Sugli schermi “La fiera delle illusioni” di Guillermo del Toro
PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione
All’origine, nel 1946, il romanzo “Nightmare Alley” scritto da William Lindsay Gresham, già l’anno successivo portato sullo schermo da Edmund Goulding con Tyrone Power quale protagonista, film peraltro bocciato dal pubblico che non accettò di vedere sullo schermo uno dei suoi attori preferiti, romantico e irreprensibile, rivestire un personaggio così fortemente negativo. Con “La fiera delle illusioni” la storia è ripresa oggi da Guillermo del Toro, felicemente, ancora una prova vinta (anche se per una certa scrittura “di troppo” la perfezione della “Forma dell’acqua” forse non è così prossima), ancora un riallacciarsi o trovare ispirazione nel cinema americano degli anni Quaranta e Cinquanta, ancora la volontà di rendere minacciose o torpide le acque, un gran falò che tutto consuma e distrugge all’interno di una casa sperduta in qualche angolo d’America, da cui il protagonista Stan Carlisle fugge via, lasciandosi alle spalle un cadavere con parole di odio e conflitti tra un padre e un figlio mai sopiti.

Nel buio di una notte, tra insegne colorate (stanno circolando negli States poche edizioni in bianco e nero: chissà quali altre immagini, piene d’effetti e di nuove suggestioni) e scrosci di pioggia che, con l’altra presenza che sono i fiocchi densi di neve, non abbandoneranno mai l’intera vicenda, l’uomo, passato angoscioso e tanta ambizione, tanta prontezza nell’apprendere l’arrangiarsi della vita, arriva ad un vecchio luna park che sarebbe certo piaciuto a Fellini, incontrando Molly (Rooney Mara), la ragazza elettrica, che ha i sapori e l’innocenza di Gelsomina, o quanti sono corrotti anche nel corpo, quei freaks che anche Gabriele Mainetti ha saggiato di recente, il nano che alimenta tanti trucchi e l’Uomo Bestia, chiuso nel lerciume di una gabbia a succhiare il sangue dal collo squarciato di una gallina, come una intera umanità di farabutti e imbroglioni che furbescamente sbarcano il lunario vivendo nella e sulla menzogna, sospetti e bugie, il gioco spudorato e sempre sull’orlo del precipizio del mentalismo e dello spiritismo, che aleggiano in ogni angolo, non ultimi quelli dell’impresario che è Willem Defoe e della coppia Toni Collette/David Stratheim, ambigua di sguardi e di povere illusioni (lui perfetto nei suoi sogni del tempo ormai andato, lei bravissima come sempre ma con poco spazio a sua disposizione).
Illusioni per pochi soldi, il contatto con i morti a cui guardare con fiducia, un comodo mondo per allocchi o gente con nessuna speranza che nessuno vede. Incubi che a poco a poco prendono falsamente corpo, sotto quei tanti occhi che come in un vecchio film surrealista ti seguono, ti catturano, ti manovrano.
Poi il regista abbandona quel mondo slabbrato, quei tendoni attraverso i quali, pur tra gli inganni, circola ancora un minimo di umanità. Ed è uno spartiacque dal quale non è dato tornare indietro la fuga di Stan e Molly, come se avesse inizio un altro film. Una storia nuova che si sposta tra i grattacieli newyorkesi e le suite di lusso e i locali mollemente frequentati, gli studi di psichiatri dalla perfetta eleganza, i divani le scrivanie le lampade il mobile bar la libreria in legno prezioso, tutto è bellezza, tutto è ostentata signorilità, tutto è un successo per la coppia che s’è formata di recente, che maneggia ancora tarocchi e segreti catturati con false parole e subdole promesse.
È entrata in scena, non certo da comparsa ma bensì da primadonna, la femme fatale che ha i tratti di Cate Blanchett, la Lilith priva di scrupoli, algida e spietata, bionda peccaminosa, una sorta di Barbara Stanwick o di Veronica Lake, una immagine che può ricordare la Kim Basinger di “L.A. Confidential”. Lilith senza scrupoli e in grado di dimostrarsi più capace di Stan, più abile negli inganni, più veloce a tenderli e a portarli a termine. Il dark s’è fatto thriller nello sguardo lento di Guillermo del Toro, un lento racconto che cattura ogni più piccolo particolare, il buio dell’inizio se possibile è cresciuto, i colpi di pistola e il sangue hanno il loro primo piano. Si affastellano sull’orlo di un precipizio che porta Stan, assassinio e colpevolezza usciti da un romanzo di Dostojevski, dritto dentro il proprio inferno.

