La misura della Regione Piemonte, inserita nell’Atlante Fidaldo, sostiene l’accesso a baby sitter, servizi educativi e attività per bambine e bambini da 0 a 6 anni
Martedì 21 aprile, a partire dalle ore 12 e per le successive 12 ore, si riapre il Click Day del Buono VESTA, il voucher promosso dalla Regione Piemonte per sostenere le famiglie con figlie e figli nella fascia 0-6 anni e favorire l’accesso ai servizi educativi, socio-educativi e di assistenza all’infanzia.
Si tratta di una misura particolarmente rilevante anche per le famiglie che si avvalgono regolarmente di servizi di cura e di lavoro domestico, a partire dal supporto delle baby sitter, e che per questo rappresenta un’iniziativa di grande interesse all’interno dell’Atlante Fidaldo, lo strumento che censisce, a livello nazionale e territoriale, i sostegni economici disponibili per i datori di lavoro domestico.
Per l’edizione 2026, il Buono VESTA è rivolto alle bambine e ai bambini nati dal 1° gennaio 2020 che non abbiano già ottenuto l’assegnazione del contributo nel precedente bando 2025. La domanda potrà essere presentata esclusivamente durante la finestra temporale prevista dal Click Day, accedendo alla piattaforma regionale dedicata.
Il voucher è stato pensato per agevolare concretamente la conciliazione tra tempi di vita, lavoro e cura, sostenendo le spese per una pluralità di servizi. Il Buono VESTA può infatti essere utilizzato per il baby-sitting presso il domicilio della persona richiedente, ma anche per servizi per la prima infanzia da 0 a 6 anni, scuole dell’infanzia e relativi servizi di assistenza, scuola primaria e servizi correlati, centri vacanza, attività motorie, ludico-educative, ricreative e di socializzazione.
L’iniziativa punta dunque a rimuovere ostacoli economici e organizzativi che spesso limitano l’accesso ai servizi per l’infanzia, offrendo un sostegno diretto alle famiglie e promuovendo, allo stesso tempo, principi di uguaglianza, inclusione e non discriminazione, con particolare attenzione anche ai nuclei con minori con disabilità.
Gli importi del Buono VESTA sono graduati sulla base dell’Isee. In particolare, il contributo previsto è pari a 1.200 euro per le famiglie con Isee inferiore a 10 mila euro, nonché per i nuclei con minori con disabilità e Isee inferiore a 40 mila euro; 1.000 euro per le famiglie con Isee compreso tra 10.000,01 e 30 mila euro; 800 euro per quelle con Isee compreso tra 30.000,01 e 40 mila euro.
Il buono ha una validità di 12 mesi a partire dal primo giorno del mese successivo all’ammissione della domanda ed è inoltre compatibile con altre misure di sostegno economico già attivate o in corso di attivazione a livello nazionale e regionale. Si tratta di un elemento importante, perché consente alle famiglie di costruire un sistema di aiuti più ampio e integrato, senza rinunciare a una misura utile nella gestione quotidiana dei bisogni di cura ed educazione dei figli.
Proprio per la natura del meccanismo previsto, Fidaldo richiama l’attenzione delle famiglie interessate sulla necessità di arrivare preparate al Click Day del 21 aprile. Prima dell’accesso alla piattaforma, è infatti essenziale verificare il possesso dei requisiti richiesti e avere già a disposizione tutta la documentazione necessaria, a cominciare dall’attestazione Isee, oltre ai dati richiesti per la compilazione della domanda. In presenza di finestre temporali ristrette, la tempestività e la completezza delle informazioni diventano decisive.
Il Buono VESTA rappresenta un esempio concreto di come le politiche territoriali possano offrire un aiuto reale alle famiglie nella gestione del lavoro di cura, alleggerendo i costi e rendendo più accessibili servizi fondamentali per la crescita e il benessere dei bambini. È anche per questo che Fidaldo continua a valorizzare e segnalare strumenti di questo tipo, che incidono in modo diretto sull’organizzazione familiare e sul ricorso regolare ai servizi di assistenza e supporto domestico.
