CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 618

Sua Maestà la regina dalla A alla Z

Daniel Craig alias James Bond 007 arriva a Buckingham Palace nello studio verde di Sua Maestà, che lo saluta pronunciando il rituale «Good evening mister Bond!», nel ruolo cameo per il video inaugurale di Danny Boyle per i Giochi Olimpici di Londra del 2012.

É stata la Regina Elisabetta in persona ad accettare la parte. Nel 2022, festeggeranno 70 anni, Bond dal battesimo letterario di Ian Fleming, lei dalla salita al trono. Questo ed altri gustosi aneddoti, sono raccontati nella bella biografia di Lavinia Orefici ” Elisabetta II dalla A alla Z” ( edizioni Piemme 381 pagg. 2020 ) presentato a Casale Monferrato il19 settembre 2020 nella cantina 20store di via Vallarino 1 in collaborazione con la libreria Mondadori. L’ originalità del testo di Lavinia Orefici è di non avere una trama continua, ma di essere spezzato in argomenti tematici, così il lettore può saltare attraverso l’ordine alfabetico, alla voce che più lo interessa. Si può passare da argomenti più frivoli, a fatti storici in senso stretto. D’altra parte la sintesi era obbligatoria, per una personalità che ha incontrato quattordici primi ministri, sette papi e attraversato due secoli. Scrivere di storia vuol dire incuriosire e non annoiare i lettori con troppe date anche se queste si dice ne siano i suoi occhi. E in questo compito Lavinia riesce compiutamente. Elisabetta II nasce a Londra il 21 aprile 1926. Cinque settimane più tardi, viene battezzata nella cappella di Buckingham Palace con il nome di Elisabetta Alessandra Maria. Si apprende che Sua Maestà non ha l’obbligo come tutti i suoi sudditi di guidare con la patente e che tra l’ altro ha uno stile di guida piuttosto veloce e spericolato quando porta gli ospiti stranieri in visita alle sue proprietà, come la tenuta di Balmoral in Scozia. Se inviate lettere a questo indirizzo:
Her Majesty The Queen

Buckingham Palace

London SW1A 1AA

non capita abitualmente, ma può rispondervi, a patto che si sorvoli su temi politici e questioni personali, cui la Regina in genere non é tenuta ad occuparsi. Il vestirsi di verde come nel suo primo discorso alla nazione del 1991, in occasione del lockdown mentre il premier Johnson era in terapia intensiva, ne rivela la sua profonda attenzione ai dettagli della comunicazione. É dotata di un certo senso dell’umorismo, quando anni fa a suo marito il Duca di Edimburgo malato di polmonite, manifestandone i sintomi durante una crociera sul Tamigi disse: ” Non morire proprio adesso”. Ottiene così l’effetto benefico di avvicinare la famiglia reale alla gente comune, in grado in questo modo di seguirne le gesta, gli amori e i comportamenti. Fin da giovane Lilibet (il suo soprannome nell’ idioletto di famiglia) impara ad andare a cavallo fino a diventare un’eccellente amazzone e durante la seconda guerra guida i camion, imparando fra l’altro a riparare i motori e a cavarsela in qualsiasi situazione. Una figura storica di monarca moderna che a 94 anni ha saputo tenere saldamente in pugno le redini della Corona e della Gran Bretagna fino al terzo millennio in attesa di una sua degna e compiuta successione. Right or wrong is my Country.

Aldo Colonna

Successo annunciato per la prima tappa di Rosa in Giallo

Bossolasco, il paese delle rose / Ci sono eventi che si sa saranno un successo. Si sente nell’aria ed è forte il consenso che fanno registrare

Un cocktail di ex Libris e racconti gialli che è unico in Italia, ma non solo per questo format innovativo che si reinventa puntando al passato per configurare un nuovo futuro che punta sulla speranza e il desiderio di gettarsi nuovamente nella mischia che il mostricciattolo Covid non ha fermato e non fermerà.

Contenti gli sponsor che si sono detti entusiasti dell’evento di Rosa in Giallo.

Il  presidente Giovanni Quaglia, di Fondazione Crt, main sponsor dell’evento, ha tessuto le lodi del concorso e della sua capacità di radicarsi sul territorio e valorizzare i territori minori.

Fra gli altri sponsor, molto soddisfatti anche Fondazione CRC, rappresentata da Massimo Gula in vece del presidente Giovanni Genta, il Gruppo Egea, nella persona del responsabile dellacomunicazione Mauro Davico e Giorgio Rivetti che ha recentemente acquisito la Contratto di Canelli, ma anche la direttrice dell’ Azienda di Soggiorno di Bolzano, Roberta Agosti che aveva fiutato l’evento e partecipa all’organizzazione di Rosa in Giallo che farà tappa a, dicembre, a Bolzano.

 

Un parterre di eccezione composto da Bruno Gambarotta, Margherita Oggero, Biagio Fabrizio Carillo, Danilo Paparelli, Roberta Agosti, Bruno Vallepiano e Tommaso Lo Russo che moderava assieme a Cristina Borgogno de La Stampa.

Un gruppo veramente affiatato nel quale i mattatori non sono stati solo Margherita Oggero e Bruno Gambarotta, che giocano a far intendere di avere una visione diversa delle cose, ma non è così, perché, per loro, è il gioco delle parti e ciascuno ha una prospettiva che serve ad integrare l’altra e a fornire una visione che non è antitetica, ma complementare ed ha come effetto finale un quadro complessivo più completo.

Aneddoti curiosi sono stati raccontati sia dalla Oggero che da Gambarotta, ma anche da Bruno Vallepiano e  Fabrizio Biagio Carillo che ha anche parlato di tecniche investigative per la soluzioni dei casi delittuosi, siano essi della vita reale che della finzione.

Curiosità anche da parte di Danilo Paparelli, uomo di mondo, che ha fatto il militare a Cuneo come Totò e delle cui vignette è pieno lo studio del presidente Fondazione Crt, Giovanni Quaglia.

Veniamo allo svolgimento dell’evento: un tempo un po’ ballerino obbligava ad aprire, ad intermittenza, qualche ombrello, ma sembrava  più una  sorta di coreografia che una vera difesa dalla pioggerellina che è, comunque, durata pochissimo.

Per quanto riguarda la cronaca di Rosa in Giallo, introduceva il sindaco Franco Grosso che passava la parola all’assessore alla Sanità Regionale Genesio Luigi Icardi, in rappresentanza della Regione Piemonte e, tra l’altro, Lions di Santo Stefano Belbo  e quindi al presidente dell’Unione Montana, Roberto Bodrito.

Veniamo allo svolgimento vero e proprio dell’evento: cominciava Tommaso Lo Russo in qualità di presidente del Club Lions Alba Langhe e di Solstizio d’Estate che bandisce il concorso internazionale Il Bosco Stregato e organizza l’evento assieme al comune di Bossolasco, al Club Lions Alba Langhe e al comune di Bossolasco.

Diceva Lo Russo << un caloroso benvenuto a tutti gli intervenuti e a quanti, per concomitanza di impegni, non hanno potuto partecipare alla Prima tappa di Rosa in Giallo.

A questo punto viene spontaneo chiedersi, che cos’è il concorso Rosa in Giallo? È un unicum, non solo in Italia, che mischia i racconti gialli con gli ex libris (incisioni).

