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Il Po e i suoi quartieri: anime diverse lungo lo stesso fiume

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ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.
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In una Torino spesso raccontata attraverso le sue architetture monumentali e la sua anima industriale, il Po rappresenta la dimensione più intima e contemplativa della città. Un confine morbido tra natura e tessuto urbano, tra movimento e quiete, capace di offrire una lettura diversa dell’abitare contemporaneo.

Il Po scorre lento, silenzioso, mai invadente, eppure imprime un carattere preciso a tutto ciò che lo circonda. Vivere vicino al fiume non è soltanto una scelta abitativa, ma un vero e proprio stile di vita: significa abitare la città senza subirla, trovare uno spazio di respiro all’interno del ritmo urbano, ristabilire un rapporto quotidiano con il paesaggio.

L’acqua, in città, ha un valore che va ben oltre l’estetica. È luce che cambia durante il giorno, riflettendo il cielo e ammorbidendo i volumi architettonici. È aria che si muove e respira, un microclima naturale, uno scenario che rende gli spazi più vivibili, più umani. Abitare lungo il Po significa convivere con un paesaggio che non è mai statico: le stagioni si leggono nei colori delle rive, nei riflessi invernali o nelle ombre lunghe delle sere estive. Una presenza discreta ma costante, che accompagna la quotidianità senza sovrastarla.

Il Po come filo urbano

Il Po non attraversa Torino in modo neutro. La accompagna, la sfiora, la modella. E, nel farlo, incontra quartieri molto diversi tra loro, restituendo a ciascuno un’identità distinta. Vivere lungo il fiume significa scegliere non solo una vista privilegiata, ma un’atmosfera, un ritmo, un modo specifico di abitare la città.

Gran Madre: il salotto elegante sul fiume

Il tratto del Po che incontra Gran Madre è forse il più iconico. Qui il fiume dialoga con la monumentalità della chiesa, con i viali alberati e con una dimensione urbana composta, borghese, quasi parigina.

Abitare in questa zona significa vivere il Po come estensione naturale del proprio spazio domestico: una passeggiata mattutina lungo il fiume, una corsa al tramonto, uno sguardo che si posa sull’acqua prima di rientrare a casa. È il quartiere di chi cerca equilibrio, centralità e bellezza senza eccessi.

Crimea: residenzialità alta e silenzio

Poco più in alto, il Po lambisce la Crimea, una delle zone residenziali più riservate e prestigiose della città. Qui il fiume non è protagonista scenografico, ma presenza discreta, quasi protettiva.

Ville, palazzi immersi nel verde, strade tranquille: il Po diventa elemento di valore ambientale e simbolico. È il quartiere di chi sceglie la qualità della vita come priorità assoluta, lontano dal rumore ma perfettamente connesso al centro urbano.

Borgo Po e Cavoretto: tra città e collina

Nel tratto che accompagna Borgo Po e sale verso Cavoretto, il fiume dialoga con la collina. Qui l’abitare si fa più intimo, quasi sospeso tra piano e panorama.

È una zona di passaggio e di connessione: tra città e natura, tra il quotidiano e la dimensione più contemplativa. Il Po accompagna questa transizione, rafforzando l’idea di un vivere “a misura”, dove architettura e paesaggio convivono con naturalezza.

Il Valentino e San Salvario: il Po come spazio pubblico

Scendendo verso sud, il fiume incontra il Parco del Valentino e lambisce il quartiere di San Salvario. In questo tratto il Po diventa spazio pubblico, vissuto, attraversato, condiviso.

Il parco restituisce al fiume una dimensione sociale e culturale: studenti, famiglie, sportivi, cittadini di ogni età. È il volto più dinamico del Po, quello che racconta una città viva, in movimento, capace di mescolare energie e funzioni diverse.

I Murazzi: memoria e trasformazione

Infine, i Murazzi del Po. Un luogo che per anni ha incarnato la notte torinese, la movida, l’eccesso, ma che oggi si prepara a una nuova identità. Qui il Po è stato confine e movimento; oggi diventa opportunità di rigenerazione urbana.

