CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 617

Tina Modotti, l’inquietudine di una donna straordinaria

Per molto tempo è stata relegata nell’oblio,volutamente confinata in un cono d’ombra perché scomoda, ribelle, anticonformista. Eppure i suoi scatti, a parere di molti, hanno anticipato i moderni reportage fotografici, creando una “memoria visivache ha documentato in maniera straordinaria  culture e  realtà sociali. Nella sua vita amò molto uomini, idee, arte, diritti umani, rivoluzione. Una donna straordinaria, Assunta Adelaide Luigia Modotti, detta Tina. Nata il 17 agosto 1896 nel popolare Borgo Pracchiuso a Udine, da un’umile famiglia friulana, aderente al socialismo della fine Ottocento, ad  appena due anni si trovò costretta ad emigrare in Austria con la sua famiglia.

I Modotti tornarono a Udine nel 1905 e Tina frequentò lì le prime classi della scuola elementare. A dodici anni s’impiegò come operaia nella fabbrica tessile Kaiser, alla periferia della città. Il padre era nuovamente emigrato, questa volta  in America, in cerca di lavoro e la ragazza  dovette contribuire al mantenimento della numerosa famiglia. Tempo un anno e anch’essa – nel giugno del 1913 – varcò l’oceano per raggiungere il genitore in California, dove – come ha scritto nella sua biografia Pino Cacucci  – “stavano crescendo i grandi movimenti sindacali”  e “la vita culturale e artistica era in gran fermento”.  Così  a Tina Modotti si dischiusero in un primo tempo le vie del teatro e del cinema, e poi della fotografia. Fu musa di artisti importanti, recitò nel cinema muto di Rodolfo Valentino, amò perdutamente il rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella che finì ucciso nel 1929. Leggendo la vita di Tina Modotti si fanno incontri straordinari: i fotografi Jane Reece, Johan Hagemayer, Robert Capa, Edward Weston, che la ritrasse in un nudo bellissimo ; i grandi pittori messicani Diego Rivera e Clemente Orozco; attivisti politici come il triestino Vittorio Vidali, conosciuto durante una manifestazione di protesta dopo la condanna a morte di Sacco e Vanzetti ;scrittori come John Dos Passos, André Malraux, Ernest Hemingway. Da donna appassionata qual’era si dedicò alla causa rivoluzionaria in Messico e combatté con le Brigate internazionali in Spagna. Le sue foto “narrano” gli ultimi.Sono immagini di campesinos, pescatori, donne che lavano i panni e che allattano, bambini. Molte fotografie sono dedicate al Messico, sua terra d’elezione, dove morì a 46 anni e dov’è sepolta. Pablo Neruda scrisse le parole dell’elogio funebre che ancora oggi si possono leggere sulla sua tomba: “Sorella, tu non dormi, no, non dormi: forse il tuo cuore sente crescere la rosa di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa. Riposa dolcemente, sorella…Perché non muore il fuoco“. Dopo l’improvvisa scomparsa le venne tributato il giusto riconoscimento per la sua personalità umana, artistica e politica, tant’è che per alcuni anni la sua memoria restò ben viva nell’opinione pubblica latinoamericana. Poi cadde l’oblio, lungo quasi trent’anni. Le sue opere, che si trovano in gran parte negli Stati Uniti, vennero tenute nascoste negli archivi dei dipartimenti di fotografia a causa del maccartismo e della sua assurda “caccia alle streghe”. Una scelta oscurantista, come ricordano al Centro Cultural Tina Modotti di Caracas , “che rese impossibile, per molti anni e non solo in America, lo studio e la presentazione di un’artista che aveva creato immagini di qualità e militato nel movimento comunista internazionale”. L’inquietudine l’accompagnò per tutta la vita, quasi sempre in credito con la fortuna. Artista, intellettuale, tra i primi fotografi a capire il valore sociale e la forza di denuncia di un’immagine, perseguitata da viva e persino da morta per le sue idee, fu comunque una delle più belle figure di donna che l’Italia seppe dare al mondo.

Marco Travaglini

Noseda costretto a rinunciare alle prossime serate

Il Maestro Gianandrea  Noseda soffre di una sindrome lombo-sciatalgica da ernia del disco lombare che si è manifestata ieri mattina. Il prof. Michele Naddeo, che lo ha visitato questa mattina, ha consigliato un trattamento chirurgico al quale Gianandrea Noseda si sottoporrà domani presso la Clinica Fornaca di Torino.

Con suo grande dispiacere, il Maestro Noseda deve rinunciare a dirigere le prossime recite di Macbeth programmate al Teatro Regio.

 

Su indicazione del Maestro Noseda, Direttore musicale del Regio, tutte le recite saranno dirette da Giulio Laguzzi. Il Teatro ringrazia il Maestro Laguzzi per la disponibilità.

 

Augurando a Gianandrea Noseda una pronta guarigione, vi daremo aggiornamenti nei prossimi giorni.

L’acuto finale della soprano Milly

Era veramente una gran signora, Milly. Doveva esser stata , in gioventù, una donna dal fascino irresistibile. Il portamento austero, la postura studiata nei minimi particolari, i lineamenti fini, il trucco mai eccessivo, le conferivano un non so ché di regale nonostante le forme giunoniche. Del resto, che volete: portare a spasso centoventi chili con eleganza e nonchalance non è da tutti. Milly, comunque, ci riusciva benissimo. La voce da soprano tradiva la sua arte che, in altri tempi, le aveva consentito di calcare le scene dei più importanti teatri d’opera, raccogliendo applausi e apprezzamenti anche dai pubblici dal palato più fine. “Artisti dell’ugola si nasce” diceva con una punta di civetteria, aggiungendo ironica, parafrasando il principe De Curtis, in arte Totò, “ e io, modestamente, lo nacqui”. Del resto, a giudicare dai commenti dei frequentatori del circolo culturale “Giuseppe Verdi”, tutti incalliti  melomani, molto esigenti e poco inclini a fare sconti quando si trattava di valutare il bel canto, non l’erano mai mancati gli apprezzamenti. Poi l’ingiuria del tempo aveva intaccato le sue corde vocali, impedendole di proseguire la carriera che, con dignità e compostezza, terminò pur con qualche rimpianto quand’era ancora nel fiore degli anni.

