ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 630

Caso Kurdistan, un altro referendum e le frontiere tremano

FOCUS  di Filippo Re

Traballano di nuovo le frontiere del Medio Oriente e rischiano di saltare per l’ennesima volta a causa di un referendum. Ora che i curdi iracheni hanno detto “si” in massa all’indipendenza della loro regione il 25 settembre scorso con un referendum consultivo ma dotato di una forte valenza politica, si aprirà una nuova crisi nella regione? Scoppierà un altro conflitto armato o le armi taceranno per lasciare spazio alla diplomazia? Le potenze regionali, fermamente contrarie alla secessione, hanno sigillato le frontiere, chiuso gli aeroporti e ammassato truppe ai confini minacciando un intervento armato. Il Kurdistan è isolato dal mondo o quasi. I curdi sono abituati a essere imbrogliati e raggirati. Cent’anni fa, il sogno di far rivivere il “Grande Kurdistan” storico sulle ceneri dell’Impero ottomano fu cancellato con un tratto di penna a Losanna nel 1923. Forse non accadrà nulla di grave ma ben sappiamo che ogni scintilla in Medio Oriente rischia di incendiare interi territori. Un referendum fa sempre paura per i contraccolpi che potrebbe provocare. Nella pacifica Europa il voto catalano ha provocato un piccolo incendio tra Madrid e Barcellona, in Medio Oriente divamperebbe subito una guerra. E c’è l’annuncio sinistro del “fantasma” Al Baghdadi, morto e risorto più volte nei deserti mediorientali, che in un recente e misterioso audio parla di guerra inevitabile tra i turchi e i curdi proprio mentre la tensione tra Ankara ed Erbil sale alle stelle. Massoud Barzani, presidente del Kurdistan autonomo, ha ottenuto facilmente ciò che voleva, un plebiscito a favore dell’indipendenza del Kurdistan che in realtà non significa separazione dal governo centrale di Baghdad ma piuttosto un passo avanti verso un’autonomia sempre più ampia della regione curda.

 

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Una chiara vittoria che lo rafforza al vertice politico dell’entità curda ma che lo costringe ora a trovare un “modus vivendi” con i Paesi confinanti che, schierati ai confini, minacciano ferro e fuoco contro la sua regione. E non scherzano perchè tutti paventano che il contagio secessionista si estenda dal Kurdistan alle loro terre dove vivono milioni di curdi. Il più rabbioso è, come sempre, Erdogan che vede già la febbre indipendentista diffondersi nelle aree curde, nel sud est della Turchia. “Se chiudiamo i rubinetti, per loro è finita”, minaccia il sultano, riferendosi alla valvola dell’oleodotto, vitale per l’economia curda, che porta il petrolio da Kirkuk al terminale turco nel Mediterraneo. Erdogan, che non riconosce neppure l’esistenza del Kurdistan autonomo, chiamandolo governo dell’Iraq del nord, ha già portato al confine soldati e armamenti, minacciando di invadere la regione in qualsiasi momento. In realtà il rubinetto è ancora aperto, nonostante le promesse di Erdogan di “affamare i curdi” definiti “ i turchi delle montagne” così come il valico di frontiera dove si sono formate lunghe di file di camion turchi carichi di greggio prelevato dai pozzi curdi. L’Iran, che ha vietato alle sue società di recarsi nel Kurdistan ad acquistare petrolio, teme le ambizioni secessioniste dei curdi iraniani (7-8 milioni) e vede con preoccupazione l’alleanza, anche militare, tra Erbil e gli israeliani, gli unici ad aver appoggiato il referendum tra i Paesi della regione. Mentre il premier iracheno al-Abadi esclude qualsiasi trattativa con Barzani ritenendo “incostituzionale” il referendum e ribadisce che le leggi irachene saranno applicate in tutto il Kurdistan, gli sciiti iracheni accompagnano le loro feste religiose con canti e slogan contro i “cospiratori separatisti” del nord. Ma l’entusiasmo per l’indipendenza si è esteso a tutte le regioni curde del Medio Oriente. In diverse città iraniane molta gente è scesa nelle strade per festeggiare il voto e il governo di Damasco ha fatto sapere che discuterà per la prima volta di autonomia con i curdi siriani (circa il 10% della popolazione) che dall’inizio della guerra amministrano i territori che controllano ma nessun referendum stile Erbil sarà consentito dal regime di Bashar al Assad. Le manovre dei curdi siriani (almeno 2 milioni) verso la conquista di una larga autonomia sono fonte di preccupazione anche per gli stessi turchi che stanno ultimando la costruzione di un muro al confine con la Siria. Si tratta di una barriera di blocchi di cemento lunga 700 chilometri e già realizzata per seicento chilometri.

