Cosa succede in città- Pagina 39

E’ tempo di “Seconda Risonanza” alla GAM di Torino

Sotto il collante tematico di “ritmo, struttura e segno”, un super – tris di mostre dedicate a Melotti, Cattaneo e Fioroni … e non mancherà il solito “Intruso”

Fino al 7 settembre

Fra i massimi esponenti dei movimenti d’avanguardia del secolo scorso, da “Novecento” fino alle voci più o meno assonanti degli artisti  gravitanti intorno a “Il Milione” – Lucio Fontana in primis – a Fausto Melotti (Rovereto, 1901 – Milano, 1986) scultore, pittore ceramista musicista e scrittore, la “GAM” dedica, fino a domenica 7 settembre, l’attuale “mostra d’apertura” della seconda stagione di “Risonanze”, iter espositivo cui fa capo la nuova programmazione del “Museo”, così ideata dalla direttrice Chiara Bertola“Ritmo, struttura e segno” i termini-chiave cui s’ispira (dopo la prima incentrata su “luce, colore e tempo”) l’attuale “Risonanza” di “seconda stagionalità” che, insieme all’artista roveretano, ospita altre due personali dedicate alla milanese Alice Cattaneo e alla progettazione filmica di Giosetta Fioroni.

L’attuale mostra di Fausto Melotti, dal titolo “Lasciatemi divertire!” (titolo che ben rappresenta “l’approccio giocoso e sperimentale” che nel tempo è stata cifra singolare della sua ricerca) arriva oltre cinquant’anni dopo la personale a lui dedicata nel ’72 dalla stessa “GAM”, che gli guadagnò (a lui che con Torino mantenne sempre un costante rapporto negli anni) il blasone di “cittadinanza onoraria” da parte del grande indimenticato Marziano Bernardi. Curata da Chiara Bertola e da Fabio Cafagna, in collaborazione con la “Fondazione Fausto Melotti” di Milano, la rassegna  si articola in otto sezioni e  comprende oltre 150 opere, ordinate secondo una progressione cronologica e tematica che tocca i vari “gesti” creativi dell’artista passando dalle prime “creazioni astratte” (anni ’30), per arrivare alle sezioni dedicate a “Intervalli e Contrappunti” e a “Pioggia e vento”, in cui traspare quella passione di Melotti per il ritmo e la musica che è componente costante delle sue opere e che trova forma singolare in composizioni di estrema lievità e seducente silenziosa attesa, che furono (curiosità!) fervida fonte d’ispirazione letteraria per il grande suo amico Italo Calvino nella stesura de “Le città invisibili” del ’72. Ampio spazio, in un allestimento che va a coinvolgere non solo le sale espositive, ma anche atrio, vestibolo e giardino della “Galleria”, è infine riservato alla “Ceramica” e ai famosi “Teatrini” abitati da originali  figure antropomorfe e realizzati da Melotti a partire dalla metà degli anni Quaranta.

Accanto alle fantasiose plastiche elucubrazioni del Maestro roveretano, troviamo le cosiddette “anti-sculture” dell’artista milanese Alice Cattaneo, raccolte sotto il titolo di “Dove lo spazio chiama il segno” (suggeritole, pare, da un maestro vetraio di Murano: il vetro s’ha da tagliare “là dove chiama il materiale”) ed accompagnate dalla curatela del critico veneziano Giovanni Giacomo Paolin. Ferro, legno, vetro e carta i materiali utilizzati per strutture di “visionaria precarietà”, che “ possono essere lette – spiega Paolin –  come ‘interruzioni di pensiero’, gesti mossi da una necessità figlia della sua stretta relazione con lo spazio espositivo, seguendo una linea di azione per cui l’artista è chiamata a rispondere secondo le proprie modalità espressive”.

E a chiudere la triade espositiva, una rassegna, a cura di Elena Volpato, dedicata ai film (quattro: “Coppie”“Gioco”“Goffredo” e “Solitudine femminile”) realizzati nel ‘67 da Giosetta Fioroni (Roma, 1932) e conservati nella “Videoteca GAM”. La mostra ha il suo incipit in uno dei suoi dipinti dal titolo “La ragazza della TV” del ’64, un profilo di donna tracciato a riserva nell’argento del fondo che si va sistemando i capelli con le mani. Sottolinea Elena Volpato“Le immagini di Fioroni sembrano sempre consapevoli di essere immagini di immagini, perennemente intente a scrutarsi in qualche riflesso, a truccarsi o pettinarsi, a posare per l’obiettivo o a catturare lo sguardo di qualcuno”. E la stessa Fioroni: “Cercavo la leggerezza quasi di un’antica sequenza dei Fratelli Lumière, del primo cinema, qualcosa che proprio trascorre […], qualcosa che poteva suggerire in chi guardava un che di tremulo, di estremamente lieve: un’apparenza, una dissolvenza”.

Infine. L’immancabile ad ogni “Risonanza” che si rispetti, “Intruso”. In quest’occasione trattasi dei curatori e sound artis Chiara Lee e Freddie Murphy. Loro l’idea di trasformare, in collaborazione con il “MAO” (di cui da circa tre anni curano il public program “Evolving Soundscapes”) gli interstizi delle scale del “Museo” in strumento musicale. A tener loro bordone l’artista sakha (Siberia orientale) Aldana Duoraan.

