ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 709

“Una dorsale protettiva” con il Controllo del Vicinato

vicinato iarDalla Collina Torinese attraverso la Valcerrina sino a Casale Monferrato

 

Una “dorsale protettiva” che parta dalla collina torinese per proseguire lungo la Valcerrina ed arrivare a Casale Monferrato, con l’utilizzo del Controllo del Vicinato, il sistema di deterrenza passiva e coesione sociale. A propora nel corso dell’incontro “Villamiroglio Sicuro – Il miglior antifurto è il tuo vicino” che si è svolto nella sala consigliare del municipio di Villamiroglio, sono stati Massimo Iaretti, referente regionale dell’Associazione Controllo del Vicinato (e consigliere comunale a Villamiroglio e dell’Unione dei comuni della Valcerrina) e  Ferdinando Raffero, referente per la Città metropolitana di Torino dell’Associazione e consigliere comunale a San Mauro Torinese. Qui il sistema è stato adottato, su impulso di  una sua mozione,e ha dato risultati positivi, in collaborazione con le forze dell’ordine, come evitare la spaccata di una parafarmacia che era stata più volte oggetto di furti o individuare un vandalo che aveva danneggiato una cancellata. La serata è stata introdotto dal sindaco Paolo Monchietto che ha sottolineato come il consiglio comunale abbia approvato una delibera in questo senso, su proposta del gruppo di minoranza Progetto Villamiroglio, ed evidenziato come già in precedenza ci sia sempre stata una particolare attenzione da parte dei cittadini per movimenti di mezzi o di persone sospette in un paese che conta diverse borgate anche isolate. E recentemente proprio il senso civico di un cittadino ha impedito il probabile furto di una moto. All’incontro hanno preso parte anche alcuni amministratori della Valcerrina, il vice sindaco di Moncestino, Adriano Brusa, il sindaco di Cerrina, Aldo Visca e Paolo Lavagno, sindaco di Ponzano Monferrato, primo comune della Provincia di Alessandria ad adottare il sistema, che ha confermato come “la popolazione continui a partecipare all’iniziativa” e spiegato come possa essere utile, ma non risolutivo, l’utilizzo della tecnologia, quale whattsapp. App e cellulari,

non sono utilizzati da tutti e per gli anziani devono essere previste modalità di avviso più tradizionali, come la catena telefonica o quello diretto. Resta il fatto che – fondamentale la collaborazione con le forze dell’ordine – un’area sempre più estesa dove il potenziale ladro o truffatore sa di non passare inosservato avrebbe un maggiore effetto deterrente. Di qui la previsione di diversi incontri sul territorio, sin dall’inizio del 2016

 

 

Massimo Iaretti

Referente Piemonte

Associazione Controllo del Vicinato

 

Ufficio Stampa

Associazione Controllo del Vicinato

Il clima, il biologico e la felicità

buthan vecchio orienteGARAU2IL MONDO DEL BIO / di Ignazio Garau *

 

Mentre a Parigi i governi di tutto il mondo trattavano per trovare un accordo (dopo oltre 20 anni di dibattiti, mediazioni e intese mancate), il piccolo Regno del Buthan ha offerto un dono a tutto il pianeta promettendo di conservare i propri boschi per sempre!

 

Questo racconto bisognerebbe iniziarlo con il classico “C’era una volta”. C’era una volta un piccolo regno, in Asia, la cui economia era basata esclusivamente sull’agricoltura. Un giorno il paese decide di sorprendere tutto il mondo e dichiara di essere il primo Stato con le carte in regola per diventare la prima nazione BIO del globo. Un paese biologico al 100%! Ma questa non è una favola, è una storia vera ed è una storia di oggi!

 

Stiamo parlando di un piccolo regno incastonato sulle pendici dell’Himalaya, il Bhutan, stretto tra i due giganti asiatici, la Cina e l’India. Il Bhutan ha da tempo sviluppato una particolare attenzione alla tutela ambientale e al benessere dei suoi cittadini. Non a caso qui il PIL (prodotto interno lordo) è stato sostituito con un altro indicatore, più adeguato, il cosiddetto FIL (felicità interna lorda), per considerare, oltre ai parametri economici, anche e, soprattutto, il benessere psicofisico della comunità.

