani come Nenni e Parri. Certo, non può fare altro ma regna con l’onesta intenzione di restaurare un’immagine compromessa”. Alla fine chi ha ragione professore?    Filippo Re
 Io non voglio aver ragione e rispetto tutte le opinioni. Ma la prevenzione antisabauda  degli storici che lei cita, forse ha loro impedito un giudizio più sereno. Lo storico deve capire prima di giudicare. Qui siamo  di fronte ad affermazioni che si rivelano preconcette. Ho cercato di esprimere una valutazione complessiva di Umberto II re ed esule. Come ho scritto ho conosciuto il re e ho parlato con lui. Ho avuto anche scambi epistolari diretti o tramite Falcone Lucifero. Io non sono prevenuto su Casa Savoia, forse questa è la vera differenza. Oliva nei suoi libri dimostra una volontà di capire che gli altri nominati non hanno.
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Burocrazia digitale
Caro professore, leggo sui social: “Una società che obbliga un novantenne a usare uno smartphone per accedere ai propri diritti non è “moderna”, è una società che ha deciso di sbarazzarsi dei propri padri. Siamo nel 2026 e tutto è diventato un’app, un codice, un portale. Ma provate a mettervi nei panni di chi ha costruito questo Paese con la fatica delle mani e oggi si ritrova analfabeta in casa propria. Se per prenotare una visita medica o pagare una bolletta devi avere un nipote o un figlio esperto, allora il sistema è fallito. Chi progetta queste barriere si sente un genio dell’innovazione, ma è solo un miserabile che ignora la realtà della carne e delle ossa. Non è evoluzione se lasciamo indietro chi ci ha preceduto. La tecnologia deve essere un aiuto, non un esame di ammissione per avere diritto alla salute o alla dignità. Stiamo togliendo la voce a chi ha più esperienza di noi, nascondendo dietro lo schermo la nostra incapacità di prenderci cura delle persone.” Cosa ne pensa?   Rita Felice
Scrivendo, da molti anni mi sono dovuto convertire al Pc perché i giornali si erano digitalizzati e richiedevano i pezzi battuti al computer. Poi in tempi successivi dal 2009 mi sono dovuto iscrivere a Facebook perché i giovani che promossero la pagina del Centro Pannunzio chiedevano la mia partecipazione. Adesso c’è chi mi considera un influencer. Invece tutte le incombenze per prenotare e agire su piattaforme mi è faticoso e a volte mi fa perdere la pazienza. Il disagio che la lettrice lamenta e’ reale e obbliga gli anziani a farsi aiutare o ad essere esclusi. Capisco il progresso, ma esso dovrebbe aiutare, non creare problemi. I temi che lei evidenzia sarebbero da dibattere. C’è materia per una battaglia politica, ma la politica non credo che si interessi degli anziani.
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Suvvia dott Mattia Feltri…..legge da ” Ayatollah”?
Mi riferisco al  <buongiorno> che  considera le proposte di bacchettare / punire con <meno dolcezza> i giornalisti   che troppe volte dimenticano di menzionare le assoluzioni dopo aver evidenziato con enfasi anche solo le ipotesi di colpa dei cittadino qualunque. Dal modesto tinello di casa con gli amici abbiamo commentato fatti e nomi più o meno eccellenti che sono andati sotto il vecchio piombo della stampa. Pubblicare tutto, free speach, Costituzione sta bene ma anche rettificare o indicare le novità  positive (esempio le assoluzioni) e attenzione  con la stessa impaginatura e carattere. Credo che una esemplare punizione a coloro che  con molto ardore ci vanno pesanti sull’ implicato  indagat / ….. debba essere una corretta riprovazione per  la diffusione di notizie poi risultate vaghe o false. Vero che la legge già punisce e l’Ordine verifica e censura, ma troppe volte la voglia di notiziare e stupire i lettori supera la  serietà di una onesta informazione. Sbaglio? Grazie e buon lavoro, cosa ne pensa?       Renata Franchi
Pubblico volentieri perché Mattia Feltri è uno dei pochi giornalisti indipendenti, colti, non settari che difendono valori liberali veri. Concordo con Lei che le accuse non provate vanno riparate, anche se certi processi mediatici distruggono l’animo e lasciano lividi permanenti. Con tutte le condanne ricevute, il direttore del “Fatto” non ha mai ricevuto sanzioni dall’Ordine nazionale dei giornalisti  e dall’organo di disciplina.

CAMERA, il primo ciclo di mostre del neodirettore François Hébel

Il programma espositivo di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia inaugura il primo ciclo di mostre del neodirettore artistico François Hébel con due mostre originali, dopo l’avvio di EXPOSED Torino Photo Festival: la prima è la grande mostra in Italia dedicata al maestro del colore, Il belga Harry Gruyaert, dal titolo “Retrospettiva”, e un’esposizione originale nella project room dedicata al più importante grafico svizzero che lavora con la fotografia, Werner Jeker.

Dal 18 giugno al 4 ottobre prossimo, CAMERA presenta la prima grande retrospettiva in Italia di Harry Gruyaert, tra i maggiori protagonisti della fotografia contemporanea. Nato in Belgio nel 1941, membro di Magnum Photos, Gruyaert è stato uno dei primi fotografi europei, tra gli anni Settanta e Ottanta, a conferire al colore una dimensione puramente creativa, non più descrittiva ma percettiva ed emotiva, capace di costruire una visione radicalmente grafica del mondo. In un’epoca in cui la fotografia veni a celebrata in bianco e nero, il suo lavoro si inserisce nel solco tracciato da autori americani come Saul Leiter e William Eggleston. Articolata secondo un percorso cronologico, la mostra si apre con la celebre serie televisiva “Shots”, che mette in dialogo fotografie e prime trasmissioni televisive a colori, proseguendo con l’evoluzione del suo linguaggio visivo, influenzato da numerosi viaggi: ogni luogo si distingue per le sue immagini e per specifiche qualità cromatiche. Dalla pellicola Codachrome e dalla stampa Cibachrome del XX secolo, fino alle possibilità offerte dal digitale del XXI secolo, la ricerca di Gruyaert testimonia una costante esplorazione del colore come esperienza fisica e sensoriale.

“Il colore è più fisico del bianco e del nero – spiega l’artista […] – con il colore si deve essere colpiti dalle diverse tonalità che esprimono una situazione”.

Formatosi alla Scuola di Cinema e Fotografia di Bruxelles, Gruyaert si trasferisce a Parigi nei primi anni Sessanta, dove incontra figure decisive come Peter Knapp e Robert Delpire. Dopo le prime esperienze, individua nel viaggio il fulcro della propria ricerca a, individuando come luogo chiave del suo lavoro il Marocco, vissuto come spazio di rivelazione in cui paesaggio e presenza umana si fondono in una percezione unitaria. Nel corso della sua carriera, Gruyaert sviluppa un linguaggio più ispirato alla pittura e al cinema che alla fotografia stessa, dando forma a immagini in cui luce, colore e composizione prevalgono su ogni intento narrativo.