Gianni Milani

“Seconda Risonanza”

GAM-Galleria Civica d’Arte Moderna e contemporanea”, via Magenta 31; tel. 011/4429518 o www.gamtorino.it

Fino al 7 settembre

Orari: mart. – dom. 10/18. Chiuso il lunedì

Nelle foto: Allestimento (Ph. Gonella); Fausto Melotti “Il carro dei rabdomanti”, ottone, 1959 ca.; Alice Cattaneo “Untitled”, ardesia vetro, ferro, 2019; Giosetta Fioroni “Coppie”, 1967

Porte aperte a Palazzo Lascaris

Da venerdì 18 aprile 2025 Palazzo Lascaris, sede del Consiglio regionale del Piemonte, entra a far parte dei palazzi storici delle istituzioni torinesi aperti al pubblico con regolarità con l’iniziativa “Porte aperte a Palazzo Lascaris”.
Grazie ai servizi forniti da Turismo Torino e Provincia, il terzo venerdì di ogni mese alle ore 17 e in alcune altre occasioni straordinarie, il pubblico potrà entrare gratuitamente nel palazzo con una visita guidata su prenotazione. Le scuole invece possono prenotare le visite didattiche appositamente organizzate in altri giorni della settimana.
Il percorso di visita attraversa l’atrio affrescato (recentemente restaurato) e le sale auliche del primo piano. Residenza nobiliare costruita nel 1600, Palazzo Lascaris è ancora oggi ricco di stucchi, affreschi, decorazioni e arredi che testimoniano i suoi quattro secoli di storia, legati prima alla corte sabauda e nel ‘900 alle principali realtà economiche della città.
Le visite saranno condotte – all’interno del palazzo in cui ha sede del 1979 il Consiglio regionale del Piemonte – da Guide turistiche professioniste appositamente formate iscritte al sistema di prenotazione di Turismo Torino e Provincia.
Il 25 aprile, in occasione dell’80° anniversario della Liberazione, Palazzo Lascaris sarà uno dei sette palazzi delle Istituzioni aperti al pubblico gratuitamente con l’iniziativa “I Palazzi delle Istituzioni si aprono alla città 2025” che prevede un articolato percorso di visita attraverso: Palazzo Civico, i Musei Reali (Palazzo Reale e l’Armeria), il palazzo delle Segreterie di Stato (Prefettura), l’Aula del Consiglio provinciale, l’Archivio di Stato e Palazzo Madama.

Calendario delle prossime date di apertura al pubblico di Palazzo Lascaris
(prenotazioni: https://turismotorino.org/visite-palazzo-lascaris )

Venerdì 18 aprile – una visita alle ore 17
Venerdì 25 aprile – Liberazione – due visite straordinarie: ore 14 e 15.30
Venerdì 16 maggio – una visita alle ore 17
Domenica 18 maggio – Salone del Libro – due visite straordinarie: ore 14 e 15.30
Lunedì 2 giugno – Festa Repubblica – due visite straordinarie: ore 14 e 15.30
Venerdì 20 giugno – una visita alle ore 17
Venerdì 18 luglio – una visita alle ore 17
Domenica 28 settembre – Salone Auto Torino – due visite straordinarie: ore 14 e 15.30
Le visite didattiche a Palazzo Lascaris – esclusivamente rivolte alle scolaresche nelle mattinate di giovedì e venerdì – proseguono invece con il consueto sistema di prenotazione online all’indirizzo: https://www.cr.piemonte.it/prenotazionevisite/scuole/scegli-data

Nuovi arredi scelti dai piccoli pazienti del Regina Margherita

“È con i piccoli gesti di ognuno di noi che il mondo può cambiare in meglio o in peggio “.
Queste parole riassumono molto bene le finalità di Neuroland ETS, Associazione che proprio in questi giorni festeggia i 10 anni di attività.
Si vuole condividere la realizzazione di un sogno: grazie all’aiuto di tanti e preziosi sostenitori si è riusciti a portare a termine la riqualificazione del reparto di Alta Intensità Chirurgica dell’ospedale Infantile Regina Margherita di Torino.
Sono stati donati gli arredi di tutti i locali, non solo delle stanze di degenza, e sono state decorate le pareti con soggetti scelti dai piccoli pazienti. Lo scopo è stato quello di rendere più funzionale e di umanizzare ogni spazio sia per i bambini, i loro genitori de il personale, che ogni giorno si prende cura dei piccoli pazienti ricoverati.
La spesa è stata significativa: circa 120.000 euro.
Un ringraziamento va alla Direzione dell’ospedale, con la quale si è lavorato in perfetta sinergia in ogni fase dei lavori.
Neuroland ETS e i suoi tre soci fondatori, Paola Peretta, Marco Guglielminotti e Giorgina Negro, si propongono di contribuire ad aumentare il benessere di tutte la persone che, a vario titolo, afferiscono alla Neurochirurgia Pediatrica e non solo.
Vengono acquistate apparecchiature per le sale operatorie e per il reparto, si finanziano percorsi di aggiornamento per il personale sanitario, si pagano buoni pasto per famiglie in comprovate difficoltà economiche.
Per un progetto  che si conclude altri si affacciano: entro la fine del 2025 Neuroland ETS si propone di implementare l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale e di riqualificare altri locali all’interno dell’ospedale.
Tecnologia e umanizzazione rappresentano la sua missione!

Abracabook | Book Party, il format nato alla Scuola Holden con Francesca Manfredi

In un’epoca fatta di notifiche, velocità e distrazioni continue, ritagliarsi un’ora di silenzio condiviso per leggere un libro è un gesto che ha qualcosa di poetico. E anche di profondamente politico. È questo lo spirito di Abracabook | Book Party, il format nato alla Scuola Holden, che in questo aprile ha riempito ancora una volta la sala grande del Circolo dei lettori a Torino, in compagnia della scrittrice Francesca Manfredi.

Il concept è semplice quanto potente: ciascunə porta il proprio libro, si siede su un cuscino colorato e legge, in silenzio, per circa un’ora. Poi si chiudono i libri e si apre un momento di dialogo libero e orizzontale, senza palchi, né scalette. Solo parole che nascono dall’ascolto.