Così, rispondendo ai solleciti di vecchi amici come l’onorevole Mariano Marabotti  o il cavalier Ortensio Della Spiga, piccolo industriale del ramo tessile , si esibiva in serate benefiche dove l’obiettivo era raccoglier fondi a favore degli enti morali promotori. Il 18 ottobre, un venerdì sera, l’occasione si presentò con la serata a sostegno della ristrutturazione dell’asilo “Sbernazzoni”. Il parroco, don Primo Zirlocchi, detto “Trippa”, aveva messo a disposizione il piccolo teatrino parrocchiale che poteva contare su di una ottantina di posti a sedere, sulle panche di legno, e di altri venti o trenta in piedi.

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L’idea era venuta a Guglielmo Prunelli,grande amico del prelato con il quale condivideva la passione del mangiar bene e del bere ancor meglio. Partecipando ad una gita a Verona, aveva assisto all’opera lirica per eccellenza:l’ Aida di Verdi. Non all’Arena, ma in un piccolo teatro. E non con grandi interpreti in scena quanto, piuttosto, una piccola compagnia. Ma sì sa: l’arte è arte. E Prunelli rimase incantato, applaudendo più volte, rumorosamente, nonostante gli sguardi critici e sdegnati degli altri spettatori, sibilando dei fischi per poi sbottare in un liberatorio..”Vacca boia, che bravi. Quest’opera è una bomba. Adesso ho capito perché l’hanno messo sulle mille lire, il Giuseppe Verdi”. Così, l’idea di portare l’opera nel piccolo paese, a poco a poco conquistò l’intera comunità, dalle Dame di San Vincenzo al Circolo dei Combattenti e Reduci, dall’Oratorio alla Pro Loco. La realizzazione delle scenografie, in cartapesta e ritagli di lavorazione del legno, fu affidata a Primo Plini detto Giuseppe, falegname devotissimo alla Vergine Maria che, in quattro e quattr’otto costruì un fondale in grado di far viaggiare l’immaginario dello spettatore attraverso l’Egitto dei Faraoni. L’opera in se, con la nota “Marcia Trionfale”, aveva una complessità musicale e una profondità nella partitura che la ponevano sul gradino più alto delle opere verdiane e difficilmente i componenti della banda comunale sarebbero stati all’altezza di una buona interpretazione. Così, dalla vicina Lombardia, vennero scritturati una mezza dozzina di musicisti dell’Orchestra Spettacolo “Le melodie vagabonde”, che all’epoca andava per la maggiore nelle balere della bassa padana. La vera sorpresa della serata, però, doveva assicurarla la principale protagonista  che si sarebbe esibita sul palco parrocchiale: la soprano Milly Devoti, nel ruolo di Aida. Gli organizzatori erano certi che la sua voce potente, ma allo stesso tempo avvolgente e calda, avrebbe affascinato il pubblico, in particolare durante l’interpretazione dell’aria “O patria mia“. Milly, quando s’esibiva, come ogni grande artista che si rispetti, portava con sé, agitandolo, il suo amuleto: un prezioso e ricamato fazzoletto di pizzo bianco, donatogli all’inizio della sua carriera dal grande tenore Mario Del Monaco.

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Quella sera, per indicazione della cantante lirica, condivisa con entusiasmo dal Prunelli, la sua esibizione doveva toccare l’apice con l’entrata in scena, accanto a lei, dei lupetti del locale gruppo Scout, vestiti da piccoli egiziani, con le tuniche bianche e dorate.I ragazzini, disposti a cerchio, dovevano sorreggere i lembi dell’ampio vestito della cantante lirica. Le prove erano andate bene. I musicisti, nonostante qualche stecca, erano in fondo passabili. Le scenografie,  quasi miracolose, strapparono al parroco un incauto “Oh, che bel lavoro…San Giuseppe”, che emozionò il falegname fino alle lacrime. Lo spettacolo, ridotto nella durata  a poco più di un’ora ( secondo Prunelli “le cose belle devono essere brevi per non rischiare di rompere le scatole”) proseguì liscio e senza intoppi fino all’entrata dei lupetti che, come stabilito, cinsero in cerchio la cantante. Mentre Milly si esibiva in un acuto, agitando il prezioso quadrato di pizzo, questo le sfuggì dalla mano, cadendo a terra. Pierino, figlio della sorella del Prunelli, Desolina, e quindi nipote dell’organizzatore, lo raccolse al volo e sotto lo sguardo esterrefatto della cantante lo utilizzò per soffiarsi rumorosamente il naso. Non una ma due, tre volte. Poi, con un sorriso smagliante, lo protese verso la signora Milly che, a quel punto si sentì mancare, privata del proprio amuleto che era stato così volgarmente violato. La cantante lanciò un urlo potente che gran parte del  pubblico interpretò come l’acuto finale dell’opera, alzandosi in piedi ed applaudendo a scena aperta. Solo in due – don “Trippa” e il cavaliere Della Spiga – rimasero dubbiosi su quanto avevano udito: quelle parole urlate erano parse ad entrambi un sonoro “che schifo!” e, pur essendo il primo un appassionato d’Opera e il secondo un fervente melomane, non ricordavano dove trovasse posto,nel libretto dell’Aida, quell’affermazione che, dall’ugola della signora Milly, era uscita con tanta forza da trasformarsi in un terribile singulto.

Marco Travaglini

“Avevamo 20 anni”

Tre giorni di musica, incontri, letture e proiezioni in memoria di Emanuele Artom

Il partigiano ebreo Emanuele Artom combatté nelle formazioni di Giustizia e Libertà in Val Pellice, catturato, morì il 7 aprile del 1944 nel carcere ‘Le Nuove’ dopo orrende torture. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Probabilmente venne abbandonato nella zona dove oggi si trova il Parco Colonnetti, a Mirafiori sud.

 

Qui una via è intitolata al suo nome. Qui, dal 28 al 30 giugno, si svolgerà “Avevamo 20 anni. Artisti per Artom”, un grande evento organizzato dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte e dal Laboratorio – CTM.  Una tre giorni di musica, incontri, letture, proiezioni, percorsi nel quartiere, eventi sportivi, momenti enogastronomici per riscoprire attraverso la figura di Artom –  uomo, giovane partigiano, intellettuale, attento osservatore della realtà politica e culturale del suo tempo – l’immagine un quartiere che della diversità, come della continua rigenerazione, ha fatto i propri tratti distintivi di forza.   Il culmine della manifestazione sarà  venerdì 30 giugno, alla Casa nel Parco di via Panetti 1, con il concerto-evento “I MILLER E UNA NOTTE” che vedrà alternarsi sul palco Nada, i Virginiana Miller, Mauro Ermanno Giovanardi, Les Nuages Ensemble e i Liede.

