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Le astrazioni pittoriche di Franco Tosi in mostra

“Insight – Inside”, alla torinese Galleria “metroquadro” e presso “NH Hotel Santo Stefano” Porta Palatina

Fino al 18 dicembre / Fino al 9 gennaio 2022

“I miei quadri sono stati dipinti utilizzando la scala dell’esistenza e non quella istituzionale”: così diceva il grande Marck Rotcko, pittore statunitense di origine lettone (morto suicida nel 1970) e padre riconosciuto del “Color Field Painting” – pittura come “campo colorato”. Spazi astratti di colore vibrante in cui non v’è traccia di figure umane, ma solo “estasi” totale. Tragedia ed estasi. Arte come vita. Colori come ali essenziali a viaggi verso emozioni assolute. Parole e dimensioni in cui penso possa ben riconoscersi Franco Tosi, bolognese d’adozione (ma nato a Magenta nel ’62), cui la Galleria “metroquadro” di Marco Sassone dedica oggi in contemporanea, a quattro anni dalla sua ultima personale a Torino, due mostre dai titoli estremamente chiari e significativi: l’una “Insight” ospitata nella Galleria di corso San Maurizio e l’altra “Inside” presso gli spazi dell’“NH Hotel Santo Stefano” di via Porta Palatina. La rassegna si articola in tre sezioni: dalle distese di colore della serie dei “Landscapes”, di grandi dimensioni, ai più piccoli “Scratched Fields” fino alla certosina moltiplicazione cellulare della serie cosiddetta delle “Mitosi”. Scive Marco Sassone: “Le tre serie vivono indipendenti, ma tutte e tre si intrecciano nel tentativo di rappresentare le gioie ed i tormenti di quel mistero che è la vita”. In parete troviamo opere, quasi tutte di grandi dimensioni, votate ad una cifra astratta assolutamente controllata (pur con qualche “sgarbo” emotivo) nei ritmi cromatici, logica e analitica all’eccesso, dai verdi più o meno intensi agli azzurri sfumati in un chiaro-scuro che domina le campiture di colore dilatate sulla totalità della tela. L’artista si è diplomato a Bologna all’Istituto “IASA – Istituto per le Arti Sanitarie Ausiliarie” e proprio questo tipo di studi deve averlo indirizzato a concepire il lavoro pittorico come strumento di indagine introspettiva in grado di avvicinare l’artista all’osservatore, nella comune speranza di trovare un senso all’esistere. Ciò che gli interessa non sono dunque, per citare ancora Rotcko, “i rapporti di colore, di forma o di qualsiasi altra cosa, ma solo esprimere le fondamentali emozioni umane”. Introspezione ed interiorità sono, infatti, il leitmotiv dell’intera mostra. “Un modo differente di guardarsi dentro – racconta lo stesso artista – dove il romanticismo dei landscapes , con campiture graffiate e tenui, a loro volta diventano il fluidificante nel quale nascono e si moltiplicano grappoli di cellule. La parte romantica lascia spazio alla ragione, soggettivo e oggettivo si incontrano in un gioco di ruoli dove nulla è più definito”. E allora quegli indefiniti totalitari spazi cromatici vanno a nascondere una singolarissima analisi interiore. Un gioco non semplice di anima e cuore che tende (ci riuscirà?) a coinvolgere e a concepire in un tutt’uno artista e spettatore. Davanti a uno specchio che spesso riflette “le debolezze dell’Io, in una continua ricerca di sé stessi e la paura, forse, di non trovarsi”. O, peggio di trovarsi.

Gianni Milani

 

“Insight – Inside”

Galleria “metroquadro”, corso San Maurizio 73/F, Torino, tel. 328/4820897 o www.metroquadroarte.com

Fino al 18 dicembre

Orari: dal giov. al sab. 16/19

NH Hotel Santo Stefano, via Porta Palatina 19, Torino; tel. 011/5223311 o www.nhsantostefano@nh-hotels.com

Fino al 9 gennaio 2022

 

Nelle foto

–         “Landscape”, oil on dibond, 2020

–         “Landscape – Azzurro”, oil on canvas, 2013

–         “Mitosi #11”, olio on canvas, 2014

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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Sommario: Una netta distinzione – L’8 settembre – Ad Agliè c’è un affascinante luogo gozzaniano che merita di essere conosciuto – Farinetti in tv – Lettere

Una netta distinzione

Le polemiche aspre che turbano il confronto politico, portandolo fuori dal perimetro della democrazia obbligano a piantare dei paletti. Il primo è quello volto a ribadire che il Nazionalismo non va confuso con il patriottismo. L’idea di Nazione è quella definita da Federico Chabod sull’onda del Risorgimento. Il Nazionalismo è una concezione sbagliata di Nazione. Per troppo tempo molti hanno ridotto tutto a Paese, mentre l’idea di Nazione è ben altro. Ma andare oltre nel concepire presunte superiorità nazionali è proprio dei fascismi e può condurre alla guerra. Chi riscopre la retorica del Ventennio in un clima normale sarebbe ridicolo, ma oggi può essere una minaccia. Ogni estremismo va combattuto sul piano delle idee e vinto sul terreno del voto. Basta alle crociate e anti crociate che ricacciano l’Italia indietro nella storia di un passato negativo.

L’8 settembre

L’8 settembre è una data nera della storia d’Italia perché segnò la morte della Patria, come disse Galli della Loggia. Troppi errori, troppe viltà, ma anche qualche eroe nel momento più tragico: ricordo l’ammiraglio Bergamini ed altri che non si misero in borghese per tornare a casa.

Quest’anno sui social l’8 settembre viene rievocato anche da chi ha una folle nostalgia della Repubblica sociale che causò la guerra civile tra Italiani. Ogni colpa è attribuita al Re e a Badoglio che scapparono a Brindisi. Non fu una pagina gloriosa, ma la fuga a Brindisi consentì di salvare Roma dalla sua distruzione e soprattutto di trasferire la sede del governo italiano in un territorio libero. Il regno del Sud fu una pagina importante per il riscatto dell’onore perduto.

Gran parte degli errori e delle omissioni è da attribuire a Badoglio che non si rivelò all’altezza del compito e dei tempi calamitosi. Anche gli Alti comandi ebbero gravissime responsabilità. Ma sostenere la tesi del tradimento nei confronti dell’alleato tedesco è prova di malafede e di ignoranza. Dopo la data nefasta ci furono i Martini – Mauri e i Sogno, i Montezemolo, i comunisti, i socialisti, i cattolici, i liberali, i repubblicani, gli anarchici, i senza- partito a rialzare il tricolore caduto nella polvere. Per non parlare degli IMI, gli internati militari in Germania di cui Guareschi ci ha narrato la storia. La storia è sempre complessa e chi cerca di vedere solo una pagina per tornaconto politico si rivela ingenuo, per dire cretino. Di fessacchiotti così ne conobbi anche tra i miei allievi ed alcuni contribuii a “salvarli” dalle ingenuità instillate dai padri o dai nonni che erano stati e continuavano ad essere fascisti.

Ad Agliè c’è un affascinante luogo gozzaniano che merita di essere conosciuto

È l’affascinante dimora storica, composta da tre corpi,- uno settecentesco, l’altro ottocentesco e l’ultimo risalente al 1926- che è stata ereditata da uno dei due figli di Giovanni Cordero, Jacopo- e da Annabella Parenzo, madrina e zia acquisita di Jacopo.

Annabella, donna di grande stile e raffinatezza, buyer di Fiorucci negli Stati Uniti e collezionista d’arte, ogni estate lasciava Nizza, dove viveva, per tornare in questa dimora avvolta nelle atmosfere crepuscolari, una volta frequentata da Guido Gozzano, che amava scrivere sulla panchina del suggestivo giardino, dove domenica 27 settembre si terrà la presentazione di Certe donne, a Torino- Incontri ravvicinati con figure straordinarie, opera di una delle scrittrici d’oggi più interessanti, Marina Rota. Andrò ad ascoltarla. E spero di tornarci a fare io una conferenza. Gozzano morì nel 1916, quindi quest’anno c’è un anniversario da ricordare.

Farinetti in tv

Qualche rara volta vado da Eataly in via Nizza. L’ultima volta sono stato a comprare dell’ottimo Pata Negra, simile a quello che mangio da Botin a Madrid.

Ma l’ultima apparizione di Oscar Farinetti a Rete 4 mi ha schoccato. L’ennesimo libretto di Oscar niente meno che su Omero e con l’intento di redifinire i concetti di antifascismo e di democrazia. Un intruglio neppure ben amalgamato che mescola Omero alla attualità contemporanea. Un pasticcio. Solo gente palesemente incolta farebbe accostamenti così arditi. Farinetti è un uomo d’affari, per tanti anni renziano, rimasto sempre di sinistra. Con il suo accento langarolo e i suoi baffetti dovrebbe evitare di andare in televisione. Ma la scrittura soprattutto non è il suo mestiere. Non ha le qualità minime dello scrittore, neppure dello scrittorello di provincia. Ad Alba ci fu Fenoglio, adesso si è insediato Farinetti. Un segno dei tempi di oggi.