Per lungo tempo i Murazzi hanno rappresentato l’altra faccia del fiume: rumorosa, informale, notturna. Una stagione intensa che ha lasciato il segno, ma che ha anche mostrato criticità legate al degrado e alla convivenza con il contesto residenziale. Oggi, però, il racconto sta cambiando.

Il progetto di riqualificazione annunciato dal Comune di Torino segna un passaggio simbolico importante: non una semplice riapertura, ma una ridefinizione profonda del rapporto tra città e fiume.

L’obiettivo è restituire i Murazzi come spazio pubblico continuo, vissuto durante tutto l’arco della giornata. Meno concentrazione di locali notturni, più funzioni ibride: attività culturali, ristorazione di qualità, botteghe creative, spazi per lo sport leggero e il tempo libero. Il fiume torna così a essere paesaggio urbano, non semplice sfondo.

Un nuovo modo di abitare il lungo Po

Questa trasformazione ha un impatto diretto sull’abitare. I quartieri affacciati sul Po — da Gran Madre alla Crimea — vedono rafforzarsi la loro vocazione residenziale di pregio, sempre più legata alla qualità dello spazio urbano e al benessere quotidiano.

I Murazzi diventano una cerniera tra centro e natura, tra memoria storica e progetto contemporaneo, tra vita sociale e quiete residenziale. Una visione più matura, più europea, che guarda ai waterfront urbani come infrastrutture culturali e ambientali.

Vivere vicino al fiume significa scegliere una relazione diversa con la città: più profonda, più armonica, più autentica.

C’è anche un valore simbolico, quasi archetipico. L’acqua è passaggio, trasformazione, continuità. Non a caso le città più affascinanti si sono sviluppate lungo i fiumi. Il Po, in questo senso, è memoria viva: ha visto cambiare Torino, ne ha accompagnato le trasformazioni, restando fedele a se stesso.

Il Po non uniforma: distingue. Attraversa la città come una linea continua che cambia voce a ogni quartiere. Ed è proprio questa la sua forza: offrire molte possibilità di abitare senza perdere coerenza. In una Torino che riscopre il valore dei suoi spazi d’acqua, il Po continua a essere non solo un elemento geografico, ma un vero luogo dell’anima urbana.

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La crema al cioccolato è più golosa con banana e avocado

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Un dolce al cucchiaio o una deliziosa e sana crema spalmabile per la merenda dei vostri bambini.

Pochissimi ingredienti golosi, pochissimi minuti di preparazione. Provatela, è perfetta per tutti.

Ingredienti

1 banana matura
1 avocado maturo
50gr. di cioccolato fondente
2 cucchiaini di miele (facoltativi)

Pelare l’avocado e la banana, frullarli nel mixer o schiacciarli bene con una forchetta. Sciogliere il cioccolato con poco latte e unirlo alla frutta. Unire a piacere il miele.
Conservare in frigo e servire fresca.

Paperita Patty

I dubbi di un Presidente, un magnifico Toni Servillo

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Da domani sugli schermi il nuovo film di Sorrentino