L’intervento dispone complessivamente di 20 milioni di euro provenienti dal Fondo sociale europeo, distribuiti sul triennio 2025-2027, confermando la volontà di investire in misure strutturate a sostegno delle famiglie e dell’infanzia.
Che cos’è l’Atlante Fidaldo
L’Atlante Fidaldo è una mappa interattiva nazionale e regionale che raccoglie e rende facilmente consultabili le misure e i sostegni economici destinati alle famiglie che assumono lavoratori domestici, come colf, badanti e baby sitter, nei diversi territori italiani. Realizzato da Fidaldo in collaborazione con Irs, l’Atlante nasce per offrire ai datori di lavoro domestico uno strumento pratico, aggiornato e utile per orientarsi tra agevolazioni, contributi e interventi attivi a livello nazionale e locale. Un punto di riferimento pensato per aiutare le famiglie a conoscere meglio le opportunità disponibili e a utilizzare in modo più consapevole i servizi di cura e assistenza.
Il progetto è suddiviso in tre lotti: il primo, già completato, ha visto la realizzazione di due nuove fermate in via Monginevro; il secondo, al via da oggi, riguarda il rifacimento del nodo tranviario tra corso Vittorio Emanuele II, via Borsellino e via Fratelli Bandiera; il terzo, previsto per il 2027, porterà alla realizzazione di un nuovo capolinea.
I lavori sono necessari per permettere il passaggio dei nuovi tram della serie 8000 di Hitachi, più moderni e performanti, che richiedono raggi di curvatura e standard tecnici specifici.
Il cantiere sarà organizzato in due fasi. La prima, fino a fine giugno, si concentrerà su via Fratelli Bandiera e comporterà alcune modifiche alla viabilità privata: chi percorre via Borsellino in direzione via Monginevro dovrà obbligatoriamente svoltare a destra in via Vochieri. Nessuna variazione, invece, per il traffico proveniente da via Monginevro verso corso Vittorio Emanuele II.
Per quanto riguarda il trasporto pubblico, l’unica linea interessata sarà la 94, che subirà una deviazione temporanea in direzione via Biscaretti, transitando su corso Vittorio Emanuele II, corso Ferrucci e via Monginevro prima di riprendere il percorso abituale.
La seconda fase, prevista da giugno a ottobre, riguarderà invece il tratto tra corso Vittorio Emanuele II e via Borsellino, con il rifacimento delle curve tranviarie in entrambe le direzioni.
Si tratta di un progetto strategico non solo per migliorare sicurezza e funzionalità della linea, ma anche per aumentare l’integrazione con il resto della rete. Un aspetto che diventa ancora più rilevante alla luce delle trasformazioni urbane in corso, come lo sviluppo dell’area ex Westinghouse e la futura realizzazione della Metro 2.
In questo scenario, la linea 15 sarà fondamentale per garantire la continuità del servizio su ferro durante i lavori della metropolitana, offrendo un’alternativa valida e contribuendo a ridurre l’impatto sulla mobilità cittadina.
Particolare attenzione è stata dedicata alla gestione della logistica: le operazioni più impattanti saranno concentrate nei mesi estivi, con soluzioni studiate per mantenere, dove possibile, almeno un senso di marcia attivo.
TorinoClick
Nel Monferrato domenica 26 aprile, con ritrovo a Cascina Montecchio
Riparte da Ottiglio l’enotrekking nel Monferrato, con un nuovo appuntamento di “MonferVinum”, in programma domenica 26 aprile tra i vigneti e la storia di Cascina Montecchio. L’appuntamento è fissato alle ore 10 presso il cortile dell’azienda vitivinicola situato nell’omonima località ottigliese, da dove prenderà il via il tour di circa 3 km in un percorso di salite e discese collinari composte da 21 ettari di filari, che compongono il mosaico ecosistemico del paesaggio monferrino. Lungo il percorso, le già sviluppate vegetazioni foliari, nelle fresche e tipiche tonalità del germogliamento primaverile, consentiranno di distinguere le diverse ampelografie, tra Nebbiolo, Barbera e Grignolino. Lasciati i vigneti, ci si immergerà in un breve tratto di bosco in cui si potrà cogliere un po’ di refrigerio nell’opulenza vegetativa al suo risveglio. Rientrato in azienda, in abbinamento ai prodotti monferrini, verranno proposti in degustazione tre vini: il “Custode – Grignolino nel Monferrato Casalese DOC 2024”, “Carina – Barbera d’Asti DOCG”, “Posapiano – Barbera d’Asti Superiore DOCG 2023”, mentre in sottofondo scorrerà lo storytelling dei produttori.