 

 

Dichiara Nino Boeti, vice Presidente del Consiglio regionale del Piemonte e consigliere delegato al Comitato Resistenza e Costituzione: “Lo scorso anno abbiamo voluto dedicare la Festa della Musica – che si tiene in tutta Europa ed è rivolta soprattutto ai giovani – ad un giovane partigiano, Dante Di Nanni. Quest’anno, invece, abbiamo scelto di onorare la memoria di un altro giovane partigiano, Emanuele Artom. Lo faremo trasformando i prati dove Emanuele scomparve in un luogo di ricordo e di festa. Letture, dibattiti, ma anche musica perché servono modi nuovi per fare memoria e ricordare il sacrificio di quanti combatterono per la Libertà e mi auguro che questa iniziativa serva a far conoscere ai giovani della nostra città il valore morale di ragazzi della stessa età morti per difendere la democrazia”.

 

 

 Gigi Giancursi, Direttore Artistico di “Avevamo 20 anni. Artisti per Artom”: Scriveva il ventinovenne Emanuele Artom che il taedium vitae può essere vinto in un’unica maniera: partecipando delle  cose umane, vivendo delle soddisfazioni spirituali, fisiche e morali che ci arricchiscono, distraendoci, al contempo, da quello che egli chiama ‘il vuoto dell’Abisso’. Un ventenne, Emanuele Artom, che come i nostri contemporanei si appassiona alle cose del mondo, e come loro necessita di combattere contro il pericolo di non vivere abbastanza, non amare abbastanza, nell’esorcismo perpetuo del vuoto. E allora Artom, l’intellettuale, il partigiano ebreo torinese, l’uomo, vogliamo raccontarlo attraverso l’immediatezza della musica, della letteratura, dell’arte, e con gli stessi paradigmi di libertà individuale e collettiva vogliamo raccontare una via, la celebre via Artom a lui dedicata, che custodisce la memoria stratificata del cambiamento e della storia di un quartiere, Torino Mirafiori, e di un Paese, segnati in modo indelebile dai mille volti che li hanno abitati da ieri ad oggi”.

 

 

“Avevamo 20 anni. Artisti per Artom” è un progetto realizzato da Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte e dal Laboratorio – CTM, in collaborazione con Arci Torino, Resistenza Elettrica, Cpg Torino, ANPI, Comunità ebraica di Torino, Fondazione della Comunità di Mirafiori, Istoreto-Istituto piemontese per la Storia della Resistenza, Città di Torino, Circoscrizione 2, Bollati Boringhieri Editore, Marsilio Editori, Associazione Nazionale Museo del Cinema, Biblioteche Civiche Torinesi, sponsor tecnico Forst.

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   QUI IL PROGRAMMA DELLA MANIFESTAZIONE

 https://www.facebook.com/artistiperartom/

 

«Smetto di scrivere, perché diventa buio»

Emanuele Artom, ultime parole da Diari di un partigiano ebreo (gennaio 1940-febbraio 1944), a cura di Guri Schwarz, Bollati Boringhieri, Torino 2008

  

Dieci anni di teatro a Corte

Nel decennale della sua nascita si presenta in una veste rinnovata a luglio, ottobre e dicembre

 

Teatro a Corte quest’anno si presenta, nell’anniversario del suo decennale, in una veste rinnovata, come un festival in tre tappe, di cui la prima coincidente con la settimana dal 27 giugno al 2 luglio, la seconda a ottobre e la terza a dicembre. Quando la rassegna nacque, alla Venaria Reale, nel lontano 7 ottobre 2007, si proponeva di accompagnare, con una grande kermesse di eventi spettacolari, la nascita a nuova vita e la riapertura al pubblico della Reggia, dopoun decennale di restauri consistenti sia dal punto di vista strutturale sia riguardanti il riallestimento del parco.

Teatro a Corte presenta quest’anno, nella sua prima sezione, quella estiva, il secondo capitolo di un progetto pensato l’anno scorso per la Reggia della Venaria Reale e per il Castello di Chambord, nella Loira, affidando a Jerome Thomas, artista del Nouveau Cirque, con una passeggiata al castello per invitare il pubblico a guardare con occhi nuovi il patrimonio artistico, che accoglie le provocazioni dello spettacolo dal vivo contemporaneo. Con la “Promenade Jonglee au Chateau”, il 27 giugno, alle 11. 30 e alle 15, Jerome Thomas accompagnerà i visitatori attraverso la giocoleria, in un itinerario che verrà replicato il 16 e 17 settembre prossimi.

Il 29 e 30 giugno sarà protagonista al Teatro Astra lo spettacolo dal titolo “Scene mere”, atteso ritorno a Teatro a Corte di Ambra Senatore, con un’anteprima che verrà presentata pochi giorni dopo al Festival di Avignone. Si tratta di uno spettacolo molto mimato e dinamico, in cui compariranno delle incursioni di immagini di vita, nel flusso del movimento danzato, come degli zoom di un obiettivo in mezzo alla folla. Ambra Senatore lavorerà su trattamenti dell’immagine e del suono, come se il palcoscenico fosse uno schermo e, per certi passaggi, la luce, i costumi gli oggetti saranno pensati in modo tale da suggerire la percezione di un film in bianco e nero, con improvvisi lampi di colore.

Alla Reggia di Venaria sarà in programma il 30 giugno con la Compagnie Transe Expresse lo spettacolo “Mu. Cinematiques des Fluides”, dove personaggi mirabolanti tra cielo e terra compieranno un viaggio fantastico e originale attraverso la materia. Si tratta di uno spettacolo monumentale di “arte celeste”, in cui si superano le soglie della realtà per immergersi in un processo creativo dove tutto è reso possibile. Lo spettatore recupera lo sguardo dell’infanzia e incontra creature volanti che attraversano il fuoco, librandosi nell’aria, per poi piombare con un tuffo nella profondità degli abissi.