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Addio a Bonino e Costa

Sembra una coincidenza che due politici siano mancati quasi contemporaneamente: Emma Bonino e Raffaele Costa. Due cuneesi, anche se la famiglia di Costa era di origini meridionali. So che lei li ha conosciuti, cosa ne pensa?  Tonio Filippini

 

La morte impone sempre rispetto e quindi mi trattengo da giudizi storici troppo severi. Sono stati due politici di successo che furono anche ministri, deputati, parlamentari europei e tanto altro. Non godettero mai della mia simpatia se non in alcune occasioni. Bonino era collaboratrice fedele di Pannella, quando volle far da sé, commise errori. Passò ad un esagerato liberismo, per poi ritornare su posizioni di sinistra dopo la morte di Pannella. Ricordo che una volta mi telefonò dal ministero un sabato pomeriggio: mi stupii per lo zelo. Era più sessantottina che liberale. Il liberalismo non le era congeniale, un certo estremismo sì. Il partitino + Europa è detestabile. Ma io per far piacere ad Alda Croce la premiai al centro Pannunzio nel 1999, invece di premiare Pannella con cui divenni amico. Andammo anche a cena al “Cambio” dove Emma si trovò a disagio.

Costa è una mia vecchia conoscenza. Lo conobbi nel 1964 quando era segretario di Cuneo del PDIUM che alleò ai missini, distruggendo il partito monarchico a Cuneo. Lo ricordo nel 1965 quando ad Asti non volle parlare insieme all’avvocato Nela che ricordava i partigiani azzurri di Mauri. Rimasi allibito. Poi l’ho risentito quando era uno dei leaders liberali, ma io ero troppo amico di Badini Confalonieri per apprezzarlo. Il suo era un liberalismo abbastanza privo di cultura, volto a cogliere la polemica spicciola, se non il qualunquismo. Il mio amico Giorgio Cavallo promosse più incontri con lui, ma non ne uscii convinto. Era meglio Zanone che non era ancora così sinistro come poi divenne. Io avevo lasciato la tessera del PLI nel 1969 e quindi da allora ero e sono un cane sciolto. Provo piacere nel rifiutare collari e non scodinzolare a favore di nessuno. Costa ebbe però una colpa che io non ho il diritto di dargliela perché non ero un militante del PLI: chiudere il PLI in modo poco degno anche al fine di ottenere un seggio da Berlusconi. Venne gettato anche l’archivio storico del partito, quando vennero gli ufficiali giudiziari a pignorare i mobili in via Frattina, sede nazionale di quel partito. Ma nello squallore della classe politica italiana d’oggi ambedue, Bonino e Costa, giganteggiano. Pace alla loro anima, anche se molti più che onorarli li strumentalizzano.

 

La nuova via Roma

È stato visto all’inaugurazione di via Roma nuova. Lei ne era critico e i festeggiamenti solenni creati per fare un’apoteosi alla Giunta mi sono sembrati pacchiani. E poi citare Hermès nell’invito mi è sembrata una esagerazione. Ci sono problemi fermi che marciscono come il mancato sottopasso di largo Maroncelli. Questa è una giunta con troppi assessori incapaci e faziosi.

Felice Ghio

Sono stato perché invitato dal sindaco con cui ho un buon rapporto personale fatto di reciproco rispetto. Ero anche curioso di vedere. Non so se meritasse una festa così la nuova via Roma. Neanche quando la fece, abbattendo quella vecchia, il regime fece una festa così. Ma erano altri anni, anche se il regime non mancava certo nella capacità di onorare i suoi successi.

Lidia Poët

Cosa pensa dello sceneggiato televisivo dedicato all’ avvocato Lidia Poet ? Non mi ha suscitato finora entusiasmo, anzi mi ha deluso.    Gianna Casula

Ho visto due puntate. L’argomento è interessante e certe immagini torinesi – forse non troppo fedeli – le ho gradite. Io sono stato amico del senatore e notaio di Pinerolo Luigi  Poët e la cosa mi incuriosiva. Debbo dire che lo sceneggiato è mal recitato e l’interprete femminile sembra ad una suffragetta. Fuori luogo un linguaggio con termini volgari e sconci sulla bocca di Lidia. Il turpiloquio femminile nell’ 800 penso che esistesse solo nelle donne di bordelli o da strada. E’ una mia impressione ovviamente perché ho mai dedicato studi a questi temi.
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Gava e Lauro
Ho notato che la “La stampa”  ha pubblicato la fotografia del vecchio  caporione Dc  napoletano Gava – padre del ministro – invece di quella del sindaco  monarchico di  Napoli Achille Lauro . Un errore grossolano.   Susanna Liegi
Sono cose che nei giornali succedono. La fretta è sempre cattiva consigliera anche quando sceglie di omettere notizie. “La Stampa” è ancora un giornale in crisi  con tirature basse che  superano di poco le 50 mila copie  giornaliere. E sta perdendo ancora  copie. La fotografia errata è un peccato veniale.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Il governo di oggi – Occorre una svolta – Il bagnino di Andora – I gettoni – La festa dell’Unità – Lettere

Il governo di oggi

In un dibattito sul fascismo promosso dal “Fatto quotidiano” alcuni relatori negavano che ci stessimo avviando verso un nuovo fascismo, mentre altri sostenevano il contrario, denunciando l’arrivo di uno Stato autoritario. Oggi, se guardiamo senza il paraocchi ideologico, possiamo accusare di inefficienza il governo, ma certo non di fascismo. L’unica riforma realizzata è quella sulle autonomie regionali che rischia di riportare il Paese agli staterelli prerisorgimentali. Quindi nessun nazionalismo, ma semmai un leghismo vicino alla secessione di Bossi.

Il Premierato forte che doveva fare da contrappeso alla forza centrifuga del leghismo, finora non c’è stato e non ci sarà. La riforma della Giustizia è stata battuta dal referendum. Di quattro anni resta ben poco. Anche la politica estera appare incerta e senza una linea chiara. Mussolini sapeva governare meglio, magari eccedendo in maniera decisionista e dal 1926 in maniera totalitaria. Questo è un giudizio che discende dalla storia.

Occorre una svolta

Secondo molti osservatori politici l’ipotesi di battere il candidato del centro-sinistra Lo Russo alle elezioni comunali del prossimo anno diventa difficile. Non c’è una rosa di candidati, ma solo sotterranei dissensi nei confronti del candidato Marrone considerato troppo a destra per riuscire a raccogliere consensi tra i moderati del centro-destra. L’obiezione del troppo a destra può essere superata dalla presenza del partito di Vannacci, considerato un partito neo-fascista in piena regola. Le indecisioni e la reale mancanza di altri possibili candidati di prestigio rende fragile la coalizione.

Certamente Lo Russo ha le sue rogne con una giunta spostata decisamente a sinistra e con un’Appendino ferocemente ostile alla sua candidatura. Torino è sempre stata una piazza difficile per il centro-destra che non ha mai vinto. Neppure Raffaele Costa riuscì a battere Castellani e in altre occasioni la candidatura di un personaggio paracadutato come Buttiglione era già in partenza sconfitta. Forse l’unico capace di contendere il posto da Sindaco era Enzo Ghigo con dieci anni in Regione con ottimi risultati. Ma non volle candidarsi.

La politica piemontese è ad un punto morto. Occorrerebbe una svolta per non sfasciare il centro-destra che a Torino non ha mai convinto, salvo l’eccezione di Ghigo e di Cirio.

 

Il bagnino di Andora

Il bagnino di Andora Fabrizio Valente, morto nel salvataggio di bagnanti in pericolo va ricordato degnamente come esempio luminoso di altruismo portato fino al sacrificio della propria vita. Mi ricorda il giovane Mario Soldati che si gettò nelle acque del Po per salvare un coetaneo. Va proposto per lui un riconoscimento al Valor civile che in passato veniva concesso per atti simili. Il bagnino è intervenuto, malgrado la bandiera rossa indicasse il divieto di balneazione.

In questo contesto va ricordato l’atto di teppismo di alcuni maranza che hanno tentato di gettare in acqua un ottantenne. Un modo vile di mancanza di rispetto verso un uomo anziano.

