



ARMARSI DI PENSIERI POSITIVI E DI BUONE AZIONI ABBATTENDO LE BARRIERE CHE CI LIMITANO
La voglia di scappare c’è sempre, per trovare nuovi stimoli, nuove idee, un nuovo modo di vedere il mondo, ambire a una nuova realtà dove il rispetto reciproco non è un pensiero utopico e dove i sogni fatti da bambino a volte si realizzano. Ma spesso questo vuol dire lasciare casa anche contro la nostra volontà per scappare da noi stessi e dagli altri. E non sempre siamo benvoluti dove arriviamo. C’è chi cerca la libertà di poter stare senza giudizi, non sentendosi sempre messi alla prova. Cercandola affrontiamo viaggi non sempre in prima classe. Viaggi pieni di speranza e paura, di curiosità e mancanze, di sconforto e ripensamenti, di conquiste e perdite.
Da piccoli affidavamo i nostri desideri a una barchetta di carta convinti che avrebbe raggiunto la propria meta senza problemi, con la sola spinta del vento, senza imbarcare mai acqua, ma nella realtà non è così semplice. Le barriere sono sempre tante e il più delle volte siamo noi stessi con le nostre azioni a crearle. E così il bambino che c’è in noi si nasconde: troppi ostacoli da superare da solo, troppe battaglie da combattere.
Ma non tutti hanno paura: c’è chi parte senza sapere cosa lo aspetta, solo seguendo il proprio istinto e la propria voglia di realizzarsi. C’è chi parte perché strappato dalla propria terra in cerca di un posto dove sorridere in pace. C’è chi parte perché non riesce semplicemente a rimanere fermo. Ogni persona che incontri sta affrontando un viaggio e noi abbiamo solo il dovere di non alzare barriere con i nostri atteggiamenti e i nostri pregiudizi, ma di sostenerlo per quanto possibile. Perché partire è un po’ come morire, ma con le persone giuste attorno si può sempre rinascere.
Questa è “Senza barriere”, il brano con cui Giovari sceglie di ripresentarsi al pubblico, dopo i singoli rilasciati nell’arco degli ultimi anni sotto il proprio nome di battesimo.
“Sai di per certo che la strada è lunga, fatta di scelte, ostacoli, sorprese. Serve guardare sempre all’orizzonte senza chiedersi se vi sia mai una fine, e viaggiare con la fantasia scoprendo nuovi punti di vista. Perché le coincidenze esistono, i pianeti si allineano e ogni cosa prende forma dal nulla. Il trucco è semplicemente affrontare il mondo con gli occhi e la speranza di un bambino, che non si pone mai limiti, accettando tutto e tutti a prescindere dall’orientamento politico, sessuale, religioso o dal colore della pelle.”
Ascolta Senza barriere: http://open.spotify.com/album/4fC0CyCGp1dOCHcT1nihYT
Musica: G. Arichetta, A. Di Dio Masa
Testo: G. Arichetta
Arrangiamenti: A. Di Dio Masa
Mix: Gabriele Dessì
Master: VDSS Studio di Filippo Strang
In una pratica in evoluzione come quella fotografica, fotografi, artisti, artisti visivi – relatori di immagini – propongono nuove strategie, adottano modi diversi per offrirci immagini che siano significative. In questo “oceano di immagini”, Helen Doyle cerca quelle che emergono, costringono l’occhio e, forse, ci aiutano a capire meglio il tumulto del mondo. Incontrando alcuni grandi relatori d’immagine, condividendo la sua passione per la fotografia, la regista ci fa scoprire una vasta tavolozza contemporanea fatta di contrasti scioccanti e matrimoni inaspettati. Le immagini poetiche di Lana Šlezić in Afghanistan, quelle cruente di Philip Blenkinsop in Asia, l’opera monumentale di Alfredo Jaar, le scene di guerra in miniatura di Paolo Ventura, le fotografie di Stanley Greene che si presenta come un narratore e quelle di Geert van Kesteren in Iraq che offre una visione cittadina, la lotta di Letizia Battaglia contro la mafia in Sicilia, il progetto guidato da Nadia Benchallal che ha come punto di partenza la sua nativa Algeria, le tracce ricostruite da Bertrand Carrière sulle spiagge della Normandia e la memoria ritrovata nelle graphic novel di Sera Phousera Ing in Cambogia.