Non solo un evento, ma un manifesto culturale

Da Manhattan al cuore delle città italiane

In un tempo che corre veloce, c’è chi sceglie di fermarsi. A Manhattan lo fanno nei Reading Rhythms, leggendo in silenzio tra sconosciuti. A Torino, succede nella sala grande del Circolo dei Lettori, tra cuscini colorati, libri aperti e parole condivise. Qui, grazie ad Abracabook, leggere insieme è diventato un gesto di comunità. E di controcorrenza dolce.

Ma di cosa stiamo parlando esattamente?

Per chi ancora non ne fosse a conoscenza, nel 2012 negli Usa nacquero i Silent Book Club come risposta alla iperconnessione. A Manhattan in particolare, con Reading Rhythms, il format è esploso nel 2023.

In questo ritorno all’essenziale e al piacere della lentezza e confronto letterario con dialogo e pagine da sfogliare, Abracabook ha molte affinità con l’esperienza americana appena citata.

Ma un tocco italiano viene aggiunto: la presenza di autori affermati o emergenti, resa possibile dalla Scuola Holden, storica fucina di narratori fondata da Alessandro Baricco.

Ma cos’è davvero Abracabook?

La nostra redazione, con l’inviata Cristina Taverniti, l’ha domandato direttamente ai suoi organizzatori, in particolare a Lorenzo Carnielo, project manager del progetto e anima dei book party, e a Francesca Manfredi, ospite dell’ultima edizione.

Book Party: quando leggere insieme diventa un atto rivoluzionario

Crediamo che, in un mondo sempre più frenetico e iperconnesso, fermarsi per aprire un libro sia un gesto rivoluzionario. La vera identità di Abracabook — come spesso accade quando c’è di mezzo un’urgenza collettiva — è venuta fuori agendo: abbiamo organizzato il primo book party e poi, un po’ alla volta, abbiamo definito il format. È tra un evento e l’altro, ascoltando, che ci siamo resi conto del cuore della faccenda: quanto sia fondamentale costruire e presidiare spazi offline, lenti, non performativi, dove ritagliarsi del tempo per leggere.”

Non solo lentezza: anche libertà, accessibilità, orizzontalità. “Un altro valore per noi fondamentale è l’assenza di gerarchie intellettuali”, aggiungono. “Senza nulla togliere ai contesti accademici, che in Italia sono forti e necessari, è importante avere spazi più informali dove confrontarsi sulla letteratura. Non a caso siamo tuttə sedutə per terra, su cuscini colorati: partecipanti e ospiti.”

Il legame con gli eventi americani e i tre desideri

Come già introdotto, Abracabook ha molte affinità con esperienze nate negli Stati Uniti negli ultimi anni. In particolare, con i Silent Book Club, nati nel 2012 a San Francisco, e con Reading Rhythms, incontri che ci hanno fatto sognare e desiderare anche oltreoceano.

Sì, quei movimenti sono stati per noi una grande ispirazione”, confermano gli organizzatori. “C’è un bisogno collettivo di spazi come questi, e stanno germogliando in tutto il mondo. Per noi è bellissimo, perché vuol dire che l’intuizione è giusta.”

C’è un tratto comune: la voglia di rallentare, di leggere insieme ma senza vincoli. Tuttavia, Abracabook si distingue per tre desideri unici o meglio tre regole non scritte:

  • Porta il libro che vuoi – dal classico al manga.

  • Nessun esperto in cattedra – l’ospite è una guida, non un professore.

  • Vietato vergognarsi – «Una volta una ragazza ha detto: “Non leggo da anni”. Eravamo tutti lì per lei» ricorda Carnielo.


“Per dirla in breve: ad Abracabook puoi chiacchierare con il tuo scrittore o la tua scrittrice preferitə, trovandolə sedutə sul cuscino davanti al tuo. Come se fossi con un amico al bar.”

Il Circolo dei lettori: cuore culturale a Torino e casa perfetta per Abracabook

Ospitare un evento come Abracabook | Book Party al Circolo dei lettori a Torino non è solo una scelta logistica: è una dichiarazione d’intenti.

Questo luogo, che si affaccia con elegante discrezione da Palazzo Graneri della Roccia, è molto più che uno spazio per la cultura.

È un simbolo della città, uno di quei rari luoghi capaci di far sentire chiunque – lettrici e lettori forti, ma anche semplici curiosi – parte di qualcosa.

Fondato a Torino nel 2006, progetto della Fondazione Circolo dei lettori, il Circolo (che oggi ha sedi anche a Novara e Verbania) è diventato negli anni un punto di riferimento imprescindibile per la vita culturale torinese. Accoglie ogni mese decine e decine di eventi – incontri con autori, festival, gruppi di lettura, cicli tematici, approfondimenti sul romanzo, la non fiction, pensieri sul presente e il mondo di oggi–diventando un rifugio per chi ama le parole ma anche per chi cerca ispirazione, confronto, bellezza.

La sua forza sta nella capacità di aprirsi: non è mai stato un luogo chiuso o elitario, ma una casa condivisa. È amato dai torinesi – e non solo da chi legge molto – proprio perché è accogliente, inclusivo, attraversabile. C’è chi entra per una chiacchiera, chi per un tè, chi per ascoltare, chi per raccontare. È uno spazio vivo, intergenerazionale, che ha saputo conquistarsi un posto speciale nel cuore della città.

Ecco perché l’incontro tra Abracabook e il Circolo è stato così naturale.

Il Book Party nell’era moderna in Italia

Chi partecipa ad Abracabook? Non solo lettori forti.

C’è chiunque. Ci sono lettorə compulsivə, persone che leggono per lavoro, ma anche chi ha ripreso in mano un libro dopo anni. Ci sono studentə, pensionatə, genitori, artistə, lavoratorə. Persone di tutte le età. La cosa più bella è che si crea un clima che permette a chiunque di sentirsi a suo agio. All’ultimo book party una persona ci ha detto ‘sembra di leggere mettendo più a fuoco le cose’. È bellissimo, ed è intergenerazionale.” Ci confermano i membri dell’organizzazione.

