Navigazione fluviale, giovane Orinoco verde, per Marion D’Amburgo che possiede lo sguardo del dio/ da Poesie militari, Marco Isidori, 1985
Navi eventuali sciolgono la monta dei piani nuvolosi che s’organizzava sottraendo
alla guerra principale l’acuminato blu proprietario della punta di lancia arrotata
degli affluenti del fiume brillante e conica meraviglia sul troncone degli armati di luce propria
conseguentemente vestiti col mantello capace d’includere il traino basato sul misfatto solvente
che trabocchettò la scarpa bianca sulla pellicola consistente di sangue perlato.
Il cielo schianterà completa la bocca perciò abbandonando alla prevalenza della gravità
bianco l’urlo e bianca la naufragata biancacoda densa sovraintendente
alla generazione subacquea degli organi riproduttori assegnati ai mammiferi mondiali
dei mondi estremi e se ce n’è d’oceanica totale la classe convenuta al quadrato bagno iniziale
prima che la geometria fosse e fosse attaccata dal branco presente dei lupi verbanti,
la folla nasce di questi giganti, e vive da un seme d’inchiostro bic nero che l’arbitro vero non è,
per adesso.
Se il numero di molte vette di parola che dicono verdi le sfogliate pinne delle verdesche
a centinaia allineate nel progetto di un mio vivo traghetto gettato tramite la doma del corpo
di quei pesci messo fissato fisso e irretito dalla ferrea trama dei versi che s’agganciano
alla criniera dei fratelli maggiori lanciati in carriere che spolverano il mondo, s’indovina,
è perché l’esatto confine del numero che gela il sangue e la sua dolce insipienza si trasforma
in gastronomia, si può tracciare senza tema d’orrore alcuno; ce ne telegrafa l’inaudita potenza
numerosa l’abaco celeste con la bella calma a disposizione dei grandi pallottolieri quando
li facciamo postini muti che bisogna far lavorare tanto e tutta tagliata la lingua alla canzone
sentirla egualmente in maestà sterminata la musica loro calarsi sul naso museruolato
degli squali giù per il filo ferrato teso ancora dalla bocca delle parole alla mia
che ancora scia rossa il sentiero di guerra aperto dallo scarponcino meraviglioso chiodato
sì e sì risuonante di tempestose lacrime sì fiume nel fiume divino sì che la porpora reticolata
sfoderi il suo viola la ripiena e d’amore fornito d’un’accordatura micidiale che intrecciar
possa l’oro universo del verso poetico nella corda sufficiente per il cappio del sole.
L’elica ammazza la luce e i brandelli superstiti eccoli in fuga franare alle rive di fieno
della foresta e il suono suo di rotore fatto pieno rotante tondo suono ecco si spinge sul pelo
della corrente arcionata d’abisso e già che si tiene la notte, lei, sulla groppa intrisa
mette anche la spugna del lunario gradinato nel docile smeraldo delle sponde artificiali
figlie d’un etimo schiacciante e implacato e goffo e rauco smagliatore di verità qualsiasi
nella smagliante mafia delle stelle.
Nottetempo è sbalordito dalla febbre e invaso dal nero colore che sta ripassando
la parte del notturno tropicale mal fatta perché giù di corda son le vocali e già in disaccordo
con quel suo baule d’inchiostro fabbricato apposta per tingere il semplice caso corrente:
cioè che il racconto della notte a queste latitudini, altro non deve essere
se non è lo spessore della pioggia bianca fino alla dannazione di doverlo in qualche modo
stanare sto bianco colore dal respiro della perla nera madre perla finta e, lacerate le insegne
dell’ordine naturale, permettendogli l’affronto supremo allo stato, quello dei cieli compreso,
composto all’ora dal trionfante assortimento dei fondali utili a prospettare per la grande foresta
l’alba con una sola ala, l’alba ripetente che non può diventar giorno pieno, volante,
né bene dormire sull’oceano neppure, se il verde congegno dell’oceano perlato,
che le farebbe e presto raggiungere la luce conclusiva, appare nel corso orizzontale
di questo navigare, come nel Romanzo, l’acquaverde maiolicata della piscina grande, appare.