Modalità di fruizione: per vedere il film sarà sufficiente accedere alla piattaforma Streeen.org e acquistare la visione a 2,80 Euro (pagamento con carta di credito o carta prepagata). Il film sarà in streaming dalle ore 18.30 di giovedì 28 gennaio e per 72 ore dal momento dell’acquisto.
Situata nel giardino Lamarmora, all’angolo tra via Bertola e via Stampatori, si innalza una massiccia struttura lapidea di forma quadrangolare. Nella parte frontale un rilievo bronzeo raffigura un manipolo di bersaglieri che muove compatto all’assalto, animato e guidato dall’allegoria alata della Patria vittoriosa. Dalla rigida struttura di pietra sporgono i corpi dei militari che, macabri e scavati, contemplano e quasi scavalcano un compagno morente completamente nudo.
Le due parti, ossia il gruppo bronzeo e la struttura lapidea, sembranoessere poste in totale disarmonia tra loro, oscillando tra vibrazioni di forme ed instabili equilibri; grazie a tutti questi elementi, la scultura assume un messaggio significante, riflettendo sui temi della morte e della memoria.
Le prime notizie del monumento al Centenario dei bersaglieri risalgono al 1936, occasione in cui si festeggiarono i 100 anni della fondazione dell’arma che, per volere di Benito Mussolini, si svolse con due adunate: la prima a Torino e la seguente a Roma. L’idea di commemorare i caduti di un corpo militare nacque dalla volontà dei commilitoni di ricordare le imprese dell’arma e i loro compagni deceduti.
Fu il presidente generale della sezione del corpo torinese, Luigi Bossi, di concerto con tutte le sezioni dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, che decise di commemorare l’anniversario con un segno tangibile e permanente da tramandare a ricordo del grande raduno e a venerazione delle stirpi future.
Durante l’assemblea convocata dal Podestà di Torino per decidere che tipo di monumento erigere in onore della commemorazione, Luigi Bossi fece presente che vi fosse già un altorilievo dedicato ai bersaglieri del IV reggimento della caserma Monte Grappa, sede del reggimento omonimo. Il monumento venne eretto nel 1923 grazie ad una sottoscrizione popolare e fu completamente realizzato dallo scultore Giorgio Ceragioli.
L’opera del Ceragioli, carica dello spirito bersaglieresco, costituì (dal 1923 fino al quel momento) la parte superiore della lapide murata all’esterno della caserma. Nel 1936, però, con il passaggio del IV bersaglieri dalla regione Crocetta a via Asti, secondo il presidente della sezione, l’opera per ragioni ideologiche e di prassi conservative non ebbe più ragione di stare in strutture militari o affini.Venne così proposta, da Luigi Bossi, la nuova collocazione del monumento nel centro di Torino, in onore sia alla stessa città che, sotto Carlo Alberto, diede vita al corpo militare, sia alla commemorazione della nascita dell’arma.
Su volontà del Capo del Governo e in base agli ordini del Ministro dell’Educazione Nazionale, la Città di Torino provvide alla rimozione del monumento dalla caserma e incaricò uno scultore sconosciuto di costruire, in un tempo molto ridotto, il basamento lapideo sul quale, ancora oggi, si inserisce l’altorilievo.
Il monumento venne posizionato all’interno del Giardino Lamarmora, un piccolo giardino di 6200 metri quadrati, donato nel 1862 alla Città di Torino da Alfonso Lamarmora (fratello minore di Alessandro). Il monumento celebrativo al Centenario dell’arma venne posizionato vicino all’opera dedicata ad Alessandro Lamarmora, fondatore del corpo militare.
Anche per oggi la nostra passeggiata alla ricerca delle meraviglie della città termina qui. L’appuntamento è per la prossima volta con Torino e i suoi splendidi monumenti.
