Dal fatto di cronaca, ma con piena libertà, prese le mosse Sidney Lumet per costruire sulla sceneggiatura di Paddy Chayefsky Quinto potere con al centro il grandioso Howard Beale vittima di un pericoloso calo d’ascolti televisivi. Il film vinse nel ’77 quattro Oscar tra cui quello a Peter Finch alla memoria. Il fatto trasportato dalla realtà era successo nel luglio di tre anni prima, quando Christine Chubbuck, giornalista di una televisione di Sarasota in Florida si era uccisa con un colpo alla testa davanti alle telecamere, dando piena soddisfazione all’economia della rete e alla volontà del suo capo di avere in ogni momento attraverso tinte forti i resoconti dei fatti di sangue che più rendevano incuriosito e soddisfatto lo spettatore.

Ancora nel nuovo millennio il personaggio e l’occasione continuano a interessare il cinema: se n’è accorto il TFF che bene ha fatto a presentare Kate plays Christine sotto la sezione “Festa Mobile”, dove il regista Robert Greene mescola finzione e documento, e soprattutto Christine dove Antonio Campos, con un occhio rivolto alla cinematografia degli anni Settanta, insomma siamo dalle parti di “alla maniera di”, ricostruisce il personaggio tra la vita lavorativa e il privato e ha in Rebecca Hall (Vicky per Woody Allen in Vicky Cristina Barcelona) un’interprete che in un incredibile ventaglio di emozioni e sfumature – a nessuno verrà in mente di proporla per la cinquina dei prossimi Oscar? – dà vita ad un personaggio femminile che definiremmo perfetto. Bel personaggio, quello di Cristina. Interessante, chiuso e rigido nel suo desiderio di una brillante carriera, sempre in cerca del pezzo importante e desiderosa di togliersi dalle sciocchezze che reclamizzano la produzione delle fragole o delle uova di questa o quella gallina, in lotta continua con chi dirige la baracca; d’altra parte una donna fragile, vicina ai trent’anni ma ancora nella stessa casa di una madre che sente ancora forte l’amicizia maschile, lontana lei dall’amore e dal sesso, turbata da una ciste ovarica che le avrebbe per sempre cancellato il desiderio di avere figli.

Campos con attenzione e grande partecipazione guarda i turbamenti nell’una e nell’altra parte, rendendoci un film maturo, concreto, appassionato che alza di parecchio il concorso festivaliero. Il quale tuttavia ha modo di cadere rovinosamente con due pellicole viste nelle ultime ore. Il premio alla vuotaggine andrebbe dato alla signorina Tamara Drakulic, di eventuale professione regista, battente bandiera della Serbia, che spende 70’ di belle immagini, pretendendo che lo spettatore creda alla piccola quanto insulsa ribellione di una sedicenne in vacanza al mare con papà. 70’ che grondano brandelli di dialoghi al limite del ridicolo, lune arrossate, stormi d’uccelli in volo, foglie fruscianti, onde e ondine quante più se ne può, spiaggia calpestata con passaggi improvvisi e mai legittimati davanti alla macchina da presa, gite in vespa seguite per ogni metro di strada compiuto: quando si è terminato il panorama, si torna alle immagini già prima abusate. Insomma questo Vetar (che suonerebbe in italiano come “vento”) è irritante, stupidamente inquadernato, nemmeno degno di essere ricercato per quel che è il disegno e la costruzione dei personaggi. Forse al pari gli sta Los decentes (strano miscuglio di coproduzione Austria/Corea del Sud/Argentina), storia di una cameriera che spolverando nella casa bene, in un quartiere residenziale alle porte di Buenos Aires che è la roccaforte del perbenismo e del marciume sbattuto sotto il tappeto, scorge oltre il muro di cinta una comunità che in vesti adamitiche pratica pseudo filosofie e amore libero. La povera Belén sciupa pantofole e scarpe tra casa e paradiso ritrovato, abbraccia di botto il nuovo continente e fa fuori la padrona per amore di libertà: il conflitto finale tra ignudi e vestiti forse rimetterà le cose al loro stato primitivo, mentre noi ci chiediamo quali intenzioni avesse il regista Lukas Valenta Rinner, se di estrema serietà o di grandissima ironia.

Ci risolleviamo il morale con Avant les rues della canadese Chloé Leriche, girato in lingua atikamekw tra la comunità di Manawan, in un paese poverissimo e senza prospettiva, dove al mattino ci si mette in coda pur di recuperare un lavoro per la giornata. Ci vive Shawnouk, ragazzo senza nessuna certezza, scontroso, con affetti familiari incompleti, alla ricerca di sé e di altro, avvicinato un giorno da un piccolo delinquente per un furto in una delle case estive lasciate vuote. Non va tutto senza inciampi come dovrebbe, qualcuno ci rimette la pelle e in Shawnouk cresce il senso di colpa per quanto è successo: solo riscoprendo i riti antichi del proprio popolo riuscirà a ritrovare la serenità. Leriche, nella descrizione delle giornate del ragazzo, nella sua solitudine, in quell’essere appartato nel mondo magico della natura, nel dispiegamento religioso della propria voce ci fa poco a poco entrare nella magia delle tradizioni, rendendola per un attimo vicino a noi, portatori di una cultura del tutto lontana.
Elio Rabbione