 

I gettoni

Le circoscrizioni non mi hanno mai convinto. Sono trabiccoli costosi pieni di aspiranti politici che si fanno le ossa a spese della comunità, ottenendo, attraverso i gettoni delle commissioni, sempre molto numerose, un vero e proprio stipendio. Paolo Coccorese ha scritto un’inchiesta esemplare sul funzionamento delle Circoscrizioni veritiero ed allarmante che dovrebbe preoccupare il Comune e il Sindaco in primis.

 

La festa dell’Unità

Quella di quest’anno a livello torinese si rivela chiusa al dibattito e al confronto delle idee, escludendo a priori tutti i partiti e gli orientamenti non allineati al Pd.

Dopo gli incidenti dello scorso anno la festa risulta essere blindata. Neppure ai tempi del Pci la festa dell’Unità era così. Fui persino invitato io come relatore, ma era il Pci di Fassino e di Ardito, un altro mondo. Siamo tornati al Pd di Bersani un togliattiano mai pentito, senza possedere l’intelligenza e l’acume politico del Migliore.

L’on. Bonaccini ha accusato gli elettori di destra di non essere colti e di leggere poco. Possibile che Bonaccini non sappia che basta controllare su internet e sapere che lo stesso Bonaccini non è laureato? E‘ un diplomato, come diplomata e‘ la presidente Meloni. Come fa a sapere che gli elettori di destra non leggono o leggono poco? Come fa a dire che gli elettori di sinistra leggono molto? Sono affermazioni senza prove che rivelano la supponenza di Bonaccini il quale si ritiene autorizzato a dare i voti agli elettori, mentre saranno gli elettori a dare o non dare il proprio voto alla destra o alla sinistra.

LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

La nipote che avvelena lo zio

Ho letto della nipote che tentò di avvelenare lo zio, per averne l’eredità, usando i succhi di frutta.

E’ un segno dei tempi tempestosi che viviamo, della caduta dell’etica a livelli così bassi da farci pensare alla giungla selvaggia.

Anch’io ho nipoti, ma almeno questi mi ignorano e non mi considerano. Lo ritenevo un dolore, ma oggi lo sento quasi paradossalmente un privilegio perché i succhi di frutta li compro e li bevo in santa pace a casa mia.   Vittorio C.

Concordo, ma non facciamo di un caso un paradigma di comportamento. Il caso è estremo e per fortuna è stato scoperto. C’è da augurarsi che la nipote paghi penalmente per il tentato omicidio.

 

Un nuovo partito monarchico

Ho letto su Internet di un nuovo partito monarchico che riecheggia nel nome quello che fu di Covelli, con l’approvazione del Principe Emanuele Filiberto che già si candidò senza successo al Parlamento europeo. Mi sembra un ulteriore errore che danneggia l’immagine stessa dei Savoia che dovrebbero restare super partes. Tra il resto lo scudo sabaudo nel simbolo di un partito è un oltraggio alla storia. Cosa ne pensa?  Angelo Cipriani

Per quel che vale, sono nettamente contrario. Ad 80 anni del referendum del 1946 non ci sono le condizioni per fare un partito monarchico. Covelli si rivolgeva a milioni di elettori monarchici al referendum che oggi sono tutti morti. E’ uno sforzo inutile che porterà la dinastia a perdere quella superpartiticita’ che è l’unico vero discorso che giustifichi una simpatia monarchica. Tra il resto non dimentichiamo che il partito di Covelli fu obbligato a fondersi con il Msi per sopravvivere alla fine per mancanza di voti. I fondatori oggi appaiono perfetti sconosciuti e tali sono destinati a restare. L’unica ad avere ragion d’essere è l’UMI che nacque nel 1944 e che è apartitica.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Venezia da dimenticare – Il nuovo direttore de “La Stampa” – Un nuovo successo per Borgiattino – Lettere 

Venezia da dimenticare

Ho sempre avuto una vera e propria passione per Venezia, dove ho trascorso lunghi periodi e dove mi muovo come se fossi a Torino o a Roma o a Napoli.

Mi piace sotto tutti i punti di vista per la sua storia, la sua arte, la sua gastronomia, i suoi negozi raffinati anche di abbigliamento come era “Il Duca d’Aosta”.

Ho avuto la malaugurata idea di andare a Venezia per la Biennale e per qualche giornata di relax nella settimana appena finita. Il caldo opprimente, aggravato dall’umidità, ha reso a dir poco fastidioso il mio soggiorno. Ma il caldo non è bastato. Si sono aggiunti altri motivi che mi hanno reso la vita veneziana molto meno attrattiva del passato.

Sono tornato nei miei vecchi ristoranti abituali e non ho più avuto lo stesso trattamento di alta qualità del passato, a partire dal personale, ma anche per la qualità dei piatti non più eccellente come in passato. I miei adorati bigoli in salsa, il risotto di pesce ben mantecato, le sarde in saor con l’uvetta, il baccalà mantecato, il rombo al forno, la coda di rospo non sono più la stessa cosa, ma espressione di una cucina fatta in serie come quella di quasi tutti i locali attorno a piazza San Marco che lavorano per turisti che non sanno nulla della cucina veneziana. I miei posti abituali, fin da quando andavo a Ca’ Foscari e pranzavo con Alberto Ronchey all'”Anzolo Rafael”, hanno subito una mutazione quasi genetica, all’insegna della mediocrità.

Ma anche Venezia è cambiata. Tanti negozi sono gestiti da immigrati che prestano servizio in tante attività in cui hanno sostituito i veneziani. Vedendo il numero altissimo di immigrati sembra quasi di essere a Monfalcone, che ha dimenticato di essere stata la prima cittadina liberata dalla dominazione austriaca nella I guerra mondiale. D’accordo i due Mori del campanile di piazza San Marco, d’accordo che Venezia è stata anche la città più orientale dell’Occidente per i suoi traffici commerciali. Ma la situazione oggi appare tale da spiegare, se non giustificare, che nelle recenti elezioni comunali sono stati candidati cittadini italiani di origine bengalese.

Si può essere soddisfatti che Venezia abbia dato lavoro a tanti immigrati che servono nei bar, pur non conoscendo la lingua italiana? Va bene occuparli invece di lasciarli bighellonare in Barriera di Milano o vendere droga come fossero caramelle, ma quando si esagera l’idea stessa della venezianità ne risente in modo evidente. Ho percepito il “pericolo Monfalcone”, che potrebbe dare argomenti agli islamofobi e ai razzisti in circolazione. È vero che Venezia è di tutti, ma la percezione che ho avuto è che stia snaturandosi. Forse è il caldo africano che ha guastato il mio soggiorno, che non mi ha consentito di apprezzare come mi accadeva in passato la città che fu dei Dogi. Persino nelle botteghe veneziane in cui si potevano acquistare begli oggetti artistici o di artigianato sono arrivate le cineserie con falsa etichetta locale.

Le cose belle che acquistavo in passato sembrano essere quasi scomparse. Un negozio di scarpe a Rialto, che mi riforniva di comodissime e quasi uniche scarpe di struzzo, si è talmente trasformato da essere irriconoscibile, travolto dalla solita merce che si può trovare dappertutto. Io che ho amato la Venezia del Foscolo e di D’Annunzio, di Thomas Mann, di Visconti, per non parlare di quella di Fra Paolo Sarpi, che ho a lungo studiato, non posso ritrovarmi in una città che rischia di smarrire la sua identità storica. Hanno messo la tassa per contenere i troppi turisti del “mordi e fuggi”, ma forse le autorità veneziane non hanno considerato che Venezia ha un’anima che rischia di scomparire.

Dimenticavo: il Grand Hotel Danieli che era il simbolo di una certa Venezia elegante, è chiuso ed è in fase di ristrutturazione e di restauro. Forse l’unica bella notizia perché le stanze erano decrepite anche nei servizi, mentre le parti comuni restavano mitiche e indimenticabili perché grondanti di storia e di buon gusto. Molti alberghi veneziani  restano vecchi e carissimi senza interventi che potrebbero giustificarne i prezzi trumpiani.

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Il nuovo direttore de “La Stampa”

Dal primo luglio Antonio Di Rosa sarà il nuovo direttore de “La Stampa”, passata ad una nuova proprietà che dovrebbe porre fine alla gestione Elkann, che ha mandato in fumo non solo la Fiat. A commettere un gravissimo errore, che fece perdere migliaia di lettori, fu la nomina del direttore Giannini, che ridusse il giornale di via Lugaro ad un quotidiano della sinistra estremista. Poi il successore, che era vicario di Giannini, ha corretto un po’ il tiro, ma ha mantenuto il giornale nell’alveo della più faziosa e preconcetta opposizione, simile ad un Tg3 di carta. Anche i collaboratori e soprattutto le collaboratrici hanno dato prova della loro incapacità ad analizzare un problema con un po’ di distacco e spirito critico. Alcune sembrano delle vere e proprie Erinni. È diventato un giornale che un lettore non settario non poteva più leggere senza continui rigetti e sussulti.

