Di Pier Franco Quaglieni
Amedeo di Savoia – Aosta, il terzo duca d’ Aosta, era nato a Torino nel 1898 a Palazzo Cisterna, la residenza torinese dei Duchi d’ Aosta, come Palazzo Chiablese fu la residenza dei Duchi di Genova.
Gli 80 anni dalla morte del Duca Amedeo d’Aosta in prigionia cadono in un momento particolare, quello in cui sta divampando una guerra che potrebbe degenerare in una terza guerra mondiale. E la figura del Duca è stata spesso strumentalizzata per le ragioni dinastiche meschine sollevate dopo la morte del re Umberto II da piccoli personaggi che volevano decidere loro la discendenza della più antica casa regnante d’ Europa.

Ma questo ultimo elemento appare del tutto secondario e persino risibile. Lo storico, scrivendo di un personaggio vissuto nella prima metà del secolo scorso dovrebbe freddamente prescindere dal momento in cui vive e dalle vicende contingenti. Ma, come sosteneva Croce, la storia è sempre storia contemporanea, un’affermazione che ha costantemente suscitato in me qualche perplessità perché ritengo che lo storico non debba mai lasciarsi condizionare dal presente che sta vivendo, ma debba cercare di capire il passato ancor prima di giudicarlo come diceva il grande Bloch.

Ma oggi sto vivendo per la prima volta nella mia vita, dopo due anni di pandemia, il pericolo reale di una possibile guerra nucleare che ci travolgerebbe tutti e non sarebbe neppure confrontabile con le prime due guerre mondiali che provocarono milioni di morti. E allora, se penso al Duca d’Aosta che poco più che quindicenne chiese di partecipare come volontario alla Grande Guerra, non posso non vedere la distanza abissale dal nostro modo di pensare, a meno di accomunarlo ai giovani ucraini partiti dall’Italia per arruolarsi in difesa della loro Patirà, un esempio anni -luce distante dal comune sentire dei giovani d’oggi.

Davvero i giovani d’oggi non capirebbero il Duca, ammesso che sappiano chi sia stato. Il Duca d’Aosta ha dedicato tutta la sua vita alla Patria, servendola in armi con una dignità e un rigore che fanno pensare ai cavalieri antichi. Carlo Delcroix, che lo conobbe di persona, mi racconto’ di questo principe sabaudo coraggioso che amava sfidare il pericolo anche come intrepido aviatore (consegui’ il brevetto di volo a Torino, come mi ha ricordato il mio amico Marco Papa appassionato storico dell’Arma azzurra): e che sull’Amba Alagi resistette al nemico inglese con sovrumano eroismo ed ebbe l’onore delle armi, quando rimasto senza munizioni, fu costretto alla resa.

Mori’ a Nairobi il 3 marzo 1942 in prigionia insieme ai suoi soldati, devastato dalla malaria. Era figlio del comandante della III Armata nella prima guerra mondiale , quell’Emanuele Filiberto che venne considerato il Duca invitto. Mentre scrivo questi ricordi, penso all’accusa che potrebbe essermi rivolta di voler rievocare fatti bellici che dovrebbero suscitare solo orrore e non consentirci di definirli eroici. Ma se penso al Duca d’Aosta che aveva studiato non solo sui libri i problemi africani (si laureo’ alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo in diritto coloniale)e diede un volto umano al colonialismo italiano in Africa Orientale, non posso considerare la sua vita come una manifestazione di angusto nazionalismo legato al fascismo, ma di autentico e sincero amor di Patria, la pace e’ il valore supremo a cui ispirarci, ma a volte guerra e pace non sono così distanti, a prescindere dal libro di Tolstoj, perché la storia dei popoli sono un misto di contrasti inestricabili e la guerra resta a volte l’ultima ratio quando le diplomazie sono fallite.
La vita del Duca d’Aosta fu esemplare perché ispirata a valori e doveri che senti ‘ connaturati al suo essere principe senza privilegi .Da giovane si fece assumere per un anno come manovale sotto falso nome nel Congo belga, per conoscere da vicino come sarebbe potuta essere la sua vita se non fosse stato un Savoia. Un esempio su cui occorre riflettere se vogliamo cercare di comprendere un personaggio che merita il rispetto e la gratitudine di tutti gli Italiani. Il Duca nel 1940 fu decisamente ostile all’ingresso in guerra dell’Italia voluto da Mussolini.Il suo parere venne ignorato e come soldato,dichiarata la guerra, fece il suo dovere fino in fondo,pagando di persona la guerra sciagurata voluta dal dittatore. Il poeta piemontese Nino Costa ,all’annuncio della sua morte , scrisse una poesia che è degna di essere letta . Costa, che era un uomo che sentiva profondamente il valore della pace e della fratellanza umana e cristiana e che ebbe un figlio caduto nella Resistenza,si sentì toccato profondamente dalla morte ad appena 44 anni di questo principe che visse il dovere di servire l’Italia con una passione civile e patriottica che è solo dei grandi spiriti. Il suo medico personale che lo segui’ in prigionia e che gli fu vicino fino alla fine, Edoardo Borra, albese, ci ha lasciato una biografia del Duca da cui emerge la sua esemplare figura morale, senza mai scadere nell’agiografia, Gianni Oliva, scrivendo un libro sui Duchi d’Aosta, ha dedicato la sua particolare attenzione ad Amedeo, andando oltre certe vulgate antifasciste faziose e storicamente inconsistenti.