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Ankara non vuole che i curdi siriani, vicini al Pkk curdo che lotta in Turchia contro i militari di Ankara, puntino, come i loro fratelli iracheni, alla nascita di uno Stato curdo ai suoi confini meridionali. C’è poi il nodo di Kirkuk, città contesa e ricchissima di petrolio, controllata in parte da Baghdad e in parte dai combattenti peshmerga, dove i curdi sono la maggioranza e vivono a fianco di arabi sunniti e turkmeni che non sono d’accordo con i piani di Barzani e non vogliono Kirkuk nel Kurdistan. Il 25 settembre si è votato anche qui nonostante la città non faccia parte della regione autonoma e il governatore locale è stato costretto a imporre il coprifuoco dopo i violenti scontri scoppiati tra curdi e turkmeni. Kirkuk resterà nel Kurdistan, afferma invece il leader dei separatisti curdi, ma non tutti ne sono convinti. Forse non soffieranno venti di guerra e non scoppierà un altro conflitto in un’area già segnata da troppe tragedie ma il futuro politico ed economico del Kurdistan resta incerto. Passata l’euforia, per Barzani arriva il momento più difficile, quello di gestire il dopo referendum e fare i conti anche con le altre formazioni curde che non lo amano. Per sopravvivere il Kurdistan dovrà continuare a vendere il suo petrolio e dovrà trattare proprio con i Paesi che oggi lo minacciano. Timori e sospetti crescono anche nelle comunità cristiane. Sono decine di migliaia i cristiani rifugiati nel Kurdistan dopo l’arrivo dell’Isis in Iraq. In questa fase delicata la Chiesa caldea esprime preoccupazione per il futuro e invita tutte le parti interessate a un “dialogo coraggioso”. Per ottenere l’appoggio delle minoranze le autorità curde hanno presentato, alla vigilia del referendum, un documento politico in cui si assicura la tutela dei diritti di tutte le minoranze etniche e religiose e si garantisce democrazia e decentramento amministrativo nelle zone in cui abitano cristiani caldei, assiri, siri, armeni, turkmeni e yazidi. Tuttavia la partita intorno alla Piana di Ninive, l’area dove da secoli vivono le comunità cristiane, è ancora tutta da giocare e c’è chi non vede l’ora di mettere le mani sopra villaggi e città dell’area in cui stanno tornando i primi gruppi di cristiani cacciati dall’Isis alcuni anni fa.

( “La Voce e Il Tempo” )

Il contestatore pacato che diventò leader

di Pier Franco Quaglieni

Quando nacque la contestazione del 1967, Luigi Bobbio fu uno dei capi insieme a Rieser ,Viale, Donat Cattin. Ricordo  che ebbe il coraggio di interrompere una lezione di Giovanni Getto, un episodio che fece epoca. Io scrissi la mia solidarietà a Getto che mi inviò  una letterina di ringraziamento. Interrompere un pubblico servizio era reato,ma Bobbio vedeva le cose in termini rivoluzionari e quindi non poteva essere giudicato con criteri legalitari e borghesi come erano i miei. Veniva da una famiglia coltissima di sinistra e questo contava. Il padre Norberto era da sempre uno spirito problematico , aperto al confronto, ma la mamma  Valeria Cova era molto determinata nelle sue idee di sinistra. Non era semplice essere figlio del prof. Bobbio e frequentare Legge ,la facoltà in cui insegnava cotanto padre anche se allora non godeva ancora della notorietà che ebbe dalla fine degli anni 70.I suoi due fratelli sceglieranno il Politecnico e Medicina per non inserirsi nella scia del padre. Ebbi qualche scontro non personale, ma politico con lui. Nei primi mesi del 1968 avevo creato Riforma  democratica universitaria , un gruppo che si poneva in alternativa alla contestazione ,ma in una dimensione di rinnovamento dell’Universita’ . Esso piacque a Franco Venturi,ma non ad Allara,il Rettore fermo e coraggioso che cerco’ di arginare  la contestazione,abbandonato da tutti o quasi,se si eccettua il preside di Lettere Gullini.

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Non pensavo che si dovesse fare una battaglia di retroguardia ,ma si dovessero anche sollecitare riforme.  In fondo anche Allara la pensava così ,ma la violenza nei suoi confronti lo fece irrigidire nel suo rigore formale di giurista. Allora  ero iscritto alla Gli che simpatizzò , almeno all’inizio , per Marconi e Vaudagna che furono, ammesso che fosse possibile , l’anima liberale  di una contestazione violenta e quindi illiberale. Il Pli non mi sostenne, neppure i miei amici democristiani e socialisti  ebbero il sostegno del loro partito e RDU non riuscì ad incidere, malgrado il discreto consenso tra gli studenti moderati. Solo Fabrizio Chieli capi’ che i liberali non potevano sostenere i contestatori. Forse non cogliemmo che i contestatori condannavano insieme al Pci anche le mistificazioni ideologiche .Il loro guardare alla Cina e a Cuba ci impediva di cogliere aspetti positivi nelle loro posizioni.  Luigi Bobbio era un ragazzo timido che prese il coraggio a quattro mani e diventò un leader. Era anche innamorato di una ragazza  mingherlina ,ma affascinante come Laura Derossi che sposo ‘ già nel 1968. Non era un contestatore da ciclostile, ma da assemblea, da discorsi pacati ed anche entusiasmanti. Avrei voluto invitarlo in novembre a parlare in un convegno sul ‘67/68 a Palazzo Campana. Peccato che la morte improvvisa gli impedisca di esserci. Una morte crudele ed improvvisa a 73 anni. Poi fu tra i fondatori di “Lotta continua” di cui  scrisse anche una storia, e i miei rapporti con lui si ruppero. “Lotta continua” era un gruppo eversivo  responsabile dell’omicidio del commissario Calabresi.

