Terza edizione Cerimonia di Premiazione
Sabato 11 settembre 2021, ore 16
Salone parrocchiale di Rubiana (Piazza della Chiesa)
Sabato 11 settembre, presso il Salone parrocchiale di Rubiana (Torino), in piazza della Chiesa, a partire dalle ore 16, si svolgerà la cerimonia di premiazione della terza edizione del Premio di poesia “Rubiana – Dino Campana”, organizzato dal Comune di Rubiana in collaborazione con Neos Edizioni per ricordare il poeta che nel 1917 qui soggiornò, conquistato dal fascino, dolce e severo insieme, del paesaggio.
La Giuria del Premio, presieduta dal poeta, saggista e traduttore Roberto Rossi Precerutti, e composta da Daniele Gorret (vincitore della prima edizione), Giovanna Ioli, Luciano Pollicini e Marco Vitale (vincitore della seconda edizione), ha scelto i vincitori della terza edizione fra più di cento autori di raccolte di poesia.
«Il Premio biennale “Rubiana – Dino Campana” giunge alla sua terza edizione, abbiamo ricevuto un centinaio di raccolte edite di poesie, tutte di notevole livello, il che ha reso complicata per la Giuria la scelta dei vincitori tra i nove finalisti – spiega Silvia RAMASSO, amministratore unico di Neos edizioni – La manifestazione è cresciuta di edizione in edizione, ha consolidato la sua rilevanza nazionale, e siamo felici di aver contribuito a creare un premio di poesia in questo territorio montano della valle di Susa. Rubiana è un piccolo paese ma dall’intensa attività culturale, qui trascorreva le sue estati il pittore Tabusso e qui ha vissuto per un breve periodo Dino Campana».
Il Premio “Rubiana-Dino Campana” 2021, è stato conferito a Cristina SPARAGANA, per l’opera Le candele dei vivi (Passigli): poetessa e traduttrice, Cristina SPARAGANA (Roma, 1957), ha insegnato lingua e letteratura italiana all’Università cattolica di Valparaíso (Cile), ha fondato e diretto la rivista Appunti Italo-cileni e collaborato per diversi anni con la rivista milanese Poesia.
- Il Premio alla carriera “Rubiana-Dino Campana” 2021, è stato conferito a Giorgio LUZZI (Rogolo, 1940), che ha partecipato con la silloge Non tutto è dei corpi (Marcos y Marcos).
- Il Premio speciale della Giuria “Rubiana-Dino Campana” 2021, è stato assegnato a Laura CORRADUCCI (Pesaro, 1974), per la raccolta Il passo dell’obbedienza (Moretti & Vitali).
- Il Premio “La Chimera”, pensato per personalità che si sono distinte nel promuovere e sostenere la conoscenza della Poesia, è stato eccezionalmente conferito a due persone: l’editore Nino ARAGNO e alla fotografa Daniela FORESTO.
- Infine, il Premio “Per l’amor dei poeti”, destinato a un critico letterario o un saggista nell’ambito della Poesia, andrà alla professoressa Gianfranca LAVEZZI, docente all’Università degli Studi di Pavia.
Alle ore 10,30, alla Pinacoteca Comunale Francesco Tabusso, sarà inaugurata la personale dell’artista Gian Carlo De Leo, autore delle opere che saranno offerte in premio ai vincitori.
Per recuperare il tempo perduto e favorire nuovamente l’incontro con il pubblico, la nuova Stagione TPE riparte con ampio anticipo rispetto alle precedenti e già lunedi 13 settembre affida l’apertura del proprio cartellone settembre-dicembre al talento di Massimo Popolizio con “Furore” tratto dall’omonimo romanzo di John Steinbeck. Lo spettacolo, una produzione Compagnia Umberto Orsini e Teatro di Roma – Teatro Nazionale, è un one man show lirico ed epico, realista e visionario, in cui l’attore, partendo dalla rielaborazione drammaturgica di Emanuele Trevi – recente vincitore del Premio Strega 2021 con il romanzo “Due vite” – dà corpo e voce all’esodo dei braccianti sospinti in California dalle regioni centrali degli Stati Uniti negli anni della Grande Depressione in cui crisi agricola, economica e sociale attanagliavano il paese. Popolizio, narratore d’eccezione, dispiega, solo in scena, un vitale e più che mai attuale racconto del fenomeno migratorio, amplificato dalle musiche e suggestioni sonore di Giovanni Lo Cascio.
Osserva Emanuele Trevi: «Forse non c’è un attore, nel panorama teatrale italiano, più in grado di Massimo Popolizio di prestare a questo potentissimo, indimenticabile “story-teller” un corpo e una voce adeguati alla grandezza letteraria del modello. Leggendo Furore, impariamo ben presto a conoscerlo, questo personaggio senza nome che muove i fili della storia. Nulla gli è estraneo: conosce il cuore umano e la disperazione dei derelitti come fosse uno di loro, ma a differenza di loro conosce anche le cause del loro destino, le dinamiche ineluttabili dell’ingiustizia sociale, le relazioni che legano le storie dei singoli al paesaggio naturale, agli sconvolgimenti tecnologici, alle incertezze del clima. Tutto, nel suo lungo racconto, sembra prendere vita con i contorni più esatti e la forza d’urto di una verità pronunciata con esattezza e compassione. Più che a una “riduzione”, riteniamo che un progetto drammaturgico su “Furore” debba tendere a esaltare le infinite risorse poetiche del metodo narrativo di Steinbeck, rendendole ancora più evidenti ed efficaci che durante la lettura. Raccontando la più devastante migrazione di contadini della storia moderna, sempre sorprendente per la sua dolorosa, urgente attualità”.
