Negli ultimi mesi Torino è diventata uno specchio fedele delle contraddizioni che attraversano il dibattito pubblico sui diritti umani. La città ha ospitato grandi manifestazioni, cortei imponenti e piazze gremite per alcune cause internazionali, mentre per altre, altrettanto gravi e drammatiche, l’attenzione si è fermata a poche decine di persone, quando non è stata addirittura capovolta in un sostegno a regimi autoritari.
Le mobilitazioni più numerose sono state senza dubbio quelle a favore di Gaza e quelle legate al mondo dei centri sociali, in particolare attorno alla vicenda Askatasuna. Migliaia di persone hanno sfilato per le strade, con una presenza costante sui media, slogan, bandiere, interventi di sindacati, collettivi studenteschi e forze politiche che hanno trasformato questi temi in un punto fisso dell’agenda cittadina. Cortei partecipati, città blindata, grande attenzione giornalistica: Torino ha mostrato tutta la sua capacità di mobilitazione quando una causa diventa “centrale” nel racconto politico e mediatico.
Pochi giorni fa, però, sempre a Torino, sulla Passeggiata Marco Pannella, si è svolto un presidio di segno completamente diverso. Un piccolo gruppo di cittadini ha voluto esprimere solidarietà al popolo iraniano, denunciando la repressione, gli arresti, le condanne e la sistematica violazione delle libertà fondamentali operate dal regime di Teheran. Una manifestazione pacifica, composta, ma numericamente molto ridotta, quasi invisibile nel flusso delle notizie. Eppure si parlava di un Paese dove le proteste vengono soffocate con il carcere, la violenza e persino la pena di morte. Una tragedia umanitaria che avrebbe tutte le ragioni per scuotere coscienze e piazze, ma che a Torino – come altrove, del resto – ha trovato soltanto una manciata di persone disposte a esporsi.
Come se non bastasse, nello stesso momento, in un’altra piazza storica della città, Piazza Carignano, si è svolta una manifestazione di segno opposto: un corteo a sostegno di Nicolás Maduro e del suo governo. Un leader che la comunità internazionale e numerose organizzazioni per i diritti umani accusano da anni di repressione politica, elezioni opache, incarcerazioni arbitrarie e limitazione delle libertà civili. In questo caso, la piazza non era vuota. Non era immensa come quelle pro Gaza, ma nemmeno ridotta a poche decine di persone. Un gruppo organizzato ha scelto di schierarsi apertamente in favore di un potere autoritario, trasformando una piazza torinese in una tribuna politica a sostegno di un regime che ha schiacciato il proprio popolo.
È qui che emerge in modo netto la domanda che molti cittadini iniziano a porsi: perché esistono cause che riempiono le piazze e altre che scivolano quasi nell’indifferenza, pur parlando tutte di diritti umani, repressione, libertà negate, vite spezzate? Perché la sofferenza di alcuni popoli sembra “meritare” l’indignazione collettiva, mentre quella di altri resta confinata a iniziative marginali? E come si spiega il fatto che, in certi casi, la mobilitazione non solo ignori la repressione, ma finisca addirittura per sostenere chi la esercita?
La risposta non è semplice, ma è evidente che molto dipende dalla narrazione politica dominante, dal peso delle organizzazioni che promuovono le manifestazioni, dalla visibilità mediatica e dal modo in cui alcune cause vengono incasellate ideologicamente. Quando una lotta viene percepita come “simbolo”, come bandiera identitaria di una parte politica, allora riesce a trascinare folle. Quando invece tocca regimi che non rientrano in certe semplificazioni o che non si prestano a slogan immediati, l’attenzione si spegne.
Torino, in queste settimane, ci ha consegnato un’immagine chiara di questo squilibrio: migliaia in piazza per alcune battaglie, pochissimi per altre, e persino manifestazioni che arrivano a legittimare governi autoritari. Un paradosso che non riguarda solo la città, ma il modo in cui, sempre più spesso, i diritti umani vengono trattati come una bandiera selettiva, da sventolare solo quando è comoda, invece che come un principio universale da difendere sempre.
( Foto F. Valente)
Il referendum, di per sè, è un voto politico trasversale. Lo è sempre stato e continua ad esserlo. È

In giugno giungeremo all’ 80esimo anniversario della Repubblica, poca cosa rispetto alla stori , come ha detto il presidente Mattarella nel suo messaggio di Capodanno che nelle feste in piazza, promosse dai Comuni, nessuno ha pensato di far ascoltare insieme all’ Inno Nazionale. Qualche sindaco ha fatto invece un suo discorsetto- fervorino in piazza , totalmente da evitare almeno a Capodanno che dovrebbe essere riservato alla parola del Capo dello Stato. Anche gli 85 anni del periodo monarchico sono un lasso di tempo altrettanto breve, malgrado la grande stagione del Risorgimento che gli storici accusano però proprio per la sua brevità (poco più di un decennio) che non ha consentito un processo adeguato di unificazione. Vedere i due periodi contrapposti, che si elidono a vicenda, è un modo errato di vedere la storia. Solo un politico fazioso come Franco Antonicelli che era un letterato e non uno storico, poté scrivere che la storia d’Italia ebbe inizio il 25 aprile o addirittura il 2 giugno 1946, data del referendum istituzionale. Un altro politico fazioso, Ferruccio Parri, negò l’esistenza della democrazia prima della Repubblica e proprio all’Assemblea costituente fu Benedetto Croce a controbattere una tesi non veritiera e temeraria che ignorò la Monarchia parlamentare cavouriana e la riforma elettorale di Giolitti con l’introduzione del suffragio elettorale maschile. Lo stesso suffragio elettorale universale porta la firma del luogotenente generale del Regno Umberto di Savoia. C’è oggi qualche nostalgico dei Savoia che vorrebbe una contrapposizione storica, ma si tratta di scorribande pseudo- storiche su Internet perché storici come Francesco Perfetti mai avvalorerebbero, anche come allievi di De Felice, nuove vulgate. Certo la storia della Repubblica con la sua Costituzione e 80 anni di pace è diversa dagli 85 anni in cui ci sono stati due conflitti mondiali e una ventennale dittatura a cui è seguita la Rsi, la Resistenza, la guerra civile e la Guerra di Liberazione. Sono storie diverse che appartengono però ambedue alla storia d’Italia. Scinderle impedisce di capirla nel suo faticoso e a volte doloroso iter complessivo. Nessun paese al mondo ha solo storie positive , neppure la Svizzera che ha evitato come la pestilenza le guerre. Rivoluzioni e controrivoluzioni sono costanti della storia del mondo. Anche la storia della Repubblica ha conosciuto periodi fortemente negativi come il terrorismo e non solo. Tagliare in due la mela significa cercare la semplificazione manichea. Ha osservato Giancristiano Desiderio che la storia d’Italia è una, le forme di Stato sono state due. C’è da augurarsi che il 2026 sia l’occasione propizia per costruire le premesse di una storia se non condivisa, almeno non settaria. In tempi non facili trovare valori nazionali identitari diventa una necessità anche per stroncare le visioni violente della politica che portano ad assaltare scuole e giornali. Soprattutto ai giovani andrebbe imposto uno studio meditato della storia, come voleva Foscolo. Ma anche i loro cattivi maestri dovrebbero riflettere sulle mistificazioni che hanno insegnato alla generazione Z e purtroppo non solo a quella. La storia non va riscritta, va ristudiata con il distacco necessario, superando le ideologie tossiche che impediscono di analizzare il nostro passato col metodo storico di Chabod e di Bloch: capire prima di giudicare.