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Film d’intimità narrativa e di un amore conservato nel cuore che si rivelerà traditore, film alla costante ricerca della verità, film che si rincorre nella domanda “a chi appartengono i nostri giorni?”, film di riti e di trionfalismi nazionali e di piccoli sotterfugi – la vita preordinatamente quotidiana tra le stanze del Quirinale (torinesi le location, da palazzo Chiablese al Castello di Moncalieri al Lorusso e Cotugno, con grande spolvero della nostra Film Commission) e le Frecce Tricolori che attraversano lo schermo nei primi minuti, mentre alle immagini s’alternano i passaggi dell’articolo 87 della nostra Costituzione, “il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”, e la sigaretta fumata di nascosto, dal momento che anche un presidente della Repubblica deve sottostare alle premure e agli “ordini” di una figlia -, film che guarda ad un certo “hic manebimus optime” di radice democristiana e nello stesso tempo è spinto a tessere l’elogio del dubbio, ad allungare i tempi, a portare avanti le questioni, a eliminare e a segnalare per una modifica con un pennarello giallo quel che ancora non è chiaro, quel che ancora non è netto e definitivo. Film intimo, forse persino claustrofobico, ovattato e duro allo stesso tempo, “La grazia” di Paolo Sorrentino, film “diverso” del regista napoletano, che ha inaugurato l’ultima Mostra di Venezia e che ha giustamente riconosciuto a Toni Servillo, giunto alla sua settima collaborazione con il regista, con la vittoria della Coppa Volpi quale migliore interprete, il pieno riconoscimento di un’arte grandiosa, di un’interpretazione che procede nei suoi tanti momenti di sospensione e pacatamente s’infiamma, che vive di sottrazione, che racconta e soffre e si placa nella intervista improvvisata alla direttrice di un mensile di moda, di un uomo che ha abbandonato – se mai li ha indossati, sempre chiuso nei suoi completi blu, un po’ retro, un po’ annoianti – il pantalone bianco e la giacca rossa di Jep Gambardella e per anni ha coltivato la sua personale “grande bellezza” proprio in quei riti, nella stesura di un manuale di studi giuridici che qualcuno ha definito “Himalaya K3” per la sua assurda irraggiungibilità.

Il suo nome è Mariano De Santis, una probabile summa – tra vedovanza e figlia a latere e inflessioni napoletane e quant’altro – dei tanti presidenti più o meno recenti di questa nostra repubblica, da Scalfaro a Napolitano, da Ciampi a Leone allo stesso Mattarella, ancora diccì in quel nome e un monumento della scrittura e della letteratura italiana in quel cognome, seppur aggiustato, il suo distintivo, per tutti, durante l’intero settennato, è stato “cemento armato” (e in questa carambola di nomi, non va dimenticato che il nome della figlia (Anna Ferzetti, quanto mai calibrata nel costruire il proprio personaggio, deuteragonista essenziale), giurista pure lei, al suo più completo servizio, altro non è che Dorotea, che più diccì non potrebbe essere. De Santis è giunto al “semestre bianco”, sa che dovrà abbandonare a poco a poco l’ufficialità, con le guardie del corpo, le visite dei capi di stato, i tanti appuntamenti della giornata, per richiudersi nell’appartamento vicino a piazza di Spagna, magari prima assaporare quella passeggiata in piena libertà, non più con la protezione dell’automobile ma finalmente a piedi, che da sempre pregusta (perché non ripensare, dopo diciassette anni, a quella verso le prime luci dell’alba nella limpida e solitaria via del Corso dell’Andreotti del “Divo”, seppur non ancora fatta di libertà?), dovrà continuare a ospitare per la cena – “ma questa non è che un’ipotesi di cena”, avrà già esclamato l’affettuosa quanto cinica Coco Valori, critica d’arte e artefice di battute al vetriolo, del tipo Camilla Cederna o Natalia Aspesi, al tavolo del Quirinale, alla vista di quanto poco ci sia nel piatto, ma la dieta imposta da Dorotea è ferrea, uno dei tanti effervescenti e divertenti momenti e da grande attrice che Milvia Marigliano offre nel film – la vecchia amica dei banchi del liceo: tuttavia sul tavolo sono ferme alcune questioni che hanno bisogno di certezze, bisognerà decidere, prima del gong finale, se dare o no la grazia a due persone – “se non firmo sono un torturatore, se firmo sono un assassino” -, da un lato un uomo, un insegnante per tanti anni, che ha ucciso la moglie affetta da Alzheimer (lo spunto è nella cronaca ed è quello che ha dato a Sorrentino l’incipit per il film, nel 2016, la vicenda di Giancarlo Vergelli che strangolò nel sonno la moglie Nella) e dall’altro la storia di una donna, per anni maltrattata e segregata da un marito violento che avrebbe ucciso a coltellate. In un altro dossier, un’ipotesi di legge sull’eutanasia, che il parlamento sonnolento e distratto, pur avvertendosene da alcune parti la necessità, non ha ancora votato e che Mariano De Santis, appunto, vorrebbe firmare.