Come in tutte le manifestazioni sono arrivati telegrammi, addirittura, alcuni dall’aldilà:

Franco Piccinelli, presidente della sezione Brevi Novelle del concorso il Bosco Stregato, cantore delle Langhe e regista  memorabile, di un satirico Processo al vino, tenutosi a Borgo Robinie a Bosia;

Remo Palmirani, medico eccezionale, esegeta degli Ex Libris e presidente della sezione ex libris del concorso Il Bosco Stregato;

Philipe Daverio che ha fatto i complimenti a Danilo Paparelli per la vignetta che gli ha dedicato e per il logo di Rosa in Giallo;

Roberto Turla, mentore nel campo delle incisioni di Tommaso Lo Russo che per celia lo chiamava santità;

Per ultimo, ma non ultimo, Nicola Lo Russo, ideatore del Concorso Il Bosco Stregato.

Il concorso prevede una sezione per gli scrittori già affermati; una per i traduttori di gialli; un’altra per i racconti gialli rivolti ad esordienti e in via di affermazione o desiderosi di partecipare e una sezione ex libris ispirati al giallo. Entrambi con scadenza 30 ottobre 2021.

Sono previste giurie tecniche per gli ex libris e per i racconti gialli, di cui, fra gli altri, fanno parte: Margherita Oggero, Bruno Gambarotta , Bruna Bruna e, in rappresentanza del Club Lions Alba Langhe, Bruno Frea. Le giurie scolastiche sono rappresentate dai Licei Govone di Alba, GB Gandini – G.Giolitti di Bra e Giosuè Carducci di Bolzano.

Un ringraziamento particolare a Regione Piemonte, Consiglio Regionale, Fondazione Crt (main sponsor), Fondazione Crc, Gruppo Egea e a quanti potrebbero diventarlo per il successo e la valenza di Rosa in Giallo e per la capacità di coinvolgere anche le scuole.

Il concorso prevede, inoltre, il coinvolgimento degli Istituti Alberghieri del Piemonte e non solo  Apro di Alba, ma di molti altri Istituti, come quello alberghiero di Merano per la realizzazione di un piatto o di un cocktail ispirato al giallo.

Finito il  Salotto letterario, si passava ai meriti alla carriera. Fuori concorso, il primo riconoscimento veniva assegnato al presidente Giovanni Quaglia. Nel premio c’erano i simboli del territorio: un ex libris di Cristian Blaesberg dedicato a Remo Palmirani e ispirato all’icona dei gialli, Sherlock Holmes, una borraccetta che verrà donata a 5 mila studenti delle scuole dell’Albese, frutto della collaborazione tra Lions di Alba e Rotary di Alba e Canale – Egea e Banca d’Alba e Solstizio d’Estate; un libro sulla Ferrero e un magnum Alta Langa della Contratto di Canelli che ora appartiene a Giorgio Rivetti.

Al presidente Giovanni Quaglia lo consegnava il Governatore del Distretto 108 Ia3, Senia Seno, mentre a Biagio Fabrizio Carillo lo consegnava l’assessore alla Sanità regionale Genesio Luigi Icardi;a Bruno Gambarotta il sindaco Franco Grosso e a Margherita Oggero  il presidente Club Lions Alba Langhe Tommaso Lo Russo ; a Danilo Paparelli    il vice governatore Lions Distretto 108 Ia3, Pierfranco Marrandino e a Bruno Vallepiano  lo ha attribuito il rappresentante Fondazione Crc, Massimo Gulla mentre a Roberta Agosti, l’ex direttrice del Circolo dei Lettori, Maurizia Rebola e al Governatore del Distretto 108 Ia3, SeniaSeno lo assegnava Tommaso Lo Russo, nella doppia veste di presidente del Club Lions Alba Langhe e di Solstizio d’Estate.

Fra i vincitori del prossimo anno, con un  intervento, fuori programma Tiziana Prina delle Edizioni Le Assassine.

Solstizio d’Estate compie vent’anni ed è segno della capacità di rinnovarsi  guardando al passato per unirlo al presente che rappresenta il nostro domani e lo fa con il ricordo degli Ex Libris dedicati a Remo Palmirani che aveva spinto all’ideazione di una sezione dedicata alle incisioni del Concorso Internazionale il Bosco Stregato che, in questa occasione, ne sceglie uno ispirato all’icona del giallo rappresentato da Sherlock Holmes.

Rosa in Giallo è legata a Bossolasco, paese delle rose e al significato della rosa: simbolo di silenzio e virtù,  ma anche di completezza. Rosa che rappresenta il passaggio necessario al raggiungimento della perfezione ed è per questo che lo dedichiamo, come riconoscimento alla carriera,  ad una persona particolarmente poliedrica.

Per finire, il rinfresco offerto dal comune di Bossolasco, per concludere la prima tappa di Rosa in Giallo in attesa di andare a Bolzano, a dicembre.

L’arte dei poggiatesta africani, tra il mondo di ieri e quello di oggi

Pubblicato il volume “Africans Headrests”, autori Albertino, Alberghino e Novaresio

L’interesse per il particolare, la passione per l’oggetto prezioso che s’allontana dall’artigianato per avvicinarsi a simbolo artistico. Africans Headrests s’intitola il volume che Bruno Albertino, Anna Alberghina (a testimoniare con le proprie fotografie narrazioni e considerazioni) e Paolo Novaresio hanno pensato in tempo di lockdown e dato alle stampe (pagg. 144, Effatà Editrice), tirando fuori dalle loro collezioni gli esempi più belli, raccolti negli anni in occasione di suggestivi viaggi, sempre all’insegna – quantomai costante, seppur a volte inattesa – della “meraviglia”, come dallo sguardo attento rivolto a gallerie d’arte e ad antiche collezioni. “Il libro vuole essere un’immersione nella creatività artistica, nella bellezza, nei valori magici e religiosi e nell’etnografia dell’Africa dell’Est e del Sud, attraverso gli occhi degli Autori che ancora oggi dopo tanti anni non si stancano di meravigliarsi di fronte al prodigio di questi piccoli capolavori”, sottolinea Albertino nella presentazione al volume. Ma di che si tratta?