“La stagione primaverile torna ogni anno a riservare speciali occasioni per godere del paesaggio monferrino a piccoli passi, sorseggiando i suoi vini a piccole dosi in una dimensione di pace e bellezza, a stretto contatto con la natura, e con chi, viticoltori in primis, contribuisce alla sua cura e bellezza – commenta il presidente dell’Ecomuseo, Corrado Calvo – alla Cascina Montecchio potremo immergerci nella cultura enoica monferrina, secondo una fresca interpretazione intrapresa dai giovani vignaioli Chiara e Alessandro. In ogni calice, potremo riscoprire i sentori più autentici di quel particolare terroir fatto di vitigno, suolo, esposizione, clima e lavoro dell’uomo”.
“MonferVinum” si inserisce in una giornata ricca di eventi che prevede anche la possibilità di pranzare con i piatti curati dal ristorante ‘Cicin & Barlichin”, inoltre sarà possibile godere del market di artigianato e prodotti locali e degli appuntamenti laboratoriali, organizzati per grandi e piccini, pratiche di yoga in vigna, laboratori di fermentazione selvaggia e l’aperitivo ‘agricolo’.
Telefono: 377 0962048 – cascinamontecchio@gmail.com
Info costi e prenotazioni: info@ecomuseopietracantoni.it – 348 2211219
Mara Martellotta
Il corteo che ieri ha accompagnato il povero Tugnin al camposanto non aveva la mestizia dei soliti funerali. Era arrivato quello che lui stesso chiamava “il giorno in cui staccherò il biglietto di sola andata”.

Diceva proprio così, rimasticando i modi di dire appresi in una vita “da rotaia”, da ferroviere. Al circolo aveva fatto avere i soldi perché gli amici, terminata la cerimonia, potessero ricordarlo alzando i calici in una bella bevuta. “Ricordate che se vi viene voglia di intonare qualcuna delle canzoni che cantavamo da giovani a me farà solo piacere. Ed anche se non potrò aggiungere la mia voce al coro e non potrò sentire se sarete stonati come una campana ciucca, sarò lì con voi, almeno in spirito”. Quando disse queste parole aveva le lacrime agli occhi e fece venire a tutti un gran magone. Anche per la banda musicale, che doveva accompagnarlo nell’ultimo viaggio, aveva compilato di suo pugno il “borderò”:la marcia funebre di Franz Listz o il Requiem di Mozart, la Leggenda del Piave, Bella Ciao , l’Internazionale e, dulcis in fundo, il Silenzio. Un bel casino, perché non è stato possibile trovare una banda in grado di eseguire tutt’intero il repertorio che Tugnin aveva “dettato”. Così ci siamo accontentati della Leggenda del Piave, Bella Ciao ed il Silenzio. Quest’ultimo, eseguito dal Birella, cantoniere di mestiere e trombettiere per passione. A dire il vero è stato uno strazio ma, vivi a parte che – conoscendolo – non si aspettavano di meglio, il morto non ha avuto da lamentarsi. Il più affranto è stato, com’era ovvio, il “Giuri”. Adriano Arbusti si era guadagnato il nomignolo di “Giuri” dove averlo detto e ripetuto migliaia di volte alla moglie, soprattutto quando quest’ultima era fuori dagli stracci perché tornava a casa un po’ “brillo”. “ A tal giuri, Maria: sun mia ciucc! Gò gnanca vardà drè alla buteglia” ( tradotto:” Te lo giuro, Maria: non sono ubriaco! Non ho nemmeno guardato la bottiglia”). Ma lo tradiva l’alito e allora, giù mazzate sul groppone con la scopa di saggina. Lui e Tugnin erano amici da quando, entrambi venticinquenni, avevano preso parte alla Resistenza. “Giuri” era barcaiolo e portava da una sponda all’altra del lago e da queste in Svizzera, armi e fuoriusciti. Tugnin, ferroviere addetto alla manutenzione degli scambi sulla tratta Arona-Baveno della linea Milano-Domodossola, aveva