il boom economico, possono essere indipendenti economicamente dalla famiglia e possono coltivare i loro gusti musicali, il proprio modo di vestire. Il cinema racconta puntualmente questo cambiamento, e l’Archivio dell’ Istituto Luce lo segue passo passo. Attraverso una serie di interviste inedite ( Rita Pavone,stasera presente al Reposi, Caterina Caselli,Shel Shapiro, Mal, Ricky Gianco, Gianni Pettenati, Piero Vivarelli…) e un’approfondita ricerca sul materiale d’archivio e sui film musicali, rappresenta una carrellata su un’Italia che presenta le contraddizioni e le complessità dei cambiamenti di quel decennio che reca insieme i segni del consumismo e dell’omologazione ma anche i germi del dissenso e della rivolta. Una rivolta che, con il passare del tempo, diventerà anche politica e sociale. “ Non deve stupire infatti se se i ragazzi e gli adolescenti impazzivano per il rock di Celentano e poi per il beat di Caterina Caselli, di Rita pavone e dei Rokes diventeranno poi i protagonisti del ’68 e della rivolta giovanile.” “ Con ‘ Nessuno CI può giudicare’ – continua Steve – volevamo raccontare proprio quello. E ciò grazie all’ Istituto Luce, il più grande archivio di immagini del xx secolo,alla disponibilità della Titanus e a un archivio privato, i Superottimisti, che ci hanno fornito le immagini a colori di quel periodo.



prima prova narrativa, tra spostamenti temporali che cancellano non poco la chiarezza della vicenda, delle sensazioni, degli stati d’animo, con la fragilità di un’azione che alla fine si rivela decisamente inconcludente, si contrappone la durezza del cileno Jesus di Fernando Guzzoni. La storia di un ragazzo, della sua passione per la street dance, dei rapporti tempestosi con il padre, con cui trattare soltanto del maggior ordine nella casa o di una scuola a cui iscriversi, del suo perdersi nell’alcol e nella droga, un ritratto che non risparmia nulla, in cui i rapporti familiari sono pressoché zero con la conseguenza dell’idea che il branco sia l’unica soluzione, che la ragazzina di turno sia prontamente disponibile per un imperativo sessuale, che la stessa cosa possa succedere con l’amico cui si è più legati, in un rapporto omo di irruente immediatezza, senza ripensamenti. In quel perdersi capita che, nel panorama notturno di un parco abbandonato, Jesus e i suoi amici, ubriachi, irresponsabili, pestino a morte un altro ragazzo. La paura che sempre più s’impadronisce del ragazzo, mentre dal branco arrivano avvertimenti e minacce, fa sì che padre e figlio si sentano più vicini, che la richiesta d’aiuto venga ascoltata. Ma sino a quando? Preferirà forse il padre, vittima della propria durezza e disillusione, trovare una soluzione “migliore” per la rieducazione del figlio? A tratti davvero inconcepibile la forza con cui Guzzoni tratteggia e segue i suoi protagonisti, giovani e no, la rabbia e il vuoto che esiste in tutti, li fotografa sino all’annientamento di ogni regola, di ogni prospettiva per il futuro.




dimenticasse dell’antico allievo della Facoltà di Lettere Casalegno, che fu professore di liceo e giornalista, autore di migliaia di articoli e di pochi libri. Se le BR non gli avessero stroncato la vita a 61 anni, Casalegno – me lo confidò più volte con speranza per il futuro e rammarico per il passato e il presente – si sarebbe dedicato ad opere storiche che aveva in mente e che allora erano incompatibili con i ritmi di lavoro di un giornalista.
democratico come fondamento delle regole civili che sovrintendono la vita sociale. Egli sentiva il richiamo del Risorgimento liberale e della tradizione subalpina dello Stato, rifiutando con fastidio i contestatori che nel loro velleitarismo ideologico e nel loro richiamo e ricorso alla violenza, non solo verbale, si opponevano a quella civiltà fondata sulla tolleranza, profondamente amata da Casalegno. Spadolini lo definì giustamente un cittadino esemplare dell’«Italia della ragione» . Casalegno ebbe il torto, o meglio, il grande merito e soprattutto il coraggio e la lucidità, di vedere la deriva terroristica anche come frutto dell’estremismo contestatore. E questo sbocco eversivo egli denunciò con fermezza, pagando con la vita. E in quegli anni di piombo rispondere con l’arma della penna a chi usava il mitra per affermare le sue farneticazioni ideologiche fu la scelta di un democratico moderato che rifiutava per cultura, ma prima ancora per scelta morale, la violenza estremista.
Sono 158 i film all’insegna dell’impegno, oltre a molteplici sezioni e ospiti prestigiosi tra cui Paolo Sorrentino, Nanni Moretti, Roberto Bolle, Caterina Caselli,