Dei poggiatesta, oggetti d’uso comune ma pure oggetti d’arte, semplici e assai diffusi in quelle aree, sculture prevalentemente in legno, utilizzate (in special modo dai maschi che li portano sempre con sé durante i vari spostamenti, per le donne l’uso è esclusivamente domestico) durante il sonno per proteggere le acconciature come pure per poter riposare nella sicurezza di mantenere la testa sollevata dal suolo, al sicuro dagli insetti molesti e pericolosi. Curioso quanto siano importanti le acconciature, che sono a indicare genere, stato e rango. Che possono anche significare uno stretto legame tra terra e cielo: l’acconciatura dei Pokot contiene ad esempio capelli degli antenati, per cui giunge ad essere un tramite del contatto con la Terra, dove sono vissuti gli antenati, dove i discendenti continuano a pascolare le mandrie e a badare alle coltivazioni. Inoltre, come importante è l’aspetto estetico, così appare assente quello rituale: anche se, coincidendo spesso in Africa ruolo rituale e ruolo sociale, un poggiatesta che mostri l’eleganza della propria forma sottolinea il rango dell’individuo e il suo ruolo nel gruppo. Senza dimenticare, per noi strano a dirsi, come sia credenza che il poggiatesta possa anche essere un mezzo per dare concretezza ai sogni, segno di comunicazione con l’aldilà. Una storia che si divide tra quotidianità e spiritualità; e poi antichissima, considerando che questi oggetti risalgono alla cultura dell’antico Egitto (storicamente apparsi durante la seconda e terza dinastia dell’Antico Regno, circa nel 2600 a.C.), molti conservati fino a noi – facevano parte dell’arredo funerario del faraone o di altra personalità – grazie alla loro fattura in alabastro o, seppure in legno, al clima secco del deserto. Spiega ancora Albertino: “Per quanto sia difficile tracciare legami tra le civiltà antiche del bacino del Mediterraneo e quelle dell’Africa Nera e non vi siano evidenze scientifiche di influenze dirette, tuttavia è innegabile che le forme dei poggiatesta di Sudan, Etiopia e Somalia siano estremamente simili a quelle dell’antico Egitto”.

Per la costruzione di ognuno, il tempo impiegato è di poco più di una settimana. Scelto un albero, dal significato magico e religioso, se ne usa il legno duro e resistente, se ne crea l’oggetto con l’aiuto di una piccola ascia e di un coltellino per le rifiniture e, dopo una settimana a sedimentare, lo si strofina con foglie, terra, burro e grasso di animale: aggiungendovi poi inserti ornamentali, piccole colonne a supporto, rappresentazioni antropomorfe o zoomorfe come abbellimenti che possono essere perle, fibre, cuoio o metallo. Stiamo qui parlando di oggetti cui si intende mantenere una ben precisa essenza artistica: anche se bisogna riconoscere che, divenendo l’uso del poggiatesta sempre meno frequente in questi ultimi tempi ed essendo la reperibilità sempre meno facile, la qualità estetica è ogni giorno più scarsa, “a causa del peggioramento delle tecniche di fabbricazione e della scomparsa degli artigiani”. Paolo Novaresio, considerando – a tratti con intelligente ironia – un buon numero di popolazioni, analizza il cambiamento dello scenario dei territori, delle abitudini, degli usi che vanno pressoché scomparendo. Gli Zulu, ad esempio. Là dove, il 22 gennaio 1879, l’esercito inglese subì una delle più gravi sconfitte della sua guerra coloniale, con troppa fiducia nelle proprie forze e nella disorganizzazione in quelle che continuava a credere orde di selvaggi, molto è cambiato. Oggi costituiscono una popolazione di dodici milioni di individui, un’organizzazione politica che ha alla base la famiglia (un uomo, una donna e i figli naturali, dove la poligamia va scomparendo, dove i maschi adulti sono costretti a cercare nuove strade di sopravvivenza, un lavoro nelle miniere o nei grandi complessi industriali) ed un sovrano all’apice, che raccoglie tutavia in sé un potere prevalentemente simbolico: una popolazione che nel complessivo degrado vede pure l’arte (e l’artigianato) regredire in maniera sempre più concreta. Scomparendo sempre più un mondo che questo inatteso volume ha voluto esaurientemente riscoprire, scrive amaramente Novaresio: “I poggiatesta, veri e propri capolavori artistici, non sono più in uso da decenni, totalmente sostituiti da cuscini di gommapiuma. Potete battere palmo a palmo, capanna per capanna, tutta la valle del Tugela, cuore della civiltà zulu, senza vederne neppure uno. I pochi rimasti sono custoditi nelle gallerie d’arte di Durban o Johannesburg, in vendita a prezzi astronomici”.

Elio Rabbione

Nelle immagini:

1) esempi di poggiatesta;

2) Dinka, Sud Sudan, 22 cm, coll. Albertino&Alberghina;

3) Hadiya e Kambatta, Etiopia, 20 cm, coll. Albertino&Alberghina

Il seme, la zolla il dirupo

La poesia di Alessia Savoini

Il seme, la zolla il dirupo

Coprimi
la nuda ferita della trasmutazione
cruda
come il segno strappato
nell’inguine di una terra alla deriva.

Il rapporto tra un padre e un figlio, negli anni del terrorismo che restano lontani

Sugli schermi “Padrenostro” di Claudio Noce / Pianeta Cinema a cura di Elio Rabbione

Il film avverte immediatamente: “Tratto da una storia vera”. E allora vai alla ricerca di una cronistoria asciutta, senza mezzi (o mezzucci) ricattatori, limpida e scarna.

Non troppo cinematografata. Al contrario, tentando di colmare una infelicità non sappiamo quanto sottotraccia che si porta nella mente e nel cuore fin dall’infanzia, Claudio Noce gioca sporco nel suo Padrenostro – entrato nella quaterna dei film italiani in concorso all’ultima Mostra di Venezia – nei confronti dello spettatore mescolando troppo le carte, si inventa un’”appendice” in terra di Calabria che è più ritrovata riunione familiare tra tavolate e gite al mare che non la spinta ferma e impellente a riequilibrare tra affettività e saggezza i rapporti tra un padre e un figlio, costruisce dal nulla, tra presenze ingombranti e zeppe di luoghi comuni, uno sorta di Lucignolo o di genio della lampada, la figura del quattordicenne Christian, pronto a materializzarsi tra le strade del quartiere chic della capitale come tra i sentieri e i cortili del Sud: non preoccupandosi, il che è più grave, di chiarirci l’idee sulla necessità di considerare il riccioluto, allegro, sfrontato e tremendamente libero ragazzino come una celestiale apparizione, come l’amico immaginario dei giochi e delle confidenze o come il realissimo compagno, infelicemente scordato e abbandonato poco prima della parola fine.

Ritornano lungo il film alla memoria certe scene di Io non ho paura, luminose e selvagge, e la guida di Salvatores, ma il risultato era stato quanto diverso. A tratti non si sa bene che strada imboccare, e allora, oltre a non chiarire, ci si affida a stucchevoli ralenti, a una colonna sonora che troppo stride nel corso della vicenda (De Gregori con il suo Buonanotte fiorellino ad accompagnare la scena dell’attentato), intermezzi e riempitivi (una insopportabile partita a pallone, superflua e lunga anche se è la molla che fa scattare il tarlo della gelosia) che dovrebbero incrociare benauguratamente un paio di forbici. Senza fare i conti con l’anagrafe e ricordare che il regista al tempo dei fatti narrati non aveva che un paio d’anni e che le sensazioni e i traumi sono ricadute su questo biondo ragazzino: e allora di quella “storia vera” intimamente affrontata, quanto resta?