Le foreste centroamericane avvenivano.
***
Marco Isidori è poeta, attore, fondatore della Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, compagnia teatrale tra le più originali e note del panorama artistico internazionale.
Poesia, musica e teatro si fondono perfettamente nell’opera di Isidori, eccellente nella sua personalissima riscrittura dei grandi testi classici, nei quali le parole diventano musica e la musica si fa verbo fino a diventare una sorta di ponte emotivo che collega il pubblico al vivo palco.
il testo che qui vi ho proposto in forma leggermente ridotta, che conserva comunque il suo originale spirito e consegna al lettore un grande esempio della poetica di Isidori, “Navigazione fluviale, giovane Orinoco verde, per Marion D’Amburgo che possiede lo sguardo del dio”, fu portato in scena a Palazzo campana nella primavera del 1989. Condivido e cito il commento contenuto nel libro curato da Davide Barbato “I teatri della Marcido Marcidorjis e Famosa Mimosa” (Editoria e Spettacolo, collana Paesamenti): “…due poesie che molto distano nei cataloghi ufficiali, ma solidali invece e bene, nell’attore che su di esse, veicolo e anche passaggio, tenterà di scovare una traccia della propria necessità, esile. Un telaio di luce acquatica permette al poema dedicato a Marion D’Amburgo di torcersi e gonfiare fino alle proporzioni dell’epica, conservando al carattere suo di congegno barocco, la forza di attingere la sensibilità prismatica che lo riempie da uno spettro speciale, inteso come speciale della specie”.
Per quanto mi riguarda, so che ogni immagine, ogni verso che porti in sè la scelta meticolosa e curata della parola, finalizzata all’esaltazione della bellezza e del sentimento, è poesia. La forma stilistica, la ricchezza di contenuti che diventano una firma inconfondibile dell’opera di Isidori, mostrano un talento affinato e complesso che merita una lettura e una rilettura.
Gian Giacomo Della Porta
“Noblesse oblige”. Il celebre motto partorito dalla fervida mente dello scrittore e politico francese Pierre-Marc-Gaston Duca di Lévis (1764 – 1830) – tratto dalle sue “Maximes et essais sur différents sujets de morale et de poltique – doveva essere “oro colato”, da mattina a sera e in ogni luogo e in ogni stagione, per tutti i membri della corte sabauda. Qualunque fosse il loro ruolo. Qualunque fosse il loro più o meno stretto vincolo di parentela con i Reali. Vita dorata, per i più. Ma – presumiamo– anche un tantino faticosa, per altri, anzichenò! Allora, come oggi, per le moderne monarchie. A tracciarne bene onori e oneri, lievità e obblighi da portarsi addosso come macigni è il nuovo libro di Andrea Merlotti “Vita quotidiana alla corte dei Savoia (1663 – 1831”, Edizioni del Capricorno, Torino, 2021), presentato in “Palazzo Madama-Museo Civico d’Arte Antica” a Torino. Blasonato storico, Andrea Merlotti, dal 2007 dirige il “Centro studi del Consorzio delle residenze reali sabaude” (Reggia di Venaria) ed é autore e curatore di numerosi lavori sull’Italia e gli Stati sabaudi fra Sei e Ottocento. Oltreché “Socio corrispondente” della “Deputazione Subalpina di Storia Patria” e membro del comitato scientifico del “Centre de Recherche du Château de Versailles (CRCV)” e del “Centro Studi Piemontesi”. Scrive anche su “Il Sole – 24Ore” e su “Il Giornale dell’Arte” e ha collaborato a diversi programmi di Rai 3, Rai5, RaiStoria, France2 e France3. In questo suo ultimo libro, presentato a “Palazzo Madama”, Merlotti si prefigge di ricostruire con rigore e assoluta verità storica