Senza possibilità di ritorno. Del Toro, messi da parte i tenui tratti che non convincono, costruisce ancora un’opera ardimentosa e intrigante, ci porge su di un piatto d’argento i legami che collegano il cinema e le regole della sua illusioretà a richiamare i giochi della vita, ha dalla sua e guida egregiamente una squadra d’attori di magnifico spessore, laddove Bradley Cooper eccelle in quella sembianza enigmatica e nel correre sempre più disumanizzato incontro alla tragedia finale, nella concretezza di una parabola che nasce e muore nell’ombra della menzogna.
Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
E’ il terzo capitolo della saga della famiglia siciliana dei Sorci (dopo “Caffè amaro” e “Piano nobile”); abbraccia il periodo tra secondo dopoguerra
Larry Watson è nato nel North Dakota nel 1947, ora vive nel Wisconsin a
Galeotta fu una panchina di marmo a Central Park dedicata a un grande uomo
La giornalista Sabina Minardi è responsabile delle pagine culturali dell’Espresso
Quant’era bella, la Giulia. Eccola! Piede sinistro a terra, seduta sul sellino posteriore del tandem affidato alla guida dell’amica. Entrambe belle. Giovani. Sorridenti e tutte in ghingheri. Tirate a festa e perfino un po’…civettuole, con quelle zeppe allora di gran moda e che ancora oggi, dopo settant’anni, vanno ch’è un piacere. Bizzarrie del fashion! Del resto, a Cortemaggiore (e credo un po’ ovunque allora e forse anche oggi in certe realtà di paese) s’usava così. Quando queste foto vennero scattate era certamente di domenica. E la domenica, allora, era proprio domenica. Giorno di festa e di grandi rituali “vasche”, su e giù per la via principale del tuo bel paese (bassa piacentina, venti chilometri da Piacenza e altrettanti da Cremona, al confine fra Emilia e Lombardia); era il giorno degli abiti nuovi da sfoggiare con malcelata nonchalance, degli anvein (anolini) in brodo – in cui papà Gigén era solito versare un bel bicchierotto di rosso, di quello buono – e del manzo in tavola, era il giorno della Messa grande nella Collegiata di Santa Maria delle Grazie, dagli interni decorati con pregiate opere pittoriche, fra cui un prezioso “Polittico” del Quattrocento firmato da Filippo Mazzola, padre del più noto Parmigianino. E, terminata la Messa, il via en plein air alla festa attesa per tutta la settimana. Nulla di straordinario. Il ciarliero ritrovarsi nella piazza principale del paese antistante la Collegiata e il Palazzo Municipale, le camminate da guarda un po’ come sono bella e ben vestita sotto i suggestivi e tipicamente emiliani portici, i crocchi vocianti, le risate e le volute fumanti e dai profumi non propriamente delicati sparsi al vento dai potenti “Toscani” o dalle “Nazionali” o “Popolari” senza filtro ( 2 lire a pacchetto e sicure “spaccapolmoni”) incollati alle labbra degli uomini, in attesa –molti – di varcar la soglia dell’osteria, ad attenderli altra spessa cortina di fumo e le simpatiche “briscolate” e il tipico scudlein (non il primo della giornata) con frizzantini bianchi o rossi assolutamente locali.
E Cortemaggiore balzò agli onori delle cronache. Nazionali. E non solo. Ma tu in quegli anni vivevi già altrove. Eri diventata moglie e mamma. Avevi seguito il tuo Renzo prima a Pontenure e poi a Torino, con il tuo “Nani” che aveva appena terminato la prima elementare. Un’altra vita. Un altro mondo, spesso in salita. Da tenere in piedi giorno dopo giorno. Sempre con quel sorriso timido e riservato. E tanta voglia di cantare. E quegli occhi scuri che diventavano pura luce davanti alla nuova, piccola “Nani”. Anche la mia Elena, fino a quando il tempo non ti ha rubato la memoria, la chiamavi così. Ricordi? Dio mio, quanto mi manchi, Giulia! E quant’eri bella, MAMMA!
Al Centro Pannunzio, in via Maria Vittoria 35/h, a Torino, verrà presentato lunedì 31 gennaio prossimo, alle 17.30, il libro dal titolo “Il tempo sospeso”, scritto dalla giornalista torinese Mara Martellotta insieme all’artista fiorentino Andrea Granchi.
La contemporaneità dei temi trattati, quali il cambiamento della società e dei rapporti interpersonali, la comparsa di nuove angosce e dubbi, hanno trovato un perfetto parallelismo sia nella scrittura dell’autrice, sia nella pittura di Andrea Granchi, indicando e tracciando una possibile via di ancoraggio e salvezza, in questo “tempo sospeso”, nell’arte.