Sono gli anni Settanta arrivati alla loro metà, sono gli anni anche della paura e del terrorismo, dei mitra che falciano e delle ruote che sgommano nella fuga, dei cadaveri lasciati a terra e del bianco dei gessi a delinearne le sagome. La storia è quella di Valerio, dieci anni circa, che per il nonno è “il tedesco” visti quei capelli biondi che si porta in testa, un buon carico di solitudine, una passione per il calcio, per cui ricevere un pallone autografato da Chinaglia è il dono più bello. Una madre, una sorellina (che è Lea Favino), un padre che è vicequestore, responsabile dei servizi di sicurezza per il Lazio, che il lavoro allontana spesso da casa: che un brutto giorno, era il 14 dicembre 1976, subisce un attentato da parte dei Nuclei armati proletari proprio davanti all’abitazione, restandone gravemente ferito (si salverà e a lui è dedicato il film) mentre rimangono uccisi l’autista e un terrorista. Valerio, non visto, assiste all’azione e la sua vita in qualche modo muta. Le premesse queste, lodevolissime, lo studio sulla ripercussione di quell’azione nella mente di un ragazzino che vede il padre caricato su un auto e sparire per mesi, senza che nessuno gliene dia una spiegazione. Sarebbe stato necessario entrare dentro ad una psicologia di un’esistenza fragile, freddamente e umanamente allo stesso tempo, caricata di oneri difficili a sopportare, una debolezza che tenta di crescere ma che con sincera necessità si crea dei microcosmi (il gioco, l’amico, gli angoli della casa e della tranquillità) che non sono altro che innocui diversivi. Non sempre innocui, come la presenza di Christian, che si spartisce in amico e nemico una volta tornato a casa il vicequestore guarito e nuovamente disposto a riprendere il proprio lavoro, pronta a imporsi, forse inconsapevolmente, ma agli occhi di Valerio di un modo colpevole, tanto che non mancherà una bella spinta in acqua con il chiaro intendimento di una definitiva sparizione. Tutto, nelle intenzioni del regista, guardando al personale, tenendo al di fuori la Storia, gli anni di piombo passando accanto quasi senza rumore, alla fine ci saranno un ritaglio di giornale e una fotografia ingiallita a spiegare poco o nulla.

 

I dialoghi cadono troppe volte nel didascalico, le situazioni peccano di già visto in altri film che ci hanno descritto quel periodo nero, l’interpretazione di Pierfrancesco Favino (e chiaramente con lui la sceneggiatura soprattutto del regista e di Enrico Audenino), massiccio, con espressioni che ormai gli conosciamo, non riesce a mettere a fuoco nel modo migliore le tante tessere che fotografano la presenza e l’assenza, il bisogno d’amore e gli abbracci infrequenti, quel rapporto che si vorrebbe sempre più concretizzare: è innegabile che da parte nostra ci poniamo la domanda perché quella Coppa Volpi, che finisce col rendere un cattivo servizio, che non rende piena giustizia a chi è stato nei mesi scorsi Buscetta e soprattutto Bettino Craxi. Ma i suoi colleghi di mezzo mondo, allora, a che livello stavano? Il non ricoprire l’intero film (non stiamo per carità misurando a metri di pellicola) ma accontentarsi di circa una metà, lo pone in una posizione di “egregio supporto”, non di puro protagonista, con la forte consapevolezza che il pur bravo Mattia Garaci sia lì a denunciare la sua inesperienza e a sopportare un peso, continuo, forse troppo pesante per sue ancora esili spalle.

Medici scrittori a convegno per promuovere arte, cultura e bellezza

Verso il 2021. Omaggio a Dante Alighieri. Due giornate di seminari con la partecipazione di medici scrittori e la mostra dell’artista Marco Giordano nell’antica dimora  di casa Berchiatti a San Giorgio Canavese

Verso il 2021. Omaggio a Dante Alighieri‘  è il titolo di un duplice appuntamento in programma sabato 3 e domenica 4 ottobre prossimi presso l’elegante cornice di casa Berchiatti, a San Giorgio Canavese. L’esposizione pittorica del maestro Marco Giordano sarà affiancata da una performance di musica e pittura dal vivo, capace di accompagnare il visitatore in un viaggio sensoriale attraverso l’arte, la Cultura e la Bellezza.

Andremo alla scoperta delle profonde sensazioni spiega LorettaDel Ponte, che ospita l’evento capaci di trasmettere la bellezza in tutte le sue forme e sfaccettature. Vista ed udito dei partecipanti saranno soddisfatti, nel corso della giornata di domenica, dall‘artepittorica e musicale di Marco, la cui performance sarà seguita anche da altri appuntamenti artistici, a conclusione dei quali sarà presentato lo spettacolo di magia del medico Pino Rolle. Gusto ed olfatto troveranno soddisfazione nella degustazione dei prodotti delle migliori aziende enogastronomiche; con Daniela Graglia e gli altri medici presenti sarà esaminato il ruolo fondamentale dell‘arteper il benessere dell’anima, soprattutto nel periodo delicato che tutti stiamo vivendo.

L’evento sarà aperto dal sindaco di San Giorgio Canavese Andrea Zanusso, con il consigliere comunale e editore Giampaolo Verga . Interverranno anche la presidente dell’ AMSI, Associazione Medici Scrittori Italiani, Patrizia Valpiani, e Giovanni Saccani, presidente della Società Dante Alighieri torinese.

Domenica nove medici scrittori si alterneranno in una tavola rotonda per narrare le esperienze in tempo di Covid e dando, in seguito, la loro testimonianza narrativa e poetica. Saranno Federico Audisio di Somma,  Elena Cerutti,  Giuseppe De Renzi, Enrico Riggi,  Sergio Rustichelli, Eugenio Salomone, Gino Angelo Torchio, Patrizia Valpiani e Franco Villa. L’intervallo musicale sarà affidato al trio Les Nuances, con il flauto Fulvio Angelino ed  il violoncello Lorena Borsetti,

Al mattino, invece, il presidente del Museo della Resistenza di Torino, Roberto Mastroianni, anche critico d’arte, interverrà alla mostra delle opere in ceramica dei ragazzi del liceo artistico “25 Aprile-Faccio” di Castellamonte, curata da  Sandra Baruzzi. Gli interventi saranno poi curati da Silvia Casali e Giampaolo Verga.

 

Mara Martellotta

“Consapevolezza”, Rosetta Vercellotti allo Spazio Mouv

Giovedì 8 ottobre 2020 si inaugura presso lo Spazio Mouv di Torino la mostra Personale di Rosetta Vercellotti, artista torinese esponente della pittura astratta e informale, dal titolo “Consapevolezza”.

Brevi cenni critici

Le sciabolate di colore esprimono la qualità di una pittura sempre e comunque legata a momenti di sofferte passioni, al trascendentale, alla forza insinuante delle emozioni, che appaiono quali aspetti e luoghi d’incontri e di incommensurabili silenzi.   Angelo Mistrangelo

Disposte lungo la Galleria, le opere di Rosetta hanno sottolineato il vivace gusto cromatico di quest’artista, gusto che non vuole essere mero esercizio di tecnica, bensì ricerca metafisica. E l’aura sacra del Santuario
ben si è incontrata con l’arte di tale donna, una donna che fa della propria ispirazione un’esperienza di
vita. Il colore nelle mani di questa pittrice diventa materia viva, risultandone specchio riflettente: è l’umore
vitale di Rosetta che diventa gioco di cromia, in una sorta di coinvolgimento emozionale.  Claudia Ghiraldello

Sono rimasto affascinato da questi percorsi di vita, dallo stile con cui hanno preso forma, capace di rendere gradevole la lettura e di suscitare riflessioni e pensieri sulla realtà dell’esistenza, sui sentimenti degli esseri umani, sul nostro essere al mondo. La vita non è mai un cammino facile e scontato, ma piuttosto un percorso ad ostacoli che ognuno di noi è chiamato a superare con tutta la sua forza e il suo coraggio interiore.  Padre Antonio Menegon