In parallelo, la project room ospiterà una mostra “Phototypo”, dedicata a Werner Jeker, figura di riferimento internazionale nel campo della grafica applicata alla fotografia. Nato in Svizzera nel 1944, Jeker rappresenta un caso unico , considerato tra i più importanti graphic designer della sua generazione nel campo della fissione, ha sviluppato un linguaggio visivo in cui fotografia e tipografia si integrano, superando la funzione comunicativa per arrivare a una piena autonomia espressiva. Jeker è autore di oltre 800 manifesti, realizzati per differenti istituzioni culturali, e collaborato con importante realtà internazionali e con fotografi del calibro di René Burri, Raymond Depardon, Henry Cartier Bresson. La mostra presenta una selezione significativa dei suoi lavori, con una particolare attenzione ai manifesti che incorporano l’immagine fotografica come elemento strutturale della composizione. Il suo approccio si distingue per un intervento calibrato sull’immagine, che ne preserva l’integrità documentaria, mentre ne amplifica la forza visiva attraverso la relazione con il testo. Nel corso della sua carriera, Jeker ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui l’Infinity Award per l’uso innovativo della fotografia, ed è stato docente presso importanti istituzioni europee.

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia- via delle Rosine 18, Torino – www.camera.to

Mara Martellotta

Pino Torinese premia il professor Gianfranco Gribaudo

È il professore di Pino Torinese Gianfranco Gribaudo il premiato della prima edizione del Premio Cultura, il nuovo riconoscimento che debutta quest’anno in paese con l’obiettivo di celebrare eccellenza e tradizione del territorio.
La scelta è stata condivisa all’unanimità dalle associazioni promotrici dell’iniziativa – Museo delle Contadinerie, Unitre di Pino Torinese e l’associazione Santa Maria del Pino – che hanno deciso di premiare il docente per la sua instancabile attività di studio, insegnamento e valorizzazione della lingua piemontese, considerata un pilastro dell’identità culturale del territorio.
Gribaudo è noto in particolare per essere l’autore del monumentale “Nuovo Dizionario piemontese-italiano. La fiama ch’as dëstissa nen“, opera di riferimento per la conservazione e la diffusione del patrimonio linguistico regionale. Il suo lavoro lo ha reso non solo un accademico di primo piano, ma anche un autentico custode della lingua madre, patrimonio immateriale della comunità piemontese. Nel corso della sua carriera ha inoltre collaborato con il Centro Studi Piemontesi di Torino, contribuendo alla formazione di nuovi studiosi e alla realizzazione di testi didattici dedicati alla lingua piemontese.
Un dialetto non è una lingua “minore” come spesso si crede – ha spiegato Chiara Pantone, curatrice del Museo delle Contadinerie -. Dal punto di vista scientifico possiede un proprio sistema grammaticale, lessicale e fonetico completo e conoscerlo e studiarlo è una ricchezza, perché è la massima espressione della cultura locale e l’eredità storica della sua comunità. Permette di cogliere sfumature e concetti legati al territorio che spesso non sono traducibili nella lingua nazionale ed è fondamentale per interagire quotidianamente con le generazioni più anziane o per immergersi pienamente nella vita sociale locale“.
La cerimonia ufficiale di consegna del premio si terrà venerdì 10 aprile alle ore 17.30 presso l’Auditorium del Centro Polifunzionale di piazza Montessori a Pino Torinese. Nel corso dell’incontro sarà presentata anche la quarta edizione, ampliata e aggiornata, del Dizionario.
Durante l’evento il professor Gribaudo dialogherà con il professor Francesco Balcet, attuale docente del corso di piemontese dell’Unitre locale. Interverranno inoltre i presidenti delle associazioni organizzatrici e le autorità comunali.
Valorizzare la lingua piemontese – ha dichiarato la sindaca di Pino Torinese, Alessandra Tosi – significa riconoscere il valore della nostra identità e della nostra storia, ma anche guardare al presente con maggiore consapevolezza. Premiare il professor Gianfranco Gribaudo vuol dire valorizzare il lavoro di chi, con studio e passione, contribuisce a mantenere viva una parte fondamentale del nostro patrimonio culturale e a trasmetterlo alle nuove generazioni“.
La lingua piemontese non è soltanto memoria del passato, ma uno strumento prezioso per comprendere il nostro territorio e le sue radici – ha commentato l’assessora alla cultura Elisa Pagliasso -. Ringrazio le associazioni organizzatrici di questo premio che è in grado di sottolineare come cultura, ricerca e insegnamento possano diventare un ponte tra la tradizione e il futuro della comunità. Il lavoro del professor Gribaudo, in questo senso, rappresenta un punto di riferimento fondamentale per la tutela e la diffusione del patrimonio linguistico piemontese“.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: IV NovembreIl rettore fazioso – Ad Albanese no – Lettere

IV Novembre
Sembra che la data del IV novembre imbarazzi qualche amministrazione comunale per il clima di pacifismo pro Palestina determinatosi in Italia con scioperi, cortei, manifestazioni, occupazione di scuole. Le iniziative sono quest’anno  in formato ridotto. Dovremmo allora dimenticare il nostro Risorgimento? Quella data, 4 novembre 1918, segna la fine della IV guerra per l’indipendenza nazionale. E ci riporta a Trento, a Trieste, all’Istria e alla Dalmazia, all’Italia rimasta ancora irredenta sotto il tallone austriaco.
E’ l’Italia di Vittorio Veneto e della resistenza sul Piave che ebbe 650 mila caduti. Perché mai dovremmo dimenticare la nostra storia? Certo la pace è un valore assoluto, ma  l’onore ai Caduti è un dovere a cui un popolo civile non può rinunciare. Io non rinuncerò mai a ricordare i miei nonni partiti volontari insieme ai loro amici  Cesare Battisti e Damiano Chiesa. E neppure dimenticherò  i miei due zii volontari e caduti già nel 1915. E’ retorica? Forse per alcuni è infame  bellicismo, ma per chi conosce la storia resta un dovere ricordare il Milite ignoto e i soldati in grigio verde. Mentre l’Italia si divideva in una guerra civile durante il biennio rosso, ad Aquileia partì un treno con la salma del soldato senza nome che giunse tra ali di folla commossa a Roma per  essere tumulata all’Altare della Patria. Una pagina di storia che non va dimenticata. I ragazzi pro Pal non sanno e si limitano a protestare. Facciano pure, ma nessuno può impedirci di continuare ad essere dei buoni italiani: un’espressione che ricavo da Don Bosco, tirato in ballo a sproposito per l’”anti italiano” Elkann.
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Il rettore fazioso
Tomaso Montanari rettore dell’Università per stranieri di Siena ha dichiarato che non inviterebbe mai  nella sua università un esponente di “Sinistra per Israele“. Non c’è da stupirsi perché Montanari è quasi  geneticamente fazioso. Mentre l’uomo di scienza e di cultura è aperto al confronto che è il sale della democrazia, lui preferisce arroccarsi sulle muraglie cinesi della chiusura preconcetta. L’Università dovrebbe essere luogo di scambio di libere idee, ma il rettore senese preferisce attestarsi sulla sua idea personale, senza considerare che una università per stranieri dovrebbe avere il massimo di apertura. Magari c’è anche qualche studente israeliano, sempre che non lo abbiano già cacciato e intimidito.
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Ad Albanese no
La proposta del conferimento della cittadinanza onoraria di Torino alla rappresentante ONU  Francesca Albanese è un’offesa a Torino città Medaglia d’oro della Resistenza perché premia quella che si potrebbe definire una nota rancorosa antisemita di cui ci si dovrebbe vergognare anche come Italiani. Il governo dovrebbe agire per la revoca del suo incarico all’ ONU. A volte anche le cittadinanze torinesi sono state date in modo sbagliato cioè per meriti politici di parte. E alcuni hanno votato contro di esse per opposti livori ideologici.