Il 1 luglio alle 18, sarà la volta, nella splendida cornice del castello di Agliè, dello spettacolo intitolato “Hetre” della Compagnie Libertivoire, performance di circo e danza, la cui forza consiste tutta nella semplicità e autenticità del gesto. Viene messo in campo un percorso così intimo che l’espressione arriva direttamente dalle sensazioni dell’artista. Si tratta della forma più essenziale della danza, l’assolo, che ben riflette il tema centrale del lavoro, la solitudine. Essa è vista e vissuta come necessità di ritrovare un dialogo con se stessi, per riscoprire la propria libertà, lontano dalle costanti sollecitazioni della società contemporanea.

Sempre al Castello di Agliè, il 1 luglio dalle 18, si esibirà la Dual Band Music Circus, in uno spettacolo disegnato sulla polifonia umoristica, in un viaggio attraverso epoche e Paesi europei e non, condotto con l’uso di sketch classici della canzone e musiche originali. Seguirà sempre al castello di Agliè, il 1 luglio, in un percorso con avvio alle 18, uno spettacolo di teatro di strada e musica tradizionale e popolare italiana ideato da “La Paranza del Geco”, trasposizione on the road della vita quotidiana di Mr Tannunzio, capocomico e dottore ciarlatano.

A conclusione di questi primo ciclo di Teatro a Corte, prima della successiva ripresa a ottobre, lo scenario sarà quello della Palazzina di Caccia di Stupinigi con lo spettacolo dal titolo ” Fiers a cheval” della Compagnie des Quidams, ospite per la prima volta di Teatro a Corte. Sarà un’occasione per evocare memorie culturale narrative di antica suggestione, attraverso un piccolo viaggio poetico, durante il quale il mondo umano e quello animale si osserveranno, uno dal punto di vista dell’altro.

Mara Martellotta

Che giganti erano quegli italiani

Accostarsi a “Figure dell’Italia civile“, ultima opera di Pier Franco Quaglieni, tra i fondatori del Centro Pannunzio, rischia di suscitare nel lettore, se digiuno della grande storia dell’Italia del recente passato, la stessa reazione dell’ingegnere Dallasia di fronte agli accordi di pianoforte della figlia Laura


Come Mario Soldati narra nell’ultimo racconto del suo capolavoro di esordio, Salmace, si verrebbe disturbati nel sonno dell’ignoranza e, subito dopo, si patirebbe “una certa timidezza” di fronte alla cultura e all’intelligenza di chi “ha studiato e letto tanto“.

Ecco il rischio che corre chi vuole accingersi a sfogliare un libro, Figure dell’Italia civile, il cui peso sulla coscienza può essere gravoso e liberatorio.

Gravoso perché Quaglieni ritrae magistralmente un’Italia sempre più lontana da quella attuale, ricordandoci con l’amabile arroganza di Lalla che il nostro Paese è stato altra cosa rispetto a quello volgare e abbrutito dei tempi odierni.

Liberatorio perché la narrazione delle gesta, dei fatti e degli aneddoti di quei Giganti dell’Italia civile ha la forza di ridestarci dal torpore in cui siamo sprofondati, infelicemente inebriati dal populismo della politica e dalla trivialità delle relazioni sociali.

Scrostando gli orridi graffiti da un bellissimo quadro, l’autore ne ravviva le tonalità sbiadite, riportando alla memoria, e di questo non pochi si dispiaceranno, l’esempio di donne e uomini che hanno fatto rinascere il Bel Paese, grazie a un senso dello Stato inteso come “valore irrinunciabile“, a un atteggiamento dignitosamente e coraggiosamente umile, a una preparazione frutto di studio costante, analisi critica e forza delle idee.

Lo stesso Quaglieni, all’incontro di Un caffè liberale del 12 giugno scorso, presso la sede romana del Partito Liberale Italiano, ha dichiarato di aver “voluto, con questo libro, dimostrare che c’è stata una classe intellettuale e politica, sostanzialmente riconducibile alla Prima Repubblica, che ha rappresentato qualcosa di estremamente importante“; e lo ha fatto con grande efficacia, con attitudine rispettosa “di ogni fede e di ogni convinzione politica, secondo i principi della laicità liberale“, come egli stesso scrive nella Premessa al libro.

Suddividendo i ritratti dei grandi protagonisti della storia recente tra “Le radici” e “Maestri e amici“, secondo un rigoroso ordine cronologico, l’autore ci introduce nella Cathédrale engloutie del racconto soldatiano con la figura straordinaria di Luigi Einaudi, felicemente paragonato a Cavour in quanto uomini che hanno “lavorato per il bene dell’Italia“.

Da lì si viaggia con personaggi come Concetto Marchesi, Giovanni Amendola, Marcello Soleri, Piero Calamandrei, Filippo Burzio, Ernesto Rossi, Federico Chabod, Adriano Olivetti, Felice Balbo di Vinadio, Vittorio de Caprariis, Arturo Carlo Jemolo, Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Indro Montanelli, Leo Valiani, Franco Venturi, Carlo Casalegno, Alda Croce, Primo Levi, Carlo Azeglio Ciampi, Raimondo Luraghi, Rosario Romeo, Giovanni Spadolini, Sergio Pininfarina, Alberto Ronchey, Enzo Tortora, Marco Pannella, lo stesso Mario Soldati e Mario Pannunzio, per citarli tutti, i cui lineamenti sono stati ben rimarcati dall’esperienza dell’autore, il quale, con molti di essi, è stato testimone o protagonista di vicende culturali, politiche e personali.

La lettura di questo libro è una occasione da non perdere.

Si respira in ogni pagina lo spirito crociano che tanto ha influenzato il grande saggista torinese. A Quaglieni dobbiamo somma gratitudine anche per questo cammeo preziosissimo, che si aggiunge alla grande opera culturale che lo vede protagonista da tempo, a Torino e in tutta Italia.

I 50 anni di vita culturale del Centro Pannunzio, di cui Pier Franco Quaglieni è il dinamico direttore, lo dimostrano in modo significativo.