 

ROSETTA VERCELLOTTI
Rosetta Vercellotti, torinese di adozione, ha iniziato a dipingere nel 1977.
Ha esposto in varie mostre personali e collettive in Italia ed all’estero. Tra l’altro è stata presente
alla Promotrice delle Belle Arti di Torino dal 1991 a tutt’oggi e al Circolo Ufficiali di Presidio di Torino
nel 1993. Nel 2016 ha esposto nella Galleria Gastaldi del Santuario di Graglia. Ha ricevuto numerosi premi. È risultata prima classificata per lo stile al Premio internazionale “Trastevere” nel 1996
e prima classificata per la pittura astratta al Premio “Ripetta” di Roma nel 1997.
Angelo Mistrangelo nel 2015 ha firmato per lei la monografia “Rosetta Vercellotti il mondo dell’inconscio”, monografia che è presente nelle biblioteche del Metropolitan Museum of Art e del Guggenheim Museum di New York.
Nel 2018 Claudia Ghiraldello ha pubblicato il volume “Rosetta Vercellotti, la donna e le opere”,
monografia completa di raccolta della produzione dell’artista degli ultimi anni.

 

SPAZIO MOUV
VIA SILVIO PELLICO 3 – Torino
Info: 011 6693880
info@mouv.it
www.spaziomouv.it

Giacomo Puccini a Lucca, le memorie del grande maestro

Eclettico, moderno, geniale, sregolato, affascinante, questi e molti altri aggettivi non potrebbero descrivere in tutte le sue sfumature la personalità e il carattere di uno dei massimi compositori italiani: Giacomo Puccini.

Puccini nasce il 22 dicembre 1858 nella Corte San Lorenzo a Lucca, ultimo di una dinastia di compositori. La sua strada sembra già segnata: da quattro generazioni, infatti, i Puccini sono maestri di cappella del Duomo di Lucca e fino al 1799 i suoi antenati hanno lavorato per la prestigiosa Cappella Palatina del Duomo di Lucca.

 

Tuttavia, la morte prematura del padre, nel 1864 mette in ristrettezze economiche la famiglia e Puccini può iscriversi al Conservatorio di Milano soltanto grazie a una borsa di studio.Il legame con la casa natale sarà sempre molto forte per il compositore che, erede della proprietà insieme al fratello Michele, sarà costretto a venderla nel settembre 1889, a causa delle ristrettezze economiche, al cognato, ponendo tuttavia una clausola del riscatto che avrebbe consentito loro di ricomprarla.Più volte nelle sue lettere al fratello emigrato in America Giacomo rievoca il pensiero della casa natale, della casa della sua infanzia, ricordandogli di pensare “al riscatto della povera nostra casa a Lucca”. Tuttavia, sarà il compositore stesso a riuscire nell’impresa di ricomprarla nel 1894 grazie al successo di “Manon Lescaut” nel 1893.

 

La corrispondenza con il cognato negli anni precedenti al riscatto è caratterizzata da continui riferimenti alla casa e al desiderio di ritornarne proprietario, segno del legame forte con quei luoghi che erano stati testimoni dell’infanzia e dell’adolescenza del maestro.“Io tengo ai 4 muri screpolati, ai travistravati, anche alle macerie della mia casa e ti prego di non insistere oltre per ciò perché mi faresti dispiacere. Riscatterò la mia casa, di questo puoi star certo […] amo dove nacquero i miei e per tutto l’oro del mondo non recederei dal disfarmi del tetto paterno” scriveva Puccini. La casa natale, anche dopo il riscatto, continua tuttavia a essere affittata, nonostante Puccini si interessi regolarmente, con continui riferimenti nelle sue lettere, alla sua manutenzione. Puccini, nella sua vita, coltiva, grazie ai proventi derivanti dai diritti d’autore delle sue opere, due grandi passioni: le automobili e le case. Nel 1919 acquista la Torre della Tagliata, un’abitazione di origine etrusca nella Maremma, proprio vicino al mare. Successivamente se ne libera e inizia a farsi costruire una villa a Viareggio, villa che avrebbe dovuto sostituire quella di Torre del Lago e nella quale lavora alla realizzazione di Turandot.

 

Tra le mura delle sue abitazioni le note si trasformano in composizioni, animano le parole dei libretti e danno vita ai grandi personaggi delle opere che ancora oggi sono tra le più rappresentate al mondo: Manon e le sue colpe, Mimì tra rossori e consunzione, Tosca e le sue gelosie, Madama Butterfly tra coraggio e sacrificio, Minnie e l’azzardo per amore, Turandot e la sua spietata crudeltà. La storia dell’eredità del Maestro sembra uscita da un melodramma, quasi le ombre della sua vita avventurosa e sregolata si fossero allungate anche sui suoi eredi, sui suoi beni. Alla morte di Puccini il figlio Antonio eredita, insieme alle altre proprietà, anche la casa di Lucca e, dopo la sua morte l’edificio passa a sua moglie Rita Dell’Anna che, nel 1974, a coronamento di una serie di iniziative del Comune di Lucca, principalmente della costituzione della Fondazione Giacomo Puccini del 1973, la dona alla città perché venga trasformata in museo accessibile a tutti. Il Museo, allestito grazie alle donazioni di cimeli da parte della vedova di Antonio Puccini e di suo fratello Livio, viene inaugurato il 28 ottobre 1979. Nel 2004 il Museo viene chiuso per procedere a lavori di restauro complessivo e di nuovo allestimento, progetto bloccato da una sentenza del 2006 che assegna l’immobile e le sue collezioni a Simonetta Puccini, figlia naturale di Antonio.

 

Solo alla fine del 2010 la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca acquista la casa natale del compositore e delibera di affidare il Museo alla Fondazione Giacomo Puccini e di finanziare i lavori di ristrutturazione e allestimento interrotti. Il 13 settembre 2011 il Museo natale Casa Puccini riapre al pubblico, rendendo accessibili molti oggetti appartenuti al compositore. L’oggetto simbolo della casa del compositore è sicuramente il pianoforte Steinway&Sons, acquistato da Puccini nella primavera del 1901, il più importante dei suoi strumenti. Si devono a questo pianoforte le note immortali del “Nessun Dorma” e più in generale di tutta la “Turandot”, l’ultima opera del maestro lucchese, l’incompiuta. Le altre stanze ospitano mobili, cimeli, lettere, partiture, statuine, ritratti. Tutto è conservato con cura, amore e dedizione, tutto evoca la vita e le opere di un compositore molto amato in tutto il mondo per la sua straordinaria modernità e per l’incredibile passione che ogni nota continua a evocare.

Barbara Castellaro

Lo sguardo “a colori” di Robert Capa sul mondo delle guerre e del divertimento ritrovato

Nelle Sale Chiablese, fino al 31 gennaio   150 immagini – in un allestimento che lascia ogni respiro ad una perfetta visione e che nei supporti esplicativi non sbrodola testi troppo ingombranti ma va dritto all’attenzione -, è come sfogliare un libro che mai ti è capitato di avere tra le mani, praticamente del tutto nuovo, inconsueto, suggestivo.

