CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 76

La tavolozza di Federico Montesano, tra ricchezza e solennità

Alla Galleria Malinpensa by La Telaccia, sino a sabato 7 febbraio

Frammenti sospesi è il titolo della mostra visitabile sino a sabato 7 febbraio negli spazi della Galleria Malinpensa by La Telaccia di corso Inghilterra 51. L’attenta curatela è di Monia Malinpensa, l’autore è Federico Montesano, trentacinquenne, nativo di Monza, un giovane passato di diploma e specializzazione in Scenografia presso l’Accademia di Brera e del Corso di Scenografia presso la Scala milanese – non dimenticando un interessante quanto ricco excursus tra l’esposizioni in alcune gallerie del capoluogo lombardo, il Premio Paris Expo 2021 e la IX Biennale d’Arte di Montecarlo, la partecipazione a molti avvenimenti della Malinpensa lungo le ultime stagioni (è stato uno degli artefici del successo della galleria alla recente Fiera di Bergamo, con artisti ormai storicizzati, Piero D’Orazio e Ugo Nespolo e Piero Gilardi tra gli altri, e i più giovani che hanno preso a far parte di una agguerrita scuderia), la personale “Dal disegno alla materia”, nel ’23, su invito del Comune di Brugherio o quelle, un paio di anni fa, “Il cavaliere errante” negli spazi del Museo Maio di Cassina De’ Pecchi e “Passaggi”, presso la Stazione degli Artisti di Gambettola – Cesena.

La sospensione di quali frammenti? Di una volta di cielo, che ricopre ogni cosa in quelle ampie dimensioni a cui l’artista non sfugge o rincantucciato in una più piccola porzione, di un universo e di un cielo che albeggi o si vada accendendo mentre il pomeriggio s’inoltra sino all’ultimo dentro le ombre della sera, nelle tele di Montesano lavorate con l’acrilico, che letteralmente ti invadono e rendono chi guarda – diciamolo subito, con vera ammirazione, per la maestria visibilissima, ad ogni attimo tangibile, della composizione, per la ricchezza e la solennità, per la strenua capacità nello studio del ravvicinare questo a quel colore, in una sorta di riuscita e orecchiabile musicalità: scende nello specifico Monia Malinpensa nel presentare l’artista: “colori gialli che si accendono al sole, verdi che respirano di speranza, rossi che ardono di passione, arancioni che custodiscono la memoria, dialogano con il blu profondo del cielo creando armonie di straordinaria intensità poetica” -, attimi che ci fanno andare con la memoria a quelli di grandi maestri del passato (certe distese o tempeste o cieli infuriati scelti dalla pittura di un paio di secoli or sono), per il magma cromatico che si espande irruente in tutto il suo ordine – partecipe di una pregnante materia, reale e favolistica allo stesso tempo, costruita d’ispirazione e di lirismo, che si offre alla narrazione altrui ma che, in quel suo costante avvolgerti, si rende forte nel tuo stesso intimo. Non è, in Montesano, soltanto il piacere di usare il colore e di padroneggiarlo, il pittore (a cui io credo possa ancora essere accomunato il termine “giovane”, con simpatia e rispetto, con la consapevolezza di quelli che oggi sono i suoi maturi traguardi) ti rende partecipe della sua opera e tu, immediatamente, senza ombre o tentennamenti, dai conferma. Che ti piacerebbe sottolineare appropriandoti ancora di più – quasi un’altra firma che si insinua nella tela, un tramite di più ampio respiro – di quelle macchie bluastre che sono il segno del pittore, immancabile, poste centrali o di lato, posate con il colore o con un’impercettibile materia di differente consistenza, quei tratteggi e quelle linee continue che formano inaspettati confini o ulteriori orizzonti, le leggere sovrapposizioni che la luce rada sulla tela lascia affiorare, le colature indifferenti che Montesano – con accorta libertà – disperde tra le sue pianure e gli orizzonti lontani, i grandi fiumi che corrono al mare, i cieli notturni e le tempeste e le spiagge, i “transiti metafisici” che trascorrono da un mondo ad un altro, caparbiamente, da quattro cinque anni a questa parte.