Ancora l’elogio del dubbio e delle incertezze, delle domande e del rigore messo al primo posto in una scala di valori, della pacatezza e della moralità più alta e cristallina, del mistero che incancrenisce una intera esistenza e dei confronti – non ultimo quello con il pontefice, di colore, che porta tranquillamente un codino rasta e che se ne parte via a bordo di uno scooter, che certo misura e lascia misurare le parole, non ultimi quelli costanti e a tratti contrastanti con Dorotea. È il mondo assai più vasto e filosoficamente inteso che guarda al pubblico, come “Il divo”, come “Loro”, il versante lontano di quella autobiografia che abbracciava “È stata la mano di Dio” scendendo nel privato degli affetti interrotti, è il mondo della simbologia – l’agonia del cavallo negli ampi spazi della scuderia -, è il film dove doverosamente confrontarsi con i vari significati e con il peso della parola “grazia”, è il film che forse, abbandonando il personaggio della figlia ma volendo ancora esprimere idee su idee, impressioni su impressioni, lascia la palma alla prima serrata parte e si prolunga nel finale, allargando le maglie della misura, sino alla battuta di chiusura a lanciare dallo schermo l’ultimo fuoco d’artificio. E Sorrentino abbandona quel dubbio in cui ci ha cresciuti e in cui ogni spettatore si è abbandonato.

Nidi di patate con provola

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Sfiziosi cestini di patate preparati con del semplice pure’ e farciti con provola. Pochi ingredienti per una coreografica preparazione da servire come contorno o antipasto, un’idea originale che si prepara velocemente, da realizzare anche in anticipo. Bella ed elegante, ideale per i vostri ospiti.

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Ingredienti

500gr. di patate

1 uovo

30 gr. di burro

30 gr. di parmigiano

Provola q.b.

Noce moscata, sale q.b.

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Lessare le patate, pelarle e preparare il pure’ con il burro, il parmigiano, l’uovo, il sale e la noce moscata. Mettere l’impasto in una sac a poche e su una teglia rivestita di carta forno, formare delle ciambelle che riempirete con dei dadini di provola. Cuocere in forno a 200 gradi per circa 15 minuti fino a doratura. Servire caldo.