 

Il Ministro dell’Agricoltura del Bhutan ha affermato: ”Abbiamo sviluppato una strategia graduale: non pensiamo di passare al biologico in una notte. Sono state identificate le colture adatte a passare immediatamente alla coltivazione biologica e quelle che avranno bisogno di anni. In alcune zone sarà semplice, in altre molto più complicato, ma vogliamo raggiungere il nostro obbiettivo per ridurre l’impatto che abbiamo sul pianeta, grazie alla collaborazione dei contadini e dei cittadini. Il nostro desiderio è vivere in armonia con la natura“. In questo paese i suoi abitanti hanno rinunciato a uno sviluppo rapido e devastante per preservare l’ambiente naturale e il piccolo regno assorbe già oggi il triplo delle emissioni nocive prodotte dalla sua popolazione.

 

All’apertura della Conferenza di Parigi, il Presidente americano Barack Obama aveva ricordato che se non si interviene per ridurre la pressione climatica che riduce la disponibilità di acqua e di suolo fertile, le guerre sono destinate ad aumentare. Un rapporto dell’Istituto tedesco Adelphi, commissionato dai paesi del G7, diffuso durante la Conferenza, conferma questa preoccupazione. Nel mondo sono in corso 79 conflitti determinati da cause ambientali e, di questi, ben 19 sono considerati di massima intensità. 

 

Il conflitto che sta distruggendo la Siria vede tra le cause anche la terribile siccità che ha messo in ginocchio il paese tra il 2006 e il 2011 e che ha provocato massicce migrazioni di contadini e pastori verso le città: oltre un milione e mezzo di abitanti (su un totale di 22 milioni) è stato costretto a abbandonare le proprie abitazioni nelle zone rurali per concentrarsi nelle aree urbane. Così come lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi ha provocato la distruzione degli ecosistemi in Nigeria. Oppure la guerra civile in Darfur, nel Sud del Sudan, per il controllo delle scarse risorse idriche. O, ancora, gli scontri legati alla costruzione della diga Sardar Sarovar sul fiume Narmada, in India. La sfida contro il riscaldamento del pianeta è anche una sfida per la sicurezza globale, ha confermato il nostro Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

 

Mentre a Pechino viene emesso per la prima volta l’allarme rosso per inquinamento e lo smog e il ministro dell’Ambiente inglese Liz Truss indica i cambiamenti climatici tra le cause delle alluvioni seguite alle piogge torrenziali e ai venti impetuosi della bufera Desmond abbattutasi sull’Inghilterra settentrionale, mentre i cambiamenti climatici innescano guerre che insanguinano diverse aree del pianeta e a Parigi i grandi della Terra raggiungono una difficile mediazione (un accordo che rappresenta un passo avanti, ma che da solo non è sufficiente, come sottolineano scienziati e ambientalisti), ecco che il gesto, e le scelte, del piccolo Regno del Bhutan assumono l’importanza di indicare il percorso per cambiare il mondo: un esempio da ammirare e da seguire, una scelta da non sottovalutare, accecati come siamo dai parametri di un’economia finanziaria che, alla fine, ci ha lasciato in brache di tela.

 

Il dono del regno himalayano, uno dei paesi più piccoli e più fragili al mondo, che è pure tra quelli con il minor impatto globale sulle risorse naturali, annunciato dagli emissari del re alla Conferenza di Parigi per dare il proprio contributo alla lotta contro l’incremento delle concentrazioni di carbonio nell’atmosfera, è quello di impegnarsi a mantenere per sempre coperto di foreste almeno il 60% della superficie nazionale, che sarà conservato “in perpetuo”, come “patrimonio collettivo del mondo”.

 

La testimonianza e l’allarme lanciato dal Bhutan è che se lo sviluppo mondiale non diventa subito sostenibile, a rischiare la catastrofe non è l’ambiente, ma la vita umana. “Proteggere il nostro Paese avvolgendolo di foreste – ha affermato Jigme Khesar Namgyel Wangchuck re del Bhutan – non è un’utopia nostalgica ispirata dal valore della biodiversità, ma l’ultima opzione che ci resta per salvarci la vita”.