Elkann è stato il gran regista della fine di una grande testata fondata da Frassati e rifondata nel dopoguerra da Burzio. L’avv. Agnelli impedì gli estremismi, anche se alcune volte scelse direttori come Carlo Rossella, che venne sostituito da Marcello Sorgi, ottimo direttore.

Sono molto curioso di vedere cosa farà il nuovo direttore, che è uomo di sicura esperienza ed equilibrio. Sarà anche interessante vedere le nuove scelte editoriali. “La Stampa” della Fiat e della sinistra militante è morta. Incontrai una sola volta   M a l a g u t i   e lo sentii altezzoso e del tutto inadatto a succedere a grandi direttori come Ronchey, Levi, Fattori. Adesso il giornale che per vent’anni fu diretto da Giulio De Benedetti, forse potrà rinascere, anche se il giornale cartaceo appare in gravissima crisi. Non hanno saputo neppure trattenere la pubblicità e neppure le necrologie. Dovrebbe uscire con la stessa testata che adottò dopo la Liberazione: Nuova Stampa. Sarebbe un modo per ricominciare, prendendo le distanze da un recente passato, rivelatosi nefasto.

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Un nuovo successo di Borgiattino
Luciano Borgiattino che continua in maniera ottimale la storica esperienza di famiglia  che, nata nel 1927, costituisce il  meglio in assoluto nel campo dei formaggi  italiani ed esteri di alta qualità, ha ricevuto  la massima onorificenza dei Rotary, la Paul Harris Fellow. Borgiattino è  socio del  prestigioso club  Torino Next di cui è presidente Elisa Lombardo e vice presidente Jean Claude Passerin d’Entreves.
Ancora prima  di festeggiare il centenario dell’ azienda, Borgiattino ha ricevuto un riconoscimento  molto importante importante che riconosce l’alto livello professionale e civile che ha raggiunto con un lavoro serio e continuativo a Torino. Il Rotary di cui è socio Borgiattino, nasce dalla fusione di due storici club rotariani torinesi di cui fui in passato ospite: il Superga e il Torino 150. Il Next, nato nel 2024 ,guarda al futuro prossimo, senza dimenticare il passato.

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Il black out a Torino

I black out che si sono verificati a Torino danno l’idea di una disattenzione ai problemi dell’energia che ha addirittura suscitato la protesta del sindaco, il quale avrebbe dovuto farsi carico di seguire gli investimenti sulla rete elettrica di Torino. Si è spenta anche l’anagrafe centrale. Il centro è stato fortemente penalizzato. Solo adesso Iren si è svegliata per accelerare nuovi investimenti. Torino, insieme a Napoli, è la città più colpita. Il caldo record non giustifica nulla. Diana Rivella

Condivido nella sostanza i suoi giudizi, anche se il sindaco che protesta appare un po’ paradossale. Iren, sempre celebrata come un modello straordinario di efficienza, ha dimostrato i suoi limiti. Anche gli ospedali, pieni di anziani ricoverati, rischiano il black out. Un segno preoccupante. Nelle case i disagi sono stati molto vistosi perché gli antifurti sono stati neutralizzati e i frigoriferi non hanno potuto conservare l’integrità dei cibi, soprattutto nei congelatori. Le interruzioni di energia hanno provocato gravi danni agli alberghi e al turismo, con molti clienti in fuga. Giustamente Federalberghi si è riservata una class action, anche se Confesercenti ha invitato “ad abbassare i toni”, giungendo al ridicolo. Un condominio di Santa Rita ha denunciato che gli anziani sono a rischio. Speriamo che il caldo ci lasci un po’ di tregua, ma è indispensabile che Iren si attivi, dando a Torino l’attenzione che la città pretende.

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Il Cardinale e i giovani

Il Cardinale di Torino Repole ha affermato un suo “Largo ai giovani “ perché il futuro di Torino è legato alla gioventù oggi non abbastanza valorizzata . A me il discorso mi è sembrato vagamente demagogico. Cosa ne pensa?     Franco Vitelli

Foto La Voce e il Tempo

 

Il discorso del cardinale va letto interamente, senza limitarsi ad una frase che ha attirato l’attenzione dei giornali. Certo andrebbe ribadito che i giovani non hanno solo diritti, ma anche doveri. Se è giusto che aspirino a trovare un posto adeguato nella società, appare altrettanto giusto invitare i giovani alla responsabilità. La generazione Z mi sembra manchi di  alcuni valori irrinunciabili sia sotto il profilo civile che sotto il profilo etico. Se il Cardinale si è espresso in un certo modo, avrà sicuramente le sue ragioni. Il “Largo ai giovani” di Mussolini credo sia  stato uno slogan che oggi definiremmo populista. Un invito ad un cambio generazionale per valorizzare energie più fresche. Il “Largo ai giovani” mussoliniano  finì ‘ male perché tanti  giovani caddero in guerra.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Quaglino nuovo Plutarco delle vite parallele che si incontrano – Cavour e Roma capitale – Ugo Pero e il logo del Salone – Paolo Granzotto dieci anni dopo – Lettere

Quaglino nuovo Plutarco delle vite parallele che si incontrano
Il prof . Pietro Quaglino è ordinario di Dermatologia  all’ Università di Torino e direttore della clinica universitaria che i vecchi torinesi identificavano con il San Lazzaro. E’ uno scienziato con centinaia di pubblicazioni. Recentemente ha pubblicato il libro “Incroci di strade – Incroci di storie“ edito da Laterza. Gli incroci sono quelli delle vie torinesi che Quaglino rende vive, facendo interloquire i personaggi a cui esse sono dedicate. Plutarco ci raccontò le vite parallele destinate a non incontrarsi mai. Quaglino riesce a  farle incontrare, anche se tra Vittorio Emanuele II e il giudice Falcone non ci fu rapporto di sorta per evidenti ragioni temporali.
La fantasia dell’autore, pur ancorata ad una robusta cultura storica, riesce a compiere il miracolo. E così accade per tanti altri personaggi che hanno posto nella toponomastica torinese. Quaglino è un grande innamorato di Torino e con l’aiuto delle sue due figlie, ha messo su un libro che merita di essere letto . La brillante prefazione di Guido Curto illustra bene il senso dell’opera. Sono tanti i medici scrittori , da Carlo Levi a Tobino ,ma Quaglino è  innanzi tutto un uomo fuori ordinanza a cui da storico concedo la libertà  di inserire la fantasia nella storia che così rinasce a nuova vita. La storia è spesso vulnerata dalle visioni ideologiche, Quaglino crede in grandi valori” non negoziabili”, ma non è mai irrigidito sulle vulgate che sono estranee agli scienziati. E’ innamorato della città come lo fu Mario Soldati.
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Cavour e Roma capitale
Giovedì ho presentato al Salone del libro di Torino il volume “Da Cavour alla Repubblica” edito da Pedrini , l’editore amico, figlio di un mio altro grande amico, Ennio Pedrini senior, che fu anche editore dei settimanali su cui feci il mio apprendistato giornalistico prima del 1968, quando entrai nell’Ordine  dei giornalisti di cui temo di essere ormai diventato un decano che però continua a scrivere. Carmine Festa, redattore capo del Corriere della sera, a cui collaboro da parecchi anni, è stato un mio  validissimo e colto interlocutore.
Il libro mette in evidenza anche  un aspetto storicamente  non secondario, pubblicando il testo del discorso  di Cavour su Roma capitale. Non ho avuto modo di dirlo perché il discorso ha seguito una piega diversa (i temi del libro sono moltissimi perché riguardano un secolo e mezzo di storia). Il tema riguarda Cavour, accusato da certi dilettanti di una storiografia superficiale e non documentata  di volersi limitare ad  un regno del Nord Italia . Un’accusa sciocca perché il gran Conte voleva Roma capitale e anche il suo ruolo a sostegno della spedizione dei Mille di Garibaldi fu fondamentale, malgrado le necessarie prudenze diplomatiche . I buoni rapporti con l’Inghilterra ,decisiva per l’impresa garibaldina in Sicilia, furono creati dal “gioco di squadra” Cavour, Vittorio Emanuele e d’Azeglio.
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Ugo Pero e il logo del Salone
Viene sempre ricordato Armando Testa come autore del primo logo, poi sostituito, del Salone del libro. L’attuale logo è opera dell’agenzia fondata da Ugo Pero, un creativo colto che seppe ritirarsi nei tempi giusti  per vivere una vita serena. Pero che ho conosciuto e frequentato  e che ricordo come un saggio, va citato  anche perché ha fatto tanto altro.
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Paolo Granzotto dieci anni dopo
Sono esattamente dieci anni che è mancato Paolo Granzotto giornalista libero , senza collare , come scrissi quando mancò. Era figlio d’arte, ma  lui fu tanto diverso  da suo padre Gianni, irrigidito in ruoli ufficiali che lo resero  sempre compassato e, per molti anni in Rai, anche un po‘ conformista. Paolo invece era fuori dagli schemi, amava la battuta ed era ironico e spesso graffiante. Sposò Sanzia Ghislieri, discendente dell’unico papa piemontese, Pio V, e si stabilì in una casa di via Cesare Balbo affacciata sul Po dove Paolo coltivava anche piante da frutto. Testimone del suo matrimonio fu Mario Soldati e quindi il nostro rapporto fu anche legato alla nostra amicizia comune. Amava tantissimo il suo cagnolino, a tal punto da farsi ritrarre insieme a lui per la fotografia inserita nella sua bella ed arguta rubrica sul “Giornale“ di cui fu vicedirettore con Indro  Montanelli  direttore che, quando venne al Centro “Pannunzio“ nel 1988 e nel 1991 si fece sempre accompagnare da Paolo. Altri hanno vantato di aver accompagnato Indro in quelle occasioni, ma hanno scritto il falso, pur  di offendermi personalmente. Paolo era l’uomo di fiducia di Indro, anche se nel 1994, quando Berlusconi mise Montanelli nella  condizione di andarsene, rimase al Giornale soprattutto perché non voleva andare con la cattiva compagnia che seguì Montanelli.
Ho conosciuto  abbastanza Paolo per dire che non  fu un berlusconiano, ma un liberale vero per stile e cultura che poteva apprezzare Enzo Ghigo, ma  non poteva andare oltre.  Egli fu un anticonformista a tutto tondo, incapace di piegarsi alla vulgata radical – chic  sempre così presente a Torino, da molto tempo non più città operaia e non più città borghese.
Nel 1999 fondò a Torino “ Il giornale del Piemonte” che con lui direttore divenne una voce autorevole nel panorama giornalistico subalpino. Senza di lui quel quotidiano incominciò a decadere fino a diventare  un semplice raccoglitore pubblicitario o poco più. Nel 2006 ricordammo insieme a Torino Oriana Fallaci. Nel 2011 su mia richiesta coordinò il convegno nazionale tenutosi al Teatro Carignano per i  150 anni dell’ Unità d’ Italia promosso dall’Accademia italiana della Cucina. Paolo amava la storia, specie quella antica, e tra i suoi libri  importanti resta una trilogia omerica. Scrisse anche una bella biografia di Montanelli, incredibilmente premiata a Capalbio, centro del peggiore vippume vacanziero. Non l’ho frequentato abbastanza e mi rammarico di questo  perché avrei potuto imparare molto da lui . Era un gran signore di delicati e alti sentimenti oltre che un giornalista con una penna a volte “cattiva”, ma sempre onesta. Era diventato torinese per amore di Sanzia , ma non si adattò  mai al grigiore di una certa Torino  perbenista e sinistrorsa che ha il suo epicentro nel Museo egizio e si ritrova in certi salotti che lui considerava “intriganti  tinelli” . E’ stato un maestro di giornalismo e di vita che, a dieci anni dalla sua morte, ci  rivela l’arte di  un mestiere che non può mai  allinearsi al potere in nome del quieto vivere. Paolo seppe steccare nel coro e pago ‘ anche le conseguenze di una linearità  mai ostentata , ma sempre vissuta con grande onestà intellettuale.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

