ilTorinese

Amore per i poveri: Suor Smerilli alla Piccola Casa Cottolengo 

Nella Piccola Casa Cottolengo di Torino, il 12 gennaio scorso, in mattinata, Suor Alessandra Smerilli, Figlia di Maria Ausiliatrice, Segretaria del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha presentato l’Esortazione Apostolica di Papa Leone XIV “Dilexi Te” sull’Amore verso i poveri. In una sala affollata dalla Famiglia Cottolenghina, insieme a numerosi religiosi e religiose di altre congregazioni, a diversi movimenti ecclesiali e a fedeli della Diocesi di Torino, ha introdotto Padre Carmine Arice, Padre Generale della Piccola Casa, che ha sottolineato come il documento sia particolarmente prezioso per la Famiglia Cottolenghina proprio perché parla della missione evangelica della Piccola Casa della Divina Provvidenza fondata dal Santo Cottolengo. Suor Smerilli ha evidenziato come il documento, iniziato da Papa Francesco e concluso e firmato da Papa Leone XIV, inviti a percepire la connessione tra l’Amore di Cristo e la chiamata ad avvicinarci ai poveri. L’esortazione, in particolare, mostra come l’impegno a favore dei poveri per eliminare le cause strutturali della povertà sia insufficiente.

“Serve un cambio di mentalità – ha osservato Suor Smerilli – per spezzare il ciclo di una cultura che scarta. Rispetto ai progressi degli scorsi decenni nella lotta alla fame nel mondo stiamo tornando indietro. Vediamo un aumento di povertà e disuguaglianza. Sono anni che il benessere economico è nelle mani di pochi”.

La religiosa ha richiamato alcuni elementi da cui il documento “Dilexi Te” mette in guardia: la cultura dell’accumulo, i sistemi economici ingiusti, l’esclusione e l’indifferenza sociale.

“L’esortazione-ha continuato Suor Smerilli- ci richiama al fatto che la condizione dei poveri rappresenta un grido che interpella la nostra società tutta. Dio si prende cura dei poveri e degli oppressi, ed è per questo che la Chiesa non deve avere tentennamenti in questa scelta che riguarda i poveri. Sulla povertà non dobbiamo abbassare la guardia”.

Suor Smerilli si è poi soffermata sulla denuncia che il documento fa alla deviazione dalla cultura della meritocrazia, dietro cui possono celarsi delle ideologie.

“Se fondiamo le società sul merito, dividiamo tra meritevoli e non  -ha evidenziato Suor Smerilli – ovvero arriviamo a pensare che i poveri si siano meritati la propria condizione. Il disprezzo del povero, del migrante e dell’emarginato diventa il risultato del ‘te lo sei meritato’. I cristiani sono chiamati a disfarsi delle ideologie e indagare le cause strutturali della povertà”.

Fra esse certamente vi è la mancanza di reti relazionali che portano le persone sull’orlo del precipizio.

La Segretaria del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha poi  toccato il tema della destinazione universale dei beni.

“Abbiamo il dovere di comprendere di cosa abbiano bisogno le persone che, solo per essere nate in una parte del mondo, sono destinate a morire di fame a causa delle guerre. Quale dei conflitti oggi nel mondo non dipende dall’economia e dallo sfruttamento delle risorse? E cosa c’entrano i bambini e le famiglie che ne sono vittime?”.

Da qui la domanda “cosa possiamo fare noi?”. Infine, l’invito del Papa a lasciarsi evangelizzare dai poveri come testimonianza dell’amore di Dio, e dunque le parole conclusive del documento: “Una chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno”.

Padre Arice, dopo un ampio dibattito, ha richiamato alcune conclusioni per la Famiglia Cottolenghina: nella Piccola Casa siamo al cuore del Vangelo, vigiliamo per rimanerci avendo il coraggio per riformarci; nella Piccola Casa, attraverso i poveri, tocchiamo la carne di Cristo, il gesto di cura ed educazione è già annuncio del Vangelo. Da qui la responsabilità di farlo bene e in modo integrale. Servire il povero significa promuovere una cultura della cura, da qui l’invito a cambiare mentalità. In tempi di crisi e buio, è necessario che ci siano segni come anticorpi per guarire dalla cultura dello scarto e dell’indifferenza.