Mentre ti fermi a osservare quanto i soggetti e le tecniche siano saggiati (al piano inferiore della galleria) con altre finezze negli acquerelli o nei disegni (l’unione di grafite, carboncino e pastello), mentre ti rendi conto di come nella Natura di Montesano sia negata la presenza umana, quasi come all’indomani di un evento – apocalittico? – che abbia avuto la forza di rovesciare ogni cosa, di bruciarla, di annientarla, disseminando ogni angolo di silenzi, o di come altro non rimanga che sparute tracce di vegetazione, a volte biancastra, anonima e irreale, più o meno appartata, più o meno impercettibile: ecco che ti chiedi se quella natura, la Natura che Montesano mette davanti ai nostri occhi, pur nel fiammeggiare sparso dei rossi e dei gialli e dei blu profondissimi – inarrivabili: altri mondi, altre epoche? chissà se non è azzardato chiedersi: altre spiritualità? -, nella bellezza di un profondo atto pittorico rivoluzionario, non sia “matrigna”, raggomitolata e rinchiusa in se stessa, leopardianamente, una sorta di “odorata ginestra / contenta dei deserti”, ultima bellezza, “frammento sospeso” della nostra epoca che l’artista recupera e offre. Mi chiedo ancora, se a un passo dal pessimismo cosmico o dall’ostilità lucreziana di scolastiche reminiscenze.

Ampie dimensioni, dicevo, un cinemascope di emozioni, come pure piccole emozioni ridotte in piccoli spazi. La medesima “tensione poetica” la scopri anche nelle installazioni di plexiglass e nei libri d’artista con cui Montesano punteggia la propria mostra, allineando dei bozzetti e offrendo un vero e proprio esempio, laddove in un godibile gioco di specchi – che permettono in parte a chi guarda di entrare nell’opera, in veste di testimone – un incastro di riflessione amplifica l’idea e il riuscito esperimento di Montesano, frutto targato 2025.

Prima di uscire dalla galleria, se volete farvi assorbire completamente dalla tavolozza del pittore, dalla sua completezza, giratevi ancora una volta – come ha fatto chi scrive queste note, che tra l’altro (perdonatemi l’appunto personale) tornava freschissimo dalla mostra fiorentina del Beato Angelico e s’era sino a ieri riempito gli occhi di manti della Vergine e di lussureggianti cappe e di pale d’altare, tra i colori irrefrenabili di Lorenzo Monaco e di Botticelli e dei tanti colleghi come degli ori dei Trecentisti – e guardate come ai blu e ai rossi si siano aggiunti in una ricchezza incomparabile le tante calibrature dell’arancio e dei viola, in un amalgama perfetto, direi oggi predominante. C’è un “Crepuscolo”, recentissimo, che è una tavolozza perfetta, il rosso di un tramonto a fondersi con la distesa del mare, il quale s’esprime in un violaceo che tocca il bagnasciuga carico di qualche cenno di verde, di qualche piccola pianta, e un’area di cielo azzurro e blu, in disparte un giallo squillante, sulla sinistra, un cenno quasi timido. Montesano non vuole épater le bourgeois, non ne ha bisogno, a quanto parrebbe comandare la corrente moderna, gli è sufficiente guardare ai maestri, usare il suo occhio moderno e creare piccoli capolavori.

Elio Rabbione

Nelle immagini, di Federico Montesano: “Crepuscolo”, acrilico su tela, cm 100×140, 2025; “Transito metafisico 40”, acrilico su tela, cm 100×100, 2024; “Transito metafisico 45”, acrilico su tela, cm 100×150, 2024; “Transito metafisico 49”, acrilico su tela, cm 70×100, 2024.