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Ho rotto anche un’amicizia importante con un mio coetaneo che scelse LC. Per un liberale pannunziano era impossibile intrattenere rapporti con dei fanatici, anche se sarebbe ingiusto definire Luigi così perché la sua viva intelligenza non andava confusa con il settarismo triviale di altri. Vedo che ho già troppo scritto degli anni che precedettero (e prepararono) quelli di piombo ed ho fatto un’ingiustizia nei confronti di Luigi di cui il padre non mi parlò mai, mentre amava dirmi di Marco il medico nella cui casa di Pino era solito, specie d’estate ,trascorrere i fine settimana.  Sono stato ingiusto perché Luigi ha storicizzato quella vicenda senza  indulgervi come fece Aldo Cazzullo nel suo libro. Essere storici di se’ stessi e’ sempre molto difficile. Ma soprattutto va detto che  Luigi  ha  seguito una normale strada di professore senza carriere fulminanti, ma raggiungendo dei risultati scientifici importanti. I suoi allievi mi parlavano dell’umanità e del rigore scientifico del loro docente. Io purtroppo non ho la competenza per valutare i suoi studi, ma chi la possiede, mi disse spesso del suo valore di ricercatore e di docente. Una volta , qualche anno fa , mi incontro ‘ per strada e si complimentò con me per aver fatto apporre  tra mille difficoltà una lapide a Palazzo Campana per ricordare il nome del partigiano Felice Campana, cioè il  marchese Felice Cordero di Pamparato. Mi disse che non era giusto identificare quel palazzo solo con la contestazione. Un segno, un piccolo segno di chi e’ stato Luigi Bobbio che dal padre aveva acquisito l’onestà intellettuale che deve caratterizzare un uomo di cultura, al di là delle pur legittime scelte politiche.

Torino, eventi a cent’anni dalla rivoluzione d’Ottobre

Nella ricorrenza del centenario della Rivoluzione Russa, alcune tra le più note realtà culturali torinesi hanno deciso insieme di compiere una piccola grande rivoluzione: si sono riunite per elaborare un programma di eventi su quell’evento storico. Per più di un mese si succederanno iniziative di vario genere legate all’Ottobre del 1917: dibattiti, presentazioni di libri, concerti, proiezioni di film, mostre, spettacoli teatrali, poetry slam e perfino un pjset (musica + poesia). La data di inizio della Maratona Rivoluzionaria 1917-2017”  è fissata per mercoledì 11 ottobre, presso il circolo FuoriLuogo, con la proiezione del film Sciopero di Ejzenštejn, mentre sabato 14 ottobre al circolo Poski Kot si terrà il primo incontro dal titolo “Memoria del Grande Ottobre in epoca di movimenti colorati”. Tra il 27 e il 29 ottobre il circolo La Cricca alternerà proiezioni di film, tra cui rari cartoni animati degli anni ‘20, alla messa in scena di brani letterari tratti dai più significativi scrittori dell’epoca, fino a tornei scacchistici sullo sfondo d’immagini e musica. La programmazione dell’Unione Culturale prevede la proiezione e presentazione critica di una serie di film scelti per l’originale sguardo sul quotidiano e realizzati tra gli anni ’20 e ’30. Presso il Polo del ‘900, l’UC organizza anche un incontro sull’impossibilità della memoria del ’17 nella Russia di oggi con gli studiosi Maria Ferretti (Università della Tuscia) e Alexis Berelowitch (EHESS). Il ciclo di proiezioni è a cura di Eugenia Gaglianone e Daniela Steila con la collaborazione di Elisa Baglioni. Da non perdere, oltre alle iniziative dedicate all’arte figurativa, il reading “Aleksandr Blok, I dodici” a cura dell’Associazione Culturale Russkij Mir, così come Ottobre musicato live dal gruppo Atem al circolo ARCI Sud. L’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, presso il Polo del ‘900, propone due importanti capolavori accostando animazione (Jurij Norshtejn) e documentario (Dziga Vertov), mentre grazie al cinema Romano il pubblico potrà riscoprire Noi vivi. Addio Kira di Goffredo Alessandrini. Dal 7 all’11 novembre il Convegno internazionale, organizzato dal Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, “Dopo la Rivoluzione. Strategie di sopravvivenza nella Russia dopo il ‘17” costituirà un momento scientifico di maggiore approfondimento.