Ho proposto  in passato 4 cittadinanze onorarie: Franco Venturi, Mario Soldati, Enrico Paulucci, lo scienziato russo  perseguitato  Sacharov. Avevo anche proposto Piero Angela, anche se la proposta mi è stata scippata. Nomi sempre discutibili certamente, ma prestigiosi e non divisivi. Mi piacerebbe che la compagnia di giro degli “scappati e scappate di casa” che bloccano i lavori del Consiglio Comunale con le proposte più impensabili e insensate non venisse presa sul serio. So che è impossibile, ma lasciatemi almeno dire che alcuni scranni sono oggi proprio male occupati. In Sala Rossa dove è stato consigliere Cavour, i toni e i temi non dovrebbero  mai abbassarsi oltre un certo limite. Che il Pd faccia retromarcia solo perché non ci sono i 31 voti necessari non è una scelta condivisibile da parte di un partito che ha governato e aspira a tornare a governare. Occorre capacità di reagire alle mosche cocchiere delle demagogia senza incertezze.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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In nome di Tortora
Sono felice per la riforma della Magistratura e per la separazione tra giudici e Pm. Era ora. Basta ad una giustizia politica in cui certi magistrati pretendono di governare senza essere stati eletti e pensano di poter impedire agli eletti di governare.   Franca Angeli
Spero che sia una riforma capace di imprimere una svolta nella vita italiana. La giustizia spesso funziona poco e male e a volte funziona fin troppo bene… Io voterò senza incertezze sì al referendum in nome e nel ricordo di Enzo Tortora e anche di Marco Pannella. Non attendiamoci miracoli, ma è un primo passo. E poi votare come i grillini, Odifreddi e Landini mi sarebbe davvero impossibile.
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Pedonalizzare via Po
E’ in agguato un’altra ipotesi della estrema sinistra ecologista e dell’assessore Foietta di pedonalizzare via Po. Una follia che isolerebbe il centro dopo l’idea malsana di pedonalizzare via Roma. Questa sta diventando una giunta di estrema sinistra. Peggiore di quella grillina.    Aurelia Rizzo
L’idea mi pare assurda. Spero venga bloccata dal buonsenso del Sindaco.
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Tuttolibri 
Sarebbe interessante sapere quanto vende “Tuttolibri” il supplemento de “La Stampa” che compie 50 anni, un compleanno molto festeggiato come se fosse un evento importante. All’inizio, dicono che vendesse 100 mila copie. Adesso credo poche migliaia di copie vendute in  allegato del quotidiano  in crisi da anni che ha perso il suo ruolo nazionale. Daniele Faccio
Libri Bookdealer
Non so dirle quanto sia diffuso “Tuttolibri”. Lorenzo Mondo e anche Giorgio Calcagno  mi invitarono a collaborare, ma non scrissi mai nulla. Salvo Casalegno che si occupò marginalmente del supplemento c’erano tanti che non mi piacevano. Anche l’amico Messori che fu tra i fondatori, finì di mollare tutto, trasferendosi al “Corriere”. Oggi non credo che “Tuttolibri” abbia un’importanza nel panorama letterario italiano .”La Stampa” è tornata  ad essere un giornale locale come era prima che lo compresse Frassati.Un bel salto indietro.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Papa Leone e la kefiah – Franco Reviglio della Venaria – Sul treno con la Cgil – Da “Armando al Pantheon”- Lettere

Papa Leone e la kefiah

Che il papa Leone XIV abbia accettato la kefiah palestinese “come simbolo di lotta contro l’occupazione” è una notizia molto triste. Fa il paio con l’intervista del segretario di Stato Parolin silente per molti mesi, improvvisamente risvegliatosi antisraeliano. Che il dono venga da un attivista palestinese aggrava la cosa. Quel copricapo è conosciuto in tutto il mondo come un simbolo ostile ad Israele. Il Papa deve restare neutrale, esercitando una funzione di pace tra i contendenti. Questi sono episodi che sarebbero comprensibili in Papa Francesco, anche se di per sé censurabili perché la demagogia non deve mai lambire il solio di Pietro.


Franco Reviglio della Venaria

La morte a 90 anni di Franco Reviglio non è stata ricordata come meritava il personaggio. La statura morale e scientifica del professore ha portato a scrivere di lui come  del ministro di Craxi che per altro lo sostituì con il commercialista di Bari Formica. Ho conosciuto personalmente Reviglio ed ho anche presentato dei suoi libri.

Era un gentiluomo e un uomo di cultura degno della massima stima. Non aveva neppure quel giacobinismo che gli è stato attribuito per lo scontrino fiscale, un qualcosa oggi totalmente accettato. Il demagogo semmai fu l’ex azionista Visentini, uomo di rara, superba antipatia. Ricordo con nostalgia quando ci trovavamo al vecchio “Firenze“ a cena. Alla vedova Paola Thaon di Revel, ai figli esprimo la mia vicinanza affettuosa.

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Sul treno con la Cgil
A volte oggi si vivono situazioni paradossali, quasi incredibili. A causa di una manifestazione della GGIL a Roma volta a “bloccare tutto“  promossa di  sabato da Landini ho rischiato di non riuscire ad arrivare in taxi a Termini. Poi a fatica mi sono fatto strada e mi sono trovato  in  un vagone di militanti della CGIL con cappellino rosso e maglietta “Bella ciao” che hanno viaggiato senza prenotazione, vantandosi che in andata avevano viaggiato con Italo in business class.
Avrebbero voluto attaccare discorso anche con me, ma sono sopravvissuto al diluvio propagandistico in treno, tirando fuori un libro in cui mi sono immerso anche se era il dono di un tizio venuto  venerdì ad una mia conferenza  romana che ad ogni costo voleva rifilarmi le sue poesie che ho finto di leggere fino a quando mi sono addormentato. Per altri versi ho constatato  di persona il caos  in cui è precipitato il traffico ferroviario. Ho ascoltato infiniti annunci di ritardi e di guasti. Un’idea di inefficienza che non può non toccare anche le responsabilità dirette di un ministro che vuole occuparsi di tutto, anche di politica estera, ma non si occupa abbastanza dei trasporti. Le deficienze di Ferrovie italiane non sono più tollerabili.

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Da “Armando al Pantheon”

A cena da “‘Armando al Pantheon“, il mio ristorante preferito a Roma ho incontrato Peppone Calabrese il conduttore della trasmissione domenicale su Rai 1 che valorizza le tradizioni enogastronomiche italiane. Si è subito creato un rapporto tra di noi. Mi conosceva anche come amico di Mario Soldati di cui è un estimatore. È  stata una bella sorpresa incontrarlo. Alla domenica vedo sempre la sua trasmissione, un antidoto al tg pieno di notizie di guerra e di violenze. La campagna e i suoi prodotti e la vita semplice degli abitanti: un’alternativa alla vita frenetica e stupida a cui siamo condannati.