Mara Martellotta

 

 

Demolizione del commissariato Borgo Po e ricostruzione 

Nel rispetto delle normative in materia di sicurezza il commissariato di Borgo Po in via Sabaudia 36 sarà demolito e ricostruito nello stesso luogo. Lo ha definito la conferenza dei Servizi lo scorso ottobre. Dopo l’esame della Commissione Urbanistica  dei giorni scorsi oggi pomeriggio il Consiglio comunale ha approvato la delibera di presa d’atto.

La nuova sede non avrà più un piano interrato come l’attuale edificio data la presenza del Rio Pattonera a pochi metri dalla struttura. La prossima primavera gli agenti in servizio in via Sabaudia saranno trasferiti nel commissariato di corso Spezia fino alla riapertura della sede precollinare prevista nel 2028.

Sempre in materia urbanistica l’assemblea di Palazzo Civico ha approvato la delibera di permesso di costruzione in deroga ( Legge 106/2011) in corso Rosselli 234/236 dove i fabbricati dell’ex falegnameria Gardino sono inutilizzati dal 1996 e anche la parte residenziale risulta inoccupata.

Dalla demolizione dei fabbricati esistenti dell’area sarà edificato un palazzo residenziale,  con autorimesse interrate e box auto nel piano cortile, ampio 1500 mq. Di SLP. La Città incamera 187 mila euro di contributo di costruzione e 160 mila euro di contributo di costruzione.

I proponenti realizzeranno opere di urbanizzazione: conservazione del glicine di via Oronzo, abbattimento delle barriere architettoniche, depavimentazione del pavimento in asfalto con aiuole, nuovi marciapiedi, nuovi alberi nel giardino Piredda in prossimità dell’area cani.

 

