CASE E AFFITTI, ‘IMMOBILIARE BOLDRINI’ SPEGNE CON SUCCESSO 15 CANDELINE
Il rinomato Studio immobiliare torinese fondato nel 2006 festeggia i primi tre lustri di felice attività.
Piccole PMI crescono. E diventano grandi. Macinando, giorno dopo giorno, passi importanti nella fidelizzazione della clientela, e parallelamente altresì nella conquista di importanti fasce di mercato.
Ha infatti da poco spento con successo 15 candeline, proprio lo scorso 15 febbraio, ‘Immobiliare Boldrini’, rinomato Studio immobiliare piemontese in forma di solida e affermata realtà multipotenziale (al suo attivo ben dieci collaboratori) fondato e diretto da Kety Boldrini fondato nel 2006 proprio in quella medesima data.
Una Laurea in Economia e Commercio, un passato post studi accademici da Sales Manager per una primaria realtà multinazionale, e ora affermata e stimata libera professionista nonché Consulente Tecnico del Giudice presso il Tribunale di Torino per seguire la passione innata di sempre: l’immobiliare in tutte le sue plurime e altrettanto affascinanti declinazioni.
Una figura autorevole e competente specializzata nella compravendita di immobili residenziali di ogni tipologia e fascia di prezzo, nella gestione grandi patrimoni e nella locazione dei medesimi, nell’amministrazione di condomini e stabili, nonché in efficaci strategie di problem-solving per l’incrementazione dei proventi provenienti da rendite immobiliare, unitamente all’acquisizione e alienazione di importanti strutture per gruppi italiani ed esteri specializzati in RSA e accoglienza sanitaria per la Terza Età.
“Il nostro Studio, ubicato in centro a Torino in Via Napione 27/D, opera a 360° gradi nel variegato ramo dell’immobiliare, offrendo anche un servizio di valutazione, accompagnamento, consulenza ed eventualmente di perizia per ciascuna esigenza”, esordisce la Dottoressa Boldrini.
Che riprende: “Dalla ricerca dell’immobile idoneo o ideale, alla consulenza a mezzo partners per l’eventuale ristrutturazione e remise en forme dello stesso, sino alla compravendita destinata all’aumento di patrimoni e rendite da esso derivanti, ci occupiamo di ogni singolo passaggio della filiera accompagnando passo passo ogni singolo cliente in maniera personale e sartoriale”, approfondisce la professionista piemontese.
“La pandemia da Coronavirus ha certamente contribuito a modificare abitudini d’acquisto e orientamenti in termini di gusto e preferenza dell’utenza: gli immobili più appetibili sono oggi alloggi dotati di balconi ampiamente fruibili, e in special modo unità abitative singole o plurifamiliari impreziosite da aree verdi, giardini o sfoghi per animali domestici e bambini”, osserva Kety Boldrini, così come aveva medesimamente dichiarato anche alla nota agenzia di stampa Ansa a fine 2020, facendo il punto della situazione. “Fortunatamente, il mercato delle compravendite è più che attivo. Riceviamo giornalmente decine di richieste da parte di clienti che intendono cambiare residenza, vendendo casa e contestualmente riacquistando. E, per farlo, sono moltissimi coloro che guardano con interesse crescente anche al mercato delle aste, oggi più che mai amplissimo e altrettanto interessante, che offre molteplici opportunità in termini di rapporto qualità-prezzo e convenienza. Un settore che abbiamo sviluppato sin dalla nostra fondazione, e che oggi richiede massima competenza, passione e altrettanti aggiornamenti per seguire da vicino, in nome e per conto di chi ci conferisce fiducia e mandato, procedure complicate e per nulla semplici per privati e aziende come le nuove aste telematiche”.
Per poi concludere: “Complice in primis l’accentuazione dello smart working, l’assenza di lezioni universitarie in presenza, sono molti i piccoli proprietari o i gruppi di acquisto immobiliare che hanno perso importanti porzioni di reddito, per via dell’assenza prolungata e intermittente degli studenti di grado superiore in trasferta in città per i soliti 9-10 mesi annui. Anche nel caso di specie, siamo in grado di studiare e proporre interessanti piani di riconversione per gli immobili sfitti o vuoti, in un’ottica di profonda attenzione al delicato versante della tutela del binomio investimento-risparmio”, conclude Kety Boldrini.
Per informazioni, è disponibile il sito www.immobiliareboldrini.it, e l’infoline attiva nei giorni e nei consueti orari d’ufficio, 339 6284399, oppure il centralino dello Studio Immobiliare allo 011 5861343.