Umberto II di Savoia, chi ha ragione?
Allora, gentile professore Quaglieni, chi ha ragione su Umberto II ?  Lei, Cardini, Barberis, Oliva o Denis Mack Smith? Appena ho letto su “il Torinese” il suo Commento su Umberto II di Savoia salito al trono il 9 maggio di 80 anni fa, ho ripreso in archivio due interviste sui Savoia rilasciate due anni fa a La Stampa da Franco Cardini e da Walter Barberis, pochi giorni dopo la morte di Vittorio Emanuele di Savoia. Ebbene, Lei parla benissimo di Umberto II eppure altri autorevoli storici lo trattano decisamente male. O lei esagera o gli altri storici sono troppo cattivi nei confronti dell’ultimo Re d’Italia. Per esempio, in sintesi, lo storico del Medioevo Franco Cardini scrive: “mi sento profondamente ostile alla dinastia sabauda e non al solo Vittorio Emanuele III per le leggi razziali del 1938…. A proposito del “Re di Maggio”, Umberto II, meglio è tacere per carità di patria”. (intervista a La Stampa il 7 febbraio 2024). Walter Barberis, storico di professione e presidente dell’editrice Einaudi ha scritto: “Vittorio Emanuele III non ferma la marcia di Mussolini su Roma, firma le leggi razziali, abbandona l’Italia a se stessa: una caricatura e poi la dinastia è finita. Umberto II è un personaggio da café chantant”. (intervista a La Stampa 8-2-2024). Alessandro Barbero, credo che sui Savoia la pensi più o meno come Cardini. Decisamente meglio invece lo storico e giornalista Gianni Oliva che nel suo libro “I Savoia, Novecento anni di una dinastia” scrive a proposito di Umberto II: “ostenta in ogni occasione il suo lealismo costituzionale, si legittima con un comportamento misurato e corretto riconosciutogli anche da convinti repubblicani come Nenni e Parri. Certo, non può fare altro ma regna con l’onesta intenzione di restaurare un’immagine compromessa”. Alla fine chi ha ragione professore?    Filippo Re
 Io non voglio aver ragione e rispetto tutte le opinioni. Ma la prevenzione antisabauda  degli storici che lei cita, forse ha loro impedito un giudizio più sereno. Lo storico deve capire prima di giudicare. Qui siamo  di fronte ad affermazioni che si rivelano preconcette. Ho cercato di esprimere una valutazione complessiva di Umberto II re ed esule. Come ho scritto ho conosciuto il re e ho parlato con lui. Ho avuto anche scambi epistolari diretti o tramite Falcone Lucifero. Io non sono prevenuto su Casa Savoia, forse questa è la vera differenza. Oliva nei suoi libri dimostra una volontà di capire che gli altri nominati non hanno.
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Burocrazia digitale
Caro professore, leggo sui social: “Una società che obbliga un novantenne a usare uno smartphone per accedere ai propri diritti non è “moderna”, è una società che ha deciso di sbarazzarsi dei propri padri. Siamo nel 2026 e tutto è diventato un’app, un codice, un portale. Ma provate a mettervi nei panni di chi ha costruito questo Paese con la fatica delle mani e oggi si ritrova analfabeta in casa propria. Se per prenotare una visita medica o pagare una bolletta devi avere un nipote o un figlio esperto, allora il sistema è fallito. Chi progetta queste barriere si sente un genio dell’innovazione, ma è solo un miserabile che ignora la realtà della carne e delle ossa. Non è evoluzione se lasciamo indietro chi ci ha preceduto. La tecnologia deve essere un aiuto, non un esame di ammissione per avere diritto alla salute o alla dignità. Stiamo togliendo la voce a chi ha più esperienza di noi, nascondendo dietro lo schermo la nostra incapacità di prenderci cura delle persone.” Cosa ne pensa?   Rita Felice
Scrivendo, da molti anni mi sono dovuto convertire al Pc perché i giornali si erano digitalizzati e richiedevano i pezzi battuti al computer. Poi in tempi successivi dal 2009 mi sono dovuto iscrivere a Facebook perché i giovani che promossero la pagina del Centro Pannunzio chiedevano la mia partecipazione. Adesso c’è chi mi considera un influencer. Invece tutte le incombenze per prenotare e agire su piattaforme mi è faticoso e a volte mi fa perdere la pazienza. Il disagio che la lettrice lamenta e’ reale e obbliga gli anziani a farsi aiutare o ad essere esclusi. Capisco il progresso, ma esso dovrebbe aiutare, non creare problemi. I temi che lei evidenzia sarebbero da dibattere. C’è materia per una battaglia politica, ma la politica non credo che si interessi degli anziani.
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Suvvia dott Mattia Feltri…..legge da ” Ayatollah”?
Mi riferisco al  <buongiorno> che  considera le proposte di bacchettare / punire con <meno dolcezza> i giornalisti   che troppe volte dimenticano di menzionare le assoluzioni dopo aver evidenziato con enfasi anche solo le ipotesi di colpa dei cittadino qualunque. Dal modesto tinello di casa con gli amici abbiamo commentato fatti e nomi più o meno eccellenti che sono andati sotto il vecchio piombo della stampa. Pubblicare tutto, free speach, Costituzione sta bene ma anche rettificare o indicare le novità  positive (esempio le assoluzioni) e attenzione  con la stessa impaginatura e carattere. Credo che una esemplare punizione a coloro che  con molto ardore ci vanno pesanti sull’ implicato  indagat / ….. debba essere una corretta riprovazione per  la diffusione di notizie poi risultate vaghe o false. Vero che la legge già punisce e l’Ordine verifica e censura, ma troppe volte la voglia di notiziare e stupire i lettori supera la  serietà di una onesta informazione. Sbaglio? Grazie e buon lavoro, cosa ne pensa?       Renata Franchi
Pubblico volentieri perché Mattia Feltri è uno dei pochi giornalisti indipendenti, colti, non settari che difendono valori liberali veri. Concordo con Lei che le accuse non provate vanno riparate, anche se certi processi mediatici distruggono l’animo e lasciano lividi permanenti. Con tutte le condanne ricevute, il direttore del “Fatto” non ha mai ricevuto sanzioni dall’Ordine nazionale dei giornalisti  e dall’organo di disciplina.