Paolo Giordano e Tasmania: cercare un rifugio nel cuore inquieto del presente

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TORINO TRA LE RIGHE

Per Torino tra le righe incominciamo questo nuovo anno parlando di un autore torinese di nascita e di formazione, Paolo Giordano, che porta con sé un percorso singolare che continua a riflettersi nella sua scrittura: diplomato al liceo scientifico Gino Segrè, laureato con lode in Fisica all’Università di Torino e dottore di ricerca in fisica teorica, ha sempre affiancato allo sguardo letterario una solida base scientifica. Una doppia anima che attraversa tutta la sua produzione e che nel suo libro Tasmania emerge con particolare forza, diventando struttura narrativa e visione del mondo. Infatti, c’è un momento, nella vita di ognuno, in cui il mondo esterno e quello interiore sembrano collassare nello stesso punto. È da quella frattura che nasce Tasmania, il romanzo con cui Paolo Giordano torna a interrogare il nostro tempo, scegliendo come bussola non la trama, ma l’inquietudine.
Il protagonista e voce narrante si firma P.G.: scrittore, laureato in Fisica, giornalista per un quotidiano nazionale, esperto di cambiamenti climatici. Una figura che richiama apertamente l’autore e che colloca il romanzo nel territorio sfumato dell’auto-fiction. Alla soglia dei quarant’anni, dopo l’esperienza collettiva della pandemia, P.G. ripercorre l’ultimo decennio della propria vita: la crisi del rapporto con Lorenza, le amicizie decisive – dal climatologo Novelli all’irrisolto Giulio – e una serie di eventi privati che si intrecciano costantemente con le grandi paure del presente.
Il mondo che circonda il protagonista è carico di tensioni: gli attentati terroristici in Europa, la strage del Bataclan, il dibattito sulla disparità di genere, la precarietà, la crisi climatica, fino al fantasma mai del tutto esorcizzato dell’energia nucleare. Tutto contribuisce a creare una sensazione di sopraffazione che paralizza P.G., rendendolo incapace di reagire se non immaginando una via di fuga.
Ed è qui che entra in scena la Tasmania. Un luogo che, paradossalmente, nel romanzo “c’entra pochissimo”. L’isola australiana viene evocata una sola volta, come possibile rifugio in caso di catastrofe globale, ma diventa subito una potente metafora: il simbolo di un desiderio universale di salvezza, di un riparo dall’incertezza climatica e sociale che incombe sull’umanità. Non una destinazione reale, ma uno spazio mentale in cui difendersi dal caos.
La struttura del romanzo riflette questa inquietudine. Tasmania sfugge a ogni incasellamento di genere: il racconto autobiografico si alterna a reportage giornalistici, digressioni scientifiche e riflessioni sociopolitiche, seguendo le diverse anime del narratore. La crisi personale del protagonista si sovrappone a quella collettiva, fino a suggerire che non esista più una distinzione netta tra dentro e fuori, tra intimo e globale.
Giordano tenta qui una convivenza ambiziosa tra dramma esistenziale e divulgazione scientifica. Rispetto ai romanzi precedenti, più lirici e simbolici, la prosa si fa asciutta, precisa, attenta ai linguaggi del presente. Non stupisce che termini come gaslighting vengano spiegati e inseriti nel flusso narrativo come segnali di un’epoca che ha bisogno di nominare le proprie ferite per poterle riconoscere.
Il cuore del romanzo resta però umano. P.G. è un personaggio fragile, vulnerabile, che mette in discussione tutto: il matrimonio, la paternità mancata, la vocazione di scrittore, fino al progetto ossessivo – e continuamente rimandato – di scrivere sulle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Un lavoro che sembra minacciare la sua stabilità, ma che rappresenta anche il tentativo disperato di dare forma e senso alla paura.
Attorno a lui si muove una costellazione di personaggi che incarnano altrettanti modi di stare nel mondo: Lorenza che sa attendere, Novelli che studia la forma delle nuvole, Curzia che indaga il terrorismo, Karol che trova Dio dove non lo cercava, Giulio che fatica a parlare con suo figlio. Ognuno diventa uno specchio, una possibilità di confronto, una diversa risposta alla crisi.
Tasmania è, in definitiva, un romanzo sul futuro. Un futuro temuto e desiderato, che forse non avremo mai, ma che stiamo costruendo giorno dopo giorno. È un libro sull’ansia pre-traumatica del nostro tempo, su quella sensazione di stanca inevitabilità che attraversa le nostre vite e ci fa sentire costantemente sull’orlo di qualcosa.
Non mancano le ombre: l’alternanza tra parti narrative e saggistiche, pur stimolante, non sempre risulta perfettamente armonica e può rendere la lettura impegnativa. Ma forse è proprio questa frizione a restituire fedelmente l’irrequietezza del protagonista – e della nostra epoca.
Dopo l’esordio folgorante de La solitudine dei numeri primi, che nel 2008 gli valse il Premio Strega e una notorietà immediata, Paolo Giordano ha continuato a interrogare il presente attraverso romanzi e saggi in cui scienza e letteratura dialogano costantemente. Con Tasmania, pubblicato da Einaudi nel 2022 e accolto con grande attenzione anche a livello internazionale, sembra approdare a una sintesi matura del proprio percorso.
Perché Tasmania è, in fondo, questo: un romanzo sensibilissimo e contemporaneo che racconta la paura di perdere il controllo e il desiderio di salvarsi. E ci ricorda che ognuno di noi, consapevolmente o meno, sta cercando la propria Tasmania.
MARZIA ESTINI