aiutato diversi ebrei a mettersi in salvo dopo la proclamazione delle leggi razziali e – nel gennaio del 1944 – era andato in montagna con i partigiani. Fu sulle colline del Vergante e sulle pendici del Mottarone che si ritrovarono insieme, mitra in mano, a dar filo da torcere alle camicie nere. Dopo la “calata al piano” erano tornati alle loro professioni. Tugnin s’occupò ancora di binari ma stavolta per la tratta tra Stresa e Mergozzo, riducendo di molto il “campo d’azione”. L’Arbusti, con il suo cappello da marinaio calcato sulla “crapa”, faceva la spola tra le isole e la terraferma con la sua “ Iolanda” , una bella barca da pesca a sei posti, dotata di un potente motore da 15 cavalli. Capitava spesso che, senza darsi appuntamento, si trovavano all’osteria dei Quattro Cantoni per una partita di briscola “chiamata”, al Circolo operaio per un mezzino di rosso o dalla Maria, all’osteria dei Gabbiani, per una “merenda”. Tra loro si era rafforzata un’amicizia “solidale”. Tutti ricordano quando Tugnin ebbe l’incidente fuori dalla stazione di Baveno, cadendo dalla “Truman”, vecchia e robusta locomotiva diesel americana, giunta in Italia dopo la seconda guerra mondiale. Aveva perso l’equilibrio, finendo lungo e tirato sulla massicciata. Una brutta botta che gli era costata la frattura di un femore e della scapola sinistra. Ricoverato per diverse settimane nella traumatologia dell’ospedale S.Biagio di Domodossola, aveva ricevuto – ogni due giorni – le puntuali visite dell’amico “Giuri”. Quest’ultimo, partiva alla buonora con il treno da Baveno, dopo aver fatto – la sera prima – il “carico” da Luigino Bottecchia, vinaio di Oltrefiume che commerciava una barbera monferrina di buona qualità. Il carico consisteva, ovviamente, in due fiaschi che – per Tugnin – rappresentavano la razione delle quarantott’ore. Così, quando una decina d’anni più tardi, toccò al Giuri fare i conti con la “costrizione” dell’ospedale per una brutta polmonite, l’amico ferroviere ( ormai pensionato ) non aveva esitato un attimo a rendere il servizio. La casa di cura, per sua fortuna, era quella di Stresa, gestita dalle suore. Prendeva “la tradotta” dopo aver fatto anch’esso il “pieno” ad un paio di bottiglioni. Solo che, già alla prima volta, si era scontrato con un ostacolo insormontabile: l’arcigna e “invalicabile” portiera dell’ospedale stresiano, suor Clementina. A differenza del nome, soave e mite, suor Clementina era un donnone di più di cento chili ed era un vero mastino. Antonio Galletti subì la perquisizione ed il sequestro del vino, protestando tanto animatamente quando inutilmente. “Caro il mio ometto, qui il vino non entra. Quindi, se vuol salutare il suo amico passi pure ma a mani vuote”. La suora era come la linea Maginot. Se la pigliavi di petto era invalicabile e ogni tentativo era destinato a mal partita. “Allora mi sono fatto furbo e l’ho aggirata”, confidò Tugnin. Concordò la tattica con l’amico barcaiolo e la mise in pratica. Giuri doveva affacciarsi alla finestra d’angolo che dava sulla scalinata del retro.Lì, con fare lesto, “allungava” la boulle dell’acqua calda all’amico che, in un baleno, svitava il tappo e la riempiva di barbera. Giuri, dopo essersi infilato nel suo letto tenendosi stretto la boulle opponeva una fiera resistenza ai tentativi delle suore di prelevargliela per cambiare l’acqua, secondo le religiose, “ormai fredda” . “Ferme lì, sorelle”, intimava con voce che non ammetteva repliche. “La boulle va bene così. A me piace fredda, brut demoni”. Il sistema funzionò fino a quando le suore non mangiarono la foglia