CAMERA, il primo ciclo di mostre del neodirettore François Hébel

Il programma espositivo di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia inaugura il primo ciclo di mostre del neodirettore artistico François Hébel con due mostre originali, dopo l’avvio di EXPOSED Torino Photo Festival: la prima è la grande mostra in Italia dedicata al maestro del colore, Il belga Harry Gruyaert, dal titolo “Retrospettiva”, e un’esposizione originale nella project room dedicata al più importante grafico svizzero che lavora con la fotografia, Werner Jeker.

Dal 18 giugno al 4 ottobre prossimo, CAMERA presenta la prima grande retrospettiva in Italia di Harry Gruyaert, tra i maggiori protagonisti della fotografia contemporanea. Nato in Belgio nel 1941, membro di Magnum Photos, Gruyaert è stato uno dei primi fotografi europei, tra gli anni Settanta e Ottanta, a conferire al colore una dimensione puramente creativa, non più descrittiva ma percettiva ed emotiva, capace di costruire una visione radicalmente grafica del mondo. In un’epoca in cui la fotografia veni a celebrata in bianco e nero, il suo lavoro si inserisce nel solco tracciato da autori americani come Saul Leiter e William Eggleston. Articolata secondo un percorso cronologico, la mostra si apre con la celebre serie televisiva “Shots”, che mette in dialogo fotografie e prime trasmissioni televisive a colori, proseguendo con l’evoluzione del suo linguaggio visivo, influenzato da numerosi viaggi: ogni luogo si distingue per le sue immagini e per specifiche qualità cromatiche. Dalla pellicola Codachrome e dalla stampa Cibachrome del XX secolo, fino alle possibilità offerte dal digitale del XXI secolo, la ricerca di Gruyaert testimonia una costante esplorazione del colore come esperienza fisica e sensoriale.

“Il colore è più fisico del bianco e del nero – spiega l’artista […] – con il colore si deve essere colpiti dalle diverse tonalità che esprimono una situazione”.

Formatosi alla Scuola di Cinema e Fotografia di Bruxelles, Gruyaert si trasferisce a Parigi nei primi anni Sessanta, dove incontra figure decisive come Peter Knapp e Robert Delpire. Dopo le prime esperienze, individua nel viaggio il fulcro della propria ricerca a, individuando come luogo chiave del suo lavoro il Marocco, vissuto come spazio di rivelazione in cui paesaggio e presenza umana si fondono in una percezione unitaria. Nel corso della sua carriera, Gruyaert sviluppa un linguaggio più ispirato alla pittura e al cinema che alla fotografia stessa, dando forma a immagini in cui luce, colore e composizione prevalgono su ogni intento narrativo.

In parallelo, la project room ospiterà una mostra “Phototypo”, dedicata a Werner Jeker, figura di riferimento internazionale nel campo della grafica applicata alla fotografia. Nato in Svizzera nel 1944, Jeker rappresenta un caso unico , considerato tra i più importanti graphic designer della sua generazione nel campo della fissione, ha sviluppato un linguaggio visivo in cui fotografia e tipografia si integrano, superando la funzione comunicativa per arrivare a una piena autonomia espressiva. Jeker è autore di oltre 800 manifesti, realizzati per differenti istituzioni culturali, e collaborato con importante realtà internazionali e con fotografi del calibro di René Burri, Raymond Depardon, Henry Cartier Bresson. La mostra presenta una selezione significativa dei suoi lavori, con una particolare attenzione ai manifesti che incorporano l’immagine fotografica come elemento strutturale della composizione. Il suo approccio si distingue per un intervento calibrato sull’immagine, che ne preserva l’integrità documentaria, mentre ne amplifica la forza visiva attraverso la relazione con il testo. Nel corso della sua carriera, Jeker ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui l’Infinity Award per l’uso innovativo della fotografia, ed è stato docente presso importanti istituzioni europee.

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia- via delle Rosine 18, Torino – www.camera.to

Mara Martellotta

Pino Torinese premia il professor Gianfranco Gribaudo

È il professore di Pino Torinese Gianfranco Gribaudo il premiato della prima edizione del Premio Cultura, il nuovo riconoscimento che debutta quest’anno in paese con l’obiettivo di celebrare eccellenza e tradizione del territorio.
La scelta è stata condivisa all’unanimità dalle associazioni promotrici dell’iniziativa – Museo delle Contadinerie, Unitre di Pino Torinese e l’associazione Santa Maria del Pino – che hanno deciso di premiare il docente per la sua instancabile attività di studio, insegnamento e valorizzazione della lingua piemontese, considerata un pilastro dell’identità culturale del territorio.
Gribaudo è noto in particolare per essere l’autore del monumentale “Nuovo Dizionario piemontese-italiano. La fiama ch’as dëstissa nen“, opera di riferimento per la conservazione e la diffusione del patrimonio linguistico regionale. Il suo lavoro lo ha reso non solo un accademico di primo piano, ma anche un autentico custode della lingua madre, patrimonio immateriale della comunità piemontese. Nel corso della sua carriera ha inoltre collaborato con il Centro Studi Piemontesi di Torino, contribuendo alla formazione di nuovi studiosi e alla realizzazione di testi didattici dedicati alla lingua piemontese.
Un dialetto non è una lingua “minore” come spesso si crede – ha spiegato Chiara Pantone, curatrice del Museo delle Contadinerie -. Dal punto di vista scientifico possiede un proprio sistema grammaticale, lessicale e fonetico completo e conoscerlo e studiarlo è una ricchezza, perché è la massima espressione della cultura locale e l’eredità storica della sua comunità. Permette di cogliere sfumature e concetti legati al territorio che spesso non sono traducibili nella lingua nazionale ed è fondamentale per interagire quotidianamente con le generazioni più anziane o per immergersi pienamente nella vita sociale locale“.
La cerimonia ufficiale di consegna del premio si terrà venerdì 10 aprile alle ore 17.30 presso l’Auditorium del Centro Polifunzionale di piazza Montessori a Pino Torinese. Nel corso dell’incontro sarà presentata anche la quarta edizione, ampliata e aggiornata, del Dizionario.
Durante l’evento il professor Gribaudo dialogherà con il professor Francesco Balcet, attuale docente del corso di piemontese dell’Unitre locale. Interverranno inoltre i presidenti delle associazioni organizzatrici e le autorità comunali.
Valorizzare la lingua piemontese – ha dichiarato la sindaca di Pino Torinese, Alessandra Tosi – significa riconoscere il valore della nostra identità e della nostra storia, ma anche guardare al presente con maggiore consapevolezza. Premiare il professor Gianfranco Gribaudo vuol dire valorizzare il lavoro di chi, con studio e passione, contribuisce a mantenere viva una parte fondamentale del nostro patrimonio culturale e a trasmetterlo alle nuove generazioni“.
La lingua piemontese non è soltanto memoria del passato, ma uno strumento prezioso per comprendere il nostro territorio e le sue radici – ha commentato l’assessora alla cultura Elisa Pagliasso -. Ringrazio le associazioni organizzatrici di questo premio che è in grado di sottolineare come cultura, ricerca e insegnamento possano diventare un ponte tra la tradizione e il futuro della comunità. Il lavoro del professor Gribaudo, in questo senso, rappresenta un punto di riferimento fondamentale per la tutela e la diffusione del patrimonio linguistico piemontese“.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: IV NovembreIl rettore fazioso – Ad Albanese no – Lettere