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Massimiliano Giannocco

Curatore del ciclo di incontri “Un caffè liberale con”

“Artisti per Artom”, tre giorni di eventi

Casa nel Parco – presentazione della manifestazione Avevamo 20 anni. Artisti per Artom, promossa dal Consiglio regionale del Piemonte e dal Comitato Resistenza e Costituzione

Il partigiano ebreo Emanuele Artom combatté nelle formazioni di Giustizia e Libertà in Val Pellice, catturato, morì il 7 aprile del 1944 nel carcere ‘Le Nuove’ dopo orrende torture. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Probabilmente venne abbandonato nella zona dove oggi si trova il Parco Colonnetti, a Mirafiori sud. Qui una via è intitolata al suo nome e dal 28 al 30 giugno si svolgerà “Avevamo 20 anni. Artisti per Artom”, un grande evento organizzato dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte e dal Laboratorio – CTM. Una tre giorni di musica, incontri, letture, proiezioni, percorsi nel quartiere, eventi sportivi, momenti enogastronomici per riscoprire attraverso la figura di Artom – uomo, giovane partigiano, intellettuale, attento osservatore della realtà politica e culturale del suo tempo – l’immagine un quartiere che della diversità, come della continua rigenerazione, ha fatto i propri tratti distintivi di forza. Il culmine della manifestazione sarà venerdì 30 giugno, alla Casa nel Parco di via Panetti 1, con il concerto-evento “I Miller e una notte” che vedrà alternarsi sul palco Nada, i Virginiana Miller, Mauro Ermanno Giovanardi, Les Nuages Ensemble e i Liede.

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Dichiara il vice Presidente del Consiglio regionale del Piemonte, delegato al Comitato Resistenza e Costituzione, Nino Boeti: “Lo scorso anno abbiamo voluto dedicare la Festa della Musica – che si tiene in tutta Europa ed è rivolta soprattutto ai giovani – a un giovane partigiano, Dante Di Nanni. Quest’anno, invece, abbiamo scelto di onorare la memoria di un altro giovane partigiano, Emanuele Artom. Lo faremo trasformando i prati dove Emanuele scomparve in un luogo di ricordo e di festa. Letture, dibattiti, ma anche musica perché servono modi nuovi per fare memoria e ricordare il sacrificio di quanti combatterono per la Libertà e mi auguro che questa iniziativa serva a far conoscere ai giovani della nostra città il valore morale di ragazzi della stessa età morti per difendere la democrazia”. Gigi Giancursi, Direttore Artistico di “Avevamo 20 anni. Artisti per Artom”: “Scriveva il ventinovenne Emanuele Artom che il taedium vitae può essere vinto in un’unica maniera: partecipando delle cose umane, vivendo delle soddisfazioni spirituali, fisiche e morali che ci arricchiscono, distraendoci, al contempo, da quello che egli chiama ‘il vuoto dell’Abisso’. Un ventenne, Emanuele Artom, che come i nostri contemporanei si appassiona alle cose del mondo, e come loro necessita di combattere contro il pericolo di non vivere abbastanza, non amare abbastanza, nell’esorcismo perpetuo del vuoto. E allora Artom, l’intellettuale, il partigiano ebreo torinese, l’uomo, vogliamo raccontarlo attraverso l’immediatezza della musica, della letteratura, dell’arte, e con gli stessi paradigmi di libertà individuale e collettiva vogliamo raccontare una via, la celebre via Artom a lui dedicata, che custodisce la memoria stratificata del cambiamento e della storia di un quartiere, Torino Mirafiori, e di un Paese, segnati in modo indelebile dai mille volti che li hanno abitati da ieri ad oggi”. “Avevamo 20 anni. Artisti per Artom” è un progetto realizzato da Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte e dal Laboratorio – CTM, in collaborazione con Arci Torino, Resistenza Elettrica, Cpg Torino, ANPI, Comunità ebraica di Torino, Fondazione della Comunità di Mirafiori, Istoreto-Istituto piemontese per la Storia della Resistenza, Città di Torino, Circoscrizione 2, Bollati Boringhieri Editore, Marsilio Editori, Associazione Nazionale Museo del Cinema, Biblioteche Civiche Torinesi.

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fmalagnino – www,cr.piemonte.it

Steve McCurry. Mountain Men

Bard (Aosta)

Volti che sembrano scavati a forza nella dura roccia. Senza fare sconti alla ruvidità del reale. Immagini senza tempo. O forse cariche all’inverosimile di tempo. Come l’intenso, emozionante primo piano del monaco tibetano che fa da immagine -simbolo (claim visivo di fortissimo impatto emozionale) alla mostra. Dall’Afghanistan al Pakistan, dall’India al Tibet al Nepal. E ancora dal Brasile all’Etiopia e al Myanmar; così come dalle Filippine al Marocco al Kashmir alla Slovenia e allo Yemen. Passa da queste lontane terre il lungo percorso, incardinato su 77 immagini di popolazioni di montagna, su cui s’incentra l’inedito progetto espositivo dedicato dal valdostano Forte di Bard, fino al 26 novembre prossimo, a Steve McCurry, certamente fra i più grandi maestri della fotografia contemporanea internazionale. Membro dell’Agenzia Magnum dal 1986, in quarant’anni di carriera un palmarés eccezionale (fra cui alcuni World Press Photo Awards) e autore del celeberrimo scatto “Ragazza afghana” – copertina del “National Geographic Magazine” del 1985 – divenuto icona del conflitto afghano e da subito entrato a far parte del nostro immaginario collettivo (come “Le baiser de l’Hotel de Ville” del grande Doisneau o il “Miliziano colpito a morte” fissato a Cordova dalla Leica di Robert Capa), è lo stesso fotoreporter americano a raccontare: “Solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile”. Una filosofia di vita e di lavoro che trova conferma anche negli scatti presentati da McCurry (nato a Philadelphia nel 1950) nelle Cantine del Forte valdostano, in una rassegna – “Steve McCurry. Mountain Men”– coprodotta da Forte di Bard, Steve McCurry Studio e Sudest 57, dove un’accurata selezione di paesaggi, ritratti e scene di vita quotidiana mette in evidenza il rapporto complesso fra uomo e terre di montagna: in ambienti estremi che segnano impietosamente corpi e volti e stili di vita o beneficiati dall’armonia di paesaggi incontaminati dove pastori e contadini si muovono in una sorta di magica e perfetta simbiosi con il mondo naturale e umano che gli sta intorno. A volte “specchio” di culture ataviche ( a noi molto distanti ) che McCurry racconta con nitida obiettività in immagini “da brivido”, come quelle raffiguranti le “donne-contadine al lavoro”, totalmente invisibili avvolte negli ampi mantelli neri e negli oblunghi cappelli di paglia, nel sud-est dello Yemen. Lo scatto viaggia con rapidità, ruba l’immagine e i colori, ma ci obbliga ad andare oltre. E a porci interrogativi che dribblano la mera bellezza del soggetto. Quella che troviamo, invece, a tutto campo nelle dieci fotografie inedite scattate da McCurry proprio in Valle d’Aosta fra il 2015 e il 2016, frutto di una campagna condotta in tre periodi di scouting e shooting, vero e proprio “mountain lab” a cielo aperto – documentato da un video – dove fra l’altro spiccano i quattro 4mila metri delle Alpi: Monte Bianco, Cervino, Gran Paradiso e Monte Rosa. Immagini che resteranno quale patrimonio della collezione del Forte di Bard che, ai visitatori, offre anche la possibilità di assistere alla proiezione in altissima risoluzione di oltre 290 scatti iconici del grande Maestro. Non solo. Il progetto espositivo prevede anche, per   gli appassionati, la possibilità di iscriversi ad un workshop con lo stesso McCurry, della durata di due giorni e mezzo, da venerdì 15 a domenica 17 settembre prossimi e con numero chiuso di 15 partecipanti: per info eventi@fortedibard.it