Giordano Bruno Guerri giovedì a Torino presenta il libro sul Futurismo

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

Giovedì 15 gennaio alle ore 17,30 al Grattacielo della Città Metropolitana di Torino in corso Inghilterra 7 Giordano Bruno Guerri, storico e presidente del Vittoriale degli Italiani, presenterà il suo nuovo libro dedicato al Futurismo: “Audacia, ribellione, velocità. Vite strabilianti dei futuristi italiani” edito da Rizzoli. Si tratta di un libro di storia , ma anche di arte e di letteratura che illustra il Movimento più importante del ‘900 italiano e uno dei più significativi a livello internazionale. Il Futurismo fu penalizzato dal fatto che venne  considerato un anticipatore del fascismo e come tale venne respinto e sottovalutato come espressione di una destra bellicista , violenta , maschilista , contraria alla cultura, volta solo a far baccano e polemiche inutilmente  eclatanti. Guerri dimostra invece  con la sagacia propria dello storico di razza  che il Futurismo e’ qualcosa di molto più articolato e complesso. Già la mostra del 1986 sui Futurismi  a Palazzo Grassi di Venezia, voluta da Giovanni Agnelli anche per  rivalutare i suoi quadri futuristi comprati per pochi soldi, dimostrò la ricchezza poliedrica di una cultura rimasta nel cono d’ombra imposto dalla vulgata settaria  per decine di anni. Il volume di Guerri fa il punto sulla situazione, andando oltre, con un libro che è stato definito da collezione perché le immagini che lo illustrano sono davvero preziose. Guerri ha un cognome che evoca la guerra e un nome che ricorda  il martirio di un frate arso vivo per il suo libero pensiero. Guerri in realtà è il simbolo di una cultura mite, non ideologica che supera i furori novecenteschi attraverso una meditata riflessione storica. E’  un Renzo De Felice  che aiuta a comprendere la storia prima di giudicarla, ma è anche un De Felice che sa scrivere in modo chiaro e attraente ,usando uno stile che è leggibile da un pubblico ampio. Molti storici scrivono per i colleghi universitari, Guerri scrive per i lettori che quindi lo amano molto. Ci sono oggi in Italia  due autori, professori o giornalisti, che si ritengono gli unici divulgatori  autorizzati , mentre in realtà spacciano della paccottiglia tuttologica che parte dalla preistoria e finisce nella contemporaneità, passando per il Santo di Assisi. Guerri si occupa coerentemente  di storia contemporanea da quando essa era materia che scottava e portava alla scomunica e all’emarginazione. Se in Italia si è giunti a poter  discutere e scrivere  di storia senza l’imprimatur dell’ ANPI, èmerito di pochi storici come Guerri, dei veri chierici che non hanno tradito, come diceva Benda.

Ecco come l’economia migliora le nostre decisioni 

 L’incontro al Polo del ‘900 con Luciano Canova  

Giovedì 15 gennaio prossimo, alle ore 17:45, presso il Polo del ‘900, a Torino, un incontro con il Professor Luciano Canova, che guiderà il pubblico durante l’incontro “L’architettura della scelta. Come l’economia migliora le nostre decisioni”. Ogni giorno ne prendiamo a decine: cosa mangiare, quanto risparmiare, come usare l’energia, quali servizi attivare. Ma siamo davvero liberi di scegliere? Perché a volte facciamo scelte che poi rimpiangiamo? L’economia di oggi non studia solo numeri e mercati, ma persone vere, con poco tempo, mille distrazioni e tante abitudini. “L’architettura della scelta” è il modo in cui opzioni, regole, moduli, app e menù sono costruiti: dettagli apparentemente piccoli che però influenzano molto il nostro comportamento. Basta cambiare l’ordine delle scelte in una lista, semplificare un modulo o impostare un’opzione predefinita per aiutare le persone a mangiare meglio, risparmiare di più o ridurre gli sprechi — senza obblighi e senza divieti. Il primo appuntamento del 2026 della rassegna di divulgazione scientifica Giovedì Scienza racconta, con esempi concreti, come le “spinte gentili” possano migliorare le decisioni quotidiane e le politiche pubbliche, rispettando la libertà di ciascuno. Perché spesso non serve scegliere di più, ma scegliere in un contesto migliore.

Luciano Canova, docente di economia ed economia comportamentale alla Scuola Enrico Mattei dell’ENI e Università di Pavia. Molto attivo come divulgatore in differenti canali: libri pop, podcast, video pillole (TikTok e Instagram) e laboratori di educazione finanziaria per bambini con i mattoncini Lego. La conferenza si svolge in presenza e sarà disponibile online sul canale YouTube di Giovedì Scienza a partire dalle ore 17:45 di venerdì 16 gennaio.

Per info: gs@centroscienza.it

Ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti

Polo del ‘900 – Piazzetta Franco Antonicelli, Torino

Mara Martellotta

Valanga Bianconera!

Alla 20ª giornata di Serie A la Juventus fa festa e si prende la zona Champions con una vittoria larga e convincente. Allo Stadium finisce 5-0 contro la Cremonese, al termine di una gara gestita con cinismo e solidità.

I bianconeri sbloccano il match con un tiro di Miretti, deviato in modo decisivo da Bremer. Passano pochi minuti e arriva il raddoppio firmato da David. Non mancano le polemiche, con un possibile rigore per la Cremonese cancellato dall’arbitro. La Juve allunga sul 3-0: Yildiz va dal dischetto, il primo tentativo viene respinto ma l’attaccante turco è il più rapido sulla ribattuta.
Nella ripresa il copione non cambia. Autogol di Terracciano e sigillo finale di McKennie per il definitivo 5-0. Juventus che sale a quota 39 punti, agganciando Napoli e Roma.