IV Novembre
Sembra che la data del IV novembre imbarazzi qualche amministrazione comunale per il clima di pacifismo pro Palestina determinatosi in Italia con scioperi, cortei, manifestazioni, occupazione di scuole. Le iniziative sono quest’anno  in formato ridotto. Dovremmo allora dimenticare il nostro Risorgimento? Quella data, 4 novembre 1918, segna la fine della IV guerra per l’indipendenza nazionale. E ci riporta a Trento, a Trieste, all’Istria e alla Dalmazia, all’Italia rimasta ancora irredenta sotto il tallone austriaco.
E’ l’Italia di Vittorio Veneto e della resistenza sul Piave che ebbe 650 mila caduti. Perché mai dovremmo dimenticare la nostra storia? Certo la pace è un valore assoluto, ma  l’onore ai Caduti è un dovere a cui un popolo civile non può rinunciare. Io non rinuncerò mai a ricordare i miei nonni partiti volontari insieme ai loro amici  Cesare Battisti e Damiano Chiesa. E neppure dimenticherò  i miei due zii volontari e caduti già nel 1915. E’ retorica? Forse per alcuni è infame  bellicismo, ma per chi conosce la storia resta un dovere ricordare il Milite ignoto e i soldati in grigio verde. Mentre l’Italia si divideva in una guerra civile durante il biennio rosso, ad Aquileia partì un treno con la salma del soldato senza nome che giunse tra ali di folla commossa a Roma per  essere tumulata all’Altare della Patria. Una pagina di storia che non va dimenticata. I ragazzi pro Pal non sanno e si limitano a protestare. Facciano pure, ma nessuno può impedirci di continuare ad essere dei buoni italiani: un’espressione che ricavo da Don Bosco, tirato in ballo a sproposito per l’”anti italiano” Elkann.
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Il rettore fazioso
Tomaso Montanari rettore dell’Università per stranieri di Siena ha dichiarato che non inviterebbe mai  nella sua università un esponente di “Sinistra per Israele“. Non c’è da stupirsi perché Montanari è quasi  geneticamente fazioso. Mentre l’uomo di scienza e di cultura è aperto al confronto che è il sale della democrazia, lui preferisce arroccarsi sulle muraglie cinesi della chiusura preconcetta. L’Università dovrebbe essere luogo di scambio di libere idee, ma il rettore senese preferisce attestarsi sulla sua idea personale, senza considerare che una università per stranieri dovrebbe avere il massimo di apertura. Magari c’è anche qualche studente israeliano, sempre che non lo abbiano già cacciato e intimidito.
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Ad Albanese no
La proposta del conferimento della cittadinanza onoraria di Torino alla rappresentante ONU  Francesca Albanese è un’offesa a Torino città Medaglia d’oro della Resistenza perché premia quella che si potrebbe definire una nota rancorosa antisemita di cui ci si dovrebbe vergognare anche come Italiani. Il governo dovrebbe agire per la revoca del suo incarico all’ ONU. A volte anche le cittadinanze torinesi sono state date in modo sbagliato cioè per meriti politici di parte. E alcuni hanno votato contro di esse per opposti livori ideologici.

Ho proposto  in passato 4 cittadinanze onorarie: Franco Venturi, Mario Soldati, Enrico Paulucci, lo scienziato russo  perseguitato  Sacharov. Avevo anche proposto Piero Angela, anche se la proposta mi è stata scippata. Nomi sempre discutibili certamente, ma prestigiosi e non divisivi. Mi piacerebbe che la compagnia di giro degli “scappati e scappate di casa” che bloccano i lavori del Consiglio Comunale con le proposte più impensabili e insensate non venisse presa sul serio. So che è impossibile, ma lasciatemi almeno dire che alcuni scranni sono oggi proprio male occupati. In Sala Rossa dove è stato consigliere Cavour, i toni e i temi non dovrebbero  mai abbassarsi oltre un certo limite. Che il Pd faccia retromarcia solo perché non ci sono i 31 voti necessari non è una scelta condivisibile da parte di un partito che ha governato e aspira a tornare a governare. Occorre capacità di reagire alle mosche cocchiere delle demagogia senza incertezze.
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In nome di Tortora
Sono felice per la riforma della Magistratura e per la separazione tra giudici e Pm. Era ora. Basta ad una giustizia politica in cui certi magistrati pretendono di governare senza essere stati eletti e pensano di poter impedire agli eletti di governare.   Franca Angeli
Spero che sia una riforma capace di imprimere una svolta nella vita italiana. La giustizia spesso funziona poco e male e a volte funziona fin troppo bene… Io voterò senza incertezze sì al referendum in nome e nel ricordo di Enzo Tortora e anche di Marco Pannella. Non attendiamoci miracoli, ma è un primo passo. E poi votare come i grillini, Odifreddi e Landini mi sarebbe davvero impossibile.
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Pedonalizzare via Po
E’ in agguato un’altra ipotesi della estrema sinistra ecologista e dell’assessore Foietta di pedonalizzare via Po. Una follia che isolerebbe il centro dopo l’idea malsana di pedonalizzare via Roma. Questa sta diventando una giunta di estrema sinistra. Peggiore di quella grillina.    Aurelia Rizzo
L’idea mi pare assurda. Spero venga bloccata dal buonsenso del Sindaco.
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Tuttolibri 
Sarebbe interessante sapere quanto vende “Tuttolibri” il supplemento de “La Stampa” che compie 50 anni, un compleanno molto festeggiato come se fosse un evento importante. All’inizio, dicono che vendesse 100 mila copie. Adesso credo poche migliaia di copie vendute in  allegato del quotidiano  in crisi da anni che ha perso il suo ruolo nazionale. Daniele Faccio
Libri Bookdealer
Non so dirle quanto sia diffuso “Tuttolibri”. Lorenzo Mondo e anche Giorgio Calcagno  mi invitarono a collaborare, ma non scrissi mai nulla. Salvo Casalegno che si occupò marginalmente del supplemento c’erano tanti che non mi piacevano. Anche l’amico Messori che fu tra i fondatori, finì di mollare tutto, trasferendosi al “Corriere”. Oggi non credo che “Tuttolibri” abbia un’importanza nel panorama letterario italiano .”La Stampa” è tornata  ad essere un giornale locale come era prima che lo compresse Frassati.Un bel salto indietro.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Papa Leone e la kefiah – Franco Reviglio della Venaria – Sul treno con la Cgil – Da “Armando al Pantheon”- Lettere

Papa Leone e la kefiah

Che il papa Leone XIV abbia accettato la kefiah palestinese “come simbolo di lotta contro l’occupazione” è una notizia molto triste. Fa il paio con l’intervista del segretario di Stato Parolin silente per molti mesi, improvvisamente risvegliatosi antisraeliano. Che il dono venga da un attivista palestinese aggrava la cosa. Quel copricapo è conosciuto in tutto il mondo come un simbolo ostile ad Israele. Il Papa deve restare neutrale, esercitando una funzione di pace tra i contendenti. Questi sono episodi che sarebbero comprensibili in Papa Francesco, anche se di per sé censurabili perché la demagogia non deve mai lambire il solio di Pietro.


Franco Reviglio della Venaria

La morte a 90 anni di Franco Reviglio non è stata ricordata come meritava il personaggio. La statura morale e scientifica del professore ha portato a scrivere di lui come  del ministro di Craxi che per altro lo sostituì con il commercialista di Bari Formica. Ho conosciuto personalmente Reviglio ed ho anche presentato dei suoi libri.

Era un gentiluomo e un uomo di cultura degno della massima stima. Non aveva neppure quel giacobinismo che gli è stato attribuito per lo scontrino fiscale, un qualcosa oggi totalmente accettato. Il demagogo semmai fu l’ex azionista Visentini, uomo di rara, superba antipatia. Ricordo con nostalgia quando ci trovavamo al vecchio “Firenze“ a cena. Alla vedova Paola Thaon di Revel, ai figli esprimo la mia vicinanza affettuosa.

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Sul treno con la Cgil
A volte oggi si vivono situazioni paradossali, quasi incredibili. A causa di una manifestazione della GGIL a Roma volta a “bloccare tutto“  promossa di  sabato da Landini ho rischiato di non riuscire ad arrivare in taxi a Termini. Poi a fatica mi sono fatto strada e mi sono trovato  in  un vagone di militanti della CGIL con cappellino rosso e maglietta “Bella ciao” che hanno viaggiato senza prenotazione, vantandosi che in andata avevano viaggiato con Italo in business class.
Avrebbero voluto attaccare discorso anche con me, ma sono sopravvissuto al diluvio propagandistico in treno, tirando fuori un libro in cui mi sono immerso anche se era il dono di un tizio venuto  venerdì ad una mia conferenza  romana che ad ogni costo voleva rifilarmi le sue poesie che ho finto di leggere fino a quando mi sono addormentato. Per altri versi ho constatato  di persona il caos  in cui è precipitato il traffico ferroviario. Ho ascoltato infiniti annunci di ritardi e di guasti. Un’idea di inefficienza che non può non toccare anche le responsabilità dirette di un ministro che vuole occuparsi di tutto, anche di politica estera, ma non si occupa abbastanza dei trasporti. Le deficienze di Ferrovie italiane non sono più tollerabili.

