Sul palcoscenico dell’Alfieri, sino a domani, uno spettacolo da non mancare
La “Chanson” d’oltralpe, la poesia cavalleresca e le gesta, i nostri Pulci e Boiardo, Ariosto e Tasso (con i ricordi sui banchi di scuola), “Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori / le cortesie, l’audaci imprese io canto”, le tante figure e l’incrociarsi delle spade, gli assalti e le battaglie, Orlando innamorato e Cloridano e Medoro, la follia d’Orlando e Astolfo sulla luna: episodi e visioni a raccontare una lunga storia o forse una incredibile fiaba. In terra di Spagna, Miguel de Cervantes Saavedra dava vita al proprio cavaliere errante, Alonso Quijano ovvero Don Chisciotte, la sua biblioteca e i suoi interessi letterari e non soltanto, alla perenne ricerca della gloria e dell’avventura, teso per una vita intera verso l’amore per la idealizzata Dulcinea del Toboso, la donna più bella del mondo, cui dedicare le proprie imprese, da lui vista una volta soltanto, nelle vesti della contadina Aldonza, affiancandogli il pingue Sancho Panza come scudiero, nonché il suo versante razionale, legato al contrario alla realissima vita di ogni giorno, e il fido Ronzinante pronto a seguirlo ovunque, pubblicandone le vicende in due volumi, tra il 1605 e il 1615. E poi famigliari, popolani, nobiluomini e damigelle, parroci, dottori in un cumulo folto e incessante d’azioni.
Un capolavoro della letteratura di tutti i tempi il “Don Chisciotte”, passato nei decenni più vicini a noi a infoltire le pagine della musica, del cinema (qui sarebbe sufficiente ricordare le “avventure” di Orson Welles e di Terry Gilliam per realizzare il loro film) e del teatro. Buon ultimo, e qui hai immediatamente la sensazione di una scommessa caparbiamente messa in campo e, diciamolo subito, stravinta, Alessio Boni nelle vesti di interprete – voce profonda e sguardo fiero, veemente e coraggioso quel tanto che basta ma pronto a rincantucciarsi nel grande lettone, avvolto nella corazza e ricoperto buffamente da un elmo a padella: eccellente anche in quella tonitruante vena gassmaniana, alla Brancaleone per intenderci, che spinge il pubblico a più di una risata – ha raccolto attorno a sé un gruppo d’amici e coautori, Francesco Nicolini che ha fatto un adattamento del romanzo, ancora lui e Boni con Roberto Aldorasi e Marcello Prayer a varare una solida drammaturgia, il trio Boni/Aldorasi/Prayer a siglare una regia che è un bell’esempio di ritmo e di vivacità, di quell’allegria di cui di questi tempi sentiamo parecchio la mancanza e di invenzioni, in primo luogo nella scena dovuta all’estro senza mezze misure e all’intelligenza di Massimo Troncanetti. I fondali che cambiano di materiali e di colori, il grande letto al centro della scena, le sagome degli alberi, la pala del mulino che compare improvvisa dalle quinte, la sala dove ormai troneggia lo scranno di Sancho convinto d’aver raggiunto il suo incarico di governatore dell’isola tanto desiderata; e poi i nitriti e le danze di Ronzinante guidato da Biagio Iacovelli in una perfetta macchina teatrale, la testa dell’uomo nascosta all’interno e le gambe fuori a manovrarlo, dando via libera alle rotelle che accompagnano gli zoccoli; e i costumi da straccioni o nobili dovuti a Francesco Esposito, con un ben preciso posto a sé per le luci di Davide Scognamiglio, che compongono atmosfere e quadri all’interno del palcoscenico, in un affascinante universo onirico certo degno di nota.
Accompagnando il suo eroe nelle due ore di spettacolo, Boni (semplifichiamo con lui soltanto ma non dimentichiamo il completo lavoro d’équipe) si chiede: “Chi è pazzo? Chi è normale? Forse chi vive nella sua lucida follia riesce ancora a compiere atti eroici. Di più: forse ci vuole una qualche forma di follia, ancor più che di coraggio, per compiere atti eroici.” Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento scambiandoli per mostri o distrugge armenti nell’idea errata che siano orde di nemici o assale degli oranti che trasportano una statua della Vergine scambiandoli per coloro che hanno catturato una donna: tutto è avventura e pazzia (o, allargando gradatamente lo sguardo, “la vita è sogno”), ed emblematico è il momento in cui il cavaliere combatte contro un suo simile avvolto nella nebbia, come precluso ad ogni ragione. Le avventure di ieri, la follia di oggi, sembra suggerire Boni, perché no?, un pizzico di follia per fare definitivamente propri i sentimenti, le mete che ci siamo prefissati, i traguardi che abbiamo sempre sognato, forse assai migliore di una incrollabile lucidità. Boni è sulla scia di Arrabal, chi più immaginifico e visionario dell’autore spagnolo: “Chisciotti e cavalieri erranti, sparpagliati per il mondo o chiusi dentro le mura, sono sempre gli stessi, quelli di un tempo, quelli di oggi e quelli di domani, savi e pazzi, eroi e insensati.” Ieri e oggi, in ogni campo, per lasciare spazio alle sfide.

