Un torinese (acquisito) a Finale Ligure/Pillole di spiaggia
Di Gianni Milani
Tre giorni che sono qui. Vigilia di Ferragosto. Sempre bella Finale e il suo nucleo medievale di Finalborgo. Fra i “Borghi più belli d’Italia”. E sempre simpatici e cortesi i Finalesi o Finarini, come un tempo erano chiamati. Almeno quelli che conosco io. Confortanti e piacevoli anche i Bagni, a un centinaio di metri dallo storico Hotel dove ho preso stanza. Tanta opulenza femminea esposta al sole. E tanti corpi palestrati e “tartaruga ti” che sfilano, portandosi dietro e addosso una sfilza incredibile di tattoo cui s’è ormai concessa ogni parte del corpo e di accessori corporali vari. Su e giù, sulla passerella in plastica. Dalle docce a riva mare o al lettino in totale area sole. Il bagno in mare? É un optional. L’importante é esibirsi. Fare bella mostra di sé. Ma in tutto questo “circolo” muscolare, ci sono anche – e per fortuna – le eccezioni. Ecco, sotto l’ombrellone davanti a me, un tale non più giovanissimo. Neppure giovane. Capelli grigi. I pochi rimasti. Pelle candida, che non denuncia sintomi tartarugali, anzi. In lui mi vedo, come riflesso in uno specchio. Mi sembra pure di avergli complicemente sorriso. Parola d’ordine “dove c’è il sole non ci siamo noi”. Ombra, ombra, ombra. Ombrellone e teli appesi, per impedire il passo al più tenue guizzo solare. Ma ecco. Inizia il rituale. Crema protezione 50. É perfino poco! Io oserei di più. Piano, piano. Un quarto d’ora, minimo, a spalmarsela su ogni lembo di corpo. Fin quasi su quello dei vicini. Estenuante. Che faticata! “Bè – penso – adesso con tutta quella crema addosso si concederà anima e corpo ai benefici raggi solari”. Niente di più sbagliato. Illuso. Perché, il mio “riflesso” umano si infila rapido la maglietta ( sarà di lana?), si cala in testa un grigiastro cappello da boyscout a larghe falde e si rifugia come un bolide sotto l’ombrellone, terga e natiche sulla sdraio, giornale libro in mano. E allora? A cosa mai é servito tutto il precedente rituale? A nulla. Solo ad avvertire il sole. ” Fai pure il tuo lavoro, ma stai lontano da me!”. Boh… Davanti ci passa una fata. Ragazza bellissima. Di una bellezza rinascimentale. Un corpo che non concede un lembo ad ogni pur accettabile imperfezione. Scatta il peso della memoria. Uno schiaffo sonoro per me e fors’anche per il mio “alter ego” allo specchio. Lo sguardo mi ricade sulla pagina de La Stampa: “Durigon, caso sospeso sfiducia più lontana”. Che tristezza!



Il Colosseo è infatti uno dei teatri più recenti del capoluogo piemontese; esso sorge nel rumoroso quartiere di San Salvario, vicino al rigoglioso Parco del Valentino. La struttura, risalente alla fine degli anni Sessanta, è compresa in un signorile palazzo decorato di via Madama Cristina 71, mentre l’accesso tondeggiante fa angolo con via Bidone.
Per quel che riguarda la recitazione, il 2013 è un anno particolarmente fortunato, poiché due figure emblematiche della scena italiana riempiono con i loro monologhi la sala del teatro e il cuore degli spettatori. Nell’aprile di quell’anno Gigi Proietti propone “C’è gente stasera?”, titolazione che prende ironicamente spunto dalla più tipica e temuta domanda di ogni teatrante; nel dicembre sempre 2013 il premio Nobel Dario Fo debutta con “In fuga dal Senato”, spettacolo attraverso cui porta avanti le battaglie sociali della moglie Franca Rame.