 

Gianni Milani

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“Steve McCurry. Mountain Men”

Cantine Forte di Bard (Aosta); tel. 0125/833811 – www.fortedibard.it

Fino al 26 novembre

Orari: da mart. a ven. 10-18; sab. dom. e festivi 10-19; lunedì chiuso

Foto:

– Steve McCurry: “Monk at Jokhang Temple, Tibet”, 2000
– Steve  McCurry:”Ladakh, India”, 2008
– Steve McCurry: “Wadi Hadhramaut, Yemen”, 1999
– Steve McCurry: “Litang, Tibet”, 2005
– Steve McCurry: “Saint-Pierre, Valle d’Aosta, Italia”, 2016
– Steve McCurry: “Colle del Gran San Bernardo, Valle d’Aosta, Italia”, 2016
– Steve McCurry: “Monte Bianco, Punta Helbronner, Valle d’Aosta, Italia”, 2016

 

Notturni al Sacro Monte

Per tre serate, l’1-2-3 luglio 2017, il Sacro Monte di Belmonte (TO), in occasione della ricorrenza del riconoscimento a Patrimonio dell’Umanità UNESCO (3 luglio 2003), diventerà teatro di un’interpretazione artistica contemporanea del Sacro Monte, firmata dalla direzione artistica di Claudio Montagna. Attori, pittori, acrobati, cantanti a solo e in coro, beatboxer, danzatrici, musicisti, narratori: 55 tra artisti e performers del territorio e altri professionisti offriranno la possibilità di vivere un’esperienza “immersiva” nell’unicità della forma narrativa e artistica dei Sacri Monti. Come viandanti, tutti saranno invitati a camminare nel buio illuminato da rappresentazioni, arte, e racconti ispirati al significato del Sacro Monte, luogo di elevazione e riflessione, e percorso devozionale, insieme di metafore dell’esistenza umana. «Per dire al resto del mondo “cos’è” Belmonte – spiega il regista Claudio Montagna – utilizzeremo la meraviglia e lo stupore suscitati da una performance itinerante di teatro, danza contemporanea, pittura, artigianato, scultura, canto, musica e arti circensi. Lassù, le emozioni di uno spettacolo sotto le stelle, o sotto le fronde, inviteranno a riconquistare lo spirito del Sacro Monte o, meglio, dei sacri monti: luoghi in cui si viaggia verso altre terre, lontane oppure così vicine da farsi terre dello spirito».

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I “NOTTURNI AL SACRO MONTE” sono il frutto del laboratorio diffuso di creatività ed elaborazione culturale, curato da Teatro e Società, che ha raccolto, assimilato e restituito notizie, informazioni e racconti attraverso scuole e insegnanti, incontri con esperti. Un percorso di valorizzazione del Sacro Monte, avviato a settembre con le comunità che circondano Belmonte, e che ha proposto momenti di animazione e di formazione artistica, coinvolgendo e stimolando nuove sinergie tra artisti e con le numerose realtà culturali del territorio. La manifestazione è realizzata nell’ambito del progetto pilota “Belmonte, un Sacro Monte aperto al mondo” proposto dall’Ente di Gestione dei Sacri Monti e dall’Associazione Teatro e Società nell’insieme del piano di rilancio dei Sacri Monti del Piemonte, Patrimonio Unesco. Il progetto è sostenuto dalla Compagnia di San Paolo sul bando “Valorizzazione dei patrimoni culturali 2016” e realizzato in collaborazione dei Comuni dell’Unione Montana Val Gallenca – Canischio, Pertusio, Prascorsano, San Colombano Belmonte, Valperga – e di Cuorgnè. «Con i “Notturni al Sacro Monte” sperimentiamo una modalità innovativa per il rilancio del patrimonio dei Sacri Monti – spiega Renata Lodari Presidente dell’Ente di gestione dei Sacri Monti, Ente strumentale della Regione Piemonte – che ci vede impegnati nell’intervento di restauro della Cappella XII, per il mantenimento del patrimonio artistico di Belmonte. La scelta del Sacro Monte di Belmonte per il progetto pilota, sostenuto dalla Compagnia di San Paolo, si è rivelata di grande interesse per il coinvolgimento delle realtà culturali del territorio, che ha portato al percorso di elaborazione artistica che accenderà i riflettori sul Sacro Monte, confermando il legame forte con Belmonte». In occasione della manifestazione saranno proposte mostre, concerti e altre attività di animazione, sia al Sacro Monte di Belmonte che nei comuni coinvolti nel progetto, volte a far conoscere Belmonte e il suo territorio. Una performance itinerante di arte e cultura, uno spettacolo per riflettere al Sacro Monte di Belmonte, Patrimonio dell’Umanità UNESCO e uno dei simboli del Canavese.