Una granata senza nome li portò via, come un colpo di vento

Una granata senza nome li ha portati via così, come in un colpo di vento, in una frazione di secondo”. Così scrisse Paolo Rumiz su “Il Piccolo” di Trieste il 29 gennaio 1994. Il giorno prima, un venerdì pomeriggio, gli inviati della RAI Marco Luchetta, Alessandro Ota e Dario D’Angelo vennero uccisi a Mostar Est da una granata sparata dalle postazioni tenute dai croati  mentre stavano realizzando uno speciale per il TG1 sui bambini vittime della guerra nell’ex Jugoslavia. “In una guerra costruita sull’intossicazione dei mass media, il giornalista, comunque sia,era visto come un killer  su commissione o un pericoloso rompiscatole”, scriveva ancora Rumiz nel suo libro “Maschere per un massacro”. Aggiungendo: “Prima della Bosnia, dirsi giornalisti in guerra equivaleva esibire un salvacondotto. In Bosnia ,invece, scrivere “Press” sull’automobile significava farsi impallinare”. Marco Luchetta, 42 anni, faceva il giornalista. Si era fatto le ossa come cronista alla “Gazzetta dello Sport” e poi era passato alla Rai regionale del Friuli-Venezia Giulia. Alessandro (Saša) Ota di anni ne aveva 37 anni ed era entrato alla Rai nel 1979 come operatore. Il più anziano dei tre, Dario D’Angelo, ne aveva dieci in più diSaša e lo assisteva nelle riprese televisive. Tutti e tre di Trieste, erano andati fin là a raccontare una guerra, con l’intenzione di rappresentarla per ciò che era davvero e che, nonostante tutto, a ovest di Trieste, non si riusciva a comprendere (o non si voleva): la violenza, gli effetti devastanti dei bombardamenti, gli stupri. Chi meglio di loro poteva trasmettere quelle sensazioni? In fondo, venivano da una città per definizione mitteleuropea, l’avamposto più a nord-est, sul crinale del confine orientale. Oltre e più in là l’Istria e le isole del Quarnaro, la Dalmazia e, all’interno, la Bosnia. Abbastanza lontani per non sentire il rombo dei cannoni ma vicinissimi a una terra  dove la guerra infuriava cruenta, senza risparmiare ospedali, donne, vecchi e bambini. Una guerra dove, si disse, “non esisteva una prima linea, con la morte che arrivava ovunque, anche in una giornata di sole”. Proprio dei bambini volevano parlare. Delle loro condizioni di dolore e privazioni che si leggevano negli occhi grandi e tristi. Delle sofferenze che pativano, dell’incertezza del presente e dell’angoscia del futuro che appariva loro provvisorio, impalpabile. A volte nemmeno immaginabile per chi è orfano o non trovava più i genitori. Dovevano girare un servizio per il telegiornale della prima rete  sui “bambini senza nome”, nati dagli stupri etnici o figli di genitori dispersi in guerra. Nel loro ultimo giorno di vita erano a Mostar, la città  divisa dalle acque verdi e tumultuose della Neretva. Nella  sua parte orientale dove viveva la maggioranza musulmana, nel cuore della città vecchia sotto bombardamento, scoprirono l’esistenza di uno scantinato in una palazzina dove da mesi dormivano decine di persone, tra cui molti bambini. Marco, Saša e Dario decisero di fare qualcosa per loro, documentando e mostrando al resto  del mondo la loro condizione. La telecamera e il microfono per denunciare la violenza e il terrore che ammorbavano l’aria, rendendola irrespirabile. E’ lì che incontrarono gli occhi azzurri e tristi di Zlatko, bambino di Mostar. Chi ricorda bene cosa accadde quegli attimi è un giornalista che era con loro, Alija Behram, all’epoca reporter di radio Mostar. Oggi è direttore di RTM, la radio televisione di Mostar, ma a quel tempo aveva la redazione proprio in quella palazzina. Raccontò a Giovanni Longhi, inviato de “Il Piccolo” : “Eravamo usciti perché nel sotterraneo dove si trovavano circa ottanta persone di cui decine di bambini, la luce del faretto della telecamera di Ota si stava esaurendo e il cortile protetto dal condominio di sei piani sembrava un posto sicuro”. Era pomeriggio, attorno alle 15, quando  la troupe con gli interpreti Vesna e Efendich e il piccolo Zlatko si appiattì per quanto possibile al riparo del muro. Mai fidarsi quando si è sotto tiro. Nell’istante in cui Marco Lucchetta porse il microfono al piccolo Zlatko una granata , sparata verso l’alto dalla zona ovest della città o dalle alture che circondano Mostar, valicò il tetto della casa sibilando e ricadde esplodendo nel cortile a un metro dal gruppo. “Marco è morto all’istante”, disse Alija. Anche Saša e Dario morironoTutto si consumò nello spazio di pochi secondi. La loro vita e il ronzio della telecamera che riprendeva quel visino triste ed emaciato. Il sibilo del razzo che anticipava la deflagrazione e la morte. Poi il silenzio del dopo-bomba, rotto dalle urla di Zlatko che ebbe salva la vita grazie ai corpi dei tre inviati “italijanski” che, cadendogli addosso,gli fecero da scudo . Fu come se le lacrime di quel bimbo riassumessero le lacrime di tutti i bambini vittime di quella guerra. Durarono pochi minuti. Poi, il silenzio degli innocenti calò su Mostar”. Quel bimbo, Zlatko Omanovic, aveva cinque anni. Raggiunse in un primo momento Trieste dove, con la madre Sanela, venne ospitato dal Comitato per le vittime di guerra. Poi,  ricongiuntosi alla famiglia anche il padre Adìs,  emigrarono in Svezia. Sul luogo dove sono morti i tre giornalisti venne posta una lapide. Trovarla è un impresa perché quasi nessuno ricorda, o vuole ricordare, quei fatti. Ho provato, a Mostar,  a  domandare in giro per farmi indicare il punto esatto dell’esplosione. Ero curioso di vedere la lapide rettangolare a fianco della scala che porta all’atrio del caseggiato. Niente da fare. Mi sono rassegnato a guardare le foto che la ritraggono , ricordo pietrificato di quel giorno e delle tre vittime che “con coraggio e amore”( “sa hrabrošcu i ljubavlju”) cercavano di testimoniare il dramma della guerra. Mani ignote hanno cancellato la parola “fratricida” in lingua bosniaca, riferimento diretto alla guerra che Luchetta, Ota e D’Angelo volevano capire e documentare. Hanno imbrattato con  della vernice nera anche la traduzione in  italiano , ma non sono riusciti a renderla  del tutto illeggibile.  Segno che le tracce del conflitto non si vedono  solo nei fori sui muri delle case,  provocati  dalle sventagliate dei mitra e dalle schegge delle granate. Il fuoco dell’odio interetnico e dell’intolleranza religiosa cova sotto la cenere e avvelena gli animi. Non si vede ad occhio nudo ma si sente nelle parole, s’intravede nei gesti, negli sguardi obliqui e sfuggenti. Persino i silenzi parlano. E non s’avverte il segno delle buone intenzioni in questa rimozione della memoria. Ciò che Mostar  si vuol accantonare, a Trieste invece non hanno dimenticato. La fondazione intitolata a Marco, Dario e Saša (a cui va aggiunto il nome di  un quarto triestino, l’operatore della Rai Miran Hrovatin. assassinato  il 20 marzo  del 1994 in Somalia, insieme a Ilaria Alpi ) continua a occuparsi di bambini che hanno vissuto gli orrori delle guerre. Insieme al premio giornalistico dedicato ai tre inviati e al ricordo personale di parenti, colleghi e amici, rappresenta un modo concreto per rendere indelebile una memoria che nel tempo non si offusca ma ,al contrario, si consolida.