e il barcaiolo, privato del “carburante”, si rassegnò ad un periodo di forzata astinenza, soffrendo e brontolando. Ed oggi, eccolo qua, il nostro Giuri. Sembra un vecchio tronco spezzato dalla saetta. Ha accompagnato, insieme agli altri, Tugnin al camposanto e ora si trova perso, spaesato. “Cari miei – ci ha detto – ; siete più giovani e a certe cose non ci pensate, e fate bene. Ma io, alla mia età, mi sentivo già perso quando è morta la mia Marietta. E ora? Eh? Morto anche Tugnin, che era come un fratello, sono solo come un cane”. Ci ha fatto una tenerezza da non credere e l’abbiamo portato con noi a pranzo. E pure a cena. D’ora in poi, un po’ del nostro tempo, lo dedicheremo a fargli compagnia quando passerà dal Circolo Operaio. Smazzando le carte ci parlerà del lago, dell’onda vagabonda e del suo amico Tugnin. Del resto, i ricordi sono come i pesci del lago. S’impigliano nella rete della memoria e, ogni tanto, li tiriamo in secca.
Marco Travaglini
Martedì 21 aprile a Torino, presso la Chiesa del Santo Volto (Via Val della Torre, 11) si terrà il 4° Congresso Regionale UILTEC Piemonte.
“L’appuntamento rappresenta un momento centrale di confronto sul futuro dei settori dell’energia, della chimica, del tessile e della manifattura nella Regione, con un focus sulle trasformazioni industriali, sull’impatto dell’intelligenza artificiale e sulla tutela del lavoro”, scrive Uiltec in una nota.
Alle ore 10:00 è previsto un punto stampa con la Segretaria Generale UILTEC nazionale, Daniela Piras, disponibile a incontrare i giornalisti per approfondire i temi al centro del dibattito, con particolare attenzione alle principali vertenze piemontesi, tra cui il caso Kering e la tutela del Made In Italy.

Cambio al vertice della Direzione regionale Inail del Piemonte: dopo oltre un anno di intensa attività istituzionale di Domenico Princigalli, dal 15 aprile Alessandra Lanza è di nuovo alla guida dell’Inail Piemonte dopo aver ricoperto diversi incarichi dirigenziali a livello regionale, da ultimo presso la Direzione regionale Lombardia.
“Sono felice e onorata di ritornare in un territorio nei cui confronti sento un profondo legame, sia istituzionale che affettivo, e di cui ho sempre apprezzato l’inestimabile e non comune ricchezza di risorse e di valori” dichiara Alessandra Lanza. “Intendo dedicare tutto il mio impegno per contrastare il fenomeno infortunistico e tecnopatico – prosegue Lanza – con l’auspicio di poter fare affidamento come in passato sulla rete di collaborazione tra istituzioni, associazioni e parti sociali, al fine di intervenire sinergicamente sul versante della prevenzione, soprattutto nei settori più a rischio, compreso quello riguardante l’incidentalità stradale, perseguendo l’obiettivo della legalità e sicurezza sui luoghi di lavoro. Allo stesso tempo sarà mia cura potenziare il ruolo di Inail Piemonte nel portare al centro le persone che hanno subito un infortunio o una malattia professionale, anche attraverso gli interventi e i percorsi di reinserimento sociale e lavorativo realizzati dall’Istituto”.
POLITICA
Leggi l’articolo su L’identità:
A che punto è il dibattito sulle primarie del centrosinistra
Nel 2026 ricorre il quindicesimo anniversario della fondazione dell’Associazione Corona Verde di San Vito, creata nel 2011 con l’obiettivo di promuovere la diffusione della cultura e la valorizzazione della zona collinare di Piossasco, con un’attenzione e una cura particolari rivolti al Borgo di San Vito, che con i suoi tre castelli, i palazzi nobiliari e le chiese, rappresenta un museo a cielo aperto.