Con Caravaggio il via ai festeggiamenti per il ventennale del Forte di Bard

Al complesso fortificato della Vallée trionfa il “San Giovanni Battista-Borghese” opera tarda del grande Maestro lombardo

Fino al 6 aprile

Bard (Aosta)

Un lungo viaggio. Dalla capitolina “Galleria Borghese” ai circa cinquecento metri di altitudine del valdostano “Forte di Bard”. Grande protagonista e primattore della Festa (oltre Cinquecento le persone intervenute) tenutasi in occasione delle celebrazioni del Ventennale di attività del sabaudo “complesso fortificato”, nuovo “polo culturale” delle Alpi occidentali, è stato il celebre “San Giovanni Battista” o “Buon Pastore”, fra le ultime opere realizzate da Michelangelo Merisi detto Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610), massimo esponente della rinascimentale “Corrente naturalistica moderna”, contrapposta ai raffinati virtuosismi di “Manierismo” e “Classicismo”, nonché vigoroso sublime precursore della sensibilità barocca. Datato probabilmente intorno al 1610, ed eseguito dunque a pochi mesi dalla scomparsa, a soli 38 anni al termine di una vita “balorda” ed irrequieta, del pittore lombardo, il quadro (dato in prestito al “Forte” dalla “Galleria Borghese” di Roma) era con ogni probabilità una delle tre opere che Caravaggio portava con sé nell’ultimo drammatico viaggio da Napoli a Roma – con la speranza di ottenere la grazia dalla condanna a morte inflittagli da Papa Paolo V per l’omicidio di tal Ranuccio Tomassoni, suo rivale in amore, omicidio compiuto semplicemente, si racconta, per un “fallo” al gioco della pallacorda – e terminato invece con la sua prematura morte a Porto Ercole.

Opera intensa, quella in mostra al “Forte di Bard” fino a lunedì 6 aprile, che racconta in veste inedita ed essenziale, in un inquietante passionale rincorrersi di luci e ombre, la figura del Santo, privando il giovane martire dei soliti ripetitivi attributi iconografici (la ciotola d’acqua o favo di miele, l’agnello, il lungo bastone sormontato dalla croce e dalla scritta Ecce Agnus Dei, fino in più casi alla testa mozzata e posta su un vassoio) per proporcelo nella figura assorta di un giovane Pastore affiancato da un montone/ariete (molteplici, in ciò, le interpretazioni critiche) ritratto nell’atto di rosicchiare alcune foglie di vite e rivolto verso l’interno di un dipinto che ci offre una nuova visione del Santo “congelato – secondo lo storico dell’arte Eberhard Konig – nella vaga malinconia di colui che tace e medita in attesa del Verbo”.

“Capolavori al Forte” – Con il “San Giovanni Battista – Borghese” del Caravaggio prende il via il progetto triennale “Capolavori al Forte” (promosso con la collaborazione di “MondoMostre” e della “Galleria Borghese” di Roma) che vedrà alternarsi ogni anno, sino al 2028, un grande capolavoro dell’arte italiana all’interno della ex “Cappella militare”. Obiettivo: la volontà di valorizzare opere uniche, rispecchianti non solo il genio di grandi Maestri italiani ma anche “storie e iconografie eccezionali”.

Spiega, in proposito, la presidente dell’“Associazione Forte di Bard”, Ornella Badery:  “Per onorare nel migliore dei modi questa tappa importante della seconda vita del Forte di Bard, trasformato da fortezza di difesa a luogo di arte e cultura, abbiamo pensato, come primo ‘ospite’ ad un artista capace di esprimere in modo significativo e universale la qualità e l’importanza delle opere che dal Rinascimento all’epoca moderna il mondo ci invidia; la risposta unanime nella scelta è stata Caravaggio”.

“Lux in tenebris” – Appuntamento di grande interesse, sempre collegato alle celebrazioni del Ventennale e all’esposizione del Caravaggio, è anche l’omaggio musicale dedicato al grande artista e in programma domenica 18 gennaio (ore 15,30) nella “Sala Olivero” del “Forte”, con il concerto “Lux in tenebris” dell’Ensemble vocale chivassese de “Gli Invaghiti”. L’organico vocale e strumentale sarà ricco e variegato, suddiviso in tre momenti caratterizzanti la vita dell’artista, attraverso la propria formazione a Milano, Roma e Napoli. Ad arricchire il contesto culturale del concerto, saranno proposti anche alcuni “madrigali” che lo stesso Caravaggio ha dipinto sulle varie versioni del “suonatore di liuto”. Il tema dei contrasti chiaroscurali, così come in ambito pittorico proprio del Caravaggio, verrà esaltato attraverso la riproposizione di brani che alternano tematiche sacre a quelle profane, in andamenti ritmici diversi fra loro.