È importante che sia proprio Oliva a ricordare a Torino a Palazzo Cisterna domani il Duca nella sede della Citta’ Metropolitana che conserva cimeli che lo riguardano e che verranno esposti in questo anniversario.

Poi, il 15 agosto 1969, i “troubles” tra Cattolici e Protestanti riducono in cenere la convivenza tra le persone, improvvisamente. La famiglia di Buddy ne è coinvolta, loro sono protestanti ma non sicuramente accesi, le invasioni e i saccheggi (certo la tentazione c’è, il fustino di polvere per lavare fa gola anche a lui ma ci pensa sua madre a farglielo restituire) li lasciano al teppistello che, tra macchine bruciate e barricate a difendere l’entrata della strada, cerca di imporre a tutti la propria legge. Il mondo in un attimo è cambiato, magari si buttano in un angolo i giochi con l’obbligo di scendere in strada. Ahimè, è anche il mondo in cui il film presenta delle crepe, accusa il “non tutto è perfetto”, diventa a tratti retorico o troppo sentimentale o anche furbetto e “facile”. E ancora: si rivela un susseguirsi di episodi, di momenti, alcuni eccellenti nel grande valore delle immagini, nella ricercatezza che è propria del regista (lo notavamo anche nel recente “Assassinio sul Nilo”), altri di tono minore. Vuol dire troppo e fa vedere troppo, in una realtà che a volte non sai se intendere come tale o rivoltarla in gioco o immaginazione del piccolo protagonista: la scena in cui il padre, da sempre considerato un eroe, colpisce il cattivo di turno con un sasso e gli toglie la pistola di mano, è un momento francamente non del tutto apprezzabile o credibile. Come, per alcuni tratti, ne soffre lo sguardo del Buddy del più che volenteroso ma ancora inesperto Jude Hill, con i suoi stupori, le sue ansie, i suoi pianti, la sua allegria, il suo dire sì alla decisione dei genitori di lasciare Belfast, un ragazzino di oggi che s’impegna a “costruire” il Branagh ragazzino di nove anni di ieri mentre lo stesso Branagh avrebbe dovuto avere il coraggio di lasciarlo andare a briglia sciolta, recuperando con maggior sincerità, con più efficace naturalezza i tanti diversi sentimenti secondo la sua “inesperienza”.

Ad aprire il concerto sul palco di Collisioni, avremo il piacere di ascoltare La Rappresentante di Lista, nell’unica tappa piemontese del suo MY MAMMA – CIAO CIAO EDITION dopo il successo a Sanremo con la canzone che già si annuncia un tormentone estivo. Un successo su tutti i livelli, con numeri in crescita sui social media, sin dall’inizio della settimana sanremese: i follower su Instagram sono più che raddoppiati, quelli su Tik Tok arrivati a 50mila, con più di 6 milioni di visualizzazioni, il brano è stato utilizzato in oltre 50mila video, rendendo “CIAO CIAO” il terzo brano sanremese più utilizzato sulla piattaforma.