In questo articolo faccio scoprire al lettore la storia di questo borgo straordinario.
La cittadina di Piossasco, ubicata in Provincia di Torino, a metà strada tra le Valli di Susa e del Chisone, è stata il feudo di una delle cinque famiglie feudali più antiche e potenti del Piemonte: i Merlo, detti anche “Piossasco”, casato che prese il nome di questa località, alla quale fu legato per più di 800 anni e da dove gestiva la sua ampia consortile.
I Merlo furono infatti Signori di Piossasco dal 1100 al 1933 ed il loro cognome originario deriverebbe da un fatto accaduto intorno all’anno mille, quando Merlo, il figlio del crudele feudatario del luogo, s’innamorò di una carbonaia. La coppia fuggì sui monti, dove mise al mondo nove bambini; alla scomparsa del feudatario, la famiglia tornò in città, ma i bimbi erano talmente sporchi che la gente cominciò a chiamarli “i piccoli merlot”. Da quel momento lo stemma di Piossasco si arricchì di nove piccoli merli. Il casato nel tempo si suddivise in quattro rami, poi sei e infine in nove.
Le prime notizie certe della famiglia risalgono al 1172 con Gualfredo di Piossasco, custode per Conte dei Savoia del Castellaccio, il maniero più antico, risalente al X secolo.
Il nobile nel 1175 era a Montebello insieme al Beato Conte di Savoia Umberto III per giurare i patti dell’Imperatore dei romani Federico I Barbarossa con la Lega Lombarda.
La famiglia estese il suo potere anche a Volvera, a Scalenghe dal 1223, a None dal 1235, a Airasca, Castagnole e Vinovo. Dal 1239 la loro presenza fu stabile a Beinasco. Essi gestivano i loro beni tramite una consortile ed i quattro rami principali erano “de Feys”, i “de Federicis”, i “de Rubeis”, i “de Fulgore”. Nel 1254 i Piossasco acquistarono la Corte di Sangano dall’Abbazia di S. Solutore di Torino, per poi rivendergliela nel 1284.
Fino a tutto il XIII secolo i nobili strinsero legami con tutte le entità politiche gravitanti in Piemonte: con il Vescovo di Torino, con Asti e con il Marchesato di Saluzzo, per poi legarsi in modo definitivo a Casa Savoia.
Nel Trecento essi furono in combutta con i Signori di Rivalta, proprietari del feudo di Trana, i quali non gradivano il fatto che i Piossasco prelevassero da Trana un terzo dell’acqua del Sangone attraverso un canale che esiste ancora oggi: il Sangonetto.
LA BATTAGLIA DELLA MARSAGLIA E IL DECLINO DEI PIOSSASCO
La Penisola italiana nel corso dei secoli si ritrovò sempre al centro delle contese tra Francia e Spagna ed il piccolo Stato Sabaudo per la sua posizione strategica venne più volte invaso dalla potenza di turno. A fine XVII secolo la Francia di Re Luigi XIV detto “il Re Sole” raggiunse il massimo della sua potenza e le altre Nazioni europee si allearono per cercare di contrastarla, dando vita alla Lega di Augusta, della quale facevano parte Ducato di Savoia, Sacro Romano Impero, Inghilterra, Scozia, Spagna, Portogallo ed altri Stati. La guerra iniziò nel 1690 e continuò con alterne vicende negli anni successivi, fino al 1696 quando dopo pesanti sconfitte il Duca di Savoia Vittorio Amedeo II riuscì a concludere un trattato con i francesi.
Durante una di queste campagne, il 4 ottobre 1693, nel territorio compreso fra Volvera, Orbassano e Piossasco venne combattuta una terribile battaglia: la Marsaglia.
Vinsero i francesi ed il Generale Nicolas de Catinat stilò la relazione per Luigi XIV nel Castello della Marsaglia, al confine di Cumiana e di Piscina. Questo edificio, oggi in rovina, diede il nome alla battaglia.