 

 

* Ignazio Garau

Presidente Italiabio

ciao@italiabio.net

Francesco in video: un papa di "Rassa Nostrana"

papa esclusiva pallonepapa autopapa vitt 22Il Pontefice, con le sue parole,  ha voluto condividere i valori profondi che caratterizzano i piemontesi ma anche un richiamo alle proprie origini

 

Papa Francesco, nel corso della visita a Torino  ha citato la poesia “Rassa Nostrana” di Nino Costa.

 

A settant’anni dalla morte, il Consiglio regionale del Piemonte ricorda il poeta piemontese, con un video dedicato all’emigrazione dalla nostra regione, che copre un secolo di storia, tra il 1870 e il 1970.

 

Il Pontefice, con le sue parole,  ha voluto condividere i valori profondi che caratterizzano i piemontesi ma anche un richiamo alle proprie origini di figlio di emigrante piemontese, ricordando la figura e gli insegnamenti impartitegli da nonna Rosa.

 

Il filmato è pubblicato nella social tv crpiemonte.tv  e riporta la lettura della poesia di Costa, “Rassa Nostrana”, tratta dalla collana “Sal e Pèiver” del 1924, da parte di Albina Malerba, direttrice del Centro Studi Piemontesi, e l’intervista al critico letterario Giovanni Tesio.

 

Ecco il link al video:

http://www.crpiemonte.tv/cms/memoria/item/1896-piemonte-memoria-14-papa-francesco-e-rassa-nostrana

 

(Foto: il Torinese)

 

 

 

Un libro e un film per tutti per promuovere il buon senso

guida felicitaCopie del libro, realizzato in un formato tascabile di 72 pagine, vengono consegnate agli esercizi commerciali maggiormente frequentati di Torino e provincia

 

Riceviamo e pubblichiamo

 

Prosegue l’iniziativa di PRO.CIVI.CO.S. onlus i cui volontari sono impegnati nella distribuzione di una guida scritta da L. Ron Hubbard “per promuovere il buon senso e tutti quei valori ampiamente condivisi, ma in forte declino in una società resa caotica da chi cerca di dividere la gente per favorire interessi particolari.”

 

L’ampia diffusione del libretto sta contribuendo a ridurre i disordini sociali in intere nazioni e comunità a rischio e il fatto di metterne in pratica i semplici suggerimenti su base individuale può costituire un valido supporto alla prevenzione di tensioni sociali e calamità.

 

Copie del libro, realizzato in un formato tascabile di 72 pagine, vengono consegnate agli esercizi commerciali maggiormente frequentati di Torino e provincia, della Valle d’Aosta, dell’astigiano e del cuneese, oppure lasciati nelle buche delle lettere o consegnati a mano ai passanti. 

 

Nella mattinata di giovedì 31 dicembre verrà svolta una distribuzione in zona Centro, tra via Cernaia e Piazza Statuto mentre in via Villar 2, all’angolo con corso Venezia, esiste un punto permanente dove chiunque può ritirare una o più copie della pubblicazione e richiedere la visione gratuita del lungometraggio interamente basato sul libro, intitolato La Via della Felicità. 

I poveri e gli ultimi: accogliere l’appello di Nosiglia

nosiglia lanzo 2merlo giorgio“Si tratta di un invito che ricorda l’impronta pastorale e culturale dell’indimenticabile card. Michele Pellegrino e di tutto ciò che il suo magistero ha rappresentato in questi anni per Torino e per tutto il Piemonte”

 

Alcuni giorni fa l’arcivescovo di Torino, Mons. Cesare Nosiglia, ha invitato tutti i partiti e i movimenti torinesi a porre al centro dei loro programmi elettorali in vista delle ormai prossime comunali il tema della povertà e delle persone che sono in seria difficoltà. O meglio, ha invitato chi si presenterà per la prossima tornata amministrativa a non dimenticare gli ultimi, le persone che patiscono maggiormente la crisi e tutti coloro che subiscono sulla loro pelle le ripercussioni pesanti della situazione economica e sociale. Che a Torino, purtroppo, come in altre grandi città italiane, sono tantissimi. Sotto questo profilo, si tratta di un invito che ricorda l’impronta pastorale e culturale dell’indimenticabile card. Michele Pellegrino e di tutto ciò che il suo magistero ha rappresentato in questi anni per Torino e per tutto il Piemonte.