Gianni Milani

“Capolavori al Forte: protagonista il Caravaggio”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Fino a lunedì 6 aprile

Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lunedì chiuso

Nelle foto: Caravaggio “San Giovanni Battista” e opera in allestimento (Ph. Mauro Coen B.); “Gli Invaghiti”

Il realismo magico di Simone Stuto

BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

 

Nel secondo capitolo di Brandelli, rubrica settimanale sugli artisti contemporanei legata al contesto torinese, vi parlo di Simone Stuto. Simone nasce a Caltanissetta nel 1991; si forma all’Accademia di Belle Arti di Palermo, dove matura un interesse profondo per pittura, disegno e tradizione iconografica, affiancato da una pratica costante di lettura e studio.

Vive e lavora a Torino, poco distante dalla fermata della metro Montegrappa.

Mi apre le porte della sua casa-studio esposta a una luce solare piena, curata nei minimi dettagli nell’arredamento e che appare come un rifugio traboccante di tesori: sculture in legno o gesso, libri antichi, scrigni, cofanetti, ex voto, icone religiose, quadri e stampe.

E, ovviamente, le sue opere, disseminate ovunque nell’abitazione e che non stonano affatto accanto all’antico. Mi offre un tè in cucina mentre il sole ancora inonda la stanza; sul tavolo, un grosso recipiente ricolmo di aglio che somiglia a una variante del Piatto di pesche di Giovanni Ambrogio Figino.

È una persona colta, Simone; molti i riferimenti che impastano le sue opere: da Schiele a Montale, da Borges al cinema. Ma la cultura, in lui, non diventa mai una lama affilata: gli serve piuttosto a stare meglio dentro il mondo e non a smontarne gli ingranaggi.

La pittura di Stuto dialoga però soprattutto con la tradizione, sformandone i rigori pur rimanendovi sotto il chiarore di una stella fissa. Antichi stilemi del passato che ritornano, similmente a un idioma imparato da bambino e che, detto una volta, non ha mai smesso di riaffiorare.

Medioevo, Rinascimento, Oriente, miniature, corpi, verzure, ornamenti si amalgamano e danno (s)corporatura a immagini che virano all’astratto di masse abnormi, all’inorganico di nebulose o a teratologie umane. Le figure nei suoi quadri non mi raccontano enigmi, visioni o sogni, ma un realismo magico attraversato da un’insita perturbazione che spinge i corpi a perdere coerenza logico-matematica.

A volte si sdoppiano, altre si ingarbugliano con lo sfondo impressionista, altre ancora si sfaldano in congerie che, più che alla putrefazione, rimandano all’atto di sviluppo di una farfalla aliena. Una metamorfosi quasi sempre incompleta: le figure restano sospese in uno stato in itinere; le immagini trattengono il passaggio, come significanti che non ce la fanno a farsi frase, e le membra sembrano sapere che non verranno salvate da alcuna tensione espressiva.

Si tratta di un immateriale laico, nonostante i continui richiami alle icone religiose, che non è dunque spirito, ma un processo psicologico che alterna sottrazione e addizione nelle fisionomie. Da qui la contraddizione centrale del suo lavoro: voler sparire senza scomparire.

Il male che affligge tutti noi nelle vicende quotidiane procede per accumulo e può raggiungere un apice saturativo; Simone aggira l’ostacolo e si regge dunque su altri sistemi: l’intangibile come residuo della materia che cessa di funzionare. Ne è un esempio il suo Orfeo: nell’istante in cui, impaziente, si volta alle soglie del Regno dei morti per rivedere finalmente gli occhi di Euridice, assiste invece alla sua definitiva dissoluzione, al suo irrevocabile ritorno nell’Ade.

Stuto ne cattura il momento esatto, cristallizzandolo nell’inafferrabilità di una nube scura, in cui la donna si “sfà”. Qui la carne di Orfeo non grida: si lascia invadere dalla vegetazione, in un processo che galleggiasulla tela e che sembra un riverbero speculare — nei suoi tecnicismi inscrutabili — al dissolvimento dell’amata.