Ma l’ultima di domenica 8 agosto non ho potuto non leggerla dopo quanto mi è stato segnalato. Scrive il noto scrittore ipercelebrato che “se non esistesse il concetto di famiglia, non esisterebbero le organizzazioni criminali“, con un’affermazione apodittica senza la benché minima dimostrazione storica. La famiglia come male da estirpare, lanciando i nuovi “patti d’affetto“ che sanno tanto di ddl Zan. Egli rimette in discussione il ruolo della famiglia nella nostra società, sostenendo che le mafie finiranno con la fine delle famiglie . “Quando l’umanità troverà nuove forme d’organizzazione sociale, nuovi patti di affetto, nuove dinamiche in cui crescere vite”, la mafia verrà sconfitta il che equivale a dire che l’idea di famiglia è un’espressione di comunità contigua alla mafia. Un’affermazione paradossale, anzi aberrante e soprattutto non fondata storicamente. Le analisi sulla famiglia borghese di Marx e di Hengel erano più problematiche e meno settarie. Anche il “libero amore“ nella Russia sovietica fu per il popolo uno slogan propagandistico e un’opportunità concessa solo alla nomenclatura. Ma in effetti nell’URSS liberticida le affermazioni di Saviano sarebbero costate al suo autore il gulag o il manicomio. Forse Saviano è anche nostalgico delle fallimentari “comuni” sessantottine che coniugavano nudismo, droga e promiscuità, anche se parla di nuovi patti senza però darne una definizione. Sarebbe interessante capire a cosa si riferisca di preciso. Il Nostro precisa che questi giudizi vanno estensivamente applicati anche alle famiglie non criminali borghesi perché il vero bubbone è il capitalismo. Come si faccia a dire che la famiglia sia un male da estirpare, non è chiaro. Solo un vetero -marxista -leninista che non conosce la storia reale dell’URSS ,può giungere a certe affermazioni. Temo che non si tratti di paradossi, ma di convinzioni reali. Io sono abituato a rispettare tutte le idee, soprattutto quelle più intollerabili: così si comportano i liberali che non possono tuttavia essere indifferenti ad alcuni principi etici irrinunciabili. Resto infatti tenacemente fermo all’articolo 29 della Costituzione che parla della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. La cellula fondamentale di qualunque società è la famiglia e la sua disgregazione equivale al nichilismo più assoluto che genera dei veri e propri mostri.
Gente senza qualità, come diceva Musil. E’ gente che non ha mai letto seriamente un libro in vita sua. Alcuni hanno evidenti ascendenze neo-fasciste, velocemente e solo provvisoriamente occultate. Non sanno che la libertà per i liberali è sempre e soltanto libertà responsabile e che la libertà si è fusa, a partire dal secolo scorso, in modo indissolubile con la democrazia. Non a caso, nella loro confusione mentale, sostengono la democrazia illiberale di Orban e di fronte alla pandemia invocano invece in Italia atteggiamenti che ammantano di un liberalismo di facciata appreso in un corso accelerato al Cepu. Mettersi nelle condizioni di infettare il prossimo è un atteggiamento barbaro, anzi da cavernicoli. Il liberalismo nacque molto dopo e fu una grande conquista civile e culturale sia nella versione inglese, sia nella versione francese. Anche la versione italiana ha avuto esponenti del calibro di Croce e di Einaudi che furono sempre uomini di cultura eticamente responsabili. Oltre ai neofascisti a dare lezioni di liberalismo si aggiunge l’ex comunista Cacciari, del tutto estraneo alla cultura liberale. Da liberale da oltre cinquant’anni, appartenente ad una famiglia liberale che può vantare il nome di Marcello Soleri, sento il dovere di denunciare l’appropriazione indebita di una concezione etico-politica che è del tutto estranea a chi crea confusione e proteste ingiustificate , dicendo di voler difendere la libertà. Lo scrivo a nome di tutti i liberali: da Cavour a Giolitti, da Croce a Einaudi, da Pannunzio a Malagodi, da Badini Confalonieri a Zanone, da Altissimo a Biondi. I liberali che hanno avuto come simbolo la bandiera tricolore, hanno sempre avuto il senso dello Stato che hanno fondato nel 1861 come stato liberale di diritto. E hanno avuto sempre la capacità di essere patrioti soprattutto nei momenti più drammatici della storia italiana ed europea. E in momenti tragici come questi i patrioti stanno dalla parte di chi vuole una libertà solidale senza ambiguità che si ponga l’obiettivo di salvare vite umane. Che la mia ex allieva Laura Marruccelli nipote dell’eroico generale Giuseppe Perotti capo del comitato militare del CLN piemontese fucilato al Martinetto, abbia fatta la scelta di difendere le ragioni della tutela della salute pubblica è un fatto che mi conforta e mi riempie di orgoglio.