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Messa in dialetto
Cosa pensa di questa iniziativa a Pianezza che propone una Messa in dialetto piemontese? A me sembra un‘iniziativa impropria. E’ quasi impossibile ascoltare una Messa in Latino per colpa di Papa Francesco, il dialetto è del tutto fuori posto. Quanti fedeli comprenderanno il testo? Meridionali, emigrati ecc.?      Filippo de Baldi
Concordo con lei. Soprattutto mi domando quanti fedeli seguiranno la Messa. Il dialetto è sepolto anche per i piemontesi. Figurarsi gli altri. Il celebrante che è uomo colto si troverà in difficoltà.
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Quella foto su internet
Cosa pensa di questa fotografia che circola in Internet? Mi sembra il rischio politico peggiore in cui possa precipitare l’Italia. Edoardo Giletti
Lo penso anch’io. Manca qualche volto femminile per dare una qualche idea di parità e poi saremmo al completo. Spero che sia un brutto sogno.
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“Radicali” e IV Novembre
Ho letto che certi “radicali“ estremisti contestano il IV novembre non per scelta antimilitarista, ma perché è prevista una preghiera cattolica. Questo è anticlericalismo volgare alla Podrecca. Cosa ne pensa?    Francesca Ritucci
Non ho trovato riscontri documentati per rispondere. I veri radicali sono altra cosa .Io anche quest’anno sarò ad Alassio a parlare per il IV novembre e da sempre è prevista, insieme alla mia orazione, la celebrazione della Messa  senza problemi per nessuno. E’ un suffragio ai Caduti che solo gente rozza e fanatica può rifiutare con intendimenti politici molto meschini e pretestuosi.

Gianfranco Raffaldi, una splendida carriera. Dai Beatles a Fausto Leali, da Peppino di Capri al Gospel Choir

Armano Luigi Gozzano,noto ricercatore dei documenti  storici di famiglie nobiliari, in particolare dei Gozzano e dei Gonzaga, essendo anche musicista si interessa di argomenti musicali.

In questo caso ripercorre
l’ascesa vertiginosa della vita dedicata alla musica leggera del maestro Gianfranco Raffaldi, monferrino residente a Vignale,dalle
esibizioni senza rivali nel suo primo complesso formato per le gare scolastiche e dalle incredibili immagini della sua collezione
privata.
Il primo ingaggio nel 1957 con la band casalese dei Blue Star,uno dei 70 gruppi nati
nel nostro territorio nei favolosi anni ’60.Nel
1959 nasce con lui il gruppo dei Novelty,
collaborando con il fisarmonicista Giuseppe
Cacciabue, educatore musicale giovanile e
componente dell’operatore radiofonico EIAR di Torino ,oggi RAI,gruppo sciolto nello stesso anno.Nella nuova band si inserisce
Fausto Denis,non ancora con il nome d’arte
Leali, incontrato durante un ingaggio in una
festa patronale di tre giorni come da tradizione dell’epoca.Nel 1962 avvenne il loro
lancio al Principe di Piemonte di Viareggio, ricalcando la musica beat inglese. Iniziarono
le esibizioni al City Club e nei Night Club di Milano,e le prime incisioni con la casa discografica Jolly con due cover dei Beatles.
Leali venne definito “il negro bianco” e nel 1964, ormai affermati in Italia, parteciparono al mitico “Cantagiro” di Radaelli con la canzone “La campagna in città”, gareggiando con Betty Curtis, Lucio Dalla,Gino Paoli e Nico Fidenco.
Pippo Baudo ed Enrico Maria Salerno presentarono l’evento in diretta RAI con la finalissima di Fiuggi.Nel 1965 la grande occasione: arrivarono i Beatles in Italia! Furono scelti come supporters Fausto Leali e i Novelty,i New Dada di Maurizio Arcieri, Guidone e gli amici,i Giovani Giovani e Peppino di Capri.Nel secondo tempo si esibirono i Beatles aprendo lo spettacolo con il celebre “Twist and Shout”.Le tappe dell’unico concerto italiano furono il 24 giugno al Velodromo Vigorelli di Milano,il 26 giugno al Palazzo dello Sport alla fiera del mare di Genova,e il 27-28 di giugno al Teatro Adriano di Roma, purtroppo non registrati e snobbati dalla RAI.I biglietti dei concerti erano reperibili tramite la rivista “Ciao Amici”.
La conferma definitiva avvenne nel 1966
partecipando al “Giro Festival” al seguito del
49° Giro d’Italia con la canzone “Mamma perdonami”,e apparvero in TV durante le tappe di Parma e di Monte Carlo.Furono ospiti della storica trasmissione radiofonica
“Bandiera Gialla” condotta su Radio 2 da Arbore e Boncompagni,e fu in quel momento
che presentarono la famosa canzone “A chi “,
cover della versione USA di Roy Hamilton “Hurt” del 1954 portata alla ribalta dalla cantante italo-americana Timi Yuro.Si esibirono anche in concerti al Bang Bang di Milano con la partecipazione di Teo Teocoli.
In seguito il gruppo cambiò casa discografica, passando dalla Jolly alla Ri.Fi. Records.Il grande risultato arrivò nel
1967 ricevendo sulla Terrazza Martini di Milano il primo disco d’oro per la canzone
“A chi”.Nel 1968 Leali partecipò al Festival di Sanremo con la canzone “Deborah” in coppia con Wilson Pickett,nome attribuito alla figlia
avuta da Milena Cantù,la grande incognita del 45 giri “La ragazza del Clan” di Celentano.
In seguito Leali verrà scelto da Pickett come padrino della figlia anch’essa chiamata Deborah.I Novelty facevano parte del Clan Celentano Center,e con loro eseguirono i concerti nei locali più belli d’Italia ,in primis alla Bussola di Viareggio.Leali nello stesso
anno divorziò dai Novelty,e Raffaldi entrò nel
complesso dei New Rockers di Peppino di Capri, partecipando a tournée negli USA esibendosi al Metropolitan di New York,poi in Canada, Venezuela, Brasile, Australia, Emirati Arabi e in Europa.
Raffaldi collaborò alla celebre composizione “Champagne”,e si esibirono anche nelle sale da ballo di Torino “Arlecchino”e “Le Roi” (sala
Lutrario)progettata dall’architetto Carlo Mollino, progettista del Teatro Regio.Nel 1977 si concluse il suo viaggio musicale intorno al mondo con Peppino di Capri,e rientrò a Vignale per motivi di famiglia, iniziando ad accompagnare con la tastiera il coro parrocchiale durante le celebrazioni religiose.Ma nel 2004,con altri due amici,ebbe una grande idea:prese le redini del coro e fondò il “San Bartolomeo Gospel Choir”dall’omonima chiesa del paese, inizialmente per eseguire musica sacra e profana, proseguendo l’opera della fondatrice
Millina Martinelli.Il coro è composto da 30 cantanti del territorio,guidati ed istruiti dal maestro con la sua esperienza di mezzo secolo.Tra il 2007 e il 2011 si inserì nel coro Armano Luigi Gozzano in qualità di tenore,e conobbe Leali in compagnia del maestro durante una sua esibizione a Trino Vercellese. Durante i concerti l’ensemble esegue brani di gospel, funky,blues e soul a 4 voci, formula alquanto insolita per il gospel.
Nel 2011 Raffaldi e Leali hanno festeggiato a Casale i 50 anni dal loro debutto.Nella sua carriera Raffaldi ha suonato con tastiere Honner,Vox 1,Vox 2 e con il favoloso organo elettrico Hammond,in origine destinato alle chiese in alternativa ai costosi organi a canne.Molto versatile nella musica sacra, gospel e jazz ed in seguito nel rock,fu utilizzato da Gershwin,Doors,Pink Floyd,
Deep Purple e Procol Harum.Il gospel del
coro esprime la gioia di pregare cantando e coinvolgendo il pubblico con la sua capacità
di espressione armonica.Con i sapienti e
competenti arrangiamenti del maestro Raffaldi il divertimento è assicurato!
Giuliana Romano Bussola