L’autore è Enrico Vanzina, pupillo d’oro del cinema italiano, classe 1949, primogenito del regista Steno, cresciuto tra quei profumi di pellicola e di immagini che gli invadevano casa, un baccalauréat al romano liceo Chateaubriand e una laurea nel ’70 in Scienze politiche alla Sapienza, un apprendistato all’ombra del padre, poi la sensazione sempre più concreta che la regia non fa per lui e che il mestiere di sceneggiatore è quello che gli occuperà la vita. A partire dal 1976 nascono progetti e soggetti che prendono forma nella pagina scritta, un lavoro continuo che arriva a superare il centinaio di titoli, affidati ancora al padre e al fratello Carlo – scomparso tre anni fa, al quale Enrico ha dedicato un affettuoso romanzo di ricordi, “Mio fratello Carlo” – come a tanti altri volti del nostro cinema da Lattuada a Flavio Mogherini, da Dino e Marco Risi a Cesare Ferrario, da Neri Parenti a Christian De Sica. Sarebbero sufficienti pochi titoli, a cominciare da “Febbre da cavallo” (1976), a “La patata bollente”, da “Sapore di mare” alle varie “Vacanze di Natale”, dal “Commissario Lo Gatto” a “Tre colonne in cronaca” a “Mai Stati Uniti”. Ha descritto i tanti decenni di vivere italiano, ha analizzato storia dopo storia il cambiamento di una società, le sue risate e i suoi turbamenti, le meschinità e le piccole grandezze, ha inventato facce e storie, ha dato corpo a filoni e a personaggi, magari all’epoca guardati con sufficienza dalla critica ma applauditi dal pubblico e oggi anche rivalutati, ha divertito e nel divertimento ha rimescolato la nota profonda, il cenno di costume mai banale. L’anno scorso, sembra aver buttato all’aria la convinzione di una vita e s’è fatto regista, con
“Lockdown all’italiana” è andato a mettere le mani – con qualche critica – nel periodo buio della pandemia e della necessità di forzate unione all’interno delle case con le tante “debolezze e miserie”.
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“L’emergenza che abbiamo vissuto e che stiamo in parte ancora vivendo ha rimarcato la necessità di offrire al pubblico proposte inedite, misurate sulle attuali esigenze di fruizione e di sostenibilità, e capaci anche di sviluppare e di rafforzare il sistema di scambi e di relazioni nell’ambito della cultura. Una condizione essenziale per offrire al pubblico nuovi contenuti capaci di moltiplicare le opportunità di conoscenza e di esperienza”, afferma Enrica Pagella, direttrice dei Musei Reali di Torino. A tirare le fila, sono quelle che in un periodo gramo che ci ha insegnato a non guardare sempre e soltanto al proprio orto, vengono definite le “nuove narrazioni delle collezioni”. Ovvero avvicinare un museo ad un proprio confratello, mettere a confronto un’opera ad un’altra, di un eguale autore o di uno stesso tema, un sentimento che gioca con la solidarietà e che ha già allineato in trascorse occasioni Botticelli o la pittura caravaggesca. Sono definite, queste eccellenti e benemerite occasioni, percorso obbligato di “approfondimento e conoscenza”, “Confronti”, e ci insegnano a mettere di fronte opere per cento motivi mai o non più visitate, o a scoprire squarci di vita di un autore che a quelle opere è legato.
due opere è un buon esempio di collaborazione con la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia (tuttora in completo riordinamento delle opere in esposizione), dopo la presenza del “San Giovanni Battista” del Merisi delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, un segno del potenziamento delle relazioni con altri musei e istituzioni nazionali, nell’intento di costruire una rete quantomai fruttuosa che valorizzi i percorsi artistici di ogni realtà.
Decisamente l’aspetto scenografico si rende assai più potente nella tela torinese (per inciso, da buon cortigiano, aveva centrato bene il soggetto, il Gentileschi, indirizzandolo ai Savoia, che si erano fregiati dell’ordine cavalleresco dell’Annunziata), a cominciare dall’ampia tenda rossa che s’impone sullo sfondo – Roberto Longhi vedeva in quest’opera il trait d’union tra Caravaggio e Vermeer, come è vero che durante il soggiorno genovese Gentileschi incontrò la lezione di van Dyck, divenendo meno caravaggesco e più legato al panorama della pittura del nord -, dal respiro che giunge dalla finestra di destra, dalla vitalità di quel letto sfatto, dagli amplificati alternarsi, ancora una volta, dei giochi di luci e di ombre, nell’esaltazione del blu, del rosso, del bianco, del violaceo, del grigio, dei bruni e dell’ocra, nella loro squillante ricchezza: su ogni particolare la grandezza del gesto di sottomissione della Vergine. Del quadro esiste una versione ridotta nella chiesa genovese di san Siro: noi alla Sabauda possiamo spingerci, chi lo vorrà, nei confronti con la vicina sala, con il ritratto equestre di “Tommaso Francesco di Savoia Carignano” del maestro olandese.