Finora avevano avuto facile memoria il vecchio siciliano pronto a indicare al soldato italoamericano accovacciato la direzione presa dal nemico tedesco (era l’agosto del ’44, ci viene tramandato persino il nome del soggetto locale, Francesco Coltiletti detto “massaru Ciccu”), o Pablo Picasso, con la sua corona di capelli bianchi, sulla spiaggia assolata, costretto servizievole a ombreggiare con un grande ombrellone la compagna Françoise Gilot, mentre un giovanotto muscoloso e sorridente occhieggiava in secondo piano o il miliziano della guerra spagnola del ’36 (immagine controversa: immediata realtà o troppo perfetta, falsa ricostruzione?) colpito a morte. Immagini in bianco e nero, rigorosamente (c’insegna una pubblicità), un attimo catturato e tramandato alla Storia.

Oggi, un altro sguardo, di una nuova “poetica” parla Enrica Pagella, direttrice dei Musei Reali. Fino al 31 gennaio prossimo, nelle Sale Chiablese, la mostra Capa in color ci regala l’altra strada intrapresa da Robert Capa – il suo vero nome Endre Ernó Friedmann, origini ungheresi, costretto ventenne, nel ’33, a fuggire a Parigi con l’avvento di Hitler -, quella che tra il ’41 (Hemingway ripreso nella sua casa di Sun Valley) e il 1954, anno della morte (gli ultimi scatti, durante la guerra in Indocina), gli fa amare il colore e la necessità di portarsi dietro due fotocamere, una per le pellicole in bianco e nero e una per quelle a colori, usando una combinazione di 35 millimetri e 4×5 Kodachrome, e le pellicole Ektachrome di medio formato. Credeva nei nuovi mezzi, spingeva le riviste francesi, statunitensi e inglesi a cui collaborava a mettere nei preventivi un buon carico di rullini e a dare sempre maggior spazio alle immagini a colori (sapeva anche farsi debitamente i conti in tasca, erano certo meglio pagate). Magari con qualche esempio già alcuni anni prima. Trovandosi in Cina per testimoniare il conflitto sino-giapponese, scriveva il 27 luglio 1938 ad un amico della agenzia di New York: “Spediscimi immediatamente 12 rulli di Kodachrome con tutte le istruzioni su come usarli, filtri, etc… in breve, tutto ciò che dovrei sapere, perché ho un’idea per Life”. Fu esaudito ma dell’arrivo di quel materiale ci rimangono soltanto quattro immagini.

Nata da un progetto di Cynthia Young, curatrice della collezione di Robert Capa al Centro internazionale della fotografia di New York, l’esposizione è prodotta dalla Società Ares con i Musei Reali e allinea – non trascurando riviste stampate nei decenni interessati, lettere in cui il grande fotoreporter trasmette fatti e descrizioni e sensazioni, presentazioni inserite in volumi, battute a macchina e corrette di proprio pugno, telegrammi -, per capitoli, l’intero percorso di una vita folle e avventurosa, vissuta al centro dei campi di battaglia e sui mari (“Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete andati abbastanza vicini”, il suo insegnamento pieno di fierezza), ma anche e sempre curiosa dei luoghi e degli amici, della tranquillità e delle distese innevate della montagne (gli sciatori di fronte al Cervino, i reali d’Olanda con cui stringe amicizia in bella posa), della voglia di divertimento che sempre più accampava i propri diritti nel periodo postbellico, delle feste romane in un clima pre-dolcevita e delle sfilate di moda da Schubert (alcuni anni dopo, in un clima sempre di spensieratezza, troverà le sue mannequin in place Vendôme o sul lungosenna), dei pezzi di vita nuova che chiedevano di ricostruirsi e di affermarsi, dei volti famosi (quando riuscì ad incrociare Hollywood e il suo mondo, eccolo correre di gran fretta sul set di Notorius per omaggiare forse Hitchcock e per iniziare una breve quanto intensa storia d’amore con Ingrid Bergman; quando scese tra le risaie del Vercellese, sul set di mitico Riso amaro, probabilmente l’intreccio della vicenda e il lavoro di De Santis poco lo interessarono ma il viso e le forme di Doris Dowling lo colpirono parecchio). Quindi sfilano l’immagine di un membro dell’equipaggio del commodoro Magee che manda segnali, i soldati americani che ispezionano un carrarmato tedesco o si ricoprono di una bandiera con svastica che hanno catturato; il volto di Trockij e quasi l’udibile voce stessa su di un palco di Copenhagen ed il conflitto arabo-israeliano, tra la lotta e le prime costruzioni a formare i nuovi kibbutz, tra il ’49 ed il ‘50; il viaggio nel 1947 a Mosca in compagnia di John Steinbeck e le code sulla Piazza Rossa negli anni a venire, a visitare la tomba di Lenin, con i visi degli uomini, delle madri con i figli, riverenti e muti, Picasso che gioca con il figlio, perfetto nonno ed incredibile padre; l’allegria all’aria aperta di Hemingway in compagnia della terza moglie, Martha Gellhorn, e dei due figli, la bellezza di certe facce, le fasce rosse legate attorno alla fronte, in un primo maggio descritto tra le strade del Giappone. Ancora i set cinematografici che lo incuriosiscono e lo eccitano, Ava Gardner che balla durante le riprese della Contessa scalza, una Anna Magnani carica di vitalità, John Huston intento a raccontare tra Parigi e gli studi di Londra la vita di Toulouse-Lautrec in Moulin Rouge, l’amico Humphrey Bogart (con cui nel ’52 andrà nella capitale inglese per riprendere l’incoronazione di Elisabetta) e Peter Lorre, ombroso e ingessato viveur l’uno, elegante damerino l’altro, entrambi alle prese con Il tesoro dell’Africa (possibile che nell’occasione la nostra Lollo non l’abbia almeno fotograficamente punzecchiato?), Ingrid Bergman che ascolta le indicazioni di Roberto Rossellini prima che si giri una scena di Viaggio in Italia nel ’53. Sono gli ultimi sprazzi di questo suo mondo che non vuole più dolori, combattimenti e morti, i divertimenti di Bayonne e di Deauville stanno lì a testimoniare. Ma anche per questa vena di divertimento l’interesse s’affievolisce, o addirittura si spegne del tutto: e Capa chiede di essere mandato dove ancora una volta possa respirare i venti della guerra. Invitato dalla Mainichi Press, si trova in Giappone quando riceve da Life la proposta di sostituire il fotografo della rivista in Indocina dove infuria il conflitto franco-vietnamita. Raggiunge Luang Prabang, fotografa i soldati feriti e le zone di guerra e la vita che continua a scorrere ad Hanoi e nelle altre città. Accompagna un convoglio francese lungo il delta del Fiume Rosso: mentre il convoglio è costretto a fermarsi per il fuoco nemico, Capa scende dalla jeep su cui viaggiava per fotografare un campo di riso a lato della strada. Mette il piede su una mina antiuomo e resta ucciso. Era il 25 maggio del 1954. Quella sconosciuta località aveva un nome forse grazioso, Tay Ninh. Capa aveva da pochi mesi compiuto quarant’anni. Era stato il più grande fotoreporter di guerra.