Enzo Grassano

Insediato il nuovo questore Gambino

Sì è insediato a Torino il nuovo questore Massimo Gambino, 62 anni. Ha sostituito Paolo Sirna, trasferito a Reggio Calabria, dopo un anno e tre mesi nel capoluogo piemontese. Gambino arriva dalla questura di Bari. Ieri ha incontrato i giornalisti in questura. “Il questore non è solo il questore della città, ma dell’intero ambito metropolitano. Il mio impegno sarà di vivere quotidianamente tutto il territorio, immergendomi nelle diverse realtà”.

“Memoria del vuoto”… La triste storia della “tigre d’Ogliastra”

Tratta dall’omonimo romanzo di Marcello Fois, va in scena al torinese “Spazio Kairos” la storia del più spietato e noto “bandito” della Sardegna del Ventennio

Venerdì 16 gennaio, ore 21

Su di lui si racconta che Mussolini spiccò la taglia più alta (200mila lire!) mai, prima d’allora, fissata per un ricercato. Samuele Stocchino, all’anagrafe, nasce ad Arzana nel 1895 e scompare, ucciso a tradimento da due ulassesi (e non dai Carabinieri, come si volle inizialmente far credere) nell’ovile di capre di “Su ‘Eremule” ad Ulassai, il 20 febbraio del 1928. Considerato, nella storia del “primo” banditismo sardo, come il “nemico pubblico numero uno” e soprannominato per la spietata efferatezza dei suoi crimini (appurati almeno dodici omicidi, fra cui quello di una bambina di soli 12 anni, figlia di Antonio Nieddu, suo nemico di Arzana) “la tigre d’Ogliastra”, la sua vita (e le sue molte morti!) sono mirabilmente raccontate nel romanzo “Memoria del vuoto” (“Einaudi”, prima edizione 2006) dal nuorese – scrittore, commediografo e sceneggiatore – Marcello Fois. Romanzo che troviamo oggi riproposto, con lo stesso titolo, dalla Compagnia Teatrale, nata a Collegno nel 2008, “Crab Teatro”, di cui è direttore artistico Pierpolo Congiu, che ritroviamo in scena, quale unico interprete, proprio nei panni della “tigre d’Ogliastra”. L’appuntamento è per venerdì 16 gennaioalle 21, presso lo “Spazio Kairos” di via Mottalciata 7, sotto l’organizzazione di “Onda Larsen” che gestisce l’ex fabbrica torinese, tra Aurora e Barriera di Milano, ora per l’appunto riconvertita in teatro.

Nelle pagine narrative di Fois, così come nella rappresentazione fornita sul palco da Congiu, Samuele è rappresentato, nel bene e nel male, come l’“eroe tragico” in perenne corsa verso e contro il suo immutabile, tragico destino. “Vittima e insieme strumento del fato, incontra la morte più volte e più volte le riesce a  sfuggire”. Come militare prima, come bandito poi.

Dopo l’apprendistato tra le file dell’esercito nella guerra di Libia, Stocchino partecipa infatti alla Grande guerra (nei territori del Piave), da cui uscirà come sergente, eroe decorato con medaglia d’argento al valor militare, ma soprattutto con un notevole bagaglio di esperienza nell’uso delle armi e tanta rabbiosa adrenalina in corpo: la “macchina di morte Stocchino” è così  pronta per affrontare i suoi nemici in patria.  Il bandito Stocchino delineato da Fois “non è soltanto – si è scritto – un sublimato dei miti intorno ai  banditi sardi, ma è uno specchio in cui si può intravedere la forza bruta, l’istinto, la bestia presente in ognuno di noi e che solo la ragione può dominare”.

Testimoni muti della vicenda “sono la morte e la luna piena nella notte di ‘Santu  Sebaste’”, che vedranno l’inizio e la fine della (in dialetto sardo) “disamistade” o delle molteplici “faide famigliari”.

“A chi non conosce – scrive Pierpaolo Congiu – le cose di  Sardegna, a chi vive nel  continente, il nome del bandito  Stocchino non dice nulla. Ma si sa,  c’è il mare di mezzo. Ancora oggi  invece perdura il ricordo della  ‘Tigre’, un po’ primula rossa, un po’ eroe solitario, un po’ belva sanguinaria, un po’ autore di grandi beffe ai danni soprattutto  delle forze dell’ordine. Ma la cosa curiosa è che tutti  sostengono di averci avuto che fare in qualche modo. E nonostante fosse bandito e latitante, godette dell’appoggio della gente”.