La forte impressione che ho avuto è che l’arte di Simone non tema di essere capita e non impazzisca per le didascalie. Infine, essere compresi è spesso una forma di fraintendimento riuscito.

In questo senso, il suo lavoro è particolarmente onesto e diretto.

La sublimazione artistica è una ferita interna che ha trovato il modo di diventare superficie o meglio una cicatrice che si fa poesia e che, in Simone, appare come un fitto colloquio tra corpo e idea, tra individuale e cosmico, in cui ogni elemento figurativo sembra parte di un continuum che non si arresta in se stesso ma rimbomba oltre il suo orlo.

 

Nelle foto:

Ritratto dell’artista (ph Nicola Morittu)
Ritratto dell’artista (ph Nicola Morittu)
L’albero di Jesse, fusaggine e gessetto bianco su carta, cm. 50×70 2021 ph. Nicola Morittu
Più prezioso è il contatto del tuo labbro nell’ombra, oil on canvas, cm. 100×120, 2023, ph. Nicola Morittu
La nota interrotta, olio su tela, cm. 100×120, 2024, ph. Nicola Morittu

“Lapponia”, a teatro con Sergio Muniz e Miriam Mesturino

“Lapponia” andrà in scena al teatro Erba , da venerdì 30 a domenica 1⁰ febbraio, con un cast d’eccezione composto da Sergio Muniz, Miriam Mesturino, Sebastiano Gavazzo e Cristina Chinaglia, nella versione italiana di Pino Tierno.

La vicenda è incentrata sulla cena della Vigilia di Natale, una commedia magica tra verità e bugie, ambientata in Finlandia con una domanda campale: “Babbo Natale esiste?”. Monica, con il figlio Giuliano e il marito spagnolo Ramon si recano in Lapponia per trascorrere le vacanze di Natale con la sorella di Monica, Silvia, il suo compagno finlandese Olavi e la loro figlia di quattro anni, Ania. La bimba rivela a Giuliano che Babbo Natale non esiste, che è una bugia inventata dai genitori per costringere i bambini a comportarsi bene. Ecco la miccia che trasformerà una serata idilliaca di festa ai confini del Circolo Polare Artico in un campo di battaglia, al tempo stesso esilarante e feroce, in cui vedremo sgretolarsi poco a poco le maschere di benevolenza, buona creanza e tolleranza dei protagonisti. È giusto dire sempre la verità? Le bugie sono così cattive? Bisogna svelare il trucco o si può lasciare spazio all’illusione della magia? Queste sono le domande che metteranno in crisi il modo di allevare i figli, le tradizioni, i valori familiari e culturali delle due coppie, fino a portarle a svelare segreti e desideri inconfessabili. “Lapponia” è una commedia dallo humour corrosivo e graffiante, che farà riflettere e ridere lo spettatore, porgendogli uno specchio deformate, e scoprirà qualcosa che lo riguarda molto da vicino. Questa commedia, campione di incassi in Spagna e Sud America, è stata scritta da Marc Angelet e Cristina Clemente.

Teatro Erba Torino

Biglietti disponibili presso il botteghino del teatro e online

Mara Martellotta

Hair – The Tribal Love-Rock Musical: trasgressione irriverente

Teatro Superga, Nichelino (TO)

Sabato 31 gennaio, ore 17 e 21

 

 

Hair – The Tribal Love-Rock Musical con il suo folto cast, le musiche eseguite dal vivo, le coinvolgenti scenografie, il libretto in italiano ma le canzoni in lingua originale e la trasgressione irriverente dei suoi contenuti, promette ancora oggi di coinvolgere la platea a quasi 60 anni dal suo debutto a Broadway.

Hair – The Tribal Love-Rock Musical è un omaggio all’opera-rock simbolo del pensiero hippie che infranse ogni schema. In quegli anni nascevano gruppi di ragazzi e ragazze che trascorrevano il tempo senza inibizioni, accompagnando la protesta contro le sofferenze della guerra al grido di “sesso, droga e rock’n’roll”. Questo tributo al primo musical anti-musical non vuole essere un’operazione nostalgica, né l’ennesimo remake adattato alle dinamiche teatrali contemporanee, né tanto meno semplice intrattenimento. HAIR vuole essere un momento di riflessione sociale. Con il bisogno di ritrovare l’originaria semplicità, sia nella forma sia nell’aspetto visivo, per esaltarne i contenuti e condividerli in maniera autentica con lo spettatore.