Grande presenza è quella di Serra Yilmaz, attrice ozpetekiana per eccellenza. Il suo Sancho Panza è un capolavoro di recitazione, avanza a piccoli passi dentro le braghe grossolane e al riparo di un cappellaccio rossastro, portandosi dietro un asinello di pezza che indossa come un salvagente, una gran serie di borbottii e di semplici massime a cui aggrapparsi nella vita, piena di calma e di quell’ironia con cui riempie le giornate del suo padrone, chiosando a una moglie (ad interpretarla è un attore, in un dialetto del Sud, tutto urli e rimproveri, dall’alto della balconata dell’Alfieri: e i suoi interventi sono un’altra felice componente della serata) che ha inevitabilmente lasciato a casa, sorniona, campione di praticità, realistica guardando a quel mondo e a quel folle disegno verso cui ha incanalato il suo scudiero. Una prova d’attrice a teatro che non fa che confermarci la simpatia e l’affetto che le dobbiamo ad ogni apparizione sullo schermo.
Elio Rabbione
Le immagini dello spettacolo sono di Lucia De Luise.

Con “Liolà” del 1916 Luigi Pirandello abbandonò quel gruppo di commedie che sino ad allora aveva scritto in dialetto siciliano, per aprirsi al panorama nazionale prima ed europeo poi con una produzione che avrebbe dato vita ai capolavori che conosciamo. E sempre per molte occasioni affidandosi al mare magnum delle sue “novelle per un anno”, un bagaglio narrativo, grottesco, spirituale, filosofico in cui già avevano trovato posto e continuavano a trovare i tanti personaggi (“È mia vecchia abitudine dare udienza, ogni domenica mattina, ai personaggi delle mie future novelle”) che dalla pagina scritta sarebbero stati per così dire “sceneggiati”, saggiando con successo la strada del palcoscenico. Il primo quanto innovativo caposaldo di questa seconda fase – che trova altresì all’inizio fervido terreno nelle condizioni mentali della moglie Antonietta Portulano e nel disastro economico che la portò al centro della pazzia – è “Così è (se vi pare)” del giugno dell’anno successivo, che l’autore trasse con qualche cambiamento e con felici aggiunte da “La signora Frola e il signor Ponza suo genero”, ritratto di una provincia squallida e gretta alla ricerca, come in un giallo che si rispetti e che abbia tutte le carte in regola, di una verità che ognuno dei personaggi costruisce in autonomia, nella ricerca affannosa della autentica identità della moglie del nuovo segretario di Prefettura.
mondo da parte del drammaturgo, affida al videoartist Michelangelo Bastiani la creazione di una mezza dozzina di ologrammi “assolutamente tridimensionali” a raffigurare in una grandezza di una sessantina di centimetri quell’assaggio di popolino che vibra a tratti all’unisono nella continua ricerca. Racchiude in quell’espediente, per una buona ventina di minuti le prime tre scene del primo atto: e a chi scrive è sembrato davvero troppo, ridondante, negativo. E un’idea di troppo. Con l’arrivo della signora Frola tutto torna agli abituali binari e, togliendo ancora qualche trovatina registica che vorrebbe spingere il pubblico ad un facile sorriso (il versante “comico” di Pirandello sta ben altrove, sta nello spirito di Laudisi, nella sua filosofia e nel suo sberleffo, sta nel suo infiocchettato sarcasmo e nel suo tenersi fuori, come all’interno di una torre d’argento, dal contesto generale, sta in quel suo decretare la scoperta e il raggiungimento della parola che mette fine a ogni dubbio, sta in quel ”Siete contenti?” che rivolge ancora allo spettatore di oggi, un ritratto che la grandiosa interpretazione – di quelle interpretazioni fatta a volte di piccoli tratti, basta un sospiro, un impercettibile movimento, un occhiata tra il serio e il sornione: godetevi quel piccolo capolavoro di intarsio che è la chiacchierata con le pettegole Cini e Nenni – di Pino Micol rende in tutta la sua perfezione), la serata si fa corposa e lo spettacolo si pone a fianco dei tanti di cui in passato si è definito il successo.