In scena un solo uomo. Un solo attore. Brillante acrobata fra il ruolo di “cantastorie” e quello dei vari protagonisti di una “storia dal sapore antico” in cui si muovono, insieme al “bandito”, gli altri molteplici personaggi: i suoi nemici e i suoi amici, le molte donne, madri (la sua, Antioca Leporeddu), fidanzate e sorelle che animano “paesaggi simbolici e lunari”, luoghi di una memoria d’antan, in cui ancora è strettamente presente lo scontro tra l’uomo e la natura.

Ad evocare i diversi ambienti della vicenda, le musiche di Ilaria Lemmo e le illustrazioni di Luca Ferrara (fumettista e sceneggiatore, vincitore del “Premio Siani 2009”), in un richiamo ai tableaux degli antichi cantastorie. Tutta la vicenda è immersa in queste immagini, che proiettate sul fondo rievocano in maniera poetica i vari scenari della storia della “tigre d’Ogliastra”.

Per info: “Spazio Kairos”, via Mottalciata 7, Torino; tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org

Gianni Milani

Nelle foto: Pierpaolo Congiu; cover “Memoria del vuoto” di Marcello Fois; illustrazioni di Luca Ferrara

Camper rubato e targhe false: scoperto dalla Polizia Locale a Torino Sud

Guidava un camper rubato e con targhe false. Per questo un giovane di origine bosniaca di 37 anni è stato denunciato per ricettazione insieme alla sua compagna dalla Polizia Locale. Il camper è risultato di provenienza furtiva e con dati identificativi contraffatti mentre circolava a Torino Sud.

Il controllo è avvenuto nella mattinata di giovedì 8 gennaio nell’ambito di una più estesa attività da parte del Reparto Informativo Sicurezza Integrazione sulla presenza di insediamenti con camper nella zona sud della Città. Il conducente è risultato sprovvisto della patente, con una carta di circolazione e targhe identificative di un altro veicolo. Sul telaio del camper, inoltre, il numero punzonato è stato contraffatto mediante ripunzonatura dei numeri.

Sospettando che le sostituzioni dei dati identificativi fossero atte a mascherare la provenienza furtiva del camper, gli agenti hanno proceduto a effettuare il sequestro e a deferire le due persone all’autorità giudiziaria per ricettazione (art 648), per operazioni che ostacolano l’identificazione della provenienza delittuosa (648 bis) e per concorso di più persone nel reato (art. 110 del codice penale). Il conducente è inoltre stato denunciato per guida senza patente (art. 116 del Codice della Strada).

Il procedimento penale oggetto del presente comunicato si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari, pertanto vige la presunzione di non colpevolezza degli indagati, sino alla sentenza definitiva.

“Gli Angeli” di Testori hanno lo sconvolgimento della “grande poesia”

Sul palcoscenico dell’Astra, sino a domenica 18 gennaio

Nella copertina dell’edizione Feltrinelli, al centro di un fondo grigio, c’è l’immagine di una moto rossa e nera, a terra, distrutta. “Gli Angeli dello sterminio” Giovanni Testori lo terminò a pochi giorni da quel 16 marzo 1993 che se lo portò via, dopo mesi e mesi di degenza in una stanza del San Raffaele, in quella che era stata la sua Milano ma che ora ricacciava, guardandone soltanto l’Apocalisse, la distruzione, le macerie e l’annientamento, il totale sconvolgimento. Una Milano che è pure il mondo, città-latrina e maledetta, dove del Duomo altro non restano che le pareti laterali e dove la Madonina, quella “tuta d’ora e piscinina”, continua a dominare la città; la città che accumula corpi di morti e dove, in una cella di San Vittore, un ragazzo sta morendo di droga, dove San Carlo, dentro una nuova peste che consuma in maniera definitiva, si sta mescolando con la folla dei carcerati, dove un uomo mostra i brandelli del proprio cervello dopo essere caduto dalle scale, dove un feto muore all’ultimo piano di un palazzo, dove un’orda di motociclisti, vestiti di pelle e con i loro caschi bianchi, scorrazzano per le vie del centro. Dove forse t’immagini ancora a brancolare, tra i fumi e il buio, i fantasmi della Maria Brasca o dell’Arialda, della Monaca tra le ruspe gialle di Visconti o della Girardot accoltellata, in un abbraccio in croce, vicino al ponte della Ghisolfa.