 

Marco Travaglini

Le buone pratiche di protezione civile

Il volontariato di protezione civile, le istituzioni e il mondo della ricerca scientifica si impegnano insieme per comunicare sui rischi naturali che interessano il nostro Paese. Il 14 ottobre volontari e volontarie di protezione civile allestiranno punti informativi “Io non rischio” nelle piazze dei capoluoghi di provincia italiani, per diffondere la cultura della prevenzione e sensibilizzare i propri concittadini sul rischio sismico, sul rischio alluvione e sul maremoto.  Il cuore dell’iniziativa – giunta quest’anno alla settima edizione – è il momento dell’incontro in piazza tra i volontari formati e la cittadinanza. Ma l’edizione 2017 sarà un’occasione speciale, perché le piazze si arricchiranno di iniziative ed eventi: i volontari, infatti, accompagneranno la cittadinanza in un percorso legato alla conoscenza dei rischi specifici del territorio e alla memoria dei luoghi.

Sabato 14 ottobre, in contemporanea con le altre città in tutta Italia, anche Torino partecipa alla campagna “Io non rischio”.  Per scoprire cosa ciascuno di noi può fare per ridurre il rischio alluvione, l’appuntamento è in piazza Castello, piazza San Carlo e nel tratto di via Roma tra le due piazze. Oltre al punto informativo, quest’anno i volontari invitano i torinesi ad alcune divertenti iniziative ed a incontrare un famoso testimonial.

L’edizione 2017 coinvolge volontari e volontarie appartenenti a oltre 700 realtà associative, tra sezioni locali delle organizzazioni nazionali di volontariato, gruppi comunali e associazioni locali di tutte le regioni d’Italia. A Torino saranno otto le associazioni coinvolte: la Croce Bianca di Orbassano , la Croce Bianca di Rivalta, la Croce Verde di Torino, Emergenza Radio di Carmagnola, il Gerp di Poirino, il Gruppo Trasmissioni di Moncalieri, Legambiente Piemonte ed Unitalsi. “Io non rischio” – campagna nata nel 2011 per sensibilizzare la popolazione sul rischio sismico – è promossa dal Dipartimento della Protezione Civile con Anpas-Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze, Ingv-Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e Reluis-Rete dei Laboratori Universitari di Ingegneria Sismica. L’inserimento del rischio maremoto e del rischio alluvione ha visto il coinvolgimento di Ispra-Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, Ogs-Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, AiPo-Agenzia Interregionale per il fiume Po, Arpa Emilia-Romagna, Autorità di Bacino del fiume Arno, CamiLab-Università della Calabria, Fondazione Cima e Irpi-Istituto di ricerca per la Protezione idro-geologica.

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Sul sito ufficiale della campagna, www.iononrischio.it, è possibile consultare i materiali informativi su cosa sapere e cosa fare prima, durante e dopo un terremoto o un maremoto.

 

Per informazioni sulla piazza: torino2017@iononrischio.it

 

Se ci si ferma per governare lo status quo

LA NOTA DI COTA

Torino è una città in declino. Non lo dice solo chi è politicamente schierato contro lattuale Giunta Appendino, ma è un tam tam che si avverte anche in quel milieu salottiero che aveva appoggiato lascesa dellattuale sindaco. Si tratta di uno dei primi segnali di crisi del sistema di governo dei 5 Stelle e della loro politica fatta di molti slogan, di molta ideologia e di poca prospettiva? Certamente si. Ma lanalisi rischia di essere molto incompleta. Se Torino, oggi, è una città che si trova un po’ isolata e lontana dalle grandi partite ,la colpa  non è solo dellAppendino, ma di una tendenza isolazionista che si è sviluppata soprattutto negli anni in cui ad un certo sistema piaceva molto crogiolarsi nella costruzione dei falsi miti. Sono arrivate le olimpiadi, è arrivata lalta velocitàè stata ristrutturata la Reggia di Venaria. Finite le novità, che cosa rimane? Perché Torino non si è veramente integrata nella grande area urbana ed industriale del nord? Ricordo lo slancio con il quale da Presidente della Regione avevo inaugurato la stazione di Porta Susa e varato i piani a sostegno delle nostre imprese e della loro innovazione. Era stata approvata anche la riforma sanitaria per modernizzare un sistema ospedaliero decisamente obsoleto. Dopo pochissimo tempo, sono cominciati gli attacchi ed è stata perpetrata una delle operazioni politicamente più vergognose che si possano immaginare. La verità è che molte cose si sono fermate, perché è più importante governare lo status quo. Cioè controllare il declino.