 

Elio Rabbione

 

Le immagini:

 

Robert Capa fotografato da Gerda Taro

Un membro dell’equipaggio segnala ad un’altra nave di un convoglio alleato che attraversa l’Atlantico, 1942

Humphrey Bogart e Peter Lorre sul set del “Tesoro dell’Africa”, aprile 1953

Capucine, modella e attrice francese, al balcone, Roma, agosto 1951

 

Credits immagini Robert Capa International Center of Photography Magnum Photos

Cinque giorni di eventi proposti da Camera

Dal 30 settembre al 4 ottobre CAMERA propone una cinque giorni di mostre, proiezioni diffuse, incontri, letture portfolio e visite guidate a CAMERA e in città; il tutto in forma gratuita e nel rispetto delle norme in vigore e del distanziamento interpersonale.

 

I festeggiamenti del quinto compleanno di CAMERA sono possibili anche grazie alla presenza di numerosi sponsor: K-WAY®, Culti Milano, CWS, Domori, Montenegro, Casa della piada, Birra GHOST, Squillari Arti Grafiche, Gruppo Promos, Le Officine Poligrafiche Mcl, Roundabout.
Le iniziative sono patrocinate dalla Città di Torino e in collaborazione con l’Istituto Europeo di Design, Torino Fringe Festival, FIAF.

 

Il Programma dei festeggiamenti

 

MERCOLEDÌ 30 SETTEMBRE

> ore 17.00
Apertura al pubblico dell’installazione fotografica FUTURES. 2018-2020

FUTURES 2018-2020 è un progetto espositivo in spazio pubblico focalizzato sull’immagine fotografica contemporanea curato da Giangavino Pazzola. Le 20 finestre che affacciano su via delle Rosine e via Giolitti diventano un inedito display nel quale sono installate le opere degli artisti selezionati negli ultimi tre anni da CAMERA nell’ambito di Futures Photography – programma europeo di valorizzazione dei percorsi professionali di talenti emergenti, piattaforma all’interno della quale CAMERA coopera con 12 realtà internazionali. I 16 fotografi presenti in mostra sono: Umberto Coa (Palermo, 1988), Teresa Giannico (Bari, 1985), Vittorio Mortarotti (Savigliano, 1982), Armando Perna (Reggio Calabria, 1981), Lorenzo Pingitore (Torino, 1985), Anna Positano (Genova, 1981), Domenico Camarda (La Spezia, 1990), Francesca Catastini (Lucca, 1982), Paolo Ciregia (Viareggio, 1987), Irene Fenara (Bologna, 1990), Giaime Meloni (Cagliari, 1984) Marina Caneve (Belluno, 1988), Camilla Ferrari (Milano, 1992), Camillo Pasquarelli (Roma, 1988), Giovanna Petrocchi (Roma, 1988), Marco Schiavone (Torino, 1990).

> ore 18.00
Incontro | FUTURES. Il futuro prossimo della fotografia

Intervengono
Elisa Medde, editor in chief Foam magazine
Francesca Seravalle, curatrice e mentor
Giangavino Pazzola, curatore CAMERA e referente FUTURES
Walter Guadagnini, direttore CAMERA

Il primo incontro in programma per il quinto compleanno di CAMERA è dedicato alla fotografia contemporanea, alle sue evoluzioni e alla promozione dei giovani autori nell’attuale panorama artistico. Ospiti dell’incontro, coordinato da Walter Guadagnini e Giangavino Pazzola, rispettivamente direttore e curatore associato di CAMERA, è Elisa Medde – dal 2012 editor di FOAM Magazine – Amsterdam e Francesca Seravalle, curatrice e membro della giuria nell’ultima edizione del bando Refocus indetto dal MiBACT. A partire dal talents program FUTURES, realizzato da CAMERA in cooperazione con altre 12 realtà europee, durante l’incontro verranno messe a confronto strategie nazionali e internazionali di scouting, promozione e diffusione della creatività contemporanea.

 

GIOVEDÌ 1 OTTOBRE

> ore 11.00
Apertura al pubblico della mostra Gianni Berengo Gardin e la Olivetti  | Project Room, 1 ottobre – 15 novembre 2020

La mostra, realizzata da CAMERA e dall’Associazione Archivio Storico Olivetti, con la collaborazione del Museo Civico P. A. Garda di Ivrea, è dedicata all’opera di uno dei più celebri fotografi italiani: Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930).

Curato da Margherita Naim e Giangavino Pazzola, il progetto espositivo evidenzia l’intensità del rapporto professionale tra il fotografo e l’azienda di Ivrea, attraverso un’accurata selezione pressoché inedita di oltre 70 fotografie d’epoca in bianco e nero, pubblicazioni e altri documenti d’archivio ripensati secondo una scelta curatoriale che delinea due nuclei: uno formale che indaga il tema del valore del progetto d’architettura (industriale, residenziale, sociale, ecc.); un secondo che più esplicitamente traduce un sistema sociale di relazioni dentro e fuori la fabbrica. Berengo Gardin, infatti, è uno tra gli autori che ha collaborato più a lungo con la Olivetti, descrivendo nei suoi servizi fotografici sia il valore sociale del progetto d’architettura sia l’organizzazione di un sistema di servizi sociali e culturali che animava la fabbrica e il territorio. La mostra è inoltre un omaggio che i due istituti culturali dedicano all’autore in occasione dei suoi 90 anni.

La mostra ha origine da un progetto di ricerca e studio bandito dall’Associazione Archivio Storico Olivetti nel 2018 e svolto da Margherita Naim attraverso l’analisi e schedatura dei documenti fotografici di Gianni Berengo Gardin conservati nei fondi della Società Olivetti, e si sviluppa all’interno di un protocollo di intesa tra il Dipartimento Archivi di CAMERA e l’Associazione, rivolto alla mappatura e alla valorizzazione dei fondi fotografici custoditi a Ivrea – all’interno della più ampia cornice del Censimento delle raccolte fotografiche in Italia realizzato da CAMERA su scala nazionale.

> ore 18.00
Incontro con Gianni Berengo Gardin

Intervengono
Gianni Berengo Gardin, fotografo
Giovanna Calvenzi, photo-editor
Walter Guadagnini, direttore di CAMERA

L’incontro di approfondimento collegato a 1965-1990. Gianni Berengo Gardin e la Olivetti, mostra dedicata dall’istituzione torinese e dall’Associazione Archivio Storico Olivetti, con la collaborazione del Museo Civico P. A. Garda di Ivrea, è incentrato sull’opera di uno dei più grandi fotografi italiani del Novecento. Insieme a Gianni Berengo Gardin e al direttore di CAMERA, Walter Guadagnini, sarà al tavolo dei relatori anche Giovanna Calvenzi, photo-editor e studiosa di fotografia, al fine di ripercorre i passaggi principali del rapporto professionale tra il fotografo e la società di Ivrea. Partendo dalle committenze private, la conversazione andrà a toccare i momenti più significativi nell’evoluzione della poetica dell’autore in ambito industriale, spaziando tra campagne fotografiche sul territorio canavese e servizi realizzati negli stabilimenti Olivetti, senza trascurare il ruolo fondamentale dei progetti editoriali nella pratica artistica di Berengo Gardin.