Paperita Patty

Paolo Giordano e Tasmania: cercare un rifugio nel cuore inquieto del presente

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TORINO TRA LE RIGHE

Per Torino tra le righe incominciamo questo nuovo anno parlando di un autore torinese di nascita e di formazione, Paolo Giordano, che porta con sé un percorso singolare che continua a riflettersi nella sua scrittura: diplomato al liceo scientifico Gino Segrè, laureato con lode in Fisica all’Università di Torino e dottore di ricerca in fisica teorica, ha sempre affiancato allo sguardo letterario una solida base scientifica. Una doppia anima che attraversa tutta la sua produzione e che nel suo libro Tasmania emerge con particolare forza, diventando struttura narrativa e visione del mondo. Infatti, c’è un momento, nella vita di ognuno, in cui il mondo esterno e quello interiore sembrano collassare nello stesso punto. È da quella frattura che nasce Tasmania, il romanzo con cui Paolo Giordano torna a interrogare il nostro tempo, scegliendo come bussola non la trama, ma l’inquietudine.
Il protagonista e voce narrante si firma P.G.: scrittore, laureato in Fisica, giornalista per un quotidiano nazionale, esperto di cambiamenti climatici. Una figura che richiama apertamente l’autore e che colloca il romanzo nel territorio sfumato dell’auto-fiction. Alla soglia dei quarant’anni, dopo l’esperienza collettiva della pandemia, P.G. ripercorre l’ultimo decennio della propria vita: la crisi del rapporto con Lorenza, le amicizie decisive – dal climatologo Novelli all’irrisolto Giulio – e una serie di eventi privati che si intrecciano costantemente con le grandi paure del presente.
Il mondo che circonda il protagonista è carico di tensioni: gli attentati terroristici in Europa, la strage del Bataclan, il dibattito sulla disparità di genere, la precarietà, la crisi climatica, fino al fantasma mai del tutto esorcizzato dell’energia nucleare. Tutto contribuisce a creare una sensazione di sopraffazione che paralizza P.G., rendendolo incapace di reagire se non immaginando una via di fuga.
Ed è qui che entra in scena la Tasmania. Un luogo che, paradossalmente, nel romanzo “c’entra pochissimo”. L’isola australiana viene evocata una sola volta, come possibile rifugio in caso di catastrofe globale, ma diventa subito una potente metafora: il simbolo di un desiderio universale di salvezza, di un riparo dall’incertezza climatica e sociale che incombe sull’umanità. Non una destinazione reale, ma uno spazio mentale in cui difendersi dal caos.
La struttura del romanzo riflette questa inquietudine. Tasmania sfugge a ogni incasellamento di genere: il racconto autobiografico si alterna a reportage giornalistici, digressioni scientifiche e riflessioni sociopolitiche, seguendo le diverse anime del narratore. La crisi personale del protagonista si sovrappone a quella collettiva, fino a suggerire che non esista più una distinzione netta tra dentro e fuori, tra intimo e globale.
Giordano tenta qui una convivenza ambiziosa tra dramma esistenziale e divulgazione scientifica. Rispetto ai romanzi precedenti, più lirici e simbolici, la prosa si fa asciutta, precisa, attenta ai linguaggi del presente. Non stupisce che termini come gaslighting vengano spiegati e inseriti nel flusso narrativo come segnali di un’epoca che ha bisogno di nominare le proprie ferite per poterle riconoscere.
Il cuore del romanzo resta però umano. P.G. è un personaggio fragile, vulnerabile, che mette in discussione tutto: il matrimonio, la paternità mancata, la vocazione di scrittore, fino al progetto ossessivo – e continuamente rimandato – di scrivere sulle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Un lavoro che sembra minacciare la sua stabilità, ma che rappresenta anche il tentativo disperato di dare forma e senso alla paura.
Attorno a lui si muove una costellazione di personaggi che incarnano altrettanti modi di stare nel mondo: Lorenza che sa attendere, Novelli che studia la forma delle nuvole, Curzia che indaga il terrorismo, Karol che trova Dio dove non lo cercava, Giulio che fatica a parlare con suo figlio. Ognuno diventa uno specchio, una possibilità di confronto, una diversa risposta alla crisi.
Tasmania è, in definitiva, un romanzo sul futuro. Un futuro temuto e desiderato, che forse non avremo mai, ma che stiamo costruendo giorno dopo giorno. È un libro sull’ansia pre-traumatica del nostro tempo, su quella sensazione di stanca inevitabilità che attraversa le nostre vite e ci fa sentire costantemente sull’orlo di qualcosa.
Non mancano le ombre: l’alternanza tra parti narrative e saggistiche, pur stimolante, non sempre risulta perfettamente armonica e può rendere la lettura impegnativa. Ma forse è proprio questa frizione a restituire fedelmente l’irrequietezza del protagonista – e della nostra epoca.
Dopo l’esordio folgorante de La solitudine dei numeri primi, che nel 2008 gli valse il Premio Strega e una notorietà immediata, Paolo Giordano ha continuato a interrogare il presente attraverso romanzi e saggi in cui scienza e letteratura dialogano costantemente. Con Tasmania, pubblicato da Einaudi nel 2022 e accolto con grande attenzione anche a livello internazionale, sembra approdare a una sintesi matura del proprio percorso.
Perché Tasmania è, in fondo, questo: un romanzo sensibilissimo e contemporaneo che racconta la paura di perdere il controllo e il desiderio di salvarsi. E ci ricorda che ognuno di noi, consapevolmente o meno, sta cercando la propria Tasmania.
MARZIA ESTINI

Rock Jazz e dintorni a Torino. La PFM e Viden Spassov

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLASETTIMANA

Lunedì. Al teatro Alfieri la Premiata Forneria Marconi rende omaggio a Fabrizio De Andrè.

Mercoledì. Al Lambic suonano gli Ashville. Al Charlie Bird si esibisce il contrabbassista Viden Spassov. Al Blah Blah concerto per ricordare Gigi Rostagno con la Blues Gang di Dario Lombardo, Omini, Mao e Marco Ciari.