 

Ma il richiamo rivolto laicamente e nel pieno rispetto della distinzione dei ruoli da Mons. Nosiglia, assume un’importanza fondamentale ai fini della stessa qualità dell’offerta politica. Un’offerta politica che, soprattutto per i partiti e i movimenti che fanno del solidarismo e del riformismo la loro cifra politica e programmatica, non può trascurare l’invito e la riflessione avanzata proprio dall’autorevole presule torinese. Del resto – e mi rivolgo in particolare ed innanzitutto al campo del centro sinistra – il programma di un partito o di uno schieramento è la carta di identità con cui ci si presenta di fronte ai cittadini elettori.  E il programma, al contempo, non può ridursi ad una grigia ed arida sommatoria di priorità e di impegni che poi rischiano di essere puntualmente smentiti appena si conclude la competizione elettorale. Anche se oggi non ci sono più partiti che fanno dell’ispirazione cristiana o della scelta classista la loro ragion d’essere nella dialettica politica nazionale e locale, è indubbio che il capitolo della povertà, o degli ultimi, o delle persone in difficoltà, non può diventare un settore programmatico relegato alla sola dimensione della politica sociale o dell’assistenza. Messa così, il tutto si ridurrebbe ad una visione puramente caritatevole ed assistenzialistica per chi rischia – e purtroppo il numero è destinato ad aumentare in modo esponenziale – di finire ai margini dello sviluppo e della potenziale crescita economica e produttiva. Certo, non c’è benessere se non c’è crescita e sviluppo.

 

E l’obiettivo, anche e soprattutto per una città come Torino che in questi anni ha saputo “reinventare” la propria offerta e la propria identità senza perdere nessuna scommessa, resta proprio quello da saper unire in un disegno armonico e percorribile la cultura dello sviluppo e della crescita con la difesa e la promozione di chi rischia di non agganciare – o di non avere alcuna ricaduta positiva – quel carro potenzialmente sicuro e garantito. E l’invito/riflessione di Mons. Nosiglia, al di là delle appartenenze politiche e culturali, non può che essere accolto e condiviso sino in fondo.

 

Giorgio Merlo

Nosiglia: "Nelle festività no a buonismo e consumismo ma gesti concreti per i sofferenti"

sindone nosiglia“Mai  cessare di dare una buona testimonianza mediante la carità a chiunque”

 

“Il mio augurio di Vescovo, padre e amico, raggiunga ogni casa. In particolare desidero indirizzarlo ai piccoli, agli anziani, ai malati e ai poveri; a chi ha perso di recente una persona cara e ne sente oggi particolarmente la mancanza; a chi soffre per la solitudine e l’abbandono, privo di affetti e di amicizia sinceri e accoglienti; a chi versa in difficoltà familiari per incomprensioni e rotture che sembrano insanabili; a chi è sfiduciato per la mancanza di un lavoro stabile e sicuro; a chi il lavoro l’ha perso e stenta a ritrovarlo; a chi vive questa festa, come ogni giorno, alla ricerca di un pasto caldo o di un alloggio; a chi è al lavoro per garantire servizi, serenità e sicurezza sociale. Ridurre il Natale a una festa un po’ buonista o al consumismo sfrenato è in netto contrasto con la sobrietà e la povertà della nascita di Gesù”. Sono le parole pronunciate dall’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia nell’omelia di Natale.

 

“Mai  cessare di dare una buona testimonianza mediante la carità a chiunque, ed in ogni ambiente di vita e di lavoro. Il bene che si semina produrrà un frutto abbandonante, quando e come non lo sappiamo, ma è certo che ci sarà. E’ questa certezza che ha sempre dato alla Chiesa la forza di evangelizzare, anche in ambienti e culture che sembravano refrattarie al Vangelo, ed è questo che ha reso i cristiani di ogni tempo coraggiosi nel proporre a tutti il Vangelo della vita, che è Cristo stesso”, ha aggiunto Nosiglia.

 “E’ doveroso andare controcorrente e fare concreti gesti di solidarietà verso i poveri e sofferenti della nostra società e ciò non può farci dimenticare l’altra via primaria, il rinsaldare la fede in Gesù Cristo e testimoniarla con coerenza nelle scelte morali”.

