Sino al 10 marzo, Angela Guiffrey negli spazi degli Imbianchini
La parola che l’artista maggiormente pronuncia mentre t’accompagna attraverso le opere che compongono la sua mostra Senza tempo – all’interno di quel locale che i torinesi conoscono come Gli Imbianchini (via Lanfranchi 28, sino al 10 marzo) – è “sensazioni”. Gli stati d’animo che sente nascere in se stessa, le emozioni e la poesia della memoria, il ricordo che costantemente intravede un passato e innocenti dimensioni trascorse, di persone e di ambienti, allo stesso tempo la capacità di superare quel passato e dare corpo a una religiosità più ampia; la visione di un piccolo mondo più o meno antico, abitato, e di una famigliarità e della sua ricerca continua, dell’uso quotidiano di materiali – tessuti e stoffe di ieri, variopinte tovaglie e tovaglioli ricavati in ricami con il potere d’ingentilire, frammenti a un primo sguardo senza alcuna importanza ma che con la bellezza delle loro trame trasmettono pur sempre ovattati messaggi all’interessata: una precisa cifra stilistica, “pagine di un personalissimo e interiorizzato racconto”, come annota Angelo Mistrangelo nella presentazione – su cui ancora oggi, mediante una sobria ricostruzione, poter ritrovare un segno, una presenza, pressoché sempre femminile, “ricordi, gesti e volti racchiusi in evocativi e geometrici quadrati”, la certezza di un uso, di una frequentazione, di una vita un tempo conosciuta.
Uno sguardo immediato, che si può faticare a fare d’un colpo proprio, capace del resto di immettere autentica poesia, ma che si arricchisce di nuove valenze, schermato come appare da fili più o meno colorati, da accenni lineari o zigzaganti (“Quadrati 2”, 2022), da quasi impercettibili quadrati dorati che sono elementi di perfezione, da barre arcuate di metallo – “Prezioso” (2025) o “Ricamo” (2019) -, da minimi nastri biancastri e ripiegati nelle loro sfrangiature che separano chi guarda dal vasto terreno di colori e di inserti che stanno sul fondo (“Danza 6”, 2016).
Non esercizi di un’artista che insegue e approfondisce un proprio percorso, difficile, chiuso e ad un passo forse dall’inarrivabile, ma il ricordo, la quotidianità, la scoperta della materia, in un piacevole cammino trasmettibili, condivisibili, dove Angela Guiffrey – diplomata in Decorazione presso l’Accademia Albertina di Torino, anni trascorsi nell’insegnamento, personali tra Saluzzo e Govone e Asti, vincitrice di concorsi pubblici, Opere per il Nuovo Palazzo di Giustizia di Asti come non ultimo quello nazionale di pittura “Città di Fondi”, in provincia di Latina – ci accompagna alle intersezioni dei colori, uniche, importanti, studiate, calibrate, che quel ricordo riflettono. Cromie che affascinano, che sanno costruire impercettibili memorie, che s’alternano tra invenzioni e semplice quanto antico rispetto, creando da par loro ulteriori suggestioni. Nella loro ricercata essenzialità, nella continua ricerca del tono su tono, il bianco inserito in un bruno poco più profondo dialoga con il verde marino che lo sovrasta in “Verso la profondità” (2019), interrotto soltanto da un “monile” ramato un marrone che si diffonde in ogni sua ampiezza, rifiutando delimitazioni, un riquadro di un giallo profondo s’inserisce in bella alternanza tra due spazi verdi e ombrati, i rossi e i neri ben delimitati, come gli azzurri e i blu scuri. Inserti e frammentazioni che producono luccichii, ancora inaspettate suggestioni a chi guarda. Che si staccano da una pregnante realtà per salire a un “qualcosa” che ha di spirituale. Che evocano e introducono ad un rafforzato linguaggio artistico.
Elio Rabbione
Nelle immagini: “La danza 7”, tecnica mista, riporto di tessuto e inserto di foglia oro su stoffa, 2016; “Inaspettato soccorso”, tecnica mista e riporti di stoffa, 2019; “Quadrati 2”, tecnica mista, filo e foglia oro su tela di lino.

La corona non è l’unico esempio dentro fa mostra, attorno le sono esposti oggetti di arte decorativa napoletana già appartenenti alle collezioni del Museo Accorsi-Ometto: una coppia di doppieri (1775 – 1779) dovuti a Francesco Tomaselli, con inciso lo stemma di Simone Vincenzo Velluti Zati, duca di San Clemente, argento fuso, sbalzato e cesellato, “asimmetrici nella forma, documentano il persistere di soluzioni ornamentali rococò nelle case delle nobili famiglie napoletane, anche dopo l’avviarsi della felice stagione neoclassica.” Come assai prezioso – e davvero bellissimo: provi ognuno ad accendere la luce che lo retroillumina e si goda il raro cambiamento dell’oggetto – è il vassoio da parata in piquet tartarugato, che il papa (bolognese) Benedetto XIV Lambertini ordinò alle officine (campane) di Torre del Greco per farne dono al marchese (piemontese) Leopoldo Del Carretto di Gorzegno e di Moncrivello, che fu legato diplomatico in occasione del secondo concordato tra papato e Regno di Sardegna, un ampio carapace raddolcito e livellato con olio d’oliva e altri elementi, “un’opera che esprime l’altissimo livello qualitativo delle maestranze napoletane, educate fin dall’inizio del nuovo regno a comunicare la regalità e in grado di reggere il confronto con le migliori manifatture europee” nonché la rete che legava le lontane piccole e grandi corti come la scelta dei luoghi di lavoro, altrettanto lontani, ma ritenuti in quel momento tra i migliori. A raccontare il significato del Barocco da cui la sala prende nome, all’intorno nature morte e i ritratti e le immagini sacre, veri gioielli i tondi che illustrano tre “Scene della Passione di Cristo”, tra il 1760 e il ’70, in gesso e legno, dovuti a Giovanni Battista Bernero, saviglianese d’origine, assunto ben presto alla corte dei Savoia, attivo a Stupinigi come al Sacro Monte di Varallo, nel duomo di Casale Monferrato e di Carignano, a Torino nelle chiese di San Lorenzo e in San Francesco d’Assisi.


Dalle passeggiate universitarie di Giordano, alle piazze borghesi di Ginzburg, ai caffè e vicoli investigativi di Fruttero e Lucentini, fino alle aule scolastiche di De Amicis, la città emerge come protagonista silenziosa ma essenziale. Torino non è sololuogo di industria e politica: è una città che racconta sé stessa attraverso la letteratura, dove ogni strada e ogni piazza possono evocare un romanzo, un ricordo, un’emozione.