 

Info

Teatro Superga, via Superga 44, Nichelino (TO)

Sabato 31 gennaio 2026, ore 17 e 21

Hair – The Tribal Love-Rock Musical

Libretto e liriche Gerome Ragni & James Rado

Nuova edizione italiana con live band

Lo spettacolo è consigliato ad un pubblico di età superiore ai 14 anni. Contiene una scena di nudo integrale frontale.

Biglietti: da 39,10 a 52,90 euro

www.teatrosuperga.it biglietteria@teatrosuperga.it

IG + FB: teatrosuperga

Orari biglietteria: dal martedì al venerdì dalle 15 alle 19

Stupinigi: visita tematica e “Tosca” dell’Ensemble Belliners

La festa e lo spettacolo  Domenica 1 febbraio 2026

 

La Palazzina di Caccia di Stupinigi si racconta come luogo di festa e di spettacolo, e domenica 1 febbraio un appuntamento speciale unirà una visita tematica dedicata alla vita mondana della residenza all’opera lirica “Tosca” di Giacomo Puccini, eseguita dall’Ensemble Belliners. L’evento prenderà avvio alle 15.45 con “La festa e lo spettacolo a Stupinigi”, una visita tematica della Palazzina che accompagnerà i visitatori alla scoperta degli spazi che hanno ospitato cerimonie, matrimoni, banchetti e momenti di intrattenimento. Si tratta di un percorso che restituisce il ruolo centrale di Stupinigi come luogo di ritrovo prima e dopo le battute di caccia, pensato per il divertimento della corte. Alle 17 la musica diventerà protagonista con la “Tosca” di Puccini, proposta in una versione originale dell’Ensemble Belliners. L’opera viene presentata in una rivisitazione cameristica per quartetto d’archi e oboe, con musiche trascritte da Gabriele Colombo, dalle partiture di Giacomo Puccini. Nonostante la riduzione e d’organico rispetto alla versione operistica originale, la tensione drammatica dell’opera è mantenuta attraverso una narrazione che accompagna l’esecuzione musicale. Tutti i momenti musicali più significativi sono presenti e alter ATI al racconto della vicenda.

L’Ensemble Belliners nasce nell’agosto 2023 dopo anni di collaborazione tra i musicisti durante il percorso di studi al Conservatorio di Torino. Il gruppo si distingue oer un linguaggio musicale e comunicativo innovativo, con spettacoli sempre molto apprezzati. Il loro repertorio è ampio, ma particolarmente incentrato sul melodramma. I componenti dell’Ensemble sono Giovanni Putzulu e Francesco Costamagna ai violini, Simone De Matteis alla viola, Mitja Liboni al violoncello e Gabriele Colombo, oboe, corno inglese e narratore.

Concerto gratuito compreso nel biglietto d’ingresso. Visita tematica: 5 euro oltre al biglietto d’ingresso: intero 12 euro – ridotto 8 euro – gratuito per persone con disabilità e accompagnatori, minori di sei anni e possessori di abbonamento Musei Torino Piemonte e Royal Card. Prenotazione obbligatoria per la visita tematica entro il venerdì precedente allo 011 6200601 – stupinigi@biglietteria.ordinemauriziano.it

Orari: da martedì a venerdì 10-17.30, ultimo ingresso ore 17 / sabato, domenica e festivi 10-18.30, ultimo ingresso ore 18.