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CAMMINARE NEL BUIO ILLUMINATO DA ARTE, RAPPRESENTAZIONI E RACCONTI Lo spettacolo itinerante “NOTTURNI AL SACRO MONTE” si sviluppa sul percorso devozionale del Sacro Monte di Belmonte, Patrimonio UNESCO. Dalle 20.30 il percorso, adeguatamente illuminato, si animerà in tredici “quadri” legati alle scene illustrate nelle Cappelle, che proporranno agli spettatori (partenze a piedi dei gruppi circa ogni quindici minuti) un’interpretazione artistica contemporanea del Sacro Monte. Performance di teatro, con la messa in rima di eventi storici di Belmonte o riferiti alla Passione, accompagnate da installazioni di danza contemporanea, pittura, scultura, canto, musica e arti acrobatiche, offriranno l’occasione di confrontare le esperienze della propria vita con una storia bimillenaria: si cade, ci si rialza, si cammina. Si cammina e si scopre che la meta da conquistare davvero non è la conclusione del viaggio ma la voglia di continuare a camminare. L’itinerario sarà guidato dai “Viandanti attori”, protagonisti in ogni tempo dei cammini devozionali, ritornati al Sacro Monte per invitare al viaggio e alla meditazione, sugli antichi sentieri. Per chi lo vorrà anche la salita a piedi al Sacro Monte, sul percorso da Valperga, sarà accompagnata, in due gruppi, da guide naturalistiche. Per tutti gli altri la salita sarà possibile con bus navetta con partenza da Cuorgnè e Pertusio. Interpreti del gruppo dei “Viandanti attori” – con i testi di Luca Scaglia, in collaborazione con Claudio Montagna, Chiara Bosco, Davide Simonetti, Fabio Caruso – sono i quattordici allievi del corso di teatro avviato a febbraio a Valperga da Claudio Montagna, nell’ambito del progetto “Belmonte, un Sacro Monte aperto al mondo” e gli attori di Teatro e Società. Presenti anche gli attori del Teatro del Noi del Gruppo Abele di Torino e la performance della Pro Loco di Cuorgnè. Le performances di pittura sono a cura del Centro Culturale Artistico Carlin Bergoglio di Cuorgnè, quelle danza del Nuovo teatro studio danza asd di Caluso e della Scuola La Fenice Ballet di Cuorgnè. Lo spettacolo itinerante propone interventi degli acrobati Diego Bertin, Luca Buccheri. Gloria Giraudo e Marcello Piras, del beatboxer Matteo Zulian, dei musicisti Giovanni Ruffino e Nicoletta Fiorina. Partecipa il falegname di Pertusio Stefano Lupano e saranno esposte tre opere dello scultore Simone Benedetto. Presente anche il gruppo di studenti del Liceo artistico “Felice Faccio” di Castellamonte che hanno partecipato al laboratorio video del progetto, condotto da Franco Carapelle.

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COME PARTECIPARE Per raggiungere il Sacro Monte saranno messe a disposizione navette (costo A/R 2 euro) con partenza da Cuorgnè e Pertusio alle ore 19.00 – 19.45 – 20.30 – 21.15. Dalle 19.00 alle 24.00 la strada verso il Sacro Monte sarà chiusa al traffico all’altezza della frazione Pemonte. Sarà possibile salire a piedi al Sacro Monte attraverso il percorso naturalistico da Valperga, con visita guidata in collaborazione con l’Associazione ScopriNatura. La partenza dei gruppi è alle ore 17.00 e alle 17.30. La partecipazione alle serate è aperta a tutti e gratuita. E’ richiesta la prenotazione con l’indicazione della modalità di salita al Sacro Monte (con il trasporto della navetta o a piedi da Valperga). Le prenotazioni si effuano tramite modulo dal sito: www.notturniteatrali.it o telelefonando al n.ro 392 290.67.60 dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 13.00. BUS da Torino. Domenica 2 luglio, su proposta del Consorzio Operatori Turistici Valli del Canavese. Partenza ore 14.30 da Torino Porta Susa, rientro entro mezzanotte; costo 15,00 euro

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Per prenotare: tel. 011/9833504 • e-mail: info@kubabaviaggi.it Le informazioni sul programma dei “Notturni al Sacro Monte” e sugli eventi sono reperibili sui siti: www.notturniteatrali.it – www.sacri-monti.com.

Rodotà il “laico furioso”

di Pier Franco Quaglieni

E’ mancato ad 84 anni il prof. Stefano Rodotà ,enfant prodige della cultura giuridica italiana che ad appena 22 anni iniziò a collaborare al “Mondo “di Pannunzio. Si è subito alzato un coro volto a fare “santo subito”(sia pure santo laico) Stefano Rodotà che ha cavalcato la politica e il giornalismo italiani per molti decenni. Sicuramente fu un uomo di rara intelligenza e di indiscutibile cultura. Ebbi modo di conoscerlo dopo una sua conferenza ai “Venerdì letterari” torinesi. Irma Antonetto me lo presentò, ricordando che Rodotà era stato un collaboratore del “Mondo “di Pannunzio.  Mi bastò poco per capire che il suo modo di essere laico non era il mio e che soprattutto il suo radicalismo era diventato un radicalismo di sinistra con tendenza predominante a non avere nemici a sinistra. Un po’ come accadde al torinese  Franco Antonicelli che passò da liberale a sostenitore indulgente di “Lotta Continua” in un crescendo di spostamenti a sinistra che stupirono gli stessi comunisti che lo elessero senatore nel ’68 e nel ’72.Per Antonicelli valeva il mito di Gobetti e del suo rapporto con Gramsci che finiva per legittimare  i suoi spostamenti graduali a sinistra, fino a giungere a quella più estrema, ignorando i pericoli stessi del terrorismo che stava nascendo.  Una scelta rispettabile, quella di Rodotà, ma certo  molto lontana da Pannunzio di cui egli, al contrario di Scalfari, non si considerò mai continuatore. Anzi ,ebbe ben chiara la sua cesura definitiva con il mondo liberale a cui forse non appartenne mai, neppure quando scriveva sul “Mondo”.