Dalla Regola di San Benedetto alle Bio Abbazie

monaci abbaziaGARAU2IL MONDO DEL BIO / di Ignazio Garau *

 

il Monastero di Plankstetten (D), seguendo la Regola benedettina e scegliendo di “Ritornare alle origini”, ha deciso di convertirsi ai metodi dell’agricoltura biologica, tanto da essere oggi conosciuto come la “Bio Abbazia”

 

La “custodia del creato” e la tutela della “casa comune” che Papa Francesco con l’enciclica ” Laudato si’ “ ha posto in grande evidenza nei mesi appena trascorsi, stante anche la gravità della situazione a cui siamo giunti, sono stati oggetto di riflessione e di impegno da parte dei credenti nel corso della storia della Chiesa. L’emergenza clima e gli allarmi smog, che risuonano da Torino a Pechino anche in questi giorni prenatalizi, ci ricordano come sia urgente l’impegno di ciascuno di noi anche nei piccoli gesti quotidiani, con l’adozione di nuovi stili di vita più sobri e conviviali. Oggi vi racconterò brevemente la scelta di alcuni monasteri.

 

L’Enciclica di Papa Francesco ” Laudato si’ ” è stata rivolta a ogni persona che abita questo pianeta, con l’intento di aprire un dialogo con tutti riguardo alla conservazione della “nostra casa comune”. La lettera pastorale del Pontefice richiama San Francesco, di cui ha assunto il nome e il cui cantico dà il titolo all’Enciclica e la introduce «Laudato si, mi Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba». Ma, come vi dicevo poc’anzi, non mancano nella storia della Chiesa altri esempi di Santi che hanno lasciato la loro testimonianza di attenzione e rispetto per la natura.

 

Il Santo di Assisi è sicuramente noto per il “Cantico delle creature” e il suo amore verso tutte le manifestazioni di vita (tutti ricorderete la predica agli uccelli o l’episodio del “lupo di Gubbio” che terrorizzava gli abitanti e fu ammansito dal Santo, tanto che “frate lupo vivette due anni in Agobio; ed entrava dimesticamente per le case, a uscio a uscio, sanza fare male a persona e senza esserne fatto a lui; e fu nutricato cortesemente dalla gente”).

 

Meno noto è il fatto che San Benedetto da Norcia (Norcia 480 circa – Montecassino, 21 marzo 547) fondatore dell’ordine dei Benedettini, nella sua Regola qualifica la vita monastica nel suo dovere di prendere in mano il “creato” e custodirlo per lo “scopo” per cui ci è stato dato: per la vita! E non solo conservarlo, ma anche trasformarlo continuando l’opera creatrice di Dio “con le mani dell’uomo” operanti per celebrare, appunto, il creato.

 

Si può affermare che i due santi, San Benedetto e San Francesco d’Assisi (che nacque “solo” nell’anno 1.181), rappresentano due modelli distinti, due approcci diversi al tema della “natura”.

I monaci del monastero di Monte Cassino, fondato da San Benedetto attorno al 529, seguendo la regola hanno imparato a gestire la terra mettendola a frutto e conservando la sua fertilità, diventando importanti centri spirituali, culturali ed economici in tutta Europa (e non solo). E’ conosciuto da tutti l’importante contributo dei monaci benedettini al prosciugamento delle paludi, allo sviluppo delle coltivazioni e dell’allevamento zootecnico, all’utilizzo dell’energia idraulica in tutta Europa.

San Benedetto e la sua tradizione rappresentano il momento ecologico della visione cristiana della natura.

San Francesco d’Assisi rappresenta, invece, l’aspetto della lode. Vedendo la bellezza e la grandiosità della natura, Francesco lodava il Signore e il suo «Cantico delle creature» è, appunto, un inno di lode.

 

La Regola benedettina ha stabilito l’autonomia di ogni monastero e il suo legame con il territorio in cui é insediato, così da prevedere una crescita e un progresso comuni, del convento e della regione circostante. Il motto “Ora et labora” (prega e lavora) sottolinea l’importanza che i Benedettini attribuiscono, oltre che alla vita contemplativa, anche al lavoro manuale. San Benedetto ha proposto uno stile di vita che incoraggia i monaci a rinunciare alle cose superflue e a accontentarsi di quello che il territorio nel quale vivono può offrire. L’agricoltura e l’artigianato godono della massima attenzione per garantire l’autosufficienza, ovvero l’indipendenza economica del Monastero.