Mara Martellotta

 

 

INFO

Palazzina di Caccia di Stupinigi

Piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi – Nichelino (TO)

Domenica 1 febbraio 2026

Ore 15.45: La festa e lo spettacolo a Stupinigi

Visita tematica della Palazzina

Ore 17Tosca, a cura dell’Ensemble Belliners

Prezzo visita tematica: 5 euro, oltre al biglietto di ingresso

Concerto gratuito, compreso nel biglietto di ingresso

Biglietto di ingresso: intero 12 euro; ridotto 8 euro

Ingresso gratuito per persone con disabilità e accompagnatori, minori di 6 anni e possessori di Abbonamento Musei Torino Piemonte e Royal Card

Prenotazione obbligatoria per la visita tematica entro il venerdì precedente: 011 6200601 stupinigi@biglietteria.ordinemauriziano.it

Giorni e orari di apertura Palazzina di Caccia di Stupinigi: da martedì a venerdì 10-17,30 (ultimo ingresso ore 17); sabato, domenica e festivi 10-18,30 (ultimo ingresso ore 18).

www.ordinemauriziano.it

“Guardami dentro gli occhi”, da una canzone il tema di Arteinfiera

MOSTRA NAZIONALE DI SAN GIUSEPPE 13/22 marzo 2026

La San Giuseppe compie 77 anni e per la seconda volta si fregerà del prestigioso titolo di Mostra Nazionale a dimostrazione della notevole crescita avvenuta negli ultimi anni e confermata anche nell’edizione 2025

L’evento si terrà al Polo Fieristico Riccardo Coppo di Casale Monferrato dal 13 al 22 marzo 2026 organizzato dalla società D&N Eventi S.R.L. con il patrocinio della Regione Piemonte, della Città di Casale Monferrato, della Provincia di Mantova, dell’Unione dei Comuni della Valcerrina e di Asproflor Comuni Fioriti e in partnership con Confartigianato Imprese Alessandria, Confagricoltura Alessandria, Coniolo Fiori, Vivai Varallo e Alma Carpets

Anche quest’anno c’è un ritorno molto atteso dagli appassionati e dagli intenditori d’arte:

Guardami dentro gli occhi” è il titolo della 29 edizione di Arteinfiera, mostra d’arte contemporanea allestita nella Mostra di San Giuseppe, ideata e curata dal 1995 dal pittore e critico d’arte Piergiorgio Panelli. Il titolo è stato ispirato da un testo di Roberto Vecchioni, che ci aiuta ad affrontare un viaggio a ritroso in un contemporaneo invaso da intelligenze virtuali e schermi illuminati dentro l’esperienza del dialogo. Un Dialogo con il linguaggio universale della bellezza e dell’anima dove forse riusciremo a capire meglio la confusione etica di un contemporaneo surreale e superficiale . Ricordiamo che Arteinfiera nel suo spirito originale che nel tempo ha mantenuto è nata per creare un nuovo dialogo fra una fiera generica ed un pubblico sempre più vasto essendo Nazionale sul concetto di arte e bellezza promuovendo l’arte contemporanea del territorio delle nuove generazioni ma anche dei maestri storicizzati che si sono alternati nel tempo circa 260, diventando uno dei gioielli storici della Mostra ed un momento prestigioso per ogni artista invitato.

Libreria Belgravia: dal thriller rock di Biggio alla grafologia dell’AGI Piemonte

La Libreria Belgravia di Torino ospiterà, il 30 e il 31 gennaio 2026, due appuntamenti consecutivi che uniscono letteratura, musica e psicologia del gesto scritto, in un fine settimana che mescola energia creativa e introspezione.

30 gennaio – ore 18.30: il mondo oscuro di Eddie prende vita

Venerdì 30 gennaio, alle 18.30, Antonio Biggio e Davide Miotto presenteranno la trilogia composta da “Eddie deve morire”, “Il sepolcro di Eddie” e “L’enigma dei tre Eddie”. Un percorso narrativo che fonde il fascino dell’immaginario Iron Maiden con la tensione pura del thriller, in cui musica e mitologia metal si trasformano in materia narrativa viva.

Biggio racconta di aver voluto affrontare “l’universo degli Iron Maiden con lo stesso rispetto che si deve a una mitologia vera, non come un semplice elemento decorativo”. Nel suo lavoro, Eddie non è solo un simbolo storico della band, ma una sorta di archetipo, una presenza che attraversa i romanzi come una forza sotterranea che si riflette nel destino dei personaggi. L’autore spiega: “Il bilanciamento è arrivato quando ho deciso che il thriller dovesse rimanere thriller, con regole, tensione, indizi e conseguenze reali. L’immaginario della band entra nei momenti giusti, amplifica il senso di mistero e di ossessione, ma non sostituisce la trama investigativa. In pratica: l’indagine è la spina dorsale, la band è l’ombra che cammina dietro al protagonista”.