Roberto Cota

Tutti contagiati di salute e benessere

Un impegno pubblico per promuovere corretti stili di vita. Oltre duecento sindaci, autorità,  rappresentanti delle categorie, dell’associazionismo e delle organizzazioni sindacali, mondo della scuola e dell’informazione della provincia di Torino sono pronti ad  assumere un ruolo da protagonisti nel comunicare e realizzare progetti di salute e benessere. Dopo l’appuntamento di Asti dello scorso 21 aprile, il “Cammino degli Stati Generali dello Sport e del Benessere” arriva nel capoluogo piemontese. L’incontro, che si tiene mercoledì 11 ottobre alle ore 11 nell’Auditorium del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino (via Mazzini 11), è organizzato dal Consiglio regionale del Piemonte, attraverso gli Stati generali e la Consulta regionale dei Giovani, in collaborazione con la Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro onlus, l’Università degli studi di Torino e il Centro ricerche performance e benessere. Media partner la Testata giornalistica regionale Rai.

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Portano il saluto istituzionale Mauro Laus, presidente del Consiglio regionale; Giorgio Bertola e Gabriele Molinari, membri dell’Ufficio di presidenza dell’Assemblea regionale in rappresentanza della Consulta Giovani; Allegra Agnelli, presidente della Fondazione per la ricerca sul cancro, e Gianmaria Ajani, rettore dell’Università degli studi di Torino. Molti i testimonial dell’evento, condotto dal regista e presentatore Rai Paolo Severini, dal presidente del Centro ricerche performance e benessere Luciano Gemello e dalla presentatrice Cristina Chiabotto (Miss Italia 2004).Salgono sul palco l’attore e regista Arturo Brachetti, l’illusionista e conduttore tv Marco Berry, il direttore generale ed ex calciatore del Torino Fc, Antonio Comi, la dirigente dell’ospedale Molinette di Torino, specialista in dietologia e scienza dell’alimentazione, Etta Finocchiaro, il ricercatore del dipartimento di Scienze cliniche e biologiche della Suism dell’Università degli studi di Torino, Massimiliano Gollin, i cabarettisti Marco (Amerio) e Mauro (Mangone). L’attore Luca Argentero, testimonial dell’evento, anche in rappresentanza della onlus 1Caffé, di cui è vicepresidente e socio fondatore, partecipa attraverso un video. Presente invece sul palco del Conservatorio il presidente della onlus, Beniamino Savio. Chiudono la mattinata con un’esibizione dal vivo gli “Eugenio in via di gioia”, vincitori della precedente edizione di “_reset festival”, accompagnati dal direttore artistico del festival che si è appena concluso, Alberto Citriniti, che illustra il progetto Wellness 4 music e music 4 wellness – organizzato in collaborazione con gli Stati generali dello Sport e del Benessere. Durante la manifestazione vengono proiettate le immagini della campagna sociale sui corretti stili di vita, condotta prevalentemente sul canale Instagram dell’Assemblea e caratterizzata dall’hashtag #contagiatidibenessere.

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Al via “Rights on the movie”

“Il cammino verso la conquista dei diritti umani ha bisogno non solo della volontà di vedere rispettati i principi di uguaglianza e dignità di ogni singola persona, vicina e lontana, ma richiede anche la conoscenza e la condivisione delle storie, delle diverse realtà, delle culture in cui quei diritti devono e possono essere rispettati e affermati”. È con questo spirito, dichiara il presidente del Consiglio regionale e del Comitato Diritti umani Mauro Laus che il Comitato organizza, anche quest’anno – in collaborazione con Agiscuola – la rassegna cinematografica Rights on the Movie, che si apre lunedì 9 ottobre alle 10.30 al cinema Monterosa di via Brandizzo 65, a Torino, con la pellicola Boyhood di Richard Linklater. Giunta alla terza edizione, l’iniziativa, dedicata agli studenti delle scuole secondarie di primo e di secondo grado e ai cittadini, si focalizza quest’anno sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. “Un’occasione – prosegue il presidente Laus – per capire cosa siano i diritti e quando vengano negati, per conoscere la realtà di oggi in diversi contesti e paesi del mondo. Abbiamo scelto di farlo raccontando le vite di uomini, donne e bambini che sperimentano sulla propria pelle la negazione dei più importanti diritti. Dare visibilità a questi temi, ai diritti fondamentali, sanciti dalla Costituzione e dai Trattati internazionali, significa denunciare le situazioni di crisi, ma anche e soprattutto far conoscere percorsi reali per affermare una nuova e più rispettosa coscienza civile e sociale nella vita di tutti i giorni, nella politica, nell’economia e nella società civile”. Rights on the Movie prevede, a cadenza quindicinale dal 9 ottobre al 20 novembre, la proiezione mattutina di quattro pellicole per gli studenti e, dal 10 ottobre al 5 dicembre cinque proiezioni serali per la cittadinanza.