Chi partecipa porta con sé un libro, una storia, un punto di vista. C’è chi si porta il libro che sta leggendo, chi deve leggere per lavoro e lo fa con noi. L’autore o l’autrice che modera non ha il ruolo di esperto, ma di guida empatica. Perché di palchi ce ne sono tantissimi, soprattutto nella cultura; di luoghi orizzontali, non performativi, dove esprimersi secondo le proprie possibilità, no. E vanno costruiti.”

Un riferimento viene anche da un video virale in cui il poeta Edoardo Prati difendeva la libertà di leggere Dante “alla TikTok”:

Continuare a credere in una Cultura con la C maiuscola, con qualcuno degno di parlarne e qualcuno no, fa solo male alla cultura stessa. Ecco: noi aggiungiamo che tuttə devono anche avere il diritto di parlarne, di quell’emozione.”

E se dovessimo descrivere Abracabook in breve?

Un movimento culturale di Scuola Holden che crede nel potere rivoluzionario di pochi gesti semplicissimi: fermarsi, aprire un libro, leggerlo e parlarne.”

Ecco cosa è accaduto il 5 aprile a Torino. E cosa accadrà ancora a Torino e in Italia.

CRISTINA TAVERNITI

Pinacoteca Agnelli, la pista 500 accoglie quattro nuove installazioni site-specific

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Pinacoteca Agnelli presenta la programmazione per la primavera ed estate del 2025. A partire da mercoledì 16 aprile, la pista 500 accoglie quattro nuove installazioni site-specific degli artisti e artiste Allora&Calzadilla, Rong Bao, Francesco Gennari e Silvia Rosi.

Si avvia in aprile inoltre un intenso programma pubblico, che prevede per il terzo anno SUL TETTO DEL SALONE, la speciale collaborazione con il Salone Internazionale del Libro di Torino;  una collaborazione con il MAUTO per giri di auto storiche sulla Pista 500; presentazioni di libri al Fiat Café 500 e al Bookshop Civita, a corollario di esposizioni di edizioni d’arte speciali; la collaborazione con Archivissima e Collezione Maramotti alla sua terza edizione; la seconda edizione del Cinema sulla Pista 500, il programma di proiezioni sul tetto del Lingotto.
Infine, dato il grande successo di pubblico, la mostra “Salvo. Arrivare in tempo” viene prorogata sino a domenica 31 agosto prossimo, presentando un calendario di nuove attività e visite guidate.

La Pista 500, il progetto artistico di Pinacoteca sull’iconica Pista di collaudo delle automobili FIAT, da mercoledì 16 aprile si arricchisce di nuove installazioni site-specific degli artisti Jennifer Allora (1974 Philadelphia, Usa)& Guillermo Calzavilla ( 1971, Havana, Cuba), Rong Bao ( 1997, Beijing, Cina), Francesco Gennari (1973, Fano) e Silvia Rosi ( 1992, Reggio Emilia).
I nuovi progetti prodotti specificamente per Pista 500 si aggiungono alle opere già presenti sul giardino sospeso sul tetto del Lingotto di Thomas Bayrle, Monica Bonvicini, Valie Export,  Sylvie Fleury, Dominique Gonzalez-Foerster, Marco Giordano, Louise Lawler, Finnegan Shannon e SUPERFLEX.
Le nuove opere proseguono e approfondiscono la missione votata all’inclusività della Pinacoteca Agnelli. Martedì 15 aprile alle ore 18.30 è previsto l’opening per le  nuove installazioni con dj-set di Almare e accesso diretto alla Pista 500 da Rampa Nord, Fronte Eataly.

Commissionata e prodotta da Pinacoteca Agnelli  nella rampa Sud della Pista 500, Allora & Calzavilla, duo artistico basato a San Juan in Porto Rico, presenta Graft (Phantom Tree), un’installazione composta da migliaia di fiori realizzati in plastica riciclata che rimandano a quelli del Roble Amarillo, un tipo di quercia autoctona dei Caraibi. Questi fiori, sospesi come se fossero su di un albero, sono spogliati del tronco, foglie e rami, sollevando dubbi sulla loro provenienza e sulle loro origini perdute. Nei Caraibi la biodiversità rimane, infatti, tra le più ricche a livello mondiale, nonostante l’impoverimento significativo iniziato durante il periodo coloniale che continua fino ad oggi.
Il titolo dell’installazione fa riferimento all’innesto, una tecnica utilizzata per unire piante di specie diverse, cosiccome gli alberi fantasma, alberi che non sono mai cresciuti o sono stati rimossi a causa della deforestazione aggressiva.
Il duo, attivo dal 1995, utilizza diversi linguaggi artistici , tra cui la performance, la scultura, il suono, il video, la fotografia e la pittura.

Rong Bao esplora il rapporto tra attrazione e straniamento attraverso sculture e installazioni che combinano immaginari post-umani con un’estetica pop. Per la Pista 500, l’artista presenta “Carnivorous Bloom”, una scultura interattiva che si anima attraverso petali gonfiabili, in continuo movimento vibrando e oscillando come un organismo pulsante.
L’installazione assume l’aspetto di una pianta carnivora dai colori rosa brillanti che ne amplificano il carattere seducente, evocando forme vegetali mutanti e creature aliene.
Con sottile ironia “Carnivorous Bloom” si inserisce nel dialogo tra l’architettura industriale e la dimensione naturale del giardino sospeso sul tetto del Lingotto. L’installazione appare come un’entità fluida, a metà tra creatura e macchina, tra il reale e il fantascientifico. Bao ci sfida a interrogarci sul significato stesso dell’interazione con l’opera, e su come questa esperienza possa sovvertire le nostre aspettative. Il lavoro dell’artista si basa sull’interazione con il pubblico, invitandolo a confrontarsi con forme ambigue e materiali traslucidi, che evocano un mondo al tempo stesso artificiale e organico. Giocando con la percezione del corpo e dello spazio, Bao crea opere che oscillano tra l’affascinante e il conturbante. Le sue installazioni si trasformano in ambienti immersivi che disorientano e al tempo stesso lasciano emergere nuove possibilità di interpretazione della materia e dell’identità.