Giovedì. Al Cafè Neruda suona il quartetto di Luca Biggio. Al Vinile si esibiscono i Soulful Dress.

Allo Ziggy sono di scena i NI.

Venerdì. Al Magazzino sul Po si esibisce CAL! + Still Charles + ITTO. Al Folk Club è di scena Heloisa Lourenco, Jacopo  Jacopetti, Marco Ponchiroli, Alvise Seggi ed  Enzo Zirilli. Al Circolo Sud suonano gli Shook Roots. Al Circolino si esibisce Johnny Lapio & Arcote Project.

Sabato. Allo Spazio 211 è di scena Amalfitano. Al Circolo Sud si esibisce Niccolò Piccinini.

Pier Luigi Fuggetta

Cannelloni della Befana al Castelmagno

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Una teglia di cannelloni di magro dal gusto delicato, ricco ed avvolgente. Assolutamente indimenticabili

Un antico detto afferma “L’Epifania tutte le feste si porta via”… Approfittiamo di questa ottima occasione per festeggiare ancora una volta insieme ai nostri cari offrendo loro un primo piatto della tradizione rivisitato in veste “chic” : una teglia di cannelloni di magro dal gusto delicato, ricco ed avvolgente. Assolutamente indimenticabili.

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Ingredienti per 8 persone:

2 confezioni di sfoglia per lasagna (tipo Rana)

4 porri dolci di Cervere

6 patate

200gr. di formaggio Castelmagno

200gr. di Taleggio

50gr. di grana grattugiato

burro, sale,olio q.b.

Per la besciamella:

800ml di latte intero

50gr.di burro

40gr.di farina

noce moscata, sale q.b.

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Lavare e tagliare i porri a rondelle, stufarli con olio,una noce di burro e sale per 20 minuti circa. Lessare le patate, schiacciarle come per fare un pure’ ed unirle ai porri. Mescolare bene, unire i formaggi a dadini, il grana grattugiato e il sale. Preparare la besciamella  con il latte, il burro, la farina, il sale e la grattata di noce moscata. Preparare i cannelloni stendendo sulla sfoglia (lato piu’ corto) il ripieno ed arrotolare. Procedere sino ad esaurimento degli ingredienti. Ungere la teglia con burro fuso, sistemare i cannelloni e ricoprire con la besciamella, ciuffetti di burro e grana grattugiato. Cuocere in forno a 200 gradi per 30 minuti circa o sino a completa gratinatura. Buon appetito e buon anno a tutti i lettori !

Paperita Patty

 

Brasato all’Arneis dell’Epifania

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L’Epifania tutte le feste si porta via…concludiamo cosi’ i  pranzi del periodo natalizio con un secondo di carne ricco e gustoso, di origini antiche, tipico della cucina piemontese, il Brasato. Semplice da preparare, richiede pero’ una marinatura e una cottura lenta e prolungata che conferira’ alla carne una morbidezza ed un gusto insuperabile. Un classico ideale per le occasioni di festa.

 

Ingredienti

 

1kg.di carne di manzo

40gr. di burro

2 cucchiai di olio evo

Sale e pepe

 

Per la marinatura:

1 bottiglia di vino bianco Arneis

1 cipolla

1 costa di sedano

1 carota

1 rametto di rosmarino

2 foglie di alloro

2 chiodi di garofano

2 bacche di ginepro

 

Lavare e ridurre a tocchetti le verdure con i sapori. Mettere la carne in una terrina con le verdure e coprire con il vino bianco. Lasciar riposare in luogo fresco 12 ore. Togliere la carne dalla marinatura, asciugarla bene e farla rosolare da tutti i lati a fuoco vivace nel burro e olio. Aggiungere le verdure scolate dalla marinatura, completare la rosolatura. Abbassare il fuoco, salare e pepare la carne, unire il vino della marinatura e lasciar cuocere coperto per circa tre ore. Per permettere che il sugo si restringa, scoperchiare di tanto in tanto. Terminata la cottura, togliere la carne, frullare il sugo e servire le fette di carne nappate con la salsa. Ideale accompagnato con il pure’ di patate.

 

Paperita Patty