la vita quotidiana di “quella grande macchina” rappresentativa del potere che fu la corte sabauda. Macchina mossa da un ingegnoso e raffinato meccanismo, al cui funzionamento (volenti o nolenti) hanno partecipato per secoli migliaia di persone, ognuna interpretando ruoli imposti e ben definiti, con impeccabile precisione, dalle regole di palazzo e dagli innumerevoli cerimoniali. “Il volume restituisce alla corte dei Savoia – si è ricordato in presentazione – il suo ruolo politico, per lungo tempo dimenticato o incompreso. Cerimonie e riti curiali sono ricostruiti in modo da comprendere il loro ruolo nella gestione e nella rappresentazione del potere da parte della dinastia, esemplare in tale senso il caso dei baciamani di Capodanno”. Una parte importante del volume è dedicata alla “sfera religiosa”, cui era attribuito un ruolo centrale nella vita di corte, e ai suoi spazi, fra i quali spiccano la “Cappella della Sindone” e la “Basilica di Superga”. Protagoniste del volume sono anche, ovviamente, le residenze sabaude, che furono il teatro, il grande palcoscenico della vita di corte e che, nel loro concepimento strutturale e architettonico, furono spesso definite proprio dalle cerimonie e dai riti che in essi solitamente si svolgevano. Sotto il segno di una grandeur – vera o talvolta presunta – che accompagnò per secoli la dinastia sabauda. “I grandi Stati – scriveva ancora nelle sue ‘Massime’ il Duca di Lévis – possono sopportare anche grandi abusi, sono i grandi errori che li fanno perire”. Parole sagge. Valide per ogni tempo e luogo. Oggi più che mai, stando purtroppo a quanto capita nel mondo.
Anche il Piemonte è presente a Modenantiquaria con la partecipazione, ormai consueta, di MATTARTE, realtà del territorio specializzata nella compravendita di arte e antiquariato, nata nel lontano 1896 come bottega d’arte. L’antiquariato ha, da sempre, rappresentato una passione di famiglia, anche negli anni Cinquanta, in cui era attivo Giovanni Matta, sensibile ai cambiamenti del mercato e capace di sviluppare ulteriormente l’azienda, introducendo anche il ruolo di casa d’aste. Oggi l’attività è arrivata alla quarta generazione con Pinuccia Matta e il marito Raffaello Lucchese, perito e esperto d’Arte del Tribunale di Torino.





Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
E’ Paul Raison, uomo di mezza età, consigliere di Bruno Juge che è il ministro dell’Economia, delle Finanze e del Bilancio, possibile candidato alle future elezioni presidenziali.
Jokha Alharthi, nata nel 1978, vanta un curriculum di tutto rispetto. Ha studiato nel suo paese e poi a Edimburgo dove ha conseguito un dottorato di ricerca in letteratura araba. E’ autrice di saggi, libri per ragazzi, di questo romanzo e di altri due ancora inediti in Occidente. Oggi è tornata nel suo paese dove insegna alla Sultan Qaboos University, vicina alla capitale Mascate. Ma è nella scrittura che c’è la sua anima più profonda.
Dalla sua approfondita analisi emergono tantissimi dati. Tanto per cominciare: gli scrittori, pur parlando spesso di donne, le hanno evocate, inventate, descritte, sguinzagliate nelle loro pagine, ma senza conoscerle davvero, poichè raramente era possibile leggere libri scritti dal gentil sesso. Risultato romanzi bellissimi ma magari incompleti.
Una giovane donna viene trovata morta in una “sword box”, quelle usate per i numeri di magia in cui l’illusionista finge di trafiggerla ripetutamente. Solo che questa volta dentro c’è una vittima letteralmente squarciata da ripetuti colpi di spada.