Francesco Gennari. “Avevo anche sette stelle in tasca” 2025
L’autoritratto è al centro della pratica artistica di Francesco Gennari. Per la Pinacoteca Agnelli l’artista presenta “Avevo anche sette stelle in tasca”, una nuova opera che consiste in una copia in bronzo del suo cappotto. Dopo aver passeggiato lungo la Pista 500, Gennari immagina di giungere alla rampa Sud e di dimenticare sulla balaustra il suo loden, un indumento diventato un tratto distintivo dell’artista spesso ricorrente nelle sue opere. All’interno di una architettura geometrica e asciutta, il cappotto di Gennari si inserisce come un elemento spiazzante, una scultura sartoriale, ch3 porrà il calore umano sulla rampa.
Le stelle in tasca, a cui il titolo del lavoro si riferisce, indicano che il cappotto appartiene a qualcuno che sta progettando un universo, ovvero all’artista che plasma la materia secondo la sua sensibilità e visione. Un gesto semplice come quello di dimenticare un cappotto si trasforma in un autoritratto dell’artista,  dove il suo corpo viene suggerito per assenza.
Parte integrante della ricerca dell’artista sono anche i materiali, legno, bronzo, marmo, vetro di Murano, e elementi organici come sciroppo di menta, gin, scorze d’arancia.
Le opere di Gennari costituiscono un diario intimo che tratteggia un paesaggio metafisico, armonioso ed insieme ricco di contraddizioni.

Silvia Rosi, di cui è esposta l’opera “Omissions” del 2025, artista italo togolese, nelle sue opere esplora temi come l’identità diasporica, la memoria familiare comunitaria, la rappresentazione di soggettività razzializzate e le ramificazioni di processi coloniali ed europei. Per il Billboard sulla pista 500 l’artista presenta “Omissions”, un’immagine che si ispira al suo album di famiglia, con le fotografie scattate a Lomè negli anni Sessanta e Settanta, oltre a quelle dei suoi genitori scattate negli anni Ottanta. “Omissions” mescola gli studi di fotografia tipica dell’Africa occidentale, una tradizione che permetteva ai soggetti di scegliere come rappresentarsi e che oggi offre una preziosa contronarrazione dello sguardo occidentale con quelli delle immagini della diaspora africana, fondendo il dato autobiografico a narrazioni collettive e condivise. Nell’opera Rosi recupera questa ricca identità iconografica per riflettere sulle dinamiche di potere e sul concetto di riappropriazione identitaria. Nello specifico, le due donne rappresentate sul Billboard tengono in mano il tabellone del Ludo, in Italia conosciuto come “Non t’arrabbiare”, un gioco da tavolo nato in India nel VI secolo ed esportato in Gran Bretagna e nelle sue colonie. Vestite coordinate con colori che ricordano la plancia da gioco, le figure sono al contempo giocatrici e pedine, mentre il Ludo, ricordo d’infanzia di Rosi a Lomè, è oggetto d’affezione nelle comunità diasporiche che diventa simbolo delle connessioni storiche e culturali che legano Asia, Europa e Africa occidentale. Anche lo sfondo dell’immagine racconta di questi legami, il materiale con cui è stato realizzato è il wax, un tessuto arrivato dall’Indonesia attraverso le rotte commerciali coloniali olandesi e diventato nel tempo parte integrante dell’identità culturale dell’Africa occidentale.
Nel mercato di Assigamé, a Lomè, proprio questa scacchiera è identificata dalle venditrici come “Ludo”. Vi è una riflessione su ciò che viene tramandato e ricordato nella memoria collettiva e su ciò che viene liberamente omesso e dimenticato dalla storia.

La Pista 500 è un progetto artistico che nasce nel 2022 come iniziativa di scultura pubblica della Pinacoteca Agnelli. È pensato per ampliare l’esperienza di un luogo simbolico della città per renderlo anche una destinazione culturale. Gli interventi sulla pista abbracciano diversi linguaggi della scultura: installazioni audio o ambientali, opere luminose o sonore, interventi video e di cinema espanso, sculture che sperimentano con materiali urbani immagini sul Billboard, progetti funzionali alla necessità di chi attraversa la pista o legate all’architettura industriale. Le opere, interattive e coinvolgenti, fanno riflettere sul significato di “spazio pubblico” oggi, e quali le storie e i monumenti con cui vogliamo abitare. Si confrontano con l’eredità della fabbrica per esplorare le implicazioni sociali e politiche della sua trasformazione. Entrano in dialogo con il giardino e con il paesaggio naturale urbano che circonda l’edificio, facendo emergere la tensione tra naturale e artificiale che lo caratterizza. La riflessione sull’inclusività degli spazi museali e sulla Pista 500 è stata una delle forze trainanti della Piancoteca Agnelli fino all’inizio del suo nuovo corso.