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Questi i film e gli orari delle proiezioni

– Boyhood di Richard Linklater, che affronta il tema dei genitori separati, lunedì 9 ottobre alle 10.30 al cinema Monterosa di via Brandizzo 65 e martedì 10 alle 20.30 al cinema Massimo di via Verdi 18, a Torino;

– Un bacio di Ivan Cotroneo, sul bullismo, lunedì 23 ottobre alle 10.30 al cinema Massaua di piazza Massaua 9 e martedì 24 alle 20.30 al cinema Massimo, a Torino;

 Vai e vivrai di Radu Mihaileanu, sui temi dell’adozione e dell’integrazione, lunedì 6 novembre alle 10.30 ai cinema Monterosa di via Brandizzo 65 a Torino, Cristallo di via Battisti 7 ad Acqui Terme (Al), Lumiere di corso Dante 188 ad Asti, Verdi di via Pozzo 2 a Candelo (Bi), Vittoria di via Cavour 20 a Bra (Cn), Pellico di piazza Cattaneo 24 a Trecate (No), Sociale di via Carducci 2 a Omegna (Vco) e Lux di via Calderini 9 a Borgosesia (Vc) e martedì 7 alle 20.30 al cinema Massimo di via Verdi 18, a Torino;

– Vado a scuola di Pascal Plisson, sul diritto allo studio, lunedì 20 novembre alle 10.30 al cinema Monterosa di via Brandizzo 65 e martedì 21 alle 20.30 al cinema Massimo, a Torino.

La rassegna si conclude martedì 5 dicembre alle 20.30 al cinema Massimo di Torino con la proiezione di Mustang di Deniz Gamze Ergüwen sul tema dell’autodeterminazione femminile.

Tutte le proiezioni sono ad ingresso gratuito, fino a esaurimento posti.

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Mobilità condivisa: progetto al Valentino

Prende avvio ufficialmente al Castello del Valentino con l’incontro di kick-off il progetto europeo STARS – Shared mobility opporTunities And challenges foR European citieS. Il progetto, finanziato dal programma Horizon 2020 nel quadro del Pilastro “Societal Challenges – Smart, Green And Integrated Transport”, vede come capofila il Politecnico di Torino, con il coordinamento del professor Marco Diana del Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture.

 

STARS nasce dal bisogno di una riflessione approfondita sui servizi di mobilità condivisa in Europa. Il car sharing sta infatti crescendo rapidamente nel nostro continente, con più di 2,2 milioni di utenti stimati nel 2014 (+79% rispetto al 2012). Tuttavia molti aspetti devono ancora essere chiariti per poter orientare lo sviluppo di tali servizi verso la massimizzazione dei potenziali benefici per le collettività. Per questo il progetto mira a individuare scenari futuri di mobilità condivisa, valutarne i relativi benefici potenziali e sviluppare per i policy-maker strumenti decisionali utili a raggiungerli.

 

“Gli impatti reali dei servizi di car sharing – in termini di riduzione della congestione, di impronta ambientale e di inclusione sociale – sono mediati sia dalle preferenze individuali che dai modelli di innovazione sociale”, spiega il professor Diana. Per questo verranno impiegate congiuntamente conoscenze e metodi di ricerca propri dell’ingegneria dei trasporti, della psicologia sociale e dell’economia ambientale al fine di comparare i modelli di business e le innovazioni sociali esistenti e di valutare le implicazioni degli schemi di car sharing per l’industria e per le comunità locali. “Vogliamo da un lato identificare nuovi modelli di business a supporto del settore industriale e dall’altro fornire ai policy-maker degli strumenti utili a individuare la combinazione più appropriata di misure per raggiungere il mix modale ottimale, dato un dichiarato obiettivo di politica dei trasporti”.

 

Le attività saranno svolte nell’arco di 30 mesi da un consorzio composto da 9 partner di 6 diversi Paesi europei, tra cui GM Global Propulsion Systems – Torino come partner industriale.

 

(foto: il Torinese)

34^ Edizione di “Diventiamo cittadini europei”

Ha preso avvio, con la pubblicazione del bando, la 34° Edizione del Concorso “Diventiamo cittadini europei. Per un’Europa più unita, più democratica e più solidale”. L’iniziativa, relativa all’anno scolastico 2017-2018, è riservata agli Istituti d’Istruzione Secondaria di II grado del Piemonte ed è promossa dal Consiglio regionale del Piemonte e dalla Consulta regionale Europea, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico regionale e il Parlamento Europeo.  Il concorso è finalizzato alla formazione delle giovani generazioni in una prospettiva sovranazionale per prepararle ad essere cittadine e cittadini di un’Europa unita in un mondo interdipendente. Il concorso consiste nella svolgimento di uno dei due temi proposti. Nel primo, basandosi sulla recente decisione della Gran Bretagna di uscire, dopo l’esito del referendum, dall’Unione europea e sulle ipotizzabili conseguenze di tale decisione, viene richiesta ai partecipanti la stesura di una lettera aperta ad una coetanea o ad un coetaneo del Regno Unito esponendo loro le proprie opinioni sull’argomento. Nel secondo, riflettendo sull’ art. 3 del Trattato di Lisbona  che impegna l’Unione europea a perseguire la piena occupazione e il progresso sociale, rilevando come in Italia il tasso di disoccupazione, specie giovanile, sia preoccupante, pone ai partecipanti tre domande: se sono a conoscenza che l’Unione Europea offre loro molte opportunità per studiare e cercare lavoro in altri paesi europei; se conoscono le politiche intraprese dall’Unione Europea per combattere la disoccupazione; quali nuove iniziative dovrebbe intraprendere l’Unione per affrontare più adeguatamente il problema.