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: I morti buoni e quelli cattivi – Il caos – L’ incomunicabilità – Lettere

I morti buoni e quelli cattivi
Il prof. Odifreddi è un personaggio molto considerato da certi ambienti per le sue battute fulminanti che rivelano una vis polemica davvero eccezionale in un matematico e uomo di scienza come egli si considera ed è considerato. Con lui ebbi un animato dibattito sulla laicità e il laicismo in relazione a Giordano Bruno. Le sue posizioni rozzamente anticlericali impedirono di proseguire nel confronto di idee che stava finendo  nel battutismo da osteria. In questi giorni è  tornato alla ribalta, parlando dell’uccisione di Charlie Kirk, attivista del partito di Trump.
Infatti ha di fatto giustificato l’uccisione in base alle idee politiche del morto, dicendo cinicamente che “chi semina vento raccoglie tempesta“. Per Odifreddi forse esistono i morti buoni e quelli cattivi e la violenza contro la destra è cosa diversa di quella contro la sinistra. Ecco un modo illiberale di concepire la lotta  politica, giustificando la morte di chi non la pensa come noi. Voltaire diceva che avrebbe lottato fino alla morte per garantire la libertà di esprimere idee contrastanti con le sue. Odifreddi sembrerebbe giustificare chi uccide in base alla diversità di concezione politica. E’ una versione della violenza propria dei  giacobini francesi  e dei rivoluzionari comunisti russi, riproposta nel 2025 . Meriterebbe un Nobel. Magari per la scienza come venne dato quello per la letteratura a Fo, repubblichino della X Mas  di Salò, diventato fiancheggiatore dei terroristi rossi.
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Il caos

Tutte le riflessioni che abbiamo letto o ascoltato nei mesi scorsi sulla situazione internazionale e sulle due guerre che dividono il mondo, si stanno rivelando miopi e parziali. Anche i politici di tutti i colori rivelano la loro inadeguatezza. Siamo tutti dipendenti dal presidente russo e dal premier israeliano che si rivelano del tutto insensibili ad ogni tentativo di mediazione e ad ogni richiamo al buon senso. Vogliono perseguire i loro fini anche a costo di distruggere in modo irreversibile ogni speranza di pace. Israele si sta rivelando responsabile involontario  di un antisemitismo che ha raggiunto livelli mai visti e che può riarmare la mano al terrorismo internazionale. La parola pace appare una parola sconosciuta al premier israeliano che sopravvive al carcere solo facendo sopravvivere la guerra ad oltranza . Putin minaccia quello che resta dell’Europa, consapevole di trovare una Eu ormai sfilacciata, guidata da gente impreparata e incapace. L’Europa vuole riconoscere uno Stato che non esiste, la Palestina, invece di  tentare di assumere decisioni volte a indurre a più miti consigli Putin

 

Non saranno i soldati polacchi schierati al confine  che potranno intimorire lo Zar. In tutto questo quadro di sfacelo appare l’inettitudine di Trump che tace dopo aver detto idiozie  politiche velleitarie per mesi. Trump in poco tempo è riuscito a ridurre la potenza americana e ogni credibilità politica del presidente. Siamo davvero immersi in una condizione che può portare alla terza guerra mondiale e all’uso dell’atomica. Noi cittadini non possiamo far nulla, a parte i fantasiosi  che si sono imbarcati con Greta e potrebbero creare altre tensioni e altri disastri con la scusa di una finalità umanitaria che maschera il vero intento della propaganda politica . I nostri governi europei sono  al limite. Forse solo Italia e Germania hanno mantenuto un briciolo di coerenza . La Francia dopo il velleitarismo internazionale di Macron ha rivelato una situazione disastrosa in tutti i sensi , per non parlare della Spagna.

Esistono solo politicanti , gli statisti appartengono al passato. Questo è il nostro dramma che può diventare il dramma del mondo. Non illudiamoci: stiamo correndo verso il disastro della guerra. Chi conosce la storia sa cosa accadde nel ‘14 e nel ‘39. Allora la situazione era migliore di quella di oggi. Le diplomazie internazionali non esistono e l’unico linguaggio percepito è quello delle armi.

P.S.
Potrebbe sembrare una grave disattenzione non avere nominato l’Ucraina in questa  pur breve  riflessione. In effetti nel mio ragionamento l’Ucraina mi è apparsa irrilevante: un vaso  di coccio tra vasi di metallo , nessuno dei quali pregiato.

L’Ucraina è stata aggredita, su questo non ci può essere discussione, ma le responsabilità ricadono oltre che sull’aggressore Putin anche sulla NATO  e sull’Europa. E ci sono anche responsabilità evidenti  di Zelensky, rivelatosi del tutto inadeguato. Una parte nella vicenda ha avuto anche il presidente democratico  Biden, responsabile di una instabilità mondiale di cui noi vediamo oggi gli esiti estremi.

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L’ incomunicabilità

C’è sempre stata una certa difficoltà a mantenere un rapporto positivo tra vecchi e giovani, tra generazioni passate e presenti. Restano a testimoniare questa difficoltà gli antichi scrittori greci e latini e tanti altri tra cui Goldoni. Oggi questa difficoltà non è solo sostanziata di gusti diversi, modi di vita anche opposti, spiegabili con il mutare della società. Oggi l‘ incomunicabilità è dovuta anche ad ignoranza: i giovani non sanno la storia del passato, la scuola non li prepara e loro non hanno interesse a sapere. Lasciamo immaginare la confusione che regna nei cervelli di chi pensa di vivere in un eterno presente. Neppure la famiglia supplisce in molti casi ai vuoti. E’ naturale quindi che essi siano preda di chiunque sappia facilmente convincerli a passare dalla loro parte.
In questo caso il dogmatismo ne è la naturale conseguenza perché non c’è la possibilità di confrontare idee e tesi diverse. Benedetto Croce diceva che il problema dei giovani è quello di crescere, ma oggi non basta più. Dopo un po’ di anni nel corso dei quali non ho più avuto occasione di parlare con i giovani come facevo quando insegnavo ,ho provato ad avviare una conversazione e ho notato che la difficoltà a capirsi è aumentata. Chissà quanti sono i lettori giovani che mi leggono? E cosa pensano?
Cerco sempre di non dare per scontato nulla, ma temo che forse il dialogo risulterebbe difficile. Non basta a spiegare il fatto che io sia vecchio. Credo che il fatto di uscire da una certa scuola sia determinante. Mi è capitato tante volte di capire come molti argomenti fossero ignorati dai giovani. La preparazione di un liceo è poco più di quella di una scuola media del passato, mi dicono esperti a cui non è possibile non dar credito. Pensiamo cosa accade per un ex alunno di un istituto professionale… Senza un ponte tra generazioni un Paese non puo’ sopravvivere. Faccio un esempi: l’amor di Patria. Per molti giovani è una parolaccia nazionalista, per i loro nonni significa la guerra , per la mia generazione un qualcosa di vecchio e di impolverato. Eppure è un sentimento di cui parlavano già i Greci e i Romani. Se non riusciamo a colmare il fossato che ci divide, a venire meno è il concetto di popolo. Ma queste sono cose che annoiano i giovani che a volte non provano più neanche i legami del sangue. Un mio amico è stato per mesi ricoverato ed ha rischiato la vita: l’unico nipote non è passato neppure una volta in ospedale. Il giovane ha considerato l’episodio la cosa più normale.
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La scuola ha riaperto