> dalle ore 21.00
Esterno notte. Fotografie e proiezioni sulla città
Un evento partecipato e diffuso sulla città, dove mille e una proiezione di foto e video daranno vita a palazzi, case e cortili.

Esterno notte. Fotografie e proiezioni sulla città è una festa collettiva dedicata alla fotografia e all’immagine. La ricorrenza del quinto anno di attività di CAMERA è stata un modo per coinvolgere le istituzioni culturali torinesi e i cittadini in un evento di proiezioni diffuse per le vie del centro e delle periferie. Nella serata del primo ottobre finestre, balconi e affacci sull’esterno diventeranno la piattaforma da cui proiettare degli slideshows fotografici o progetti video. Il filo conduttore delle proiezioni è lo stupore, inteso come sentimento “riempitivo”, che pervade l’animo di chi lo prova, nella volontà di colmare, attraverso le immagini, lo spazio urbano lasciato vuoto nei mesi passati, ma anche di far dialogare una dimensione visiva che è sempre più digitale e smaterializzata con gli ambienti della vita fisica e tangibile di tutti noi. A questa iniziativa parteciperanno le principali realtà, enti, istituzioni e gallerie torinesi così come i liberi cittadini coinvolti da CAMERA attraverso una call pubblica.

 

a CAMERA
> ore 21.00
Sulla facciata della chiesa di San Michele Arcangelo in via Giolitti, CAMERA proietta una selezione di fotografie delle quaranta mostre realizzate nei suoi primi cinque anni da Boris Mikhailov a Man Ray, da Sandy Skoglund a Francesco Jodice.

ore 22.00 e ore 23.00
Nel cortile interno di CAMERA si presenta “Bersaglio”, la nuova installazione del collettivo multimediale SPIME.IM, progetto creato appositamente per festeggiare il compleanno. L’evento è organizzato in collaborazione con il Torino Fringe Festival.
La performance è prevista, in caso di condizioni meteo favorevoli, nel cortile di CAMERA e si inserisce nel calendario di appuntamenti del progetto CORTI.Lì.
Facebook del progetto: @CORTI.LIspazioetempoperessere

Grazie ad un sistema di analisi appositamente realizzato, le fotografie provenienti dagli archivi dei partner di CAMERA saranno interpretate in tempo reale come una partitura musicale, dando luogo alla creazione e alla manipolazione di eventi sonori direttamente estrapolati dalle immagini. Tale operazione consentirà di accostare al mondo visivo evocato dalle fotografie, un mondo sonoro che ne rafforzi il potenziale evocativo e sia con esse intimamente interconnesso. Un viaggio attraverso immagini iconiche, intervallato da crude istantanee di attualità, accompagnerà lo spettatore in un percorso sensoriale inedito.

Per partecipare alla performance è necessario prenotare a prenotazioni@camera.to. Verranno accettate le prenotazioni fino ad esaurimento posti disponibili.

 

VENERDÌ 2 OTTOBRE

>ore 19.30
Incontro con Paolo Pellegrin

Intervengono
Paolo Pellegrin, fotografo
Domenico Quirico, giornalista
Walter Guadagnini, direttore di CAMERA

Inarrestabile osservatore della nostra epoca, il noto fotografo della storica agenzia Magnum Photos Paolo Pellegrin ha viaggiato in tutto il mondo raccontando i conflitti, le emergenze umanitarie, le persone nella loro relazione con i luoghi e, negli anni recenti, con grande poesia ha anche immortalato la natura con uno sguardo potente e sofferente. In mostra alla Reggia di Venaria con Un’antologia, Paolo Pellegrin – vincitore di dieci World Press Photo Award e di numerosi riconoscimenti come la Leica Medal of Excellence, l’Olivier Rebbot Award, l’Hansel-Mieth Preis, il Robert Capa Gold Medal Award e nel 2006 il W. Eugene Smith Grant in Humanistic Photography – festeggerà il compleanno di CAMERA regalando al pubblico un memorabile incontro sul suo lavoro, sul rapporto tra fotografia e giornalismo e sulla fotografia nel sistema dell’informazione di oggi.

Paolo Pellegrin sarà disponibile dopo l’incontro per firmare le copie della monografia Paolo Pellegrin a cura di Germano Celant edita da Silvana Editoriale.

  

SABATO 3 OTTOBRE

ore 9.30-12.30 | 15.30-18.00
Letture portfolio in collaborazione con FIAF

CAMERA ospita Portfolio sul Po, tappa torinese della manifestazione Portfolio Italia, organizzata da FIAF, Federazione Italiana Associazioni Fotografiche che ogni anno dà vita a questi momenti di confronto, molto seguiti dai fotografi di tutta Italia. Ad ogni tappa sono premiati due portfolio che concorrono alla selezione finale di una prestigiosa giuria.

Le letture inizieranno il sabato mattina, continueranno nel pomeriggio e la domenica mattina. Nel pomeriggio di domenica, dopo la riunione dei lettori per indicare i due portfolio selezionati, avrà luogo la cerimonia di premiazione.

Tra i lettori saranno impegnati anche Barbara Bergaglio, Giangavino Pazzola e Monica Poggi di CAMERA.

E’ possibile iscriversi sul sito www.fotocrdc.it. Ecco il link dedicato: https://www.fotocrdc.it/events/portfolio-italia-2020/ .

> ore 12.00 e ore 13.00
Visite guidate gratuite su prenotazione

Visite guidate alla mostra “Paolo Ventura. Carousel” in compagnia dell’autore Paolo Ventura

> ore 15.00
Visite guidate gratuite su prenotazione per i più piccoli

Visite guidate alla mostra “Paolo Ventura. Carousel” in compagnia dell’autore Paolo Ventura e di una mediatrice culturale che seguirà i bambini

 

DOMENICA 4 OTTOBRE

ore 9.30-12.30
Letture portfolio in collaborazione con FIAF

E’ possibile iscriversi sul sito www.fotocrdc.it. Ecco il link dedicato: https://www.fotocrdc.it/events/portfolio-italia-2020/ .

> ore 10.00 e ore 18.00
Visite guidate gratuite su prenotazione

Visite guidate alla mostra “Paolo Ventura. Carousel” in compagnia di Monica Poggi, curatrice di CAMERA

 

Per partecipare alle visite guidate è necessario prenotare a prenotazioni@camera.to entro il 2 ottobre.

 

 

 

 L’attività di CAMERA è realizzata grazie al sostegno di numerose e importanti realtà: Partner istituzionali Intesa SanpaoloEniLavazzaMagnum Photos; Partner Tecnici LeicaReale MutuaMitCws; Mecenati MpartnersSynergie ItaliaIrm; Mecenate e Partner didattica scuole Tosetti Value; Sponsor Tecnici ProtivitiCariocaDynamix ItaliaReala Mutua Agenzia Torino CastelloCsiaIstituto Vittoria TorinoLe Officine Poligrafiche MCL di Torino; la programmazione espositiva e culturale è, inoltre, sostenuta dalla Fondazione Compagnia di San Paolo oltre a ricevere il patrocinio e il sostegno su specifiche iniziative di Regione Piemonte e Città di Torino.

 

Una parte importante è anche svolta dalla community degli Amici di CAMERA, privati cittadini, che sostengono, anno dopo anno, le attività dell’ente in qualità di Benefattori.