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Al fine di illustrare i temi proposti è stata organizzata una giornata formativa che si terrà a Torino presso la sede del Consiglio regionale del Piemonte mercoledì 25 ottobre 2017 e un fitto ciclo di 19 conferenze – dal 24 ottobre al 7 dicembre-  nelle scuole per  preparare le studentesse e gli studenti al concorso.

 

 

Eccole, nel dettaglio:data ora città sede indirizzo docente

1 Mart 24/10 10:15 IVREA Istituto Superiore G. Cena Via Dora Baltea 3 MALANDRINO

2 Ven 27/10 10:00 TORINO Aula del Consiglio Regionale del Piemonte Via Alfieri 15 CORALLUZZO

3 Ven 27/10 10:00 CARMAGNOLA IIS Baldessano Roccati Viale Garibaldi 7 VELLANO

4 Mar 7/11 10:30 ACQUI TERME Istituto Rita Levi Montalcini Corso Carlo Marx 2 MALANDRINO

5 Mer 8/11 10:00 TORINO Aula del Consiglio Regionale del Piemonte Via Alfieri 15 GREPPI

6 Merc 8/11 10:15 SAVIGLIANO Istituto Superiore Arimondi Eula Piazzetta Baralis 5 PORRO

7 Mer 15/11 10:00 NOVARA LSS Antonelli Via Toscana 20 LEVI

8 Mer 22/11 10:00 ALESSANDRIA ITIS A. Volta Spalto Marengo 42 BORDINO

9 Mer 22/11 11:00 CASALE M.TO Istituto Superiore Cesare Balbo Via G. del Carretto 1 PORRO

10 Mer 22/11 10:30 BIELLA Liceo A. Avogadro Via Galimberti 5 GREPPI

11 Mer 22/11 10:30 CUNEO Liceo Peano Pellico Corso Giolitti 11 VELLANO

12 Ven 24/11 11:00 OMEGNA Istituto Superiore Dalla Chiesa Spinelli Via Colombera 8 CORALLUZZO

13 Mar 28/11 10:30 VALENZA Istituto Benvenuto Cellini Via Pontecurone 17 MORELLI

14 Mer 29/11 10:30 ALBA I.I.S. Luigi Einaudi Via Pietro Ferrero 20 MORELLI

15 Mer 29/11 10:30 PINEROLO Auditorium Baralis – Istituto Porporato Via Marro 10 LEVI

16 Mer 29/11 10:00 ASTI Liceo Scientifico F. Vercelli Via dell’Arazzeria 6 PORRO

17 Gio 30/11 11:00 VERCELLI Liceo Avogadro Corso Palestro 29 PISTONE

18 Lun 4/12 10:30 TORTONA Fondazione CRT Via Puricelli MORELLI

19 Gio 7/12 10:00 TORINO Aula del Consiglio Regionale del Piemonte Via Alfieri 15 VELLANO

 

Le conferenze saranno tenute da un gruppo di nove  professori: Giampiero Bordino, storico, esperto in problematiche europee; Valter Coralluzzo, docente di Relazioni Internazionali, Università di Torino; Edoardo Greppi, docente di Diritto dell’Unione europea, Università di Torino; Lucio Levi, docente di Politica comparata, Università di Torino; Corrado Malandrino, docente di Storia dell’integrazione europea, Università Piemonte Orientale; Umberto Morelli, docente di Storia delle relazioni internazionali, Università di Torino; Sergio Pistone, docente di Storia dell’integrazione europea, Università di Torino;Giuseppe Porro, docente di Diritto internazionale dell’economia, Università di Torino; Michele Vellano, docente di Diritto internazionale e dell’UE, Università della Valle d’Aosta. Gli elaborati devono essere individuali. La trasmissione degli elaborati (che dovranno essere già selezionati dalle scuole) deve avvenire con lettera entro e non oltre giovedì, 21 dicembre 2017 alla Consulta Europea del Consiglio regionale in  Via Alfieri 15  a Torino.Sul sito della Consulta Europea www.consiglioregionale.piemonte.it/europea è possibile reperire tutta la documentazione necessaria. La valutazione degli elaborati verrà effettuata da un’apposita commissione esaminatrice nominata composta da docenti universitari, esperte ed esperti in problematiche europeistiche e presieduta dal dirigente del Settore Organismi Consultivi, Osservatori e Informazione. Le vincitrici ed i vincitori nel numero massimo di centosessanta, accompagnati e accompagnate da un numero massimo di dieci insegnanti, parteciperanno – nel corso del 2018 –  a viaggi-studio ad istituzioni europee ed internazionali, alla 32^ edizione del Seminario di formazione alla cittadinanza europea di Bardonecchia e alla Festa dell’Europa promossa dal Parlamento Europeo a Milano. I migliori elaborati saranno pubblicati sulla pagina Facebook istituzionale “Consiglio regionale del Piemonte”. La cerimonia di premiazione delle vincitrici e dei vincitori si svolgerà nel mese di maggio 2018. Le studentesse e gli studenti riceveranno l’attestato “Diventiamo cittadini europei”.