Simona Pili Stella
(Foto: Museo Torino)
Tullio Solenghi & “Nidi Ensemble” omaggiano Woody Allen in streaming dal Teatro Superga di Nichelino
Sabato 30 gennaio, ore 21
Nichelino (Torino)
“Dio è morto (Marx è morto) e neanch’io mi sento tanto bene”: prende il titolo ripescando nel borsone strapieno delle innumerevoli (ma quante saranno?) boutades di Woody Allen, al secolo Allan Stewart Konisberg, lo spettacolo in streaming dedicato da Tullio Solenghi, ospite del “Teatro Superga” di Nichelino, al “più europeo dei registi statunitensi”, nonché al “maggiore esponente della comicità intellettuale ebraica new-yorkese”. In realtà la battuta, di cui sopra, pare non sia proprio parto originale dell’improbabile e surreale e un po’ tanto cinica vena umoristica dell’oggi 85enne Woody (eterno ragazzo), che invece l’avrebbe sottratta (secondo il “Dizionario delle citazioni sbagliate” di Stefano Lorenzetto, edizioni Marsilio) dal “Teatro dell’Assurdo” di Eugène Ionesco; in tutti i casi alla storia è passata legata più al suo nome che a quello del celebre drammaturgo rumeno. Con tutto il massimo rispetto, per carità, anche per il secondo. E a ricordarla sarà proprio il genovese Solenghi (altro genio della nostrana comicità), che, sabato prossimo 30 gennaio alle 21, in un intelligente mix di parole, musica e humour, rilleggerà online alcuni esilaranti brani tratti dai libri di Woody Allen (che esordì negli anni Cinquanta proprio come autore comico, quando moltissimi fra i suoi primi lettori non avevano ancora visto i suoi film) coniugandoli con le musiche che hanno caratterizzato i suoi film più significativi, eseguite da Alessandro Nidi e dal suo “Ensemble”. Si passerà così dai “Racconti Hassidici” alla parodia delle Sacre Scritture tratti da“Saperla Lunga” (titolo originale “Getting Even”, una serie di “pastiches” affondati in uno humour spiazzante di chiare radici yiddish), allo spassoso “Bestiario” tratto da “Citarsi Addosso” (pubblicato per la prima volta nel ‘72, superbo memoriale della nevrosi metropolitana alleniana), intervallati da brani di George Gershwin, Tommy Dorsey, Dave Brubeck, con uno speciale omaggio al mentore di Woody, il sommo Graucho Max(il terzo dei cinque indimenticabili fratelli), evocato dalla musica Klezmer, la musica tradizionale degli ebrei aschenaziti dell’Est Europa. In rapida carrellata si rincorreranno suoni e voci, musica e racconto in un’alternanza di primi piani a comporre un “montaggio” divertente ed ipnotico teso a raccontare la storia e la vita di un genio perennemente a disagio, certo di una sola cosa, della sua innata (e ben coltivata) incapacità di integrarsi nel rullio del caos metropolitano. E, in fondo, da nessuna parte: “Provo un intenso desiderio – dichiarava Allen – di tornare nell’utero…di chiunque”.
Lo spettacolo che vedrà sul palco il grande Tullio Solenghi rientra nel format “Nel Salotto con”, ideato dal “Teatro Superga”, come nuovo modo per vivere la cultura in un periodo sospeso senza tenere spoglio il palcoscenico: un servizio di streaming fruibile dal salotto di casa che porta tra le mura domestiche gli spettacoli della stagione trasmessi in diretta su piattaforma dedicata direttamente dal palco del teatro di Nichelino.
Biglietti: 8,99 Euro su nelsalottocon.it. L’accesso allo streaming è limitato ad un dispostivo per ogni account. Se si acquistano più biglietti per lo stesso spettacolo, è necessario contattare biglietteria@teatrosuperga.it e richiedere gli ulteriori account.
Info: https://nelsalottocon.it – info@nelsalottocon.it
g. m.
Un percorso lungo un mese, realizzato completamente da remoto, in cui 4 classi (per un totale di circa 75 studenti coinvolti, divisi in piccoli gruppi di lavoro), nell’ambito delle ore di Educazione Civica, riflettono e fanno loro i temi della shoah attraverso il teatro e lo studio di alcuni celebri spettacoli dedicati a questo tema, tra cui Se questo è un uomo di Primo Levi e La vita offesa nella riduzione di Anna Bravo e Daniele Jalla.
A dare supporto ai ragazzi, e alle loro docenti che hanno fissato i temi cardine, si sono attivati il settore Partecipazione e Sviluppo Culturale e il Centro Studi del Teatro Stabile di Torino, che hanno fornito preziosi materiali estratti dall’Archivio digitale del TST – https://archivio.teatrostabiletorino.it/ – e collaborato alle attività di ricerca sulle opere teatrali che negli anni hanno affrontato il tema dell’Olocausto.
Il risultato del lavoro svolto dagli allievi, arricchito da foto d’archivio, infografiche e contributi audio incisi dagli stessi ragazzi (come piccoli podcast) verrà presentato il 27 gennaio ai compagni delle prime classi, in un ideale passaggio di testimone.