 

Se un tempo praticare l’agricoltura significava garantire la conservazione dell’ambiente e delle sue risorse, oggi, con l’introduzione di modelli industriali anche per le produzioni dei campi, questo non è già scontato occorre compiere scelte precise se si vuole offrire una speranza di sopravivenza alla specie umana. L’agricoltura biologica è diventata, così, la scelta obbligata di chi vuole continuare a preoccuparsi della conservazione del creato.

 

Per questo il Monastero di Plankstetten (D), seguendo la Regola benedettina e scegliendo di “Ritornare alle origini”, ha deciso di convertirsi ai metodi dell’agricoltura biologica, tanto da essere oggi conosciuto come la “Bio Abbazia”.

Il Monastero è situato nel comune di Berching, al centro della Baviera, a circa 30 km da Norimberga, inserito in un territorio rurale che sta cercando un suo percorso di crescita sostenibile. Nell’Abbazia l’attività agricola (in prevalenza coltivazione di luppolo e cereali, che alimentano la produzione di un’ottima birra artigianale) è certificata secondo le regole dell’agricoltura biologica, così come l’allevamento del bestiame.

Sono stati creati dai monaci un hotel, un ristorante, un panificio per la produzione del pane e di prodotti di pasticceria, un laboratorio per la lavorazione della carne, oltre a un vero e proprio supermercato biologico, che serve il territorio e contribuisce alla valorizzazione dei prodotti della regione. Un vero e proprio villaggio autosufficiente, in cui non manca una fornita libreria con testi antichi, che offre ospitalità ai molti visitatori che stanno iniziando a frequentare il territorio, attirati dai percorsi ciclabili o dalla possibilità di tour nei corsi d’acqua collegati al canale Meno-Danubio (aperto nel 1992).

 

L’Abbazia è così ritornata a essere motore di sviluppo spirituale, culturale e anche economico per il territorio, seguendo le regole dell’agricoltura biologica. Il monastero di Plankstetten offre, attraverso il funzionamento del suo modello produttivo – economico, la dimostrazione che i cicli ecologici della produzione agricola e forestale, trasformazione e consumo dei prodotti, possono raggiungere la piena sostenibilità attraverso l’agricoltura biologica.

 

Ho visitato il Monastero qualche tempo fa, fermandomi a gustare i buoni piatti della cucina conventuale e senza negarmi un boccale dell’ottima birra artigianale. Ho poi fatto qualche acquisto nella loro bottega, che dispone di un’ampia selezione di vini biologici: assieme ai vini della regione anche quelli dei monaci del Monte Athos, distanti sul riconoscimento del primato del Vescovo di Roma, ma sicuramente vicini nella scelta di impegnarsi nella cura della casa comune.

 

Anche in Italia non mancano esperienze simili, come per esempio il Monastero di Siloe, collocato in un angolo ancora selvaggio della Maremma toscana, dove i monaci benedettini impegnano la loro giornata lavorativa nella coltivazione, tra le tante produzioni, di peperoncini, legumi cereali e altre erbe, seguendo le regole della biodinamica. Qui non siamo in un’antica Abbazia e le mura del convento sono state costruite secondo le norme della bioarchitettura.

 

Sul sito della Comunità si può leggere, a conferma dell’impegno per l’ambiente: “La Comunità di Siloe e il Centro Culturale San Benedetto hanno aderito ad una rete di centri per l’etica ambientale. Con la stesura di una “Carta di Intenti” si condivide l’esigenza di una azione congiunta, tesa a favorire, sostenere e promuovere la transizione ad una nuova modalità di presenza dell’uomo sul pianeta. Lo scopo è insomma la crescita di un nuovo umanesimo ecologico, che intrecci la custodia dell’ambiente con quella delle relazioni interumane e con un’attenzione forte per le generazioni future”.

 

Concludo questo racconto con le parole di Papa Francesco che nella sua Enciclica, riferendosi alla Terra, dice: “Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla … Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.”