Questa visione si riflette anche nei legami musicali che Biggio traccia tra i suoi romanzi e i brani simbolo dei Maiden. Alla domanda su quale canzone rappresenti al meglio il primo capitolo della saga, l’autore risponde senza esitazione: “Direi Hallowed Be Thy Name. Perché è un brano che, nel metal, è più di una canzone: è un manifesto, un punto di riferimento assoluto. È identitario, definitivo, ha dentro tutto: il tempo che scorre, la paura, la lucidità improvvisa, la condanna e la ribellione.. Biggio aggiunge che quel brano incarna perfettamente “il momento in cui un personaggio è costretto a guardare in faccia la verità, senza filtri, senza vie di fuga. È il confine tra l’uomo e l’abisso. E nella mia storia, quel confine è reale.” Nel secondo romanzo, “Il Sepolcro di Eddie”, l’autore dà invece libero sfogo al suo brano preferito di sempre, “The Rime of the Ancient Mariner”, reinventandone la composizione immaginaria all’interno della trama, come ponte ideale tra mito, letteratura e rock. Un incontro che promette di coinvolgere tanto gli appassionati di musica quanto gli amanti del noir, offrendo un’esperienza di narrazione potente e visionaria.

31 gennaio – ore 17.00: la scrittura come specchio dell’anima

Sabato 31 gennaio, dalle 17 alle 19, la Libreria Belgravia aderisce alla Settimana Nazionale della Scrittura a Mano con un incontro dedicato alla grafologia, in collaborazione con AGI Piemonte. Tre esperte dell’associazione accompagneranno il pubblico in un percorso alla scoperta delle potenzialità della scrittura manuale, tra osservazione del tratto, personalità e forma del pensiero

A presentare l’iniziativa è la Presidente dell’Associazione Grafologica Italiana Tatiana Zucco, che spiega come la missione dell’ente sia quella di diffondere la consapevolezza dell’importanza dello scrivere a mano, inteso come espressione autentica della persona in tutte le sue dinamiche. “Agi – Associazione Grafologica Italiana nasce con l’obiettivo di diffondere l’importanza dello ‘Scrivere a mano’, quale espressione della Persona, in tutte le sue dinamiche. Questa finalità viene perseguita sia a livello nazionale sia locale, con incontri gratuiti e progetti rivolti soprattutto alle scuole. Un ruolo determinante è svolto dai colleghi grafologi esperti in Educazione del gesto grafico, che organizzano e orientano le attività in questo ambito.” LaPresidente sottolinea anche come l’avvento delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale stia modificando il rapporto con la scrittura a mano. “Il digitale velocizza gli scambi e la comunicazione, ma manca ancora una cultura sociale e scolastica consapevole di questi effetti. Il nostro lavoro serve anche a sensibilizzare gli insegnanti verso una didattica condivisa che preveda l’insegnamento del corsivo, fondamentale per una crescita armonica dell’individuo.” L’impegno dell’AGI si scontra con la scarsità di fondi pubblici, ma l’associazione continua a promuovere progetti sostenuti dalle sezioni locali e dagli educatori del gesto grafico. “Le ricerche scientifiche contemporanee,” conclude la Presidente, “hanno finalmente ribadito che scrivere a mano aiuta a sviluppare le corrette funzioni cerebrali di un individuo. Ed è proprio questo che ci motiva a proseguire con rinnovata energia.

Gli incontri si svolgeranno presso la Libreria Belgravia, in via Vicoforte 14/d, 10139 Torino. La libreria è attiva come spazio eventi e offre un ampio calendario di presentazioni, incontri culturali e iniziative per il territorio torinese. Per informazioni e prenotazioni è possibile contattare la libreria al numero 347 5977883 (anche WhatsApp) oppure via email all’indirizzo libreria.belgravia@gmail.com.

VALERIA ROMBOLA’