Un’occasione unica per gli studenti coinvolti, che non solo hanno trovato modi originali per diventare ‘voci’ della memoria, ma hanno acquisito in itinere competenze preziose per la loro futura carriera scolastica e più in generale per la vita di cittadini: un efficace metodo di consultazione dell’Archivio e della biblioteca digitale del TST, e soprattutto lo studio critico delle fonti, bussola per orientarsi con maggiore sensibilità nella sovraccarica mediasfera del mondo contemporaneo.
Parteciperanno all’evento streaming Antonella Giordano, Laura Pompeo e Tiziana Siragusa, assessori alla cultura dei comuni di Chieri, Moncalieri e Chivasso aderenti all’iniziativa, Cecilia Cognigni, responsabile delle Biblioteche Civiche Torinesi in rappresentanza della Città di Torino, Laura Prunello, della Biblioteca “Alda Merini” di Rivoli, il direttore del premio Valerio Vigliaturo, alcuni componenti della giuria presieduta da Margherita Oggero e formata da: Milo De Angelis, Maria Grazia Calandrone, Enrica Tesio, Sacha Naspini, Marco Lupo, Valentina Maini, Michela Marzano, Massimo Morasso, Elisabetta Pozzi, Emiliano Bronzino, Alice Filippi, Paolo Mitton, Teresa De Sio, Willie Peyote.
Attraverso il format “Da inedito a edito, percorsi verso la pubblicazione e la produzione” (che a causa dell’emergenza sanitaria non è stato possibile realizzare nelle varie sedi delle biblioteche), interverranno alcuni autori premiati nelle scorse edizioni che hanno pubblicato o prodotto le loro opere grazie al premio che non abbandona i vincitori al loro destino, ma li sostiene e accompagna nel mondo dell’editoria e dello spettacolo grazie al montepremi di 7.000 euro e ai premi speciali come “InediTO Young” in collaborazione con Aurora Penne e L’Officina della Scrittura, “InediTO Ritrovato” assegnato a un’opera inedita di uno scrittore non vivente, “Alexander Langer” e “Giovanni Arpino” in collaborazione con la Città di Torino e i consiglieri comunali Federico Mensio e Marco Chessa, “Borgate Dal Vivo” in collaborazione con il festival, “Routes Méditerranéennes” in collaborazione con l’UJCE (Unione Giornalisti e Comunicatori Europei), conferito a un’opera che descriva storie e migrazioni sulle strade del Mare Nostrum.
La diretta si svolgerà grazie al supporto tecnico del Festival Internazionale di Letteratura “I luoghi delle Parole” di Chivasso diretto da Diego Bionda, partner del premio.
Per il bando completo consultare:
“…Considerate se questa è una donna/ Senza capelli e senza nome/ Senza più forza di ricordare/ Vuoti gli occhi e freddo il grembo/ Come una rana d’inverno…”: da questi versi, ispirati all’antica preghiera della liturgia ebraica dello “Shemà” e parte della poesia introduttiva alle pagine – le più celebri dedicate all’inferno di Auschwitz- di “Se questo è un uomo”, scritte da Primo Levi e pubblicate per la prima volta nel ’47 dall’editrice “De Silva”, deriva l’allestimento prodotto dall’Associazione Culturale “Progetto Cantoregi” e visitabile online in occasione del “Giorno della Memoria” dal 27 gennaio prossimo. Allestito alla “Soms”, ex Società Operaia di Mutuo Soccorso di Racconigi ( oggi sede della stessa Associazione ), il lavoro scenico sarà visitabile grazie al video pubblicato sul sito web progettocantoregi.it, sulla pagina Facebook di Progetto Cantoregi e sul sito del Comune di Racconigi. A muovere il racconto sarà, in tutto e per tutto, la figura femminile. Le donne della Shoah cui il progetto è specificamente dedicato. Esseri umani, privati dalla pazzoide ferocia nazista d’ogni umanità e identità, che Primo Levi equiparava nelle sfatte forme alle “rane d’inverno”, vittime di una prigionia fatta di fame, freddo, percosse, violenze e umiliazioni. Cose. Oggetti. Stracci. Rifiuti. Destinati allo sterminio, all’impietosa eliminazione. Senza colpe, se non quella di rappresentare la “diversità”. L’essere “altro” dalla nobile, e destinata a dominare il mondo, stirpe ariana. Le toccanti e drammatiche testimonianze di donne, spesso ancora bambine o giovani ragazze, che sono state internate nei campi di concentramento, o di intellettuali, che hanno urlato e urlano contro gli orrori dell’Olocausto, scorreranno sullo schermo della “Soms” e, ancora oggi, saranno un grido silenzioso contro i soprusi dell’uomo sull’uomo.
