
Le poesie di Alessia Savoini
Micromondo scheggiato di colore azzurro
cola il rumore all’interno di quelle pupille
e rimane segreto tutto quello che hai visto.
Lentamente, annega il racconto nel blu sguardo del tuo comunicare,
pioviggina adesso dalle tue palpebre
ma quel cielo non diventa grigio.
Quei neri portali, isole nel silenzioso scagliarsi delle venature nella tua iride,
pulsano e manifestano
le parole che non sai dire.
Insegnami a guardare
e quando rimarrò senza verbo
potrò ugualmente esprimere
questo tacito sguardo sul mondo.
Prima un racconto, molto bello,“Monte Pedum.La leggenda del Coda Rossa”,pubblicato nel 2012 da Pietro Pisano per i tipi del Magazzeno Storico Verbanese e ora – dopo di un minuzioso lavoro di ricerca – la prova concreta che quella storia è vera
insetti è capace d’involarsi tra le rocce più impervie. Il “Couarosso”, fu rinvenuto cadavere quasi otto mesi dopo la sua scomparsa, “tra dirupi praticati ben da pochi, pericolosissimi e spaventosi anche per gli intrepidi”, come si legge sui documenti d’archivio. Teresio Valsesia, giornalista e scrittore, nella presentazione del libro, scrive:
ha recuperato questo personaggio, ipotizzandone per primo l’esistenza dopo averne ricostruito la storia che sembrava strettamente limitata alla cornice della leggenda”. E’ lo stesso Pietro Pisano, autore di questa piccola, preziosa “impresa” non solo letteraria, a raccontare – infine – chi fosse quel montanaro che conosce ormai meglio di ogni altro: “Era un eroe semplice, costretto a combattere una lotta continua contro la povertà. Aveva svariati fratelli e sorelle, si sentiva responsabile per loro. E’ nato povero ed è morto povero, ma amato da tutti, per questo il suo ricordo ha superato il tempo”. I due libri – il racconto e la storia – fanno parte della collana editoriale del Magazzeno Storico Verbanese , curata da Fabio Copiatti e Carlo Alessandro Pisoni. Per le stesse edizioni, Pisano ha pubblicato recentemente “Il Piccolo Telegrafista delle Ferrovie Nord Milano. Fedele Cova. Una Storia di Valgrande tra Orfalecchio e Corte Buè”.
Perché ricominciare? Ricominciare quando con successo, un successo che perdura da anni, ti sei ampiamente affermato, avendo la certezza sacrosanta di esserti circondato di un pubblico che ti segue
contribuito alla “storia” Mario Scaletta, Riccardo Cassini, Massimiliano Giovannetti, Luciano Federico e la presenza femminile di Manuela D’Angelo, questo rendiconto del/dal passato sembra poggiare su tutto meno che sulla certezza, se è che l’interessato si chiede come prima cosa “se ciò che è diventato è stato il frutto consapevole delle scelte fatte, un disegno del destino oppure una gran botta di cu…riosa casualità”. E allora eccolo qui il mattatore (e cominciamo a usarla questa parola per lui!) a guardarsi indietro e a intraprendere un viaggio nel tempo, rincontrando vecchie conoscenze, brani di una comicità già percorsa, ombre mai più messe a fuoco, scommettendo anche sull’inesistenza del passato e reinventando una strada diversa da quella percorsa, per il solo gusto di scoprire dove mai lo avrebbe portato. Non è solo Brignano sul palcoscenico con la scrittura, con il divertimento e la riflessione di esporsi in prima persona, con la fatica di un attento professionista che deve tenere le fila di ogni attimo dello spettacolo; attorno a lui Ettore Massa, nel ruolo di Starbuck e Ilaria De Rosa come Giulietta, oltre una compagnia di dodici brillanti solisti. Per una serata a conferma di un successo che ha ancora tanta strada da percorrere.