Lo scontrò porto ad un ulteriore impoverimento della zona ed i Piossasco per saldare i debiti furono costretti a cedere molti terreni nel loro capoluogo. Giunsero così in paese nuove nobili famiglie, tra le quali i Seyssel, i Porporato e gli Ambrosio, Conti di Chialamberto, che fecero edificare signorili ville di campagna dette “vigne” e scelsero questo luogo perché era vicino alla Palazzina di Caccia di Stupinigi. Proprio i Chialamberto fecero costruire Casa Lajolo, edificio che 1850 fu ereditato dai Conti Lajolo di Cossano, attuali proprietari.
I TRE CASTELLI
Piossasco è celebre per i suoi tre castelli. Il più antico, detto Castellaccio o Gran Merlone, risalente al X secolo, è anche il più alto. Situato in posizione dominante a 457 metri, era composto da un fabbricato quadrangolare con in cima delle finestrelle a feritoia strettissime e da una torre ed era protetto da una cinta muraria. Vi si accedeva tramite una scala a due rampe che conduceva ad una porta alta. Il complesso fu abitato dai Piossasco fino al XVI secolo. A causa della scarsa presenza di corsi d’acqua nelle vicinanze non vennero costruiti fossati e ponti levatoi ed il castello era difeso dal ripido degradare della collina sui lati ovest e sud-ovest, da fortificazioni sul lato opposto e dalla fitta vegetazione. Come molti altri manieri della zona, venne distrutto dalle truppe del Generale Nicolas de Catinat durante la Battaglia della Marsaglia del 4 ottobre 1693.
Il maniero sottostante, detto “Piossasco De Rossi” è situato in posizione intermedia tra il Castellaccio e il Castello dei Nove Merli. Voluto da Gian Michele Piossasco De Rossi, venne eretto tra il XVII e il XVIII secolo, ma a causa della mancanza di fondi non fu mai completato.
L’unico castello giunto intatto fino ai giorni nostri è il più basso, detto “dei Nove Merli”.
Costruito come casaforte militare alle pendici del Monte San Giorgio, l’attuale edificio venne eretto tra il 1300 ed il 1400 e fu rimaneggiato nei secoli successivi. La torre risale alla seconda metà del XX secolo. Gode di un’ottima visuale che comprende il Monviso, la collina torinese, il pinerolese, il saluzzese e le Langhe. Nel 1834 i manieri passarono al Conte Luigi Piossasco di None, il quale avviò importanti lavori di ristrutturazione del Castello dei Nove Merli in chiave moderna. Luigi era esponente di un Ramo secondario dei Piossasco di None; il ramo principale si estinse nel 1863 con la morte della Contessa Luisa Carola Birago di Vische, vedova del Conte Giuseppe Luigi Benedetto. Ella lasciò in eredità al Comune di Virle il settecentesco castello.
Al sopraccitato Conte Luigi succedette la figlia Gabriella, ultima esponente del casato. Alla morte di quest’ultima, avvenuta 16 dicembre 1933, i castelli di Piossasco passarono ai cugini da parte materna, i Mocchia di Coggiola, che dopo qualche tempo li cedettero. Si alternarono quindi vari proprietari, tra i quali i Mottura di Milano, Carlo Ferrari e il Barone Amerigo Sagna, eroe nelle due Guerre Mondiali, fervente antifascista e protettore di molti ebrei. Il nobile iniziò il restauro del Castello dei Nove Merli e fece riassettare il parco. Gli succedette il Cavalier Luciano Savia, che acquistò il castello, i ruderi degli altri due e il comprensorio montano che si estende fino alla cima del Monte San Giorgio. Il nuovo proprietario terminò la ristrutturazione del maniero, la torre venne sopraelevata e incoronata da merli, mentre le alte finestre gotiche del portico al primo piano, dove ai tempi della Contessa Gabriella venivano appese fioriere, furono chiuse con cristalli. Il 19 settembre 1959 Luciano Savia inaugurò un prestigioso ristorante dove cenarono illustri personaggi, tra i quali le Principesse Maria Gabriella di Savoia e Grace di Monaco. Il Salone delle feste al primo piano è caratteristico per il grande camino con gli stemmi araldici dei Merlo ed il pregevole soffitto ligneo a cassettoni originale del 1462. Recentemente nel parco è stata ricostituita la storica vigna dove vengono coltivate uve Sauvignon blanc e Nebbiolo.