Oggi, in questa stagione teatrale – costruita per pensare in lungo – di sconvolgimenti che generano mostri (“forse il mostro è Testori, la cui parola diviene mostruosa perché non teme lo scandalo, anzi, lo cerca e lo provoca. Ma il mostro è anche la vita stessa, in un mondo in cui anche gli angeli possono sterminare”), TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con stabilemobile “pone” sul palcoscenico dell’Astra angeli e moto – nella spazio scenico spoglio di Giuseppe Stellato il fulcro è la marmitta di una moto che fuma – in un adattamento di Federico Bellini, per la sulfurea, fortemente immaginifica regia di Antonio Latella. Uno degli attori, mescolandosi tra noi spettatori, d’improvviso reclama la sua e la loro intenzione di non lasciarci abbandonare al divertimento, perché non ci sarà gioia ma lacrime e sangue. Tre attori quindi, un giovane motociclista che sbraita e vomita un rosario di scurrilità (Alfonso Genova), una cartomante (l’eccellente Matilde Vigna: ha davvero i tratti di Camilla Cederna, grande firma dell’”Espresso”, la sua cartomante?) che evoca defunti ed è tramite con il mondo dei vivi aggirandosi avvolta nel suo elegante abito rosso, un uomo che è un cronista (Francesco Manetti) e forse l’alter ego dell’autore incaricato – volteggia la sua penna immaginaria nel vuoto, più e più volte, con accanimento – di mettere ordine nei fatti e nelle morti che continuano a succedersi, magari per un libro che chissà se pubblicato, nell’ascolto della voce e dei deliri dolorosi della donna, dei suoi racconti e delle intuizioni a cui il suo gioco/professione dà origine: ma tutto accade velocemente, troppo velocemente, a tratti se ne perde – e ne perdiamo – il senso, la probabile ricostruzione, lo svolgimento ordinato che ognuno s’augurerebbe. Non è nelle intenzioni di Testori, è bandita ogni logica narrativa, Testori affastella brandelli d’azioni, frammenti di resoconti, parole rotte che si alternano a metallici suoni di campanelle, lampi di una memoria che non riesce – o forse assolutamente non vuole – a ricomporsi. Tutto nasce libero, tutto si sovrappone, i colori si mescolano. Si costruisce poco a poco una sorte di armageddon meneghino, di girone dantesco, ognuno a narrare la (propria) storia per bocca della donna, un assurdo e vorticoso giudizio universale che non ha eletti né condannati, una di quelle storie medievali di Morte viste in qualche affresco, dentro qualche chiesa o camposanto toscano.

Tra i fumi che invadono la sala, tra le luci (si devono a Simone De Angelis) che si smorzano e virano nell’arancio, allora, siamo in obbligo d’affidarci alle intuizioni: e lo spettacolo si fa affascinante e difficile, lo si decifra, lo si cerca, lo si insegue con amorevole passione attraverso le parole e le tante piccole strade, a volte persino impercettibili, che l’autore ci ha aperto davanti. E allora comprendi, questa volta appieno, che il lavoro di Latella è molto, il proprio sforzo teso a catturare, a sviscerare, a rendere “visibile” nei suoni (con le musiche si devono a Franco Visioli) e nelle voci, nelle immagini che si susseguono, la visione inventata dall’autore. E andato teatralmente a segno.

Come ci viene suggerito, lo spettatore si lascia fascinosamente avvolgere dentro quell’aura infernale – e quell’ultimo attimo, “e caddi/ come corpo morto cade”, potrebbe appartenere non soltanto al cronista ma anche a noi – che trascina. Ma anche da un’area di bellezza – lo sguardo che la cartomante rivolge alle rose che sbocciano -, anche a quella assai più importante di una eventuale resurrezione che necessitava in assoluto di quel totale annientamento – “il funebre silenzio che regnava sulla città non era l’avviso di una fine, ma la forza di una sconosciuta apertura”, sottolineava Testori in una letteratura che si era fatta poesia.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Andrea Macchia, alcuni momenti dello spettacolo firmato da Antonio Latella.