Urla. Parole che bruciano i cuori. Prive d’odio. Lanciate al vento come forte messaggio di memoria. Per non dimenticare. Quelle, tra le altre, di Anna Frank, Etty Hillesum, Edith Bruck, Liliana Segre, Hannah Arendt, Irène Némirovsky, Nelly Sachs, Gitta Sereny, Simone Weil, Elisa Springer, Joyce Lussu e Lidia Rolfi.
“L’installazione – spiega il presidente di ‘Progetto Cantoregi’ Marco Pautasso – trae ispirazione dai versi della nota poesia di Primo Levi, ed è dedicato alle donne nella Shoah, alla condizione femminile all’interno dei lager, alla specificità del loro vissuto. Non c’è volontà di guardare la Shoah da una prospettiva di genere, perché non esiste una gerarchia nella sofferenza. Ma queste testimonianze hanno contribuito ad allargare e arricchire l’ambito della nostra riflessione, la visione e comprensione di quanto è accaduto, anche nelle sue atrocità più efferate”.
In scena, tra il palco e la platea, si stagliano gli oggetti tristemente simbolici dell’inferno concetrazionario, che rappresentano gli effetti personali o domestici sottratti all’identità e alla dignità di tante donne: scarpe, indumenti, cappotti, sciarpe e foulard, libri, pettini, valigie, bambole, posate e anche capelli. Memorie di vite annullate. Memorie da non cancellare. Perché “questo è stato”.
Info: 335.8482321 – 338.3157459 – www.progettocantoregi.it – info@progettocantoregi.i Fb Progetto Cantoregi – Tw @cantoregi – IG Progetto Cantoregi.
Mentre un velo sottile sottile di ipocrisia cala sul teleschermo. E i flashmob in piazza si sprecano, inascoltati. Piedistalli intorno ai quali l’Italietta della canzone trova il suo miglior momento, da anni (siamo arrivati al settantesimo appuntamento, tra alti e bassi, tra successoni salva Rai e cali d’ascolto su cui arrabattarsi il giorno dopo), a Sanremo, nelle più o meno tiepide giornate di febbraio, quest’anno slungate ai primi di marzo, non si sa mai. Perché quei piedistalli sono il meccanismo annuale che non si può inceppare né scavalcare, perché su di essi fiorisce un’industria – sponsor docet -, ricca e salvifica, di cui non si può tacere, in grado di riempire di linfa nuova le casse della tivù. E allora ben vengano Orietta Berti, trasportata lì dalle personali altezze filosofiche alla corte di Fazio, e il rap e il resto della corte dei prescelti a riscattare con le loro ugole questo tempo gramo, ben vengano le performance del signor Lauro De Marinis, “in arte” Achille Lauro, presenza ricercata (imposta?) e insostituibile, capace di scalare inimmaginabili vette con le sue Rolls Royce o i suoi Me ne frego come con le sue tutine trasparenti. Show must go on ci insegnano d’oltreoceano, il carrozzone deve andare avanti diciamo noi.
In questo periodo di ordini e contrordini, di riunioni e di giuramenti del tipo “andrà tutto bene”, di pacche sulle spalle tra gli amiconi Amadeus e Fiorello e di telefonate all’alba a cercare soluzioni dell’ultima ora, di spazi esterni tipo navi da crociera confezionati ad hoc per la salute pubblica, quel che non riusciamo a mandar giù è l’uso del teatro Ariston, che le sue porte si spalanchino – al di là del solito ritornello “dopo aver preso tutte le precauzioni del caso” e del proclama ingannatore e di comodo “noi dobbiamo portare nelle case allegria e leggerezza”- per cinque sere, che s’inventino un circa quattrocento figuranti, contrattualizzati e con tanto di tamponi per ogni tranquillità, e che la galleria se ne resti lì svuotata di tutto e di tutti.