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Da “Armando al Pantheon”

A cena da “‘Armando al Pantheon“, il mio ristorante preferito a Roma ho incontrato Peppone Calabrese il conduttore della trasmissione domenicale su Rai 1 che valorizza le tradizioni enogastronomiche italiane. Si è subito creato un rapporto tra di noi. Mi conosceva anche come amico di Mario Soldati di cui è un estimatore. È  stata una bella sorpresa incontrarlo. Alla domenica vedo sempre la sua trasmissione, un antidoto al tg pieno di notizie di guerra e di violenze. La campagna e i suoi prodotti e la vita semplice degli abitanti: un’alternativa alla vita frenetica e stupida a cui siamo condannati.

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Messa in dialetto
Cosa pensa di questa iniziativa a Pianezza che propone una Messa in dialetto piemontese? A me sembra un‘iniziativa impropria. E’ quasi impossibile ascoltare una Messa in Latino per colpa di Papa Francesco, il dialetto è del tutto fuori posto. Quanti fedeli comprenderanno il testo? Meridionali, emigrati ecc.?      Filippo de Baldi
Concordo con lei. Soprattutto mi domando quanti fedeli seguiranno la Messa. Il dialetto è sepolto anche per i piemontesi. Figurarsi gli altri. Il celebrante che è uomo colto si troverà in difficoltà.
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Quella foto su internet
Cosa pensa di questa fotografia che circola in Internet? Mi sembra il rischio politico peggiore in cui possa precipitare l’Italia. Edoardo Giletti
Lo penso anch’io. Manca qualche volto femminile per dare una qualche idea di parità e poi saremmo al completo. Spero che sia un brutto sogno.
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“Radicali” e IV Novembre
Ho letto che certi “radicali“ estremisti contestano il IV novembre non per scelta antimilitarista, ma perché è prevista una preghiera cattolica. Questo è anticlericalismo volgare alla Podrecca. Cosa ne pensa?    Francesca Ritucci
Non ho trovato riscontri documentati per rispondere. I veri radicali sono altra cosa .Io anche quest’anno sarò ad Alassio a parlare per il IV novembre e da sempre è prevista, insieme alla mia orazione, la celebrazione della Messa  senza problemi per nessuno. E’ un suffragio ai Caduti che solo gente rozza e fanatica può rifiutare con intendimenti politici molto meschini e pretestuosi.

Gianfranco Raffaldi, una splendida carriera. Dai Beatles a Fausto Leali, da Peppino di Capri al Gospel Choir

Armano Luigi Gozzano,noto ricercatore dei documenti  storici di famiglie nobiliari, in particolare dei Gozzano e dei Gonzaga, essendo anche musicista si interessa di argomenti musicali.

In questo caso ripercorre
l’ascesa vertiginosa della vita dedicata alla musica leggera del maestro Gianfranco Raffaldi, monferrino residente a Vignale,dalle
esibizioni senza rivali nel suo primo complesso formato per le gare scolastiche e dalle incredibili immagini della sua collezione
privata.
Il primo ingaggio nel 1957 con la band casalese dei Blue Star,uno dei 70 gruppi nati
nel nostro territorio nei favolosi anni ’60.Nel
1959 nasce con lui il gruppo dei Novelty,
collaborando con il fisarmonicista Giuseppe
Cacciabue, educatore musicale giovanile e
componente dell’operatore radiofonico EIAR di Torino ,oggi RAI,gruppo sciolto nello stesso anno.Nella nuova band si inserisce
Fausto Denis,non ancora con il nome d’arte
Leali, incontrato durante un ingaggio in una
festa patronale di tre giorni come da tradizione dell’epoca.Nel 1962 avvenne il loro
lancio al Principe di Piemonte di Viareggio, ricalcando la musica beat inglese. Iniziarono
le esibizioni al City Club e nei Night Club di Milano,e le prime incisioni con la casa discografica Jolly con due cover dei Beatles.
Leali venne definito “il negro bianco” e nel 1964, ormai affermati in Italia, parteciparono al mitico “Cantagiro” di Radaelli con la canzone “La campagna in città”, gareggiando con Betty Curtis, Lucio Dalla,Gino Paoli e Nico Fidenco.
Pippo Baudo ed Enrico Maria Salerno presentarono l’evento in diretta RAI con la finalissima di Fiuggi.Nel 1965 la grande occasione: arrivarono i Beatles in Italia! Furono scelti come supporters Fausto Leali e i Novelty,i New Dada di Maurizio Arcieri, Guidone e gli amici,i Giovani Giovani e Peppino di Capri.Nel secondo tempo si esibirono i Beatles aprendo lo spettacolo con il celebre “Twist and Shout”.Le tappe dell’unico concerto italiano furono il 24 giugno al Velodromo Vigorelli di Milano,il 26 giugno al Palazzo dello Sport alla fiera del mare di Genova,e il 27-28 di giugno al Teatro Adriano di Roma, purtroppo non registrati e snobbati dalla RAI.I biglietti dei concerti erano reperibili tramite la rivista “Ciao Amici”.
La conferma definitiva avvenne nel 1966
partecipando al “Giro Festival” al seguito del
49° Giro d’Italia con la canzone “Mamma perdonami”,e apparvero in TV durante le tappe di Parma e di Monte Carlo.Furono ospiti della storica trasmissione radiofonica
“Bandiera Gialla” condotta su Radio 2 da Arbore e Boncompagni,e fu in quel momento
che presentarono la famosa canzone “A chi “,
cover della versione USA di Roy Hamilton “Hurt” del 1954 portata alla ribalta dalla cantante italo-americana Timi Yuro.Si esibirono anche in concerti al Bang Bang di Milano con la partecipazione di Teo Teocoli.
In seguito il gruppo cambiò casa discografica, passando dalla Jolly alla Ri.Fi. Records.Il grande risultato arrivò nel
1967 ricevendo sulla Terrazza Martini di Milano il primo disco d’oro per la canzone
“A chi”.Nel 1968 Leali partecipò al Festival di Sanremo con la canzone “Deborah” in coppia con Wilson Pickett,nome attribuito alla figlia
avuta da Milena Cantù,la grande incognita del 45 giri “La ragazza del Clan” di Celentano.
In seguito Leali verrà scelto da Pickett come padrino della figlia anch’essa chiamata Deborah.I Novelty facevano parte del Clan Celentano Center,e con loro eseguirono i concerti nei locali più belli d’Italia ,in primis alla Bussola di Viareggio.Leali nello stesso
anno divorziò dai Novelty,e Raffaldi entrò nel
complesso dei New Rockers di Peppino di Capri, partecipando a tournée negli USA esibendosi al Metropolitan di New York,poi in Canada, Venezuela, Brasile, Australia, Emirati Arabi e in Europa.
Raffaldi collaborò alla celebre composizione “Champagne”,e si esibirono anche nelle sale da ballo di Torino “Arlecchino”e “Le Roi” (sala
Lutrario)progettata dall’architetto Carlo Mollino, progettista del Teatro Regio.Nel 1977 si concluse il suo viaggio musicale intorno al mondo con Peppino di Capri,e rientrò a Vignale per motivi di famiglia, iniziando ad accompagnare con la tastiera il coro parrocchiale durante le celebrazioni religiose.Ma nel 2004,con altri due amici,ebbe una grande idea:prese le redini del coro e fondò il “San Bartolomeo Gospel Choir”dall’omonima chiesa del paese, inizialmente per eseguire musica sacra e profana, proseguendo l’opera della fondatrice
Millina Martinelli.Il coro è composto da 30 cantanti del territorio,guidati ed istruiti dal maestro con la sua esperienza di mezzo secolo.Tra il 2007 e il 2011 si inserì nel coro Armano Luigi Gozzano in qualità di tenore,e conobbe Leali in compagnia del maestro durante una sua esibizione a Trino Vercellese. Durante i concerti l’ensemble esegue brani di gospel, funky,blues e soul a 4 voci, formula alquanto insolita per il gospel.
Nel 2011 Raffaldi e Leali hanno festeggiato a Casale i 50 anni dal loro debutto.Nella sua carriera Raffaldi ha suonato con tastiere Honner,Vox 1,Vox 2 e con il favoloso organo elettrico Hammond,in origine destinato alle chiese in alternativa ai costosi organi a canne.Molto versatile nella musica sacra, gospel e jazz ed in seguito nel rock,fu utilizzato da Gershwin,Doors,Pink Floyd,
Deep Purple e Procol Harum.Il gospel del
coro esprime la gioia di pregare cantando e coinvolgendo il pubblico con la sua capacità
di espressione armonica.Con i sapienti e
competenti arrangiamenti del maestro Raffaldi il divertimento è assicurato!
Giuliana Romano Bussola