Fino a 50 anni fa “La S t a m p a” era un giornale di dimensione regionale. Ricordo che quando andavo in vacanza a Bordighera, negli ultimi anni 60, eravamo in pochissimi a comprare quel giornale perché l’informazione era egemonizzata dal “Secolo XIX” e in minima parte si identificava con “Il Lavoro”, il giornale storico di Canepa e Pertini.

Ma, leggendo stamattina, il titolo del giornale di Torino e della sua Ztl, non può che allibire: “C’era una volta l’America“, quasi fosse avvenuto un golpe di stampo guatemalteco negli USA. L’America che è un grande. Paese democratico quando l’URSS , tanto rimpianta da certi giornalisti, era una dittatura che incarcerava i dissidenti e li condannava al manicomio, non finisce sotto i colpi di un vecchio impazzito che ha perso ogni buon senso ed ha smarrito definitivamente una dignità che non ha mai avuto. Gli USA , e lo stanno dimostrando, sono un paese ben vivo che ha reagito con compostezza ad un atto simbolico che non avrebbe mai potuto minacciare la democrazia. Il titolo dell’editoriale “La democrazia colpita al cuore“ rivela una drammatizzazione disinformata dei fatti e un pregiudizio anti americano che fa pensare a quello dei vecchi comunisti. Pensino lor signori ai colpi inferti ogni giorno alla democrazia italiana da Conte e abbiamo il coraggio di scriverne. Lascino ad altri la stesura di articoli più impegnativi. Un direttore colto come Alberto Ronchey non avrebbe consentito certi estremismi e neppure il vecchio Giulio de Benedetti avrebbe accettato il pressappochismo informativo odierno che umilia la testata che fu dell’ambasciatore Alfredo Frassati. Urge una lettura accelerata e pur approfondita di Tocqueville e di Luraghi per capire cosa sono stati gli Usa che sono rimasti coerenti, tra alti e bassi, alla loro storia.




La giunta militare instaurò un regime dittatoriale che restò al potere per 17 anni. Il regime di Pinochet lasciò una dolorosa traccia di sangue con omicidi e deportazioni di massa: circa diecimila cileni torturati, moltissimi “desaparecidos”, centinaia di migliaia di persone costrette all’esilio. La distruzione delle istituzioni democratiche fu veloce e capillare. A tutto si sostituì il dominio militare. Quegli avvenimenti, come la storia si incaricherà di dimostrare, non lasciarono estranei gli Stati Uniti. “Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli”, ammise senza giri di parole Henry Kissinger, il potentissimo segretario di stato americano dell’era di Richard Nixon. L’appoggio americano ai golpisti rientrava in una più vasta strategia di contrasto– denominata operazione Condor -verso quei paesi sudamericani indirizzati ad una “deriva marxista”: Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Perù, Uruguay e, appunto, Cile. Gli avvenimenti cileni del settembre ’73, con la loro scia di sangue e terrore, ebbero una vasta eco in tutto il mondo e particolarmente in Italia. L’allora segretario del Pci, Enrico Berlinguer, ben sapendo quanto fosse diverso il Cile dall’Italia, ne trasse comunque spunti e suggestioni per un discorso di più ampia portata che portò all’elaborazione della teoria del “compromesso storico”.
In un lungo saggio dal titolo “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile” (pubblicato in tre parti su Rinascita, il settimanale del Pci, il 28 settembre e poi il 5 e 12 ottobre 1973) , Berlinguer tratteggiò la strada che doveva portare all’intesa tra le tre componenti della storia popolare e sociale del Paese: la cattolica, la socialista e quella comunista. Un progetto che finì, qualche anno dopo, con il rapimento e la morte di Aldo Moro. Dunque, sono passati quarantasei anni esatti da quella che è stata, per la mia generazione, una ferita aperta. Siamo cresciuti in quegli anni ascoltando e cantando i motivi della Nueva Canción chilena, il movimento culturale e artistico che sostenne con forza il governo di Salvador Allende, allorché nel 1970 venne eletto presidente del Cile. Víctor Jara (dopo averlo ucciso allo stadio di Santiago, i militari cileni non solo proibirono la vendita dei suoi dischi, ma ordinarono la distruzione delle matrici), Violeta Parra, i Quilapayún, gli Inti-illimani sono stati i simboli della musica sudamericana di quel periodo. Così come le poesie di Pablo Neruda (che morì due settimane dopo il golpe), i testi e le melodie della musica andina hanno lasciato un segno profondo. L’attualità del loro messaggio resta inalterata. Sebbene la musica non cambi la storia, un verso, una frase, può lasciare un segno profondo nel cuore di tutti, aiutando in questo caso a non dimenticare quell’11 settembre del 1973 e l’esempio di Salvador Allende.