Mara Martellotta

“Franciscus” guarda alla sua epoca per parlare al mondo di oggi

Simone Cristicchi sul palcoscenico del Gioiello, soltanto sino a domani

 

Vabbè, uno dice è un grande, un grandissimo cantante, un’isola a sé, uno fuori di ogni schema, solitario come una perla rara sul palcoscenico più canoro dello Stivale e ben altrove, ne ascolti la voce e lo ammiri: ennò, non soltanto quella, Simone Cristicchi è un cultore della parola, non solo nella bella dizione che si porta appresso e che ti godi, esclusa da un certo variopinto farfugliamento che ti ritrovi a volte sui palcoscenici, uno di quelli che la parola la sanno comporre e ricomporre, amalgamare, incrociare e dispiegare, rafforzata dall’Idea che avvince e coinvolge il pubblico. Andate al Gioiello a gustarvi il suo “Franciscus. Il folle che parlava agli uccelli”, scritto con Simona Orlando (al Gioiello sino a domani giovedì 10 aprile), e preparatevi a essere avvolti dentro questo testo – e abbiate il coraggio tutto umano di commuovervi – che non è solo la rappresentazione di una figura umana che ha messo la sua profonda impronta su un’epoca ma dell’epoca stessa, che è fuori da ogni “santino” che vi possa essere capitato tra le mani, la figura di un santo che ha preso alla lettera le parole del Vangelo, che è il frutto di studi portati avanti con profondità, con saggezza, attingendo a quanti hanno guardato nell’intimo del santo d’Assisi, da Bonaventura da Bagnoregio per arrivare all’Ottocento del francese Paul Sabatier, con una divulgata miscela di riflessioni e di divertimento, un inno alla povertà e una sferzata inconfutabile al superfluo, circa 100 minuti monologali di meditazione più vicini alla Cavani che non a Zeffirelli, dove scorgi la “letitia” e l’inno alla natura – ma vivaddio non a quell’ecologismo di attuale facciata dietro cui molti oggi sbavano e si nascondono con grande comodità -: e l’autore/attore, al termine, a salutare con commozione e a ringraziare la sala stracolma, il pubblico in piedi e sotto il palcoscenico, tra applausi senza condizione, non come l’interprete che ha vinto la sua battaglia, ma come l’uomo pieno di dignità e di timidezza che ha ancora ben presente quanta strada ci sia da fare a completare la strada.
“Franciscus” non è che la tappa, attuale, di un cammino di un uomo completo di spettacolo che non ha ancora saltato la barriera dei cinquanta, che è stato obiettore di coscienza e volontario in un centro di igiene mentale, che s’è all’inizio dato ai tormentoni tipo “Vorrei cantare come Biagio” e che ci ha regalato poi capolavori come “Ti regalerò una rosa” e “Abbi cura di me”, “Studentessa universitaria” e “Quando sarai piccola”, che è passato attraverso le scritture di “Mio nonno è morto in guerra” e “Magazzino 18”, intorno al dramma delle genti istriane, giuliane e dalmate del dopoguerra, e “Manuale di volo per l’uomo”. Prove che l’hanno sempre più fatto immergere nel teatro – anche d’organizzazione, per tre anni è stato direttore dello Stabile d’Abruzzo -, alla piena consapevolezza della ricerca di un teatro “di civiltà” o civile, un cammino – lo ascoltavo dalla platea in certi a parte, in certe parole in cui più veniva messo a fuoco il pensiero di Cristicchi autore, con delucidazioni, con ampi pensieri, con ragionamenti, con commiserazione della attualità, che abbracciavano anche miserevoli percentuali del nostro vivere quotidiano – che lo sta felicemente portando a vivere quelle stesse aree già frequentate da Giorgio Gaber (è da manuale il brano del centro commerciale, con la fame che tutti conosciamo di gettare oggetti dentro il carrello della spesa; e come non avvicinare i due autori, di epoche diverse, in quel tema della finzione, “fingendo di essere liberi” l’uno, “far finta di essere sani” l’altro?) in quegli stessi anni in cui Cristicchi è nato. E lui, ben saldo sul palcoscenico, potrebbe essere il signor C. degli anni futuri.
Franciscus il rivoluzionario e l’estremista, l’innamorato della vita e capace di vivere un sogno, forte e momentaneo se già certi suoi seguaci preferirono rinnegare nella maggiore comodità il suo insegnamento, il folle che parlava agli uccelli, che riusciva a vedere la bellezza del Creato nell’acqua come nella morte. L’uomo che compone negli ultimi anni della sua vita il “Cantico delle creature”, che s’è rifugiato tra i lebbrosi e ha ucciso uomini nella guerra tra Perugia e Assisi, che è “così pazzo da cambiare il mondo”, che “è tutto e il contrario di tutto”, che è un alternarsi di “studi silenzi isolamenti”, che con i mattoni e le pietre ha costruito chiese e con la propria esistenza ha per un attimo rimesso in sesto una Chiesa traballante, che s’è spogliato davanti al tempio di Minerva, come c’insegna Giotto, in una scelta radicale di povertà, rinnegando gli averi di ser Bernardone – magari messo a confronto (parola grossa!) con gli spogliarelli di oggi che vanno tanto per la maggiore, che viveva di religiosità e di dubbi, che viveva di utopie, che ha perso la partecipazione alla Crociata ma riesce a stabilire egualmente, a Damietta, sulle rive del Nilo, un legame con il futuro sultano al-Malik al-Kamil. “Ci fu un tempo in cui c’era ancora tempo” recita Cristicchi e in quel tempo pone la santità del suo uomo: ponendogli a filtro Cencio, stracciaiolo girovagante con il proprio carretto su cui raccoglie quei brani di stoffa, seta e quant’altro, che poi porterà alla cartiera perché divengano preziosa carta a cui ridaranno vita infaticabili amanuensi, uomo rude e imbronciato, caustico e certo non grande ammiratore del poverello, inventore di una lingua sua che Cristicchi con bell’approccio diversifica e offre al pubblico con simpatia. E con la bravura di sempre ripone all’interno dello spettacolo, che ha la bella struttura scenografica lignea di Giacomo Andrico, otto canzoni, scritti con Amara, che con l’aiuto della chitarra sono parte non secondaria della serata. Uno spettacolo da non perdere, una faccia non troppo rivisitata di quel Teatro con la lettera maiuscola che ci spinge, che ci aiuta a crescere. Una rabbia, una laicità, un affetto anche che fanno grande un momento teatrale. Che ha il potere, autentico, di chiamarci a testimone e di coinvolgere.