Un panorama triste, diciamo noi, tra attività che cessano, tra le barzellette dei seicento euro tirati a mille che arrivano quando arrivano, con il contagocce (a proposito, anche a quei semisconosciuti canterini – o attori in erba come a quelli che in erba non sono più, che le bollette continuano a pagarle – che non hanno ancora ben chiaro che faccia abbia il successo), tra i vaccini che si macchiano di ritardi e i conti che non tornano, tra le crisi senza fine del governo, tra questo mostro che finirà col mettere troppi in ginocchio. Ah no, Sanremo non si tocca, dicono al contrario in Rai, quel festival s’ha da fare e “senza pubblico e il suo calore”, come ci tiene a precisare Iva Zanicchi, “sarebbe molto triste”. D’accordissimo. Mentre i francesi con tutta la loro grandeur, dopo che hanno fatto della Croisette un deserto lo scorso maggio, pensano di far slittare Cannes e il suo festival a luglio, con ogni gesto scaramantico, decente e no, mentre gli inglesi, azzannati da una brexit che costringe gli artisti a casa loro, hanno per il secondo anno fatto una croce sul festival di Glastonbury, mentre anche il carnevale di Rio rimetterà in soffitta bauli e paillettes.
D’accordissimo con la Iva nazionale. E’ come farsi servire una bella puttanesca e vedersi arrivare una pasta in bianco. E’ l’Ariston in quanto teatro che non mi sta bene. Che la Rai riesca ad imporre il suo diktat. Che per cinque giorni lì dentro esistano le luci, le voci, gli affanni, il sudore, le proposte, i sentimenti, le riuscite e i fallimenti: mentre tutti gli altri teatri italiani, abolita ogni scala di grandezze e di valori, restano polverosamente chiusi. Non mi sta bene che nell’arcobaleno di colori rosso arancione giallo, che nello srotolìo di notturni DCPM, di riunioni nel cuor della notte per salvare la patria, nessuno (ma Franceschini dov’è? ha una voce, qualche proposta al proposito? o lo sentiamo far festa e inneggiare alla cultura dell’Italia soltanto quando a Pompei trovano un galletto dipinto in un thermopolium di duemila anni fa?) si sia per un attimo messo le mani nei capelli e, folgorato, abbia gridato “oddio, abbiamo anche i teatri e i cinema che da un anno non riaprono, abbiamo i set spenti e le compagnie che non si possono formare, abbiamo un enorme pacchettone di film che non possono uscire e che finiscono per la contentezza di pochi su qualche piattaforma, abbiamo gli attori a spasso!”, fregandosene di quanto la sala e il grande schermo siano ancora, alla faccia delle più recenti tecnologie, il mezzo più “bello” (ma ognuno si scelga l’aggettivo che più gli piace) per godersi un film e il palcoscenico, con tutta la sua polvere, trascinata giù da secoli di arte e di storia, di una Vita che non si può far finta che non esista, uno dei luoghi più vitali e significativi che ci possano essere. Gabriele Lavia accusava ieri dalle colonne del Messaggero “la morte del teatro” e definiva “una volgarità” questo affannarsi di troppi intorno all’appuntamento rivierasco. E se non è morte, è una lunga insopportabile agonia. Lo streaming, vabbè, ma è come visitare gli angoli più singolari del mondo standocene stancamente a casa, magari davanti al piattino dei cioccolatini, davanti a qualche sito.
“Latitante” ha definito il ministro “alla Cultura” nei giorni scorsi Emma Dante, regista teatrale e lirica, una delle punte d’eccellenza di casa nostra, dalle pagine dei social, “se si decide di fare Sanremo con il publico, si riaprono i teatri e i cinema. E’ pacifico”. La prosa morta, il cinema affossato, il balletto in solaio, i concerti nella totale ombra, è doveroso, umano, coerente cercare un orizzonte di luce. Con l’Ariston di Sanremo. Dopo l’Ariston di Sanremo. Le ha fatto eco Manuela Kustermann, nome storico del teatro, oggi responsabile del Vascello di Roma: “Se il festival di Sanremo apre al pubblico, mobilitiamoci, scendiamo in piazza. Ci sentiamo mortificati, dimenticati. Si parla di turismo, mai di cultura, mai di teatro. E’ vergognoso che da mesi il ministro Franceschini sia latitante, non dica nulla, non si esponga”. Il teatro deve riprendere vita, con tutte le precauzioni, i teatri e i teatranti devono sentirsi di nuovo vivi, vedere riaffermato quel posto che gli spetta, ben oltre le canzonette. Non è più tempo di panem et circenses, i miseri ristori e il festival canterino della nostra epoca, non è più tempo di girare la faccia dall’altra parte. Altrimenti non sarà soltanto la morte del Teatro. La Commissione di Vigilanza ha convocato per domani martedì il direttore di Raiuno, Stefano Coletta, vedremo che avrà da dire e quali decisioni verranno prese.
Elio Rabbione