Augusto Mazzetti in collaborazione con Daniela Piazza
trovano tra le righe del romanzo, ben scritto e ricco di suggestioni. L’autrice, Laura Travaini, vive a Orta San Giulio e, nel 2011, ha fondato insieme ad alcuni scrittori e chef l’associazione
Cent’anni fa, il 22 novembre 1916, Jack London moriva nel suo “Beauty Ranch” di Glen Ellen nella Sonoma Valley , a poco più di un’ora da San Francisco dov’era nato quarant’anni prima. L’autore di “Zanna Bianca”, “Il richiamo della foresta”, “Martin Eden” e “Il tallone di ferro”
passione di queste pagine sono una via di fuga dalla nostra solitudine digitale”. Jack London è stato davvero un uomo venuto dal futuro, capace di leggere la storia del suo tempo e di pensare “oltre”. Nell’introduzione del libro, Mario Maffi – che insegna cultura angloamericana presso l’Università degli Studi di Milano – scrive che “non si possono leggere La strada, Martin Eden, Il tallone di ferro e in particolare le pagine che seguono senza essere spinti a guardare fuori della finestra, a osservare quanto succede giù in strada, a interrogarsi senza remore sulla realtà che ci sta intorno, a sentirne e condividerne il pulsare continuo e vitale”. E invita a farlo “
con maggior attenzione, i nove giorni di vetrina cinematografica sono stati l’occasione per piccole scoperte, per discussioni, per frasi del tipo “mi raccomando, non perderti il tale perché in fondo merita davvero”, di code quasi sempre ordinate, di spauracchi a vederti negata una visione per le eccessiva affluenza, con le maschere in maglietta blu che fanno la conta per arrivare con esattezza alla capienza della sala. Un contenitore dove esistono linearità classica e fattori sperimentali, racconti e approfondimenti che fanno a pugni con vuote insulsaggini, l’Est e l’Ovest, le cinematografia con cui da sempre ci confrontiamo come l’Europa e un mondo lontano e appartato che non conosciamo, passato e presente, anticipazioni e golosità imperdibili e suggestioni che ritornano da un lontano passato (Antonioni o Costa-Gavras), drammi e
commedie, amori e guerre che ti rendono appieno il mondo in cui viviamo o abbiamo vissuto. E, soprattutto, il TFF è un festival che pensa al cinema, al suo prodotto primo, all’immagine concreta e no, che lascia il red carpet in un profilo basso, che s’è inventato con grazia la figura del guest director a supportare in un angolo di tutto rispetto Emanuela Martini (la domanda imperiosa degli ultimi giorni è stata ma Sorrentino verrà l’anno prossimo, glielo avete chiesto?), che non dovrebbe poi tanto temere un taglio di quattrini da parte delle autorità locali o dagli sponsor se quel taglio dovesse unicamente essere il peso per avere qualche nome scintillante in più, naturalmente da oltreoceano.
melodramma, umanamente lucida, disadorna, specchio di una povertà e di una ricchezza nel paese dell’eguaglianza, che, come sottolinea ancora la giuria, “mostra come la tradizione del Neorealismo italiano sia ancora viva in angoli remoti del globo”. Motivazione che, se nella sua ultima parte ci fa un po’ sorridere, non può far altro che inorgoglirci pensando al peso che una parte non indifferente del nostro (antico) cinema mantiene ancora oggi, all’inizio di un nuovo millennio. 
considerazione l’eccellente Lady Macbeth. Quello che non convince è lo sguardo benevolo su Los decentes firmato dall’austriaco Lukas Valenta Rinner, Premio Speciale della Giuria poiché “esplora con grande sensibilità e penetrante spirito di osservazione”, sfilacciato, presuntuoso nel voler filosofeggiare intorno alla scoperta di un mondo migliore (?) da parte di una domestica che lavora in una casa bene di un privilegiato quartiere alla periferia di Buenos Aires, scoperta che ha il sapore e la fattura della barzelletta, con un finale di rumorose pistolettate che non concludono e non dimostrano nulla.



Oggi, sabato 26 novembre al Cinema Massimo sala 1 , viene consegnato al regista Costa Gavras il Premio alla carriera Maria Adriana Prolo, promosso dal Museo del Cinema. 