Ho letto le cronache dei giornali sull’apertura delle scuole che partono male senza avere gli organici a posto. Ho letto anche alcune dichiarazioni di dirigenti scolastici quanto meno discutibili. Anche sui telefonini vietati c’è stato chi come il d’Azeglio che ha voluto fare di testa sua, ovviamente una testa antifascista.
Cosa ne pensa? Giulia Finetti

 

Innanzi tutto un titolo di un giornale appare davvero incredibile: “ A scuola non si formano soldati “. Rifarsi all’Ottocento appare assurdo ed esprimerlo in un discorso è una ovvietà talmente evidente che stupisce che l’autore di questa pensata stravagante  sia un dirigente ministeriale. A meno che pensi alla guerra futura. Ma c’è un’altra perla: “Fare errori è  necessario per apprendere“. Una vera sciocchezza. Per apprendere non è obbligatorio commettere errori. E’ un giustificazionismo insensato e demagogico perché è da escludere, penso, un riferimento troppo colto  a Popper che vedeva nell’errore un fatto positivo per l’acquisizione della verità. Poi c’è il “d’Azeglio“ che vuole distinguersi  ad ogni costo, non ritirando i cellulari agli studenti, ma facendo appello alla loro responsabilità. Ultimo aspetto  non da poco: aprire l’anno con atti formali di ossequio alla Palestina. Non escluderei che qualche bandiera sia stata issata in classe da qualche professore orfano dell’eterno ‘68 o da qualche allievo/a che ama sfilare ed occupare pro Palestina.

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Cefalonia e Corfù
Ho visto su Rai Storia la trasmissione su Cefalonia e Corfù e l’eccidio dei soldati italiani nel 1943. Curatore era il prof.  Alessandro Barbero che ha introdotto e concluso il documentario. Ho notato che lo storico, turbato in modo evidente anche nel volto e nel linguaggio, ha dato un esempio di come non debba essere lo storico il cui compito non è quello di piangere e indignarsi, ma quello di capire i fatti. Sarebbe comprensibile, ma comunque sbagliato, se Barbero avesse avuto il padre ucciso dai Tedeschi a Cefalonia. Mio nipote che ha assistito con me alla introduzione di Barbero non ha assolutamente capito il tono indignato adoperato. ( …)  A. G. Alberetti ved. Dondo
Ho un po’ tagliato di proposito la Sua lettera perché non voglio avere guai con Barbero. Certo lo storico di Vercelli non è Bloch e neppure Chabod.  E’ un divulgatore televisivo che partecipa emotivamente di quello che dice perché forse il copione lo impone. Lo storico deve invece essere “freddo“ e  distaccato.  Io ho sempre insistito con i miei studenti su questa scelta addirittura preliminare alla  stessa ricerca storica. Ho visto anch’io una parte del documentario che consciamente o inconsciamente smonta la retorica creatasi attorno alla Divisione Acqui e al generale Gandin trucidati dai tedeschi. In effetti Gandin si rivelò tentennante sul  l’arrendersi ai tedeschi o combatterli. Fu un comandante indeciso che addirittura indisse una specie di referendum tra i suoi soldati. Occorre una rilettura critica e non mitizzata di quella storia. E’ vero che furono trucidati o deportati in Germania, ma è difficile sostenere storicamente che a Cefalonia nacque la Resistenza. Chi lo afferma ha un’idea molto approssimativa  dell’idea stessa  di Resistenza.  Rendiamo onore ai soldati caduti, ma essi  caddero trucidati dai tedeschi dopo una battaglia in cui gli Italiani tentarono di tenere testa ai tedeschi. Gli Italiani erano circa 13mila e i tedeschi poco più di 3mila, anche se molto meglio armati . Questo elemento deve far riflettere.  La storia deve prevalere sulle letture partigiane e mitologiche anche a riguardo del dramma di Cefalonia e Corfù, isole cariche di storia italiana per molti secoli, una storia ovviamente  irrisa da Barbero. La Resistenza italiana nacque  già nel 1943 nel Nord Italia con la formazione delle prime bande partigiane comandate da tanti ufficiali dell’Esercito che nel Regno del Sud ebbe nuova vita combattendo nella Guerra di Liberazione. Quello che accadde nelle isole greche va valutato e compreso perché i comandanti rimasero senza ordini. Se Gandin non fu all’altezza, i veri responsabili dello sbandamento  italiano furono Badoglio e Roatta che tra il 25 luglio e l’8 settembre non furono in grado di traghettare l’Italia in modo adeguato. Come ho ricordato recentemente, solo il maresciallo Caviglia sarebbe forse stato in grado di affrontare una situazione gravemente compromessa. Fu già un miracolo mantenere la continuità dello Stato con il trasferimento al Sud che fu precipitoso come una fuga ,ma ebbe delle ragioni motivate che  non consentirono  altre scelte.
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I Comuni e le commemorazioni
Ho letto  che al consiglio comunale di Lodi è stato commemorato Charlie Kirk. Mi sembra incredibile che i consigli comunali perdano tempo per commemorare persone del tutto estranee alla vita e alla storia di Lodi e dei Lodigiani. Arturo Actis Grosso
Non deve stupirsi, stiamo tornando ai tempi in cui i consigli comunali votano mozioni e ordini del giorno pro Palestina e contro Israele, come sul Viet Nam e contro gli USA negli Anni 60. Tutti i consiglieri comunali si sentono deputati come tutti i naviganti di Flotilla si sentano personaggi storici. E‘ il segno dei tempi burrascosi che viviamo. E’ comunque  meglio che i consigli perdano tempo a ricordare e a commemorare piuttosto che ad applaudire  le decisioni del podestà. Poi ci saranno anche le cittadinanze onorarie e tante altre corbellerie. Anzi stanno già arrivando.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO:  Parri presidente del Consiglio nel 1945 –  Il referendum e la democrazia plebiscitaria – I fondi per le strade non si toccano – Lettere