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In quella cena organizzata da Irma Antonetto avemmo modo di constatare che ambedue amavamo la buona cucina, un lato che non avrei mai pensato di trovare in Rodotà che appariva ,nella sua figura snella, quasi un asceta. Quello gastronomico  finì di essere il discorso predominante della serata, salvata dalla presenza di altri ospiti. Nel 1979, quando Marco Pannella convinse Leonardo Sciascia a candidarsi nel partito radicale ,lui si candidò come indipendente nelle liste del PCI. Una volta Lucio Libertini, che non disdegnava la sincerità e anche la battuta cattiva ,mi disse che la “Sinistra indipendente “ era indipendente da tutto fuorché dal Pci che eleggeva i suoi candidati con preferenze certe e collegi blindati. In effetti qualche indipendenza Rodotà seppe mantenerla perché non si può dire che si sia sempre allineato con il Pci. Nello stesso PDS non si sentì mai a casa sua. Eletto presidente del partito con Occhetto segretario, si dimise dalla presidenza di un partito in cui la conflittualità tra il vecchio e il nuovo apparve subito ingovernabile. Al Salone del libro  del 2009 mi capitò di ascoltarlo quando presentò il suo libro “Perché laico” edito da Laterza e tenne una lezione magistrale  sulla laicità che meriterebbe di essere riletta. Il suo non fu un discorso laico ,ma laicista o, se vogliamo ,da ” laico furioso” per dirla con  la celebre definizione di  Gianfranco Bosetti. Rodotà non aveva assolutamente recepito la distinzione fatta da Bobbio in modo molto lucido tra laicità e laicismo, due modi di pensare che possono giungere all’incompatibilità . Il laico è aperto al dialogo anche con chi non vuole il dialogo ,il laicista è settario, chiuso nelle sue certezze ideologiche inossidabili, come il cuneese Odifreddi o il milanese Gioriello o il torinese Viano.  Essere laici non  significa essere miscredenti, insegnava Alessandro Passerin d’Entrèves ,ma la scuola liberale che parte da Francesco Ruffini e giunge a Passerin, era cosa quasi sconosciuta al prof. Rodotà.

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Quando pubblicai con Girolamo Cotroneo  nel 2010 i discorsi di Cavour sui rapporti tra Stato e Chiesa da Rubettino, volli rimarcare la necessità di una distinzione netta rispetto ad una interpretazione distorta  del pensiero di Cavour visto come un anticlericale settario anziché come uno statista capace di mediare tra le ragioni di una libera Chiesa in un libero Stato.  Il mondo di Rodotà  era un insieme di certezze e di dogmatismi laici in cui la religione non doveva avere diritto di cittadinanza. Non capì che essere laici significa anche diffidenza verso le semplificazioni delle ideologie presuntuose, anzi superbe del secolo scorso. Il liberale Zanone sul tema aveva pienamente centrato il discorso antiideologico incluso nel concetto di laicità. Il mondo liberale si fondava e si fonda sulla libertà religiosa, sulla libertà di essere credenti, non credenti o diversamente credenti. Un’idea che aveva perfettamente colto  anche Marco Pannella. La laicità liberale è soprattutto ed  essenzialmente  rispetto per le idee di tutti, senza irrigidimenti giacobini. Se Alessandro Galante Garrone si definì un ”mite giacobino”, Rodotà con le sue prese di posizione rigide si rivelò un giacobino assolutamente poco mite. Onore al merito per  aver tenuto salde per decenni le sue convinzioni, ma tra lui e il mondo liberale c’era un abisso che si è ampliato nel corso degli anni. E’ quasi incredibile che una figlia di Benedetto Croce, Elena, lo avesse introdotto al “Mondo “ di Pannunzio. Elena era tanto diversa da Alda, da Lidia e da Silvia Croce che mantennero saldo il loro liberalismo .Alda di cui fui amico per molti anni ,detestava Rodotà. Elena Croce fu l’autrice di un libretto dedicato allo “Snobismo liberale” che finì per diventare snobismo radical-chic con un costante  pregiudizio favorevole verso i comunisti. Come la proprietaria del “Corriere della Sera”  Maria Giulia Crespi che cacciò Montanelli e come Camilla Cederna che brindò-stando alla testimonianza di alcuni amici – quando  Indro venne ferito dai terroristi e scrisse infamie sul commissario Calabresi. Pannunzio denunciò nel 1966 la fuga degli intellettuali  verso il PCI e vide lontano. Rodotà fu, forse, l’esempio più illustre  di questa fuga verso i comunisti.

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Egli fu naturaliter molto amico di Gustavo Zagrebelski  al cui fianco ha combattuto tante battaglie.
Anche l’ultima battaglia contro la riforma costituzionale Renzi -Boschi fu da lui sostenuta con argomentazioni veementi a fianco del professore torinese, punto di riferimento di un certo modo di pensare la politica che è quanto di meno liberale ci possa essere. Una volta laureato brillantemente a Roma, fu scoperto per la sua intelligenza da Adriano Olivetti che avrebbe desiderato averlo con sè ad Ivrea ,ma il giovane Rodotà rifiutò l’invito. Olivetti gli fece comunque accreditare 300mila lire di allora sul suo conto corrente, per aiutarlo nei suoi studi. Olivetti chiamava attorno a sè tutti i giovani brillanti  che poteva, ma ,a volte, non vide i limiti di certi suoi collaboratori, in primis ,Paolo Volponi destinato anche lui a finire parlamentare prima del PCI e poi di Rifondazione Comunista. Il cognato di Adriano, Arrigo con il quale ho intrattenuto una lunga amicizia, anche se l’ho sempre considerato un maestro, mi disse una volta che non sarebbe stato opportuno invitare Rodotà al Centro “Pannunzio”. Arrigo non poteva prevedere le evoluzioni del Rodotà-pensiero, ma anche lui seppe guardare lontano. L’aveva conosciuto nelle stanze del “Mondo” e ne aveva tratto una pessima impressione. Arrigo era l’editore del “Mondo” e fu segretario generale del partito radicale quando Rodotà era un iscritto a quel partito.Rodotà ,rifiutando l’invito di Olivetti, compì un atto di onestà intellettuale di cui bisogna rendergli merito perché le sue idee, fin da allora, erano conflittuali con quelle dell’imprenditore eporediese, affascinato anche dalla religiosità cristiana. Fu il primo Garante della Privacy, ma, durante il suo mandato, malgrado i suoi sforzi, la privacy in Italia venne sistematicamente più che mai  calpestata, anzi distrutta. Franco Pizzetti ,suo successore come Garante, colse i problemi irrisolti lasciati da Rodotà e si accorse della loro gravità. Negli ultimi anni il professore aveva scoperto il web e divenne così simpatico alla rete che Grillo lo propose come presidente della Repubblica alla fine del primo mandato di Napolitano, salvo poi insolentirlo in modo volgare. Con la sua morte l’Italia si priva di una mente molto lucida e vigile. Con le sue polemiche ha tenuto alta l’attenzione sui temi dei diritti civili, anche se la sua visione complessiva non è andata molto oltre la vis polemica.