 

* Presidente Italiabio

ciao@italiabio.net

 

 

Le “trame sensibili” di Sissi Sardone

SARDONE 2L’evento, in calendario per la rassegna “Appuntamenti con la Grafica d’ Autore” è promosso dall’ associazione “Il Brunitoio”

 

E’ stata inaugurata sabato 12 dicembre, alla Sala Esposizioni Panizza (corso Belvedere 114) a Ghiffa, sul Lago Maggiore, la mostra “Trame sensibili” di Sissi Sardone. L’evento, in calendario per la rassegna “Appuntamenti con la Grafica d’ Autore” è promosso dall’ associazione “Il Brunitoio”. Sissi Sardone , tra i fondatori dell’Officina di Incisione e Stampa in Ghiffa “Il Brunitoio”, ha collaborato nel corso di dodici anni di attività dell’associazione all’allestimento di numerose mostre, partecipando all’attività dei laboratori e ai corsi di grafica che hanno costituito la sua formazione artistica. Ha esposto in alcune mostre collettive ed è alla sua seconda mostra personale, dopo quella allestita in estate sul lago d’Orta,  presso l’Aglaia Arts And Crafts di Omegna. Protagoniste delle sue “trame sensibili” sono le bustine di tè che Sissi riutilizza in modo del tutto insolito. Nelle sue opere le bustine di tè verde, bianco o nero non esauriscono  le loro proprietà con l’infusione nelle tazze ma riscoprono una seconda vita  che consente loro di farci “esplorare segni e  reticoli di sensazioni”, costruendo originalissimi “percorsi di relazioni”, come ha detto Francesco Pagliari  nella sua presentazione.SARDONE 1

 

Queste bustine, simbolo di momenti conviviali, sono il punto di partenza della riflessione dell’artista, che – con estrema delicatezza – le utilizza per creare tenue ed eteree matrici idonee al suo lavoro calcografico. Crea quindi composizioni astratte, dai motivi geometrici, sulle quali interviene con delicati tocchi e accenni di colore. Scelte cromatiche raffinate, dove il colore o le scale dei grigi non “ dominano” ma “accompagnano” le forme delle bustine, con sfumature che ricordano l’acqua del lago (  l’ambiente dove Sissi Sardone è sempre vissuta ) ed i colori della stessa bevanda che, presumibilmente venne introdotta in Europa dai portoghesi anche se la prima importazione della quale si ha traccia rimanda alla famosa Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Ubaldo Rodari, che ha curato la mostra, ha scritto: “L’età contemporanea si esprime soprattutto per la capacità di produrre al suo interno una quantità di immagini prima impensabili. Molti artisti contemporanei da tempo stanno ripensando al loro rapporto con le immagini e ai modi con cui crearle”. E Sissi Sardone, con la sua ricerca originale e l’uso alternativo delle sue bustine del tè, rispecchia questa tendenza con garbo e stile. La mostra è visitabile fino al 29 febbraio 2015. Orari: da giovedì a domenica,16.00/19.00 (dal primo gennaio visite scolastiche e/o su appuntamento).

 

Marco Travaglini

 

Al Cottolengo Nosiglia ha aperto la seconda Porta Santa

nosiglia e giovaniInsieme con le autorità alcuni senza dimora, nuovi poveri (italiani, stranieri, uomini, donne, famiglie), disabili, rom e rifugiati

 

Domenica 20 dicembre,  alle 12.30 mons. Nosiglia ha aperto la seconda Porta Santa della diocesi di Torino: è quella che dà accesso, dal cortile del numero 14, alla chiesa grande del Cottolengo. La prima Posrta è stata aperta il 13 in Cattedrale. L’Arcivescovo ha voluto collegare la liturgia dell’apertura con un momento di festa e scambio di auguri, cui sono stati invitati alcuni dei rappresentanti delle istituzioni cittadine e regionali e persone in stato di difficoltà, tra quelli che abitualmente vengono accolti nei servizi del Cottolengo, della Caritas e delle altre organizzazioni di aiuto di ispirazione cristiana.

 

Al fianco dell’arcivescovo il Padre generale della Piccola Casa, don Lino Piano. Presenti i vertici di Comune di Torino e Regione Piemonte, delle fondazioni bancarie, del mondo del lavoro e della cultura. Insieme con loro alcuni senza dimora, nuovi poveri (italiani, stranieri, uomini, donne, famiglie), disabili, rom e rifugiati. In tutto circa 150 persone.