Elio Rabbione

Le immagini dello spettacolo sono di Edoardo Scremin.

IED presenta THE DREAMERS, Public Portfolio Review alle Gallerie d’Italia

giovedì 17 aprile alle 15

In occasione di Exposed, Torino Foto Festival, l’istituto Europeo di Design, gli studenti di Fotografia dell’istituto Europeo di Design propongono, in una portfolio review dinamica e interattiva,  un viaggio visivo attraverso aspirazioni, fragilità e trasformazioni, svelando il primo capitolo intitolato “Ti vorrei dire”.

Un mosaico generazionale che interpreta e riflette il presente con autenticità,  vulnerabilità e una profonda tensione poetica. “The Dreamers” rappresenta il primo capitolo del progetto triennale “Ti vorrei dire”,  realizzato in collaborazione con le Gallerie d’Italia Intesa Sanpaolo.

Giovedì 17 aprile dalle 15 alle 17.30 Gallerie d’Italia-Torino ospita la Public Portfolio Review  che mette in mostra i lavori di 21 studenti e studentesse dei corsi di fotografia IED delle sedi di Milano, Torino e Roma, le cui voci si uniscono per la prima volta per esplorare i sogni, le  vite parallele e le scelte dei loro coetanei.

Attraverso la potenza delle immagini, il progetto si propone di tracciare un ritratto sfaccettato e sincero dei giovani  che superi le narrazioni semplificate e contrapposte che spesso emergono quando si osserva chi ha vent’anni, restituendone, invece, la complessità,  la fragilità e le aspirazioni.

Un’indagine fotografica che si svela in una lettura di un portfolio dinamica e interattiva che favorisce il dialogo tra l’autore, il pubblico e special lecturer, professionisti del mondo della fotografia e del settore museale e culturale, curatori e giornalisti, che avranno l’occasione di confrontarsi con l’opera dello studente e arricchire il dibattito. Elemento centrale di questa esperienza è il tavolo, che accoglie le immagini, custodite in una scatola, il cui design è curato dagli studenti di Design della Comunicazione  Visiva Ied di Firenze. Con la sua presenza costante nelle case, negli studi, nei luoghi di lavoro di tutti, il tavolo è un punto di raccolta quotidiano , dove accadono le discussioni più accese, i momenti di scambio, le confidenze. Qui diventa simbolo di incontro, veicolo attraverso cui condividere i propri progetti  e palcoscenico ideale per una riflessione collettiva ma, al tempo stesso, empatica.

“Ogni portfolio, presentato in una scatola  progettata con cura, rappresenta un’unità che, una vota aperta, entra fisicamente in un progetto di confronto – raccontano le curatrice del progetto e coordinatrici dei corsi di Fotografia IED Giulia Ticozzi, Carlotta Cattaneo e Daria  Scolamacchia – “ Gli studenti  e le studentesse sono invitati non solo a mostrare il proprio lavoro al pubblico, ma anche  a muoversi nello spazio, a interpretarlo, a porre domande, con l’idea di stimolare un discorso comune che si costruisce e si arricchisce di volta in volta coinvolgendo diversi sensi di chi, esperto o semplice curioso, investe il suo corpo in questa performance partecipata aggirandosi liberamente tra i tavoli.

The Dreamers non è  solo una mostra, ma un archivio in continuo divenire, una testimonianza viva e pulsante delle prospettive creative delle nuove generazioni, che è destinata a crescere nel tempo, grazie all’incontro tra chi crea,chi osserva e chi si mette in gioco.

Giovedì 17 aprile 2025 Gallerie d’Italia Torino, piazza San Carlo 156.

Ingresso libero dalle 15 alle17.30.

Mara Martellotta

Foto dei lettori: il raffinato barocco di palazzo Barolo

Ci scrive e ci invia questi scatti la nostra lettrice Alessandra Macario: Palazzo Barolo è una delle residenze nobiliari più affascinanti di Torino, un esempio raffinato dell’architettura barocca. Le sale affrescate e lo scalone maestoso narrano la storia della famiglia Falletti di Barolo, un intreccio di arte, musica e mecenatismo.

The Password, il giornale degli studenti di UniTo

Per più di dieci anni The Password, il giornale degli studenti dell’Università degli Studi di Torino, ha raccontato le sfide della contemporaneità.

Grazie al contributo di decine di giovani volenterosi, che dal 2014 hanno lavorato incessantemente per garantire ai lettori un’informazione libera, seria e apartitica, la nostra testata rappresenta oggi uno dei progetti di giornalismo studentesco più seguiti d’Italia. Nipote storico e spirituale del torinesissimo Ateneo (1949-1968) — il periodico del Comitato studentesco universitario interfacoltà, che vanta, tra le sue penne, un giovane Umberto Eco e il futuro critico cinematografico Gianni Rondolino — il nostro progetto ha sempre cercato di onorare il passato studentesco engagé della “piccola Parigi” ai piedi delle Alpi. Perché è stato fondato The Password, dunque? Lasciamo rispondere, per affinità di sensibilità, il redattore di Ateneo Vincenzo Berruti, che presenta così, nel novembre del 1949, la nuova testata universitaria ai lettori: “Un nuovo giornale!! Ma non ve ne sono già tanti, troppi? […] Sì, di pubblicazioni ve ne sono tante e di ogni genere, però gli universitari torinesi non avevano ancora il loro giornale, un giornale che fosse veramente ed interamente loro, che parlasse dei loro problemi e che li tenesse più uniti ed affratellati”.

È esattamente questo il cuore del nostro progetto: dare vita a una palestra di idee, creare uno spazio di condivisione e confronto per una comunità studentesca consapevole, al fianco delle categorie sociali più precarie e troppo spesso dimenticate dalla classe politica. Usiamo le nostre tastiere come megafono, per dare voce a chi non ce l’ha. Attraverso i nostri contenuti, ribadiamo che l’istruzione è un diritto di tutti, che la scuola pubblica non va definanziata e che è dovere dello Stato abbattere tutte le forme di discriminazione geografica, sociale o economica che impediscono o rendono difficoltoso l’accesso ai servizi universitari. Certo, gli strumenti della comunicazione giornalistica sono cambiati profondamente dal Dopoguerra a oggi. La crisi del cartaceo non fa che aumentare di fronte alla diffusione e alla costante evoluzione del digitale, il quale ha aperto le porte, anche grazie all’invenzione dei social media, a nuovi format, che prima si credeva fossero riservati in modo esclusivo al mondo televisivo e radiofonico. Ogni generazione, si sa, è figlia del proprio tempo.

Per questo The Password ha colto, negli anni, tutte le opportunità che il progresso tecnologico ha offerto. La nostra redazione non solo gestisce un blog online, consultabile sul sito www.thepasswordunito.com, ma cura anche il podcast Oltre l’inchiostro, che ha ospitato artisti e studiosi del calibro di Isidoro Sofia, uno dei fotografi torinesi più noti e apprezzati del web, Valeria Verdolini, docente dell’Università Milano Bicocca, ed Eloisa Mora, professoressa associata presso la University of Toronto. Sui canali social di The Password, indicati sul nostro sito, i lettori troveranno post, vignette e contenuti di approfondimento su tematiche di attualità politica italiana e internazionale. Senza l’impegno quotidiano dei membri dei sette gruppi di lavoro che compongono la nostra associazione, nulla di tutto ciò sarebbe possibile. I nostri sforzi sono stati riconosciuti dagli enti e dalle realtà culturali che in questi anni hanno invitato la redazione a eventi, festival e mostre organizzate sul territorio, per accompagnare i giovani torinesi nella scoperta delle chicche del patrimonio artistico, culturale e storico del Piemonte. Quest’anno, The Password è stato media partner del Torino Underground Cinefest e delle associazioni Omnibus e MARKETERS’ Club Torino.

Ringraziando di cuore la redazione de Il Torinese per lo spazio a noi dedicato, ci auguriamo di avere incuriosito i giovani lettori di questo splendido quotidiano. The Password, il giornale che va oltre gli asterischi.

 

Micol Cottino

Caporedattrice di The Password

L’ex “Riviera” di Parco Sempione e la decadenza di Barriera

Impagabile la felicità dell’ infanzia ed adolescenza. Dicono che l’adolescenza  inizi ai 10 anni ed addirittura finisca ai 18 con qualche ardito che la prolunga fino ai 24.
Ma per me dagli 8 ai 14 anni fu un momento magico. Ne ho ancora ricordo di totale felicità e spensieratezza. Le ultime classi delle elementari e tutte le medie. Totale libertà di muovermi per le strade e l’oratorio del quartiere. Sempre o quasi sempre in gruppo. Libertà allo stato puro. Libertà nel ” branco ” e libertà con il branco.  Libertà che si moltiplicava un’ora dopo che era finita la scuola. Ai compiti per le vacanze ci si pensava a settembre. 2 o 3 giorni e il gioco era fatto. Ora sapere che il Parco Sempione e la piscina Sempione è diventata terra di nessuno, una cloaca a cielo aperto mi ha fatto male. Hanno ucciso parte di quel ricordo di libertà e perché no? Di speranza.
Dal 15 giugno al 31 di luglio sede costante delle vacanze prima della montagna o del mare di Rimini. Nel 1957 inizio lavori e inaugurazione di due vasche con il trampolino olimpionico. Che paura salirci sopra.
Ma si doveva dimostrare d’ essere grandi.
O si aspettava la fidanzatina che, almeno quel giorno non sarebbe arrivata. Anni dopo seppi che era uscita col suo vecchio fidanzato che,  a suo giudizio,  era un ex fidanzato. Faceva il marinaio sulla Vespucci e come si sa hanno una fidanzata in ogni porto. Ma si sa che anche questa è vita.
Come quel baruccio sulla parte destra con le canzoni di quell’estate sparate a palla ed il cornetto Algida a fine bagno.
E il bagno durava tutto il pomeriggio.
Poi costruirono le piscine per i più  piccoli e ci portai Alice, la primogenita ricordando ciò che da adolescente  avevo fatto.
Il campo di calcio dove nel 1973 a settembre venimmo a sapere del colpo di stato fascista in Cile e l’uccisione di Salvator Allende.
O nel parco nuovo dal 1975 con la Festa dell’Unità di Barriera di Milano. Roccaforte comunista in una Torino proiettata verso il futuro.
Dal 1961 con Italia 61 per i cent’ anni dell’Unità d’Italia. Avevamo il mondo in mano ed ora subire questo degrado è umiliante.
L’assessore allo Sport Mimmo Carretta è stato perentorio: ristrutturare costerebbe troppo. Abbattimento. Così un pezzo di storia della nostra città se ne va. Non è il primo e probabilmente non sarà l’ultimo. E del resto Barriera di Milano si sta “liquefacendo”
L’ultima notizia è che un pezzo di tetto in piazza Crispi angolo corso Vercelli è caduto.
Nessun ferito o morto. Simbolo ed emblema di Barriera che non ce la fa.
Ed il mio ricordo che fa? Sta lì nel rammentare quando il Parco Sempione era la nostra Riviera. Raccontando ai figli che siamo stati felici. Ora c’è un presente che non accettiamo.

PATRIZIO TOSETTO