IL BORGO DI SAN VITO
Il Borgo di San Vito, situato ai piedi dei castelli, ospita delle vere e proprie meraviglie, tutte da scoprire. Nel tempo è stato abitato da molte nobili famiglie, tra questi i Borgofranco e i Lajolo, le quali fecero costruire splendidi palazzi e ville signorili che conservano ancora oggi tutto il loro splendore. Tra questi, Palazzo Palma di Borgofranco, una splendida casaforte medievale e Casa Lajolo, una magnifica villa di campagna settecentesca, abbellita da un lussureggiante giardino. L’antico accesso al borgo era Porta del Borgo Piazza, citata per la prima volta nel 1387.
Un vero e proprio gioiello è la Chiesa dei Santi Vito, Modesto e Crescenzia, la più antica di Piossasco, risalente all’XI secolo. All’interno ha una forma a pianta longitudinale suddivisa in tre navate e una volta a botte. Le decorazioni catturano l’attenzione per il loro splendore. Gli archi della volta della navata centrale sono decorati da stucchi dorati e sono intercalati da sei affreschi realizzati nel 1853 che rappresentano “la Fede”, Dio Padre, San Gregorio Magno, Sant’Ambrogio, Sant’Agostino e San Girolamo”. All’ingresso, sulla sinistra, è presente una vasca battesimale ottagonale in pietra bianca risalente al 1461 e donata da Gabriele De Buri.
Dietro l’altare si ammira la grande icona ovale settecentesca attribuita a Rocco Comaneddi, che rappresenta “la Gloria ed il trionfo di San Vito”. In essa il santo è rappresentato circondato dagli angeli e dai Santi Modesto e Crescenzia. Quest’opera fu voluta come voto dagli abitanti di Piossasco, i quali spesero 600 Lire per chiedere la fine delle invasioni straniere. A destra del presbiterio si ammira una macchina votiva a spalla alla cui base è presente uno scudo doppio, donato nel 1739 da Bernhard Otto, barone di Rehbinder e Cristina Piossasco de Feys della Volvera in occasione delle loro nozze.
La vicina Confraternita di Santa Elisabetta è la risultanza della fusione, avvenuta nei secoli, di tre cappelle contigue, legate a diverse confraternite religiose: la Cappella dello Spirito Santo, quella del SS. Nome di Gesù e quella di Sant’Elisabetta. I resti della Cappella Dello Spirito Santo si trovano a destra della scalinata d’ingresso e formano un tutt’uno con la facciata. Si possono ancora ammirare frammenti di affreschi quattrocenteschi, che rappresentano un’Annunciazione con le figure dell’Arcangelo Gabriele e della Vergine. Le aureole sono state realizzate con la tecnica del rilievo a pastiglia, mentre sulla lesena è raffigurato lo stemma della famiglia De Buri che sovrasta l’effige di San Vito. Sotto di essa era dipinto un letto di ospedale, il quale indicava la presenza di un vicino ospizio per i pellegrini che percorrevano strade alternative alla Via Francigena.
Il pubblico ha la possibilità di scoprire gratuitamente le meraviglie di questo splendido borgo le ultime domeniche di aprile, maggio, settembre e ottobre grazie ai giovani ciceroni dell’Associazione Corona Verde di San Vito.
Nel pomeriggio di domenica 26 aprile si terrà uno speciale evento volto a celebrare i primi 15 anni dell’associazione.
Per maggiori informazioni consultare il sito www.coronaverdedisanvito.it e la pagina Facebook dell’Associazione Corona Verde di San Vito;
Per Casa Lajolo e i suoi eventi: www.casalajolo.it e la pagina Facebook della dimora.
ANDREA CARNINO