 

“Ringrazio l’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia per averci ricordato con forza che la via del potere deve essere via del servizio e del bene comune. Per questo i programmi politici devono mettere al centro la persona e i suoi diritti, ripartire dagli ultimi, dai poveri e dai malati, aprendosi alla collaborazione e superando quell’autoreferenzialità che è uno dei peccati delle classi politiche contemporanee. Nosiglia ha richiamato la nostra attenzione su alcune ineludibili sfide, dalle periferie esistenziali presenti nelle nostre città alle nuove forme di povertà. ”: lo ha dichiarato l’assessore regionale alla sanitò, Antonio Saitta.

 

Il servizio a tavola è stato effettuato dalle suore del Cottolengo e dai giovani della Pastorale giovanile diocesana, che hanno curato anche il breve intrattenimento di benvenuto agli ospiti, prima del pranzo, in via Cottolengo 15. L’intero pasto (primo, secondo, contorno, frutta, dolce, caffè, panettone) è stato offerto dalla Piccola Casa.

 

L’OMELIA DELL’ARCIVESCOVO

 

“Passare la porta santa al Cottolengo significa dunque : chiedere al Signore di usare misericordia verso di noi perché non lo amiamo abbastanza nei poveri in cui lui è vivo e presente come ci ha ricordato nel vangelo. Riconoscere Cristo nei fratelli e sorelle infermi e poveri porta alla conversione del cuore, dona vera gioia che si prova nel donarsi agli altri, apre la vita a una relazione concreta e ricca di bene per noi stessi e coloro a cui doniamo tempo, beni e soprattutto affetto e amore. – Esprimere il nostro impegno di passare da una vita chiusa nei nostri interessi e tornaconti personali alla gratuità di saperci mettere a servizio e a disposizione degli altri donando misericordia, perdono, accoglienza, fraternità, amicizia. Anche questi sono gesti di misericordia che possono darci la garanzia di riconoscere e incontrare il Signore perché chi soffre per motivi interiori, la solitudine e l’indifferenza e l’abbandono degli altri è un povero di speranza e di amore”.

 

(foto: archivio)

 

Bosco Vincenzo & Claudio, ortofrutta fresca dal 1957

L’azienda agricola coltiva nell’area tra Nichelino e Vinovo, in campo aperto e in serra, nel rispetto della stagionalità e dei ritmi lenti legati alla vita agricola

Bosco bannerbosco fruttaDal produttore al consumatore, senza intermediari: la filosofia che dal 2005 conduce l’azienda agricola biologica Bosco Vincenzo & Claudio, e che porta nelle case dei torinesi ceste di ortofrutta fresca, sana e di stagione.Fin dal 1957, anno della sua fondazione da parte di Domenico, la famiglia Bosco coltiva nell’area tra Nichelino e Vinovo, in campo aperto e in serra, ortofrutta fresca, nel rispetto della stagionalità e dei ritmi lenti legati alla vita agricola.

 

Nel 1988, poi, sotto la spinta dei due figli di Domenico, Claudio e Vincenzo, l’azienda ha completamente e definitivamente cessato di utilizzare fitofarmaci e concimi di sintesi, nel rispetto della sostenibilità ambientale e degli equilibri biodinamici del terreno, concetti cui sono tutt’ora fortemente orientati i due proprietari.

 

Da dieci anni a questa parte, inoltre, l’azienda agricola Bosco Vincenzo&Claudio si è orientata verso la distribuzione tramite filiera corta: niente intermediari, dal produttore al consumatore, per riscoprire il gusto e la freschezza di frutta e verdura di stagione, con la possibilità di ritirare le ceste settimanali (disponibili in due formati, da 5 kg e da 7,5 kg, e con diverse combinazioni di prodotti: frutta, ortaggi, o mista) in azienda, oppure di riceverle direttamente a domicilio.

 

L’azienda, situata a Nichelino, in via Scarrone 38, è poi aperta a visite su prenotazione e, periodicamente, organizza aperitivi e rinfreschi biologici, e non si fa mancare un sito internet, www.cestedabosco.it, dotato di un’ampia galleria fotografica e di tutte le informazioni utili e i contatti, e una pagina facebook.

 

vb