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Parri presidente del Consiglio nel 1945
Sono  passati 80 anni da quando, dal giugno 1945 al dicembre dello stesso anno, Ferruccio Parri fu presidente del Consiglio dei Ministri. Furono il PLI e il ministro liberale dei Lavori Pubblici Leone Cattani  a sfiduciarlo,  perché il suo governo più che portare il Vento del Nord a Roma, non riusciva neppure a mantenere l’ordine pubblico, preoccupato solo di realizzare una massiccia epurazione sommaria dopo il 25 aprile. Non discuto Parri nel suo insieme perché alcuni aspetti della sua vita meritano rispetto e anche ammirazione. Ma come  capo del Governo fu assolutamente negativo anche per le persone che portò con sé: esponenti del Partito d’Azione fanatici e fuori dalla realtà. Parri non volle capire che la guerra civile era finita e che bisognava voltare pagina. Lo compresero De Gasperi e lo stesso Togliatti che nel 1946 promosse l’amnistia per i crimini dal ‘43 al ‘45.
Parri si distinse per il suo giacobinismo velleitario  e  nel ‘53 fu contro la legge maggioritaria considerata dai comunisti una “truffa”, contribuendo così  all’ ingovernabilità che il premio di maggioranza avrebbe evitato. Nel ‘68 fu il promotore degli indipendenti di sinistra eletti dal PCI, quelli che Lucio Libertini definiva “indipendenti da tutto salvo che dal PCI”  come mi disse  con sincerità una volta che parlammo di Antonicelli. Indubbiamente un bel cammino per un mazziniano che fu interventista e  ufficiale di Stato Maggiore durante la Grande Guerra. Gianni Dolino me lo volle far conoscere  e ne trassi più o meno  l’opinione di un vecchio che ripeteva un disco rotto. Non lo scrissi, anzi quando morì feci un pezzo di elogio che oggi disconosco quasi  totalmente. Lo studio della storia mi ha fatto cambiare idea sul mitico “Maurizio” della Resistenza. Solo uno come Sogno poté rischiare la vita per liberarlo. E mi ha sempre sorpreso molto la sua sepoltura a Staglieno accanto alla tomba di Giuseppe Mazzini. Con dileggio volgare il fondatore dell’”Uomo qualunque “Giannini, storpiandone il  nome e il cognome, scrisse “Fessuccio Parmi”, un’espressione triviale  che rivela il gusto sguaiato di una certa destra populista del dopo guerra. Una citazione che rende bene l’idea dello scontro politico, ridotto a vile attacco personale, nell’Italia di allora. Anche i fascisti e i comunisti amavano storpiare i cognomi per dare più vigore alla loro vis polemica.
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 Il referendum e la democrazia plebiscitaria
Il non voto al referendum è legittimo perché la Costituzione contempla un quorum (50 % +1 dei votanti) senza il raggiungimento del quale esso è nullo. Chi dice il contrario non è in buona fede, esprime un giudizio partigiano che nega la stessa Costituzione. Sono semplificazioni manichee  dei cosi’ detti attivisti, una parola che mi provoca l’orticaria: gli intellettuali non possono essere degli attivisti. Lo stesso Mattarella che è un giurista di vaglia, nel 1999, quando era vicepresidente di D’Alema, disse che le opzioni erano 4: votare, non votare, votare sì o votare no. La stessa raccolta di appena 500mila firme per indire un referendum  appare oggi  insufficiente per evitare un referendum voluto da esigue  minoranze.
Mezzo milione  è  oggi una cifra ridicola rispetto al 1948 ,quando venne varata la Costituzione. La possibilità di raccogliere le firme attraverso internet ha reso infatti  troppo facile un  possibile uso improprio e   strumentale  del referendum  per raggiungere effetti politici che vanno oltre il quesito referendario. La democrazia diretta è importante, ma le leggi sono e devono tornare ad essere competenza prioritaria  del Parlamento. La democrazia plebiscitaria per chi conosce la storia è a volte assai poco democratica. Il referendum implica inoltre  una spesa  molto alta per l’allestimento dei seggi, gli scrutatori, la macchina elettorale periferica e centrale.  Dopo le esagerazioni del passato  che avevano screditato il ricorso al referendum senza raggiungere il quorum, si parlò autorevolmente di aumentare il numero delle firme necessarie, ma poi non se ne fece nulla. “Più Europa” non può  riproporsi come il nuovo partito radicale e personaggini politicamente esangui e perdenti  come Magi non sono neppure la fotocopia sfocata del grande Pannella.
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I fondi per le strade non si toccano
Come ho più volte lamentato le buche nella viabilità non sono state  colmate a Torino; ritengo  che i  vistosi tagli voluti da Salvini – il Piemonte è una delle maggiori vittime designate -alla viabilità provinciale e nazionale siano del tutto inaccettabili  e rivelino la scarsa competenza e soprattutto la non affidabilità politica del leghista  lombardo, già dimostrata tante volte quando era al governo con Conte.
Spero per lui che non sia vera la notizia dei tagli per finanziare il ponte sullo stretto di Messina: sarebbe una follia politica. Dovendo scegliere è meglio garantire la sicurezza nella viabilità ordinaria. La notizia è giunta per tempo: domenica si vota a Genova dove la situazione è molto difficile per il centro-destra. Di queste scelte avventate la Lega pagherà lo scotto perché governare richiede equilibrio e capacità di amministrare.
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Stermini novecenteschi
Ho letto che uno storico in voga  molto osannato ha detto che i gulag sovietici  non sono neppure lontanamente paragonabili  ai campi nazisti. Cosa ne pensa? A me più che storia sembra propaganda. Ettore Damiano
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Il discorso sarebbe lungo e complesso e non riassumibile in una risposta necessariamente breve. Mi limito a sintetizzare qualche riflessione: il “metodo” tedesco e quello sovietico furono diversi, ma  i fini furono identici: l’eliminazione degli ebrei  e degli oppositori politici dalla vita civile fino alla loro morte violenta. In realtà l’antisemitismo fu una caratteristica della Russia zarista e di quella  sovietica. Le sole  vittime di Stalin furono decine di milioni a cui vanno aggiunte quelle di Mao, spesso dimenticate. La distruzione degli uomini attraverso diverse forme di sterminio furono le caratteristiche  dei regimi totalitari del ‘900.   Anche quello armeno fu un genocidio , come le foibe jugoslave  furono un episodio di pulizia etnica circoscritta, ma non meno grave. Nessuno può storicamente parlare di altri genocidi: si tratta sovente  di giudizi politici usati oggi  come slogan a sostegno di terroristi, eredi di alleati di Hitler durante la seconda guerra mondiale e visceralmente antisemiti da sempre.
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Musica sacra
Il maestro Riccardo Muti  in occasione dell’elezione del nuovo Papa si è augurato il recupero della musica sacra. Se il Papa contribuirà al suo ripristino, farà un’operazione anche culturale di valore storico. Lo dico da non credente.  Isabella Usai
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Credo che sarebbe un ripristino importante. Le chiese invase da chitarre e urlatori è una triste realtà da decine di anni. Con la riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II è  stato  di fatto archiviata  con il Latino una tradizione molto importante. Già l’ateo dichiarato Massimo Mila poneva in evidenza il fascino irresistibile del Gregoriano. Il Papa Francesco ha addirittura vietato la Messa in Latino. Essa va liberamente consentita, ammesso che ci siano ancora sacerdoti in grado di celebrarla. Anche nei seminari lo studio del Latino non è più importante. Muti ha ragione e non a caso il suo appello è stato minimizzato.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Ricordi di un ex allievo del “ San Gip” – Antisemitismo e  violenza al Salone  e al Campus Einaudi – Lettere

Ricordi di un ex allievo del “ San Gip”
Il Collegio “San Giuseppe” di Torino, il “ San Gip”, festeggia  150 anni di vita. I Fratelli delle Scuole Cristiane, ordine fondato in Francia da San Giovanni Battista de la Salle, furono chiamati in Piemonte da re  Carlo Felice che fece anche cose buone, come si dice oggi. Papa Leone  ha ricevuto i Fratelli solennemente in udienza e l’anniversario è stato festeggiato a Torino in Duomo e al Collegio, oggi diretto in maniera incomparabile da Fr. Alfredo Centra , uomo coltissimo, preside  e capace manager .Il direttore ha fatto del Collegio una libera Agorà  aperta al confronto con tutti coloro che privilegiano la cultura senza settarismi.
Fra gli ex allievi illustri pubblicati sul sito del Collegio c’è la “crema” di Torino in tutti i settori . Essere passati attraverso l’educazione dei fratelli è un viatico che non si dimentica. Ne ho scritto sul “Corriere”, ricordando anche quando mi accompagnarono in gita scolastica in Egitto e andai ad El Alamein in anni in cui quei Caduti erano da ignorare. Un’esperienza indimenticabile  che raccontai anche al presidente Ciampi quando andammo insieme al Sacrario in Egitto per ricordare i caduti di una battaglia importante, totalmente ostracizzata in cui agli italiani mancò  la fortuna, ma non difettò certo  l’onore, come dimostrò Paolo Caccia Dominioni che costruì il Sacrario, raccogliendo le salme dei soldati caduti in battaglia.
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Antisemitismo e  violenza al Salone  e al Campus Einaudi
Giovedì ci sono stati minuti  di violenza agli ingressi del Salone del libro per colpa  di estremisti invasati che volevano impedire un incontro al Salone con la presenza del presidente della Comunità ebraica di Torino. La Polizia ha scongiurato il peggio. La Stampa ha scritto incredibilmente   soprattutto delle manganellate della Polizia. Ma andrebbe segnalato anche quanto accaduto al Campus Einaudi in cui gli estremisti pro Palestina hanno ancora una volta dimostrato di essere una minaccia alla democrazia e al confronto civile di opinioni.
Il rettore Geuna ancora una volta si è rivelato inadeguato e alcuni professori indegni del ruolo da essi ricoperto. Va ribadito ancora una volta che gli Atenei esistono per studiare e non per fare politica settaria che inquina la serenità degli studi, degenerando in brutale  violenza.  Questi signori sono l’esempio nostrano del fanatismo palestinese a Gaza che ha mietuto tante vittime innocenti. Il presidente israeliano può essere discutibile, ma non c’è confronto con i capi di Hamas assetati di sangue e solo desiderosi di vendetta. L’antisemitismo peggiore ormai da troppo tempo imperversa un po’ dappertutto.
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Brigitte Bardot
Cosa pensa di Brigitte Bardot che a 91 anni  prende posizione contro il femminismo francese?  A me sembra come sempre molto coraggiosa. Non è un peccato dire che a lei piacciono gli uomini. Questo è un piacere naturale di cui secondo alcuni bisognerebbe  oggi perfino giustificarsi. Giulia Ferro
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Concordo con lei. Pannunzio con Flaiano l’aveva incontrata a Roma e ne rimase colpito per la sua capacità di andare controcorrente in anni di bigottismo provinciale, quello  che “Il mondo” aveva combattuto con ironia raffinata. Ancor più  della “Dolce vita” di Fellini B.B . aveva rivelato un volto e un corpo  capace di capovolgere il perbenismo senza noiosi  discorsi sociali , ma con il fascino della bellezza femminile. I suoi nudi, i suoi topless entrarono nei sogni di tutti. Il far l’amore senza inibizioni e senza freni è un qualcosa  di unico che molte donne ancora oggi riescono a raggiungere con fatica, magari  impasticcandosi.  Fu una vera femminista che seppe anticipare i tempi senza mai ricorrere agli slogan delle femministe rancorose e spesso oggettivamente sgradevoli come quelle italiane e francesi in particolare.
Non attese il movimento di liberazione della donna e i suoi cortei.  Andò in pantaloni attillati a visitare all’Eliseo il Presidente De  Gaulle che viveva nel culto di Santa Giovanna d’Arco. L’amico Mughini ha scritto : “Lo scandalo e il fascino della Bardot non derivano  tanto dall’ aver vinto  consapevolmente dei tabù, quanto dalla naturalezza con cui li infrangeva”. Ogni  volta  che si pensa a Bb, l’adolescente che sonnecchia in noi, si risveglia. Me lo diceva Soldati che la incontrava al Festival di Cannes, ma avrebbe desiderato incontrarla da vicino tra le lenzuola, come mi disse senza giri di parole  una volta. Volli passare una settimana a Saint – Tropez (oggi totalmente decaduta)  ed ebbi modo con i buoni uffici di un  autorevole amico francese di parlare mezz’ora con B. B. che mi intrattenne sulle sue belle battaglie per gli animali. Pur anziana, aveva sempre lo sguardo e la vivacità dei vecchi tempi.
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Da Alassio
Ho appreso che l’ex sindaco Avogadro, prima leghista e attuale renziano, a suo tempo sfiduciato dalla sua stessa maggioranza, stia cercando di rientrare in gioco alla scadenza del secondo decennio di sindaco di Marco Melgrati. Cosa ne pensa?      Vittorio de Angeli
Tutto il male possibile. Avogadro  nel suo mandato portò  al governo della Città degli improvvisatori  incapaci e lui stesso si rivelò poco avveduto. Sarebbe una gravissima jattura per Alassio ritrovarsi di nuovo alle prese con questo personaggio e soprattutto con alcuni dei suoi sostenitori. Il successore di Melgrati dovrà indicarlo lo stesso sindaco quando non potrà più essere candidato.
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Il cardinale Zuppi
Non ho mai avuto simpatia per i vescovi cardinali di Bologna a partire dal filocomunista  Lercaro, salvo che per il cardinale Biffi che ebbe parole illuminate sui pericoli dell’immigrazione extracomunitaria. Ma adesso Zuppi  al Salone del libro supera se’ stesso, dicendo che, se eletto, avrebbe fatto come nel film di Nanni Moretti. Intendeva scherzare sul papato, una cosa molto seria per un cardinale papa mancato, per grazia dello Spirito Santo.   Giovanni Ramelli
Ha detto che, affacciatosi davanti a tanta gente come nuovo Papa, avrebbe rinchiuso  la finestra perché consapevole di “non farcela”. Può essere singolare la citazione di Moretti, ma in fondo ha detto la verità: Zuppi sarebbe stato inadeguato. Sempre alla ricerca di una battuta come Papa Francesco, dell